Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in

lui la fortezza e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo

indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori che con più cortese

dimostrazione il vecchio prode ed infelice guerriero onorarono.

Buonaparte stesso non ommise di esaltare il guerriero austriaco,

scrivendo al direttorio, con altre cose, avere con intento proprio

voluto dimostrare la franzese generosità verso il vecchio Wurmser,

generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto.

Così Mantova, combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà

della repubblica.

Torniamo ai travagli ch'erano in Roma. L'esercito pontificio si

era, come abbiam narrato, accampato sulla destra dei Senio, pronto

a difendersi, non ad offendere. Avevano i soldati del pontefice, in

numero di sei in sette mila fanti e cinquecento cavalli, munito il

ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti e con quattordici pezzi

di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo che guarda

quasi per diritto la strada di Faenza. Avevano pur fatto un fosso

ed altre fortificazioni ancora. Il generale di Francia, come prima

giunse ad un quarto di miglio da Caslelbolognese, arrestava il passo

a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento

di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino

al ponte, ma oltre il tiro delle artigliere pontificie. Robillard

schierava, non fitti, ma larghi, duecento feritori alla leggiera lungo

il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor che costoro facessero

opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era

il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al

fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano:

ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al

cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi

nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento

sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi

nei ridotti; al che tanto più volontieri ne vennero, quanto più Victor,

accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi

feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri che varcasse ancor

essa. Ma i pontificii, siccome il fosso era stato scavato per diritto

e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie

traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori

nemici; il che li fece disordinare e sbigottire vieppiù. In questo la

cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in

fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere,

mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di

Polacchi. Non contrastarono più a lungo le truppe pontificali il passo,

e si ritirarono con grave disordine e precipitosamente a Faenza. Non

poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle

strade.

Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di

Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra

abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città

nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed

inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a sè

i preti ed i frati, li confortava a star di buona voglia, dimostrando

volere che da tutti la religion si rispettasse ed i suoi ministri si

beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Franzesi per tutto il

paese come folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia,

quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori.

Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi

fare qualche resistenza. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di

Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati

già fin dal principio dell'anno precedente dal direttorio, aveva

spacciatamente comandato che, posti sui carri gli arredi e le reliquie

più preziose, s'indrizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato

sulla Montagnola con cinquemila soldati e sette pezzi di buone

artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani ed ai Polacchi andassero

all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di

voler riuscire alle spalle dei pontificii. Fu debole la difesa, perchè

i soldati di Colli, spaventati dalla rotta precedente, si ritirarono in

gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona e la cittadella.

Se ne impadronirono i repubblicani. Il generale della Chiesa, come

prima potè raccorre i soldati disordinati, anduva a porre il campo tra

Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato di Urbino, eccettuata la

metropoli, la più gran parte dell'Umbria venivano sotto l'obbedienza

della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della Madonna, con

alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge,

Villetard e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si

mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati

che facessero sacco. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a

Foligno.

Andando tanto impetuosamente in precipizio lo Stato pontificio, un

alto terrore assaliva Roma. Già pareva ai Romani che quel primo seggio

della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco. L'erario, le

suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran

pressa verso Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi

incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone

al medesimo viaggio. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano ad ora ad

ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che

già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di averli uditi, e chi di

averli veduti. Raddoppiavansi il terrore, le grida, la confusione, la

fuga: pareva ad ognuno che già spenta fosse ogni salute, che già Roma,

l'antica madre, rovinasse.

In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Franzesi a volontà

loro correre per tutto lo Stato ecclesiastico, non era più luogo

ad altra deliberazione se non di piegarsi a quella dura necessità.

Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle

condizioni che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano

a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alla

consuetudine della Chiesa. Quanto agl'interessi temporali, preponendo

il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si

preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città; alla

concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della

repubblica veduto molto volontieri il cardinale Mattei: parve mediatore

opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Cresceva tuttavia il

pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati

al generale; il cardinale Mattei, monsignor Galeppi, il duca Luigi

Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la

pace, salva però la religione e la sedia apostolica. Incontravano per

viaggio il corriere portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale:

erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo;

questa fu la consolazione di Roma. Arrivarono i legati a Tolentino,

dove Buonaparte aveva le sue stanze. Accolti con dimostrazioni cortesi

dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una

faccenda che oggimai non aveva più in sè difficoltà di importanza,

perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva

più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio del temporale,

essendo già posto in balia del vincitore.

Si concludeva il giorno 19 febbraio a Tolentino il trattato di pace

fra il papa e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a

recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a

non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro,

nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi;

a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Franzesi; al

cedere alla Francia Avignone, il contado e le dipendenze; al cedere

ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che

non vi si facessero novità pregiudiziali alla religione cattolica;

al consentire che la città, la cittadella ed il territorio d'Ancona

sino alla pace si depositassero in mano della repubblica. Oltre a

questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Franzesi quindici

milioni di tornesi, dieci in contanti e cinque in diamanti; fra due

mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti.

Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro

altrettante, buoi, bufali ed altri animali dello Stato della Chiesa;

a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di

Bologna; a disapprovare la uccisione di Basseville, ed a pagare pel

ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecento mila tornesi; a

liberare i prigionieri per cause di Stato; a restituire ai Franzesi la

scuola delle arti in Roma; volle finalmente il vincitore, e consentiva

il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui e pei successori

nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la romana guerra.

Il generale fortunato, domati i grandi, volle far mostra di onorare

e rispettare i piccoli. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di

Pesaro, a dì 7 febbraio, Monge a certificare la repubblica di San

Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica franzese.

Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei

padri, disse, enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma

e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere

venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la

libertà; ma pur finalmente il popolo franzese, del proprio servaggio

vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non

cale i proprii interessi, posti in non cale gl'interessi del genere

umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere

aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere,

avere debellato i suoi nemici: avere trionfato, venuti i suoi eserciti

in Italia, avervi vinto quattro eserciti austriaci, recatovi la

libertà, acquistatosi gloria immortale quasi fin sotto gli occhi della

sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal

sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare

intanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli;

ma vivessero sicuri che Francia era amica a San Marino. A questo passo

veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo

territorii di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare e

troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed

ammisurati; nè si sa perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli,

la facesse. Il torre e l'accettare erano ugualmente brutti e pericolosi

per una repubblica che era vissa sì lunga età innocente e pura da quel

d'altrui. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe

quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione

San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi

cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volontieri, accetterebbe

anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorii contento agli antichi,

non volerne nuovi; solo pregare qualche maggior larghezza di commercio,

e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu che i cannoni

non furono dati e che non si parlò più di San Marino. Continuò nella

solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini

senza vantarli, il che è meglio che il vantarli, senza rispettarli;

continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti e la

licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo Stato

ecclesiastico: poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese,

perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.

Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di

Buonaparte, sicuro ormai di poter fare, o buon grado o mal grado del

suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era

dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i

pensieri del re di Sardegna, di creare un nuovo Stato in Lombardia,

acciocchè egli fosse della sua potenza e del suo nome testimonio

perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo

Stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva

della pace coll'imperadore. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte,

solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si

diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito

le Alpi Giulie e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania,

a fine di obbligare l'imperadore alla pace, pensiero che già aveva

concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo

era stato interrotto dalla meravigliosa costanza dell'Austria nel

sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente

questa sua deliberazione la singolarità e la grandezza dell'impresa,

l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperadore,

che aveva di recente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane

sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima

speranza, all'esercito italiano. In questo poi era suo intento di

affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da sè, non voleva che

Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo aiutasse, e sì perchè

aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova

leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti.

A condurre a fine queste fazioni abbisognava principalmente di non

lasciarsi nissun sospetto alle spalle, e questo fine conseguiva col far

rivoluzione nei paesi veneti.

Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna.

Reggeva cinquanta mila soldati fioritissimi e veterani tutti

dell'esercito italico, ed a questi si erano congiunti venti mila venuti

dal Reno, sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo

distribuiti nelle stanze, che l'ala sinistra, governata da Joubert e

grossa di più di venti mila soldati molto agguerriti, guardava i passi

del Tirolo; la mezza schiera condotta da Massena alloggiava a Bassano;

l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso e che aveva un

novero di trenta mila soldati, alloggiava nel Trevigiano sino alle rive

della Piave. Così con le tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi

che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna.

Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove prove:

badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie,

settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato

cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro

ponti; si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno,

mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi

acquistato quanto di più bello avea penato trenta secoli l'antica

e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade dell'Europa

essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà

la Lombardia e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta

l'Adriatico le franzesi insegne; là oltre e poco distante mostrarsi

la Macedonia antica; i re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di

Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica;

gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimoni

del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare

a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro

coraggio; solo tra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperadore;

gissero dunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli

Stati ereditarii d'Austria; vedrebbero popoli valorosi; la religione

onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero.....

Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi,

vincitori, e che, non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto,

il giusto e l'onesto, non altro suono conoscevano che quello delle

armi.

Dalla parte dell'Austria, che mal volontieri si disponeva a lasciare

del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con

maggior moderazione, ma non con minore coraggio, se si guardano

le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le

reliquie de' soldati vinti, si mandavano alla volta della Carintia,

della Carniola e del Friuli circa trenta mila delle genti del Reno,

nuove leve si ordinavano negli Stati ereditarii, la nazione ungara

volonterosamente accorreva in aiuto del sovrano pericolante. Una massa

di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre

ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt come antemurale

alla capitale dello impero. Confortava l'oste il pensiero dell'avere

a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe

amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia e

di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna.

Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre e nella Marca

Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino

alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca

il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel

Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta.

Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio che corre dalla

frontiera de' Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige

sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo.

Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i

monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva

questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento

con que' soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di

Hohenzollern con sette mila soldati custodiva il paese da Feltre

scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare.

Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale

del Friuli, perchè sapeva che il più forte sforzo dell'inimico si

doveva indirizzare verso Gorizia.

Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di

Francia: il 10 marzo si muoveva con la sua destra e con la mezzana

schiera. Era suo primario intendimento di entrar framezzo agli Alemanni

per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò

aveva ordinato, che il principale sforzo di questa prima mossa fosse

fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a

Massena: nè mancava Massena del debito suo; perchè non così tosto

si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cordevole ed

i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno, a

fine di propulsare il nemico, se tentasse d'inoltrarsi nella valle di

Cadore. Seguitavali tostamente il Franzese, e, quantunque Lusignano con

grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero,

fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in

globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette,

a por giù l'armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà dei

vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con

loro, vennero in poter de' Franzesi; ma fu maggiore il numero degli

Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo

Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidor e ad Ospidaletto, ed

occupato Conegliano e Sacile, si avvicinavano al Tagliamento. Aveva

l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso

torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con

artiglierie. Stanziava anche numerose torme di cavalleggieri pronte a

ributtare l'inimico ove passasse, ma queste erano meglio dimostrazioni

per ritardare che per arrestare l'inimico, perchè le acque del

Tagliamento, non ancora sciolta le nevi sui monti, si potevano guadare

in molti luoghi. Per la qual cosa i Franzesi, schivando i passi

muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro

di cavalleria assai brava, ma i fanti tedeschi fecero poca resistenza

quando la cavalleria dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe

assaltati. Al contrario i primi fanti franzesi che avevano passato,

percossi vigorosamente dalla cavalleria tedesca, avevano contrastato

con molta forza.

Passato il Tagliamento ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per

la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della

Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti

alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso

il Lisonzo le armi austriache che, debolmente combattendo, facilmente

gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e

già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra

s'impadroniva di Trieste abbandonato dai suoi difensori, e fatta

una subita correria sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere

d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la

fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva

Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con

Massena nel carico che questi aveva d'impossessarsi dell'importante

passo della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiachè se

Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio,

che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco

destro dell'arciduca, di separarlo da Kerpen e da Laudon, d'impedire

i rinforzi che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere

a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo

austriaco vi arrivasse.

Ma prima che si raccontino le importanti fazioni che ne seguirono,

necessaria cosa è il descrivere come le cose passassero tra Joubert

da un canto e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro, nel Tirolo. Come

prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si

metteva all'ordine per eseguir le imprese che alla fede ed al valor suo

aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì 20 di marzo,

nonostante che i cacciatori tirolesi posti ai passi con ispessi tiri

ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen che aveva un forte

campo sulle alture di Cembra, cercando di accerchiarlo a sinistra

per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano e a destra

marciarono Delmas e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la

difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra

della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele,

donde gagliardamente anche combattuto dai Franzesi, viemmaggiormente

indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Entravano

successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i

Franzesi in Salorno, in Peza ed in Newmarket. La ritirata tanto presta

di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra

dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra.

Nè i Franzesi trasandavano la occasione; anzi varcato il fiume ai ponti

di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen e

lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni e

parecchie artiglierie prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile

a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio che di

cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi

stette aspettando che la fortuna gli offerisse nuova occasione di

risorgere.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 52 / 99 段