Da tutto questo si può conoscere che Buonaparte si era persuaso che

lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però,

siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma,

che, se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di

resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed

Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui

a Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra che siam per

vedere fu Provera, che, partito da Padova il dì 7 gennaio, si dirizzava

verso Bevilacqua, terra posta sul rivo che chiamano la Fratta. Era

in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra che servia come

antiguardo al presidio di Porto Legnago. Il dì 8 sul far del giorno il

principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un picciolo

castello; trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli

voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento lo fugava. Al tempo

medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto

di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di

Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Franzesi si erano rinforzati a

Bevilacqua; ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza

di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo, ed a Porto Legnago,

non senza grave danno. Conseguiti questi primi vantaggi, confidava

Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto Legnago. Era,

quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna, intento

ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso,

che, giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che

già aveva indirizzato contro gli Stati della Chiesa, retrocedessero e

gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige

assaltate da Provera.

Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli

dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto

al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto

pericolo, s'avviava a Verona la mattina del 12, dove trovava Massena

alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano. Trovavasi l'antiguardo di

Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando, assalito dai

Tedeschi, fu costretto a ritirarsi. Ma Massena, uscito fuori con tutti

i suoi, attaccava la battaglia che fu molto aspra e sanguinosa; rimasto

il campo ai Franzesi.

Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti all'aver fatto

credere al nemico che lo volessero assalire fortemente e grossi in

questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne;

anzi una parte, guidata da Quosnadowich, si conduceva celeremente e

con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi

in Tirolo. Nè qui si arrestavano gli Austriaci, perchè sulle due ali

estreme Provera varcava l'Adige il dì 13, non senza molta difficoltà.

Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert

a ritirarsi sull'alloggiamento forte e fortificato di Rivoli. Pendeva

in tal modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario;

nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona,

aspettando che il tempo e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli

dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio;

perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Franzesi e congiunto

d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento

per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo

di copiare tutto il disegno di guerra del generale austriaco, il quale

disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, Piemontese, che

incontanente lo dava in mano del generalissimo di Francia. Giungevano,

in secondo luogo, lettere espresse di Joubert, che portavano quanto

grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona.

Buonaparte allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre

innanzi le occasioni, comandava a Massena corresse con tutta la sua

schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava

a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi,

la notte medesima del 15, si incamminava frettolosamente a Rivoli per

ivi sostenere la fortuna vacillante. Alvinzi aveva ordinato talmente i

suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato

dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo

verso Verona; l'altra, condotta da Liptay, girasse sui monti per andar

a ferir alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in

Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattro mila soldati, e governata

dal generale Lusignano, girando più alla larga, doveva riuscire più

alle spalle dei Franzesi per la valle del Tasso. Arrivava intanto

Quosnadowich e romoreggiava alla sinistra dell'Adige. Aveva infatti

Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non

era ancora spuntato il giorno 14, che Buonaparte già ingrossato dalle

genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo

un grave conflitto se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi

che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che, invece di avere a

combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della

maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti.

Tuttavia, non diminuendo per questa difficoltà della speranza di

vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di

cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte

con mosse non acconcie ad un caso inaspettato.

Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della

mattina, e siccome gli Austriaci, per ordine del loro generale,

puntavano massimamente contro la sinistra dei Franzesi, per secondare

le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala franzese ed anche

la mezzana pativano grandemente, e già, crollandosi, si ritiravano

indietro disordinate. Pareva la fortuna inclinare a favore dei

Tedeschi; mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier

sostenesse l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra,

che tuttavia sempre più piegava e pericolava. Sosteneva Berthier un

urto ferocissimo. Questo sforzo e la terribile trigesimaseconda, che

arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia che inclinava. Ma la

sinistra continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo,

quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare su questa

parte nella battaglia. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza,

e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico,

e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena

reintegrava la fortuna e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e

la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già

gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli

ch'era, a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In

questo momento compariva sulle alture Liptay, e mettendosi alla scesa,

già era vicino a ferire l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era il

momento determinativo della fortuna. Benchè Alvinzi si trovasse colle

schiere divise, perchè le aveva ordinate piuttosto a circondare che a

combattere, tuttavia, spingendosi avanti con mirabile coraggio, avevano

recato in poter loro il fatal Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva,

per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso

corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli.

Spinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo, una mischia spaventevole,

se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un

punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier che trattenesse

con la cavalleria i Tedeschi nel piano che fra le alture a sinistra e

Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di

Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre

in quel momento, ed uniti e grossi li conduceva contro Alvinzi,

occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le

sorti d'Italia e di tutta la guerra, là di Mantova si definiva. Mai più

ostinatamente o più coraggiosamente come in questo fatto si combattè.

Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè

Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, cacciato a forza il

nemico da Rivoli, se ne impossessava.

Intanto già si era per modo accostato Liptay, che incominciava a

percuotere l'ala sinistra de' Franzesi non ancor del tutto rimessa in

ordine dal precedente scompiglio; e tra per questo e per Lusignano,

che già si approssimava, a grande repentaglio eran ridotte le franzesi

sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, che sforzava

Liptay a ritirarsi e ricovrare a Caprino. Prevedendo poi l'arrivo di

Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli pei quali

si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul

principio e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali,

voltato il viso, guardava propizia i repubblicani, per opera

principalmente di Buonaparte. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor

disordinare la vittoria, se non avesse avuto con la rotta di lui la

sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con

terribile mostra, dopo di aver varcato i monti, nella terra di Pesena,

e già s'incamminava più sotto, verso Affi. Nè il frenava il presidio

alloggiato a Rocca di Garda; ma dopo un grosso affronto a Calcina,

aveva continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a

fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.

Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano

ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiamo narrato, per

ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato in luogo donde già

poteva essere di sussidio a' suoi. Velocemente marciando, superati i

monti di Cavaglione colla rotta de' Croati, che li guardavano, aveva

trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora

tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Mounier

dall'altra, Rey alle spalle per forma che, attorniato da tutte le

bande, soperchiato dal numero soprabbondante de' nemici, fu costretto

a cedere, deponendo l'armi e dandosi con tutti i suoi prigionieri in

poter de' repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte,

il quale, ritirandosi tutta la restante oste d'Alvinzi rapidamente

verso la parte più alta e più aspra del Tirolo, ed avute le novelle

dell'accostarsi di Provera a Mantova, con celerità eguale a quella con

cui aveva camminato da Verona a Rivoli correva da Rivoli a Mantova,

conducendo con sè Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento

alle vittorie.

Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar

l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci,

i quali, dato dentro negli Austriaci, li rompevano con grande terrore.

Fu generale la sconfitta, e, se si eccettuino dieci battaglioni ed

otto squadroni che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano

per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava che intero ed

ordinato fosse. Entrava poi Joubert in Trento con bella e lieta mostra

guerriera.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano

alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi

Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere

prestamente al sussidio di Mantova. Simulava, per ingannare Augereau

che stava schierato sull'altra riva, ora accennando a Ronco, ora a

Porto Legnago. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e

fatto star indietro con le artiglierie i Franzesi che dall'opposta riva

lo oppugnavano, vi piantava il ponte, e varcava, come abbiam detto,

il giorno 13 di gennaio. Non così tosto ebbe Provera effettuato il

passo, che, chiamate a sè le bande spartite, marciava velocemente alla

volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria.

Passava per Cerea, Sanguineto e Nogara: alloggiava in questa ultima

terra la notte del 14. Il dì 15, continuando a viaggiare molto per

tempo e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San

Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux ed

Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano

nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati

e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di

più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi

nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte del 15, e da

ogni parte il circondava. Splendeva il giorno 16: Wurmser e Provera

assaltavano la Favorita e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso l'assalto

del maresciallo, che Dumas posto alla guardia di Sant'Antonio fu

costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava

Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè

raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse

sino in cospetto della Favorita; già anzi si accingeva ad assaltar

alle terga i repubblicani che guardavano quelle fortificazioni. Ma non

era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della

Favorita da Provera, perchè, ributtato aspramente da Serrurier, che

stava dentro, non potè far frutto. Wurmser, combattuto validamente da

Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori

da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca

da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Franzesi, liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano

viemmaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca

Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau,

che arrivava da Castellare, gli faceva segno che l'arrendersi era più

sicuro del combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della

fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero

franco e valoroso. Finalmente, costretto dalla forza sopravanzante,

chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio

di cinque mila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontarii

di Vienna. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza

rimedio; tutta l'Italia in balia dei repubblicani: di una parte erano

padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni raccontate con molto

valore; nè si può negare che i disegni dei capitani loro fossero bene

ordinati; ma mancarono di effetto, primieramente perchè penetrati,

secondariamente per l'incredibile celerità di Buonaparte e de' suoi

soldati. Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie,

inclusa quella di Provera, tra morti, feriti e prigionieri circa venti

mila soldati, con sessanta bocche da fuoco e ventiquattro bandiere.

Tutti i volontarii viennesi furono o morti o presi. Scriveva Buonaparte

essere mancati de' suoi, tra morti e feriti, solamente due mila; ma

furono assai più, e se si noveravano i prigionieri, che però montavano

a poca gente, fu perdita di più di sei mila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a

difesa e a ricuperazione de' suoi Stati italiani. Ma Buonaparte non

era di natura tale che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la

qual cosa, risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse

giunto in luoghi del tutto insuperabili, e volendo anche avere un

campo più largo a cibare i soldati nelle veneziane pianure, si spingeva

oltre, perseguitando le reliquie dei vinti, i quali, incalzati da tutte

le parti, più non ebbero altro rimedio che di ritirarsi, come fecero,

alle regioni più rotte e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I

soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta,

e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze,

avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra

del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore e per la

sinistra di questo fiume fino alla sua foce. Quivi stavano aspettando

ciò che fossero per portare con sè la stagione migliore e la fortuna

fino allora vittoriosa dello arciduca Carlo, che già si vociferava

avere ad essere fra breve capo dell'esercito italico. I Franzesi,

signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo, pel

sopravvenire della vernata, divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati

a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione

il papa.

Buonaparte, conoscendo che dopo la rotta tanto compiuta degli

Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava

incontanente contro il pontefice per condurre a fine con l'armi quello

che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena e

delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno

spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il

pontefice del partito che avesse ad abbracciare. Pure si deliberava a

mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse

la pace non sarebbe stata peggiore dopo che prima del combattimento.

Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i

luoghi e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio che

Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitar Roma agli estremi.

Oltre a tutto questo, non si ingnorava pel pontefice che, quantunque

il governo da Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una

debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle

credenze cattoliche, che per le persecuzioni e per le disgrazie, erano

ripullulate in Francia: il che rendeva necessario il venire ad una

composizione con Roma.

I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste

opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni

proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo

governo ed ora no, piaceva la guerra col pontefice, per ampliazione di

fama, malgrado le dolci parole che indirizzava ora al cardinal Mattei,

ora al pontefice medesimo. E se si considerano le scritture in numero

quasi infinito che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati

contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo

dubitare dei pensieri sinistri che il generale repubblicano nutriva

contro Roma. Anzi procedeva tanto oltre in questo la sfrenatezza,

che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi franzesi che

comandavano in questa città, si dava un ballo in cui erano sconciamente

scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che per tutti i

modi s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano

poi a male ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza

coll'Austria. Una lettera che il cardinal Busca, segretario di Stato,

scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da

Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar rumore.

Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato

dal timore delle armi austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna:

essere rotta la tregua col papa; si apparecchiava a fargli la guerra.

Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione de' capitoli ottavo

e nono della tregua; gridato la crociata contro i Franzesi; mandato le

sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria;

condotto generali ed ufficiali austriaci al suo soldo; ricusato

di rispondere alle proposizioni di Cacault, ministro di Francia a

Roma. Delle quali cose si può dire che se Buonaparte pretendeva che

il pontefice fosse in condizione ostile contro i Franzesi, aveva

ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre alle armi contro il

pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia.

Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della

tregua, non può esser altro se non una seduzione d'intelletto o un

abuso di forza; perchè que' capitoli in ciò consistevano: che il

pontefice desse milioni di denari e vettovaglie ai repubblicani. Ora

il trattato proposto o, per meglio dire, imposto dal direttorio al

pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere com'ei

dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a sè medesimo.

Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che, poichè

l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la

guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per

restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.

Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila

soldati stavano pronti a correre contro il papa; e fra i buonapartiani

erano molti soldati italiani delle due repubbliche transpadana e

cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault. Erano nell'oste

destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti franzesi,

due di cavalli, tre battaglioni di fanti lombardi, altrettanti di

cispadani, con pochi cavalleggieri delle due repubbliche. Comparivano

inoltre due compagnie di fanti polacchi, raccolte di disertori e

prigionieri austriaci: questo fu il primo principio di quella legione

polacca che condotta da Dombrowsky, si acquistò poscia nome nelle

guerre italiche. Adunato il generalissimo tutte queste genti in

Bologna, le spingeva oltre contro lo Stato ecclesiastico, partite

in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro

per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda

Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori e

feritori alla leggiera, che, composta di Lombardi, aveva, sotto il

colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese ed ingaggiare le

prime battaglie. Marciavano il dì primo febbraio; occupata facilmente

Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificii

che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella

la strada maestra per a Castelbolognese, La-Salcette i colli a

destra. L'intento loro era d'assaltar di fronte il nemico, e nel tempo

medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma

siccome Buonaparte più temeva i popoli che i soldati, così mandava

fuori un bando, parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un

canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle

ostili rigore e vendetta.

Intanto a Mantova l'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a

Wurmser che, per la carestia de' viveri, la dedizione era inevitabile.

Ciò nonostante, quel suo invitto animo non ancora si sgomentava,

deliberato a patire qualunque estremità, prima di arrendersi. Eppure

le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato

per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime gli ospedali,

le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato

dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; la ultima fame già

tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi

si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedii. A tale

era giunta la penuria della piazza, che un uovo si vendeva uno scudo,

un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola

carne di cavallo, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri.

Si appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno

squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole

descrivere. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere

state predate sul lago trentadue barche cariche di vettovaglie, che

Alvinzi, quand'era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso

della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano

dell'Austria la speranza con la quale si sostentava nella estremità

della fame, il fece accorto che gli era oggimai necessità di mandar a

prendere accordo co' Franzesi, poichè certamente il poteva fare senza

macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier che darebbe

la piazza con certe condizioni che non volle il generale repubblicano

consentire, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra

Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo ai

Franzesi la città, la fortezza e la cittadella; uscirebbe il presidio

onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori

della barriera, restasse prigioniero fino agli scambii; uscisse libero

Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, duecento soldati a cavallo,

cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per

tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia

per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i

feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano

potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor

dell'imperadore: condizioni onorate conformi all'onorata difesa.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 51 / 99 段