Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina de' repubblicani, se

Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna

prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere.

Ma per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava

più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete

l'armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio se non quando la

fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una

grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta

con occupare Bassano, Cittadella e Fontaniva, ed avendo avuto avviso

delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato che i

suoi varcassero il fiume. Buonaparte, confidando di compensare con

la celerità quello che gli mancava per la forza, aveva fatto venire

a sè, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau,

le guarnigioni di Ferrara, Verona, Montebello e Legnago. Era suo

pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con

somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire

alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo

stesso l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli Austriaci; pensiero

certamente molto audace e da non venir in capo che a lui, che tutto

era, per la gioventù e pel vigor d'animo, coraggio e prestezza. Urtava

Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì 6 novembre una

sanguinosa zuffa. Dure furono le prime italiche battaglie, ma questa

è stata molto più: il valore degno della fama austriaca e franzese.

Quosnadowich, benchè, dopo perduto e ripreso più volte il villaggio

delle Nove, finalmente il perdesse del tutto, seppe tanto acconciamente

postarsi che si mantenne unito e rendè vano ogni sforzo del suo animoso

avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per

Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto,

sentissi nonostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior

partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte

di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte

intanto; l'oscurità e la stanchezza pose fine al combattere che fu

mortalissimo; perchè tra morti, feriti e prigionieri desiderò ciascuna

delle parti circa quattro mila soldati.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diè a

pensare a Buonaparte, il quale in fine, fatte sue considerazioni,

si deliberava a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a

porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual

cosa il dì 7 novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza,

e non fece fine al ritirarsi se non quando arrivò sotto le mura di

Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi; ed Alvinzi,

cui erano pervenute le desideratissime novelle della vittoria di

Calliano, ordinate varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, ed

apprestata eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare

la scalata a Verona, già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare

nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale

vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più

forte di lui, aveva tutti i partiti difficili. Ma non istette lungo

tempo in pendente, perchè sapeva che i consigli timidi fanno i Franzesi

meno che femmine, i generosi più che uomini. Si risolveva dunque a

voler pruovare la fortuna a Caldiero. Il giorno 12 novembre, non così

tosto aggiornava andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau

aveva conquistato Caldiero; già Massena si distendeva a sinistra ed

aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, quando il tempo, che

già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima

grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva

nel viso i Franzesi e gl'impediva di vedere e di combattere con

quell'ordine e con quel valore che si richiedevano. Le cose erano in

grave pericolo; già pareva disperata la fortuna franzese; ma Buonaparte

spinse innanzi a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva

tenuto in serbo; rinfrescava ella la battaglia e la teneva sospesa

fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi ed ordinati.

Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto

l'esercito da Caldiero, si ritraevano di nuovo a Verona.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione e fatta molto

pericolosa la condizione de' repubblicani. Poteva Davidowich prostrare

improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli e romoreggiare

alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi, grosso e vittorioso,

lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire era la

liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. L'animo

stesso di Buonaparte, avvegnachè tanto vigoroso e forte fosse, da

tristi pensieri annuvolato ed in gran malinconia venuto, incominciava

a diffidar della vittoria. Ma se si era perduto in certo modo d'animo,

non aveva perduto la mente e tosto trovava modo di riscuotersi; al che

gli aprirono occasione le lentezze avversarie. Ebbe egli in questo

ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso

pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua

salute e quella de' suoi.

Aveva Alvinzi, dopo la giornata del 12, in mano sua tutto il destino

della guerra; ma, invece di correre contro il nemico declinante e di

non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze

di Caldiero a deliberare intorno a quello che fosse a farsi. Ora

Buonaparte, usando assai maestrevolmente l'occasione, ordinava una

mossa, che convertendo del tutto le sorti, fece che siccome Alvinzi era

padrone della guerra, dopo fosse Buonaparte; ed il generale tedesco,

che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente

gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello che fosse per dare

il generale franzese. La notte adunque del 13, ordinava Buonaparte, e

questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero

con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente

la destra del fiume fino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un

ponte estemporaneo di piatte, e, passando per Arcole e per San

Bonifacio, sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova,

alloggiamento principale degl'imperiali. Riuscirono improvvisi e senza

che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto

fatto un ponte, varcarono. S'incamminava Massena a Porcile, Augereau

s'addirizzava verso Arcole; l'uno e l'altro dovevano ricongiungersi

per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose

impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però

non tanto che ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria, e con

essa il principal fine del suo proponimento; per giovare al quale erasi

deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al

campo principale tre mila soldati di quelli che stavano sopra l'assedio

di Mantova. In fatti era il giorno medesimo in cui Massena ed Augereau

avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il 15 del mese, arrivato a

Verona Kilmaine, con la sua schiera dei tre mila. Utile pensiero nè

ultimo fu questo a conseguire la vittoria.

Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole.

Avevano gli Austriaci reso l'accostarsi difficile e micidiale. I

primi repubblicani che si affacciarono, furono da un'immensa grandine

di palle e di scaglia sfragellati. Disordinati e titubanti si

allontanavano i Franzesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi,

che sapevano di qual momento fosse e che l'impeto in tal caso era più

sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio; e per fargli

andare avanti si fecero essi medesimi guidatori delle colonne. Ma nè

il nobile coraggio loro potè operare in modo che si superasse quel

mortalissimo intoppo: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente,

cedettero. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e

dato, di mano ad un'insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando

i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi come

erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per tal maniera,

che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande

che i superstiti spaventati, ed Augerau medesimo a tutta fretta si

ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti, segno di scoraggiamento;

già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio.

Pressava il tempo; la fortuna di Francia inclinava ad una fatale

rovina. Nè poteva dubitarsi che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso

del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in aiuto de'

suoi; e come potevano sperar i repubblicani di superar tutti quando una

sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava

in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza

dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi

lo potevano udire, disse loro ad alta voce: _Or non siete voi più i

soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio?_

Questo parlare di Buonaparte a Franzesi non potava non partorire

un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti

gridavano, comandasse pure, li guidasse alla battaglia. Cominciava

a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali

verso il formidabil ponte. Ma primachè si muovesse al cimento fatale,

comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di

Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro alla impensata

al fianco sinistro d'Arcole. Egli intanto, smontato da cavallo, e

dato di mano ad un'insegna, e postosi in capo alla stretta fila,

che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a

seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a

lui, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per

la resistenza, già facevano tremare coi tiri e col calpestio numeroso

la destra sponda del contrastato ponte. Procedeva avanti quel globo

formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse

adosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di tedesche palle,

tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali

parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Sboccavano

allora gli Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano con

l'armi corte e bianche, strage di coloro che scampati alla furia delle

artiglierie e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia

era Buonaparte, per esortazione de' suoi rimontato a cavallo, e già

cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia

rotti avendo, lacerati ed uccisi tutti coloro che gli stavano intorno,

trovossi solo esposto al furore di tutte le armi nemiche. Ma il

generale Belliard, accortosi del fatto, coi granatieri amatori del loro

capitano supremo, voltato subitamente il viso e dato uo forte rincalzo

ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte e impedivano

un caso ponderosissimo; ricondotto Buonaparte dai soldati pieni di

allegrezza ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto

straordinario che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra,

che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto,

dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a

Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni

di cavalleria fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di

Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre

si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscire l'effetto

della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che

Buonaparte avea conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il

disegno di conquistare Verona e di unirsi con Davidowich.

Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile, dove Provera

avea incontrato Massena che lo risospinse fin oltre Porcile stesso,

erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo e comparso improvvisamente

sotto le mura d'Arcole nel punto stesso in cui i difensori n'erano

usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau, reso

padrone facilmente della terra. Ma gli Austriaci, che ne conoscevano

l'importanza, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio

e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni

speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era

vicino lo esercito tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo

all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra

dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte e

la sessagesima quinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine per

cui si va ad Arcole.

Sorgeva appena il giorno 16 novembre, quando e Franzesi e Tedeschi

givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Fu come quello

del giorno precedente durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi

assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare

la fortuna in favore dei repubblicani risospingendo Provera sin

dentro Porcile; il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine

di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau

ozioso; che anzi, opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli

Alemanni fin dentro ad Arcole e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi

accadeva quello che era accaduto prima; che con tal furia menarono le

mani gl'imperiali, condotti da Alvinzi medesimo, che i Franzesi se ne

tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie

volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere

con istrazio maggiore.

Finalmente la sorte declinante della battaglia faceva accorto

Buonaparte di quel che avesse a fare: si metteva alla opera del far

gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce,

con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi

soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento,

perchè la corrente dell'acqua diveniva per quell'ostacolo tanto

impetuosa, che il passare si trovò più difficile di prima. In questo

mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo

prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ribadimenti,

usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare se gli venisse

fatto di cacciar i Franzesi nell'Adige, od almeno costringerli a

ripassare il ponte di Ronco. Ma fu pronto al riparo Buonaparte, e con

alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, faceva stare

addietro i Tedeschi. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che

faceva sosta al sangue ed alle morti.

Si avvicinava il giorno in cui doveva definirsi a chi dei due possenti

nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi

Buonaparte a tante infelici pruove, usando l'oscurità della notte e la

cessazione dell'armi, aveva fatto dar opera all'edificar del ponte con

cavalletti ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette

nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però, la mattina

del 17, erano usciti di Arcole con intenzione di rituffare la duodecima

nell'Adige. Ma le artiglierie franzesi trassero sì aggiustatamente che

fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di

conservare la duodecima e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia

terminativa.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte: le cose succedevano

come egli le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da

Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesima quinta, condotta

da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi sino al

ponte d'Arcole. Ma gl'imperiali si scagliavano poi con tanto impeto

contro di lei, che non solo fu risospinta fin là donde si era mossa,

ma, disordinatamente fuggendo, già aveva dato indietro fino al ponte

di Ronco. Seguitavano i Tedeschi questa parte di Franzesi che fuggiva,

credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro

usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi

ed usarli con vigore, compariva improvvisamente sulla destra loro, la

diciottesima li percuoteva di fronte, Gardanne, uscito dall'agguato in

cui se ne stava, gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei

assalti disordinava la schiera tedesca, di cui parte si ritirava più

che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove

divenne miserabile bersaglio e dell'artiglieria e dell'archibuseria di

Francia.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau che, varcato

il ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone; ned era facile

a Buonaparte di sforzarlo, quando gli sovvenne uno stratagemma, e

fu di mandare una compagnia di soldati a cavallo, acciocchè girando

velocemente dietro il fianco degli austriaci, andasse a romoreggiar

loro alle spalle con le trombe e con quel maggiore strepito che

potesse. Un luogotenente Ercole, cui fu dato questo carico, lo condusse

con quella celerità ed avvedutezza che meglio si potevano desiderare.

Certo è intanto che, o che il romore improvviso di quest'Ercole o gli

altri casi del conflitto sel facessero, gli Austriaci incominciavano a

declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga,

almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i

Franzesi il tanto combattuto Arcole e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi

le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino.

La battaglia d'Arcole pose per allora in sicuro la fortuna franzese

in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in

cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona,

poscia da Rivoli; scacciatolo dai monti di Campara con presa di undici

cannoni e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e

Lavallette; finalmente minacciato di riuscire alle spalle di Verona e

di correre al riscatto di Mantova. Ma quello che sarebbe stato fatale

ai Franzesi se fosse stato effettuato sei giorni avanti, non poteva

partorire se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo

tempo. E infatti, non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole,

che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e,

trovatolo a Campara, lo debellava. Si conduceva l'Austriaco prima

a Dolcè, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Franzesi che lo

danneggiarono nella retroguardia. Essendo diventati novellamente i

Franzesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto

sinistra, condussero i due avversarii i soldati loro alle stanze.

Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi in Bassano con la vanguardia a

Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Stanziò

Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo

di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio, della piazza che,

siccome priva dell'aiuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venir in sua

possanza.

Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito

l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le

cose d'Italia. Perocchè le sue genti erano tuttavia quasi intere, e

la devozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in

una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si

pensava, potuto aprire il varco.

Il pontefice che volea piuttosto incontrare una guerra pericolosa che

accettare condizioni inonorate e contrarie alla purità delle fede;

Napoli che se fortuna voltasse il viso più benigno a coloro ai quali

fino allora era stata avversa, non si dubitava che non fosse per mutar

fede, confortavano l'Austria a fare un nuovo sforzo anche prima che la

stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova,

che si sapeva essere ridotta agli estremi. Ma Wurmser non indugiava

a torre in questo proposito ogni dubbio: assaltava i giorni 19 e 25

novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio

ed alla Favorita, ed, avendoli fatti piegare, predava ed introduceva

dentro la piazza non poca quantità di viveri; ed avendo poi avuto

avviso che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni

da bocca ad uso dei Franzesi, usciva nuovamente molto grosso l'11 e 14

dicembre, e le predava: prezioso sussidio alla sue affamate genti.

L'imperatore, cui era gravemente spiaciuta la tardità di Davidovich,

lo richiamava e gli dava lo scambio nel principe di Reuss. Malgrado

l'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta

d'Arcole, serbava fede ad Alvinzi, il quale si deliberava a nuovi

disegni, e che, per arrivare a' suoi, fini aveva cinquanta mila

combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti.

Maravigliosa cosa è il pensare come l'Austria, dopo tante rotte, abbia

potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno

erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria:

gli altri Stati ereditarii fornivano a proporzione. Risplendè

principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi, perchè quattro

mila giovani delle prime famiglie, lasciati, in sì grave pericolo

della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano

bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito

al voler riconquistare al loro signore la perduta Italia; e benchè i

maligni si facessero beffe di questa gente, giovinastri chiamandoli e

ciamberlani, si vide alla pruova ch'erano valenti soldati.

Anno di CRISTO MDCCXCVII. Indiz. XV.

PIO VI papa 23.

FRANCESCO II imperatore 6.

Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di

Francia: nonostante non arrivava il suo esercito al novero di quello

d'Alvinzi, perchè, passando quarantacinque mila non arrivava ai

cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque, schiere principali, una

delle quali, governata da Serrurier, teneva il campo sotto Mantova;

l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni

inferiori dell'Adige; la terza, retta da Massena, alloggiava pure in

Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che

fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta,

che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del

Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli e nei luoghi intermezzi;

la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la

destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano,

Salò e Lonato.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 50 / 99 段