lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere ch'ei
pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di
assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo
franzese, col quale andava esponendo che mentre la repubblica di
Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità
e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Franzese,
erano gli animi del senato rimasti vivamente trafitti dal colloquio
avuto dal generale Buonaparte col provveditore generale Foscarini, dal
quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio
contro Venezia; che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver
dato occasione a tale alterazione: che era conscio specialmente di non
meritare alcun rimprovero per l'occupazione di Peschiera contro di cui
non era restato alla repubblica disarmata e solo fondantesi sulla buona
fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampia e solenne
protesta e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti
non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso generale
Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le
città veneziane, e della prontezza con la quale i governatori veneziani
ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri,
quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo
il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera
amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni ed a fare
quelle dimostrazioni dei sentimenti proprii, che fossero in suo potere
per confermare quella perfetta armonia che felicemente sussisteva fra
le due nazioni.
Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta
a Venezia, domandava al senato perchè ed a qual fine si apprestassero
quelle armi, come s'ei non sapesse che il perchè erano le minacce di
Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra
che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato dover fare fra pochi giorni a
Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro che simili apprestamenti
guerrieri allora non si fossero fatti quando instavano presenti gli
Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse,
che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia come la
Francia per mezzo di Buonaparte aveva fatto. Richiedeva finalmente
si cessassero quelle armi dimostratici di una diffidenza ingiuriosa e
contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Franzese; il
che significava che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva
ch'ella si difendesse.
Rispondeva pacificamente il senato, le armi che si apprestavano essere
a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la
terra ferma; pacifica esser Venezia, volere vivere amicizia con tutti;
in mezzo ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi,
a moltitudine sì grande di forastieri che abbondavano nella città,
dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a
questo fine essere indrizzati i nuovi presidii ed a fare che, siccome
l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il
potesse offendere: sperare che il governo franzese meglio informato
dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile
contro di lei e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta
potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente
ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie
conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze
d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe che un sì desiderato
fine si conseguisse: a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i
suoi consigli, a questo tutte le sue operazioni dirizzare.
Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo
affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire
con esso lui sulle facende comuni, ch'egli era grato al senato per la
gentile e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere
nè più sincera nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita
a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei
pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto
egli aveva sempre rappresentato: insomma egli si chiamava contento
intieramente e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il 10
luglio; eppure questo medesimo giorno egli scriveva al ministro degli
affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far
odiar dal popolo i Franzesi; che il generale Buonaparte, richiesto di
rimborsi, aveva con ragione risposto che i Franzesi erano entrati nei
diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che avevano
per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta
poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad
interessi contrarii, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni
dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo che il governo veneziano
si era mostrato molto avverso alla rivoluzione franzese ed aveva
nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Franzesi;
ma che in quel momento era vero del pari che sincere erano le sue
protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che
le male impressioni lasciavano poi luogo alla considerazione de' suoi
veri interessi; che quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero
essere i motivi, pareva a lui che, tale qual era, non potesse far
diffidare della fede veneziana; che troppo le armi apprestate erano
deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi
proprii vedeva, che i preparamenti che si facevano, non avevano altro
fine che di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto
quell'apparato non aveva in sè cosa che fosse ostile contro la Francia.
Quest'era il testimonio di Lallemand che ocularmente vedeva. Pure
gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra
e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se
armava era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano
perversi che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia;
la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace;
l'estremo fatto già la chiamava.
Tali erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso
la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti
da una nuova calata d'armi imperiali in Italia.
Sempre più si scoprivano i pensieri del vincitore generale della
repubblica indiritti a turbare tutta l'Italia. Si è già descritto, come
per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperadore il direttorio
di Parigi e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa
natura ora all'imperadore medesimo, ora alla repubblica di Venezia,
ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria, inquieta
per le calamità a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena se
non di conchiudere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a
Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke.
Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperadore e dalla forza
della repubblica franzese, che ogni di più pareva insuperabile, si era
piegata, benchè mal volontieri, a voler trattare, ed aveva mandato
a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci
di voler rimuovere tanto incendio dalla Europa afflitta e di aver a
cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le
vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte
di Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più
renitenti, e di nuovo convenne venire al cimento delle armi. Solo
la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia che
nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo
il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della
guerra imminente col papa; il quale trattato il direttorio non volle
ratificare.
Adunque il direttorio, trovata tanta fermezza nell'Austria,
nell'Inghilterra e nel papa, che continuamente si preparava alla
guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre,
perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare se il
timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che
il timore dell'armi non aveva potuto.
A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia e le instigazioni di
Trento. Ma, per parlar de' primi, si voleva da Buonaparte che a quello
che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra
succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di costituzione.
Anche sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo
d'independenza talmente que' popoli già di per sè stessi tanto
accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti
di quell'ardore religioso che per difesa propria il pontefice facea
sorgere in Italia contro i conquistatori.
Erasi inditto il congresso de' quattro popoli dell'Emilia, Modenesi,
Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì 27 dicembre, malgrado di
Buonaparte, che avrebbe desiderato che più presto si adunassero per
dar cagione di temere al papa in tempo, in cui bollendo ancora le
pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero
in Reggio i legati dei quattro cispadani popoli, trentasei Bolognesi,
venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano
mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si
appartenesse; l'unione massimamente de' quattro popoli in un solo stato
procurassero. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quegli
spiriti repubblicani. Ordinarono, ad alta voce, non a voti segreti
si squittinassi. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle
quattro provincie, affinchè proponessero i capitoli della unione.
Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la
giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad
affratellarsi; erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da
Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como,
Beccaria da Pavia. Orarono conforme all'occasione; fu fatto risposta da
Facci presidente con gratissime parole.
Aprivansi in questo le porte del consesso; il reggiano popolo, bramoso
di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna
a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione de'
quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita
allegrezza la cispadana confederazione, chiamarono la unità della
repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno
fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta
allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da
Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del
congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo.
Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto
sembianza di energumeni che di uomini gravi chiamati a far leggi.
L'entusiasmo de' Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di
cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il
congresso statuito, che una prima legione italica si formasse; nè
questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri
sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava e faceva reggere da'
suoi ufficiali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione
degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva
della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui,
per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali ed
altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati;
e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero
nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo, si
lamentava che Garreau e Saliceti, commissarii del direttorio, gli
guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste
instigazioni, e chiamando al reggimento dello Stato uomini di poca
entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava
con questi commissarii e gli ammoniva con forti riprensioni, ma essi,
se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni
sorte di persone.
Scriveva il congresso il di 30 dicembre a Buonaparte, essersi
i cispadani popoli costituiti in repubblica, e ne lo invocava
padre, protettore. A queste lettere, ricevute con lieta fronte dal
conquistatore, rispondeva egli, aver udito con molto contento l'unione
delle quattro repubbliche, ma inculcare loro soprattutto d'ordinarsi
alle armi, perchè senza la forza le leggi non valgono. Il congresso
annunziava quindi ai popoli la creazione della repubblica, lodando
Francia, lodando Marmont, lodando Buonaparte vincitore.
L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia;
perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia,
facevano un moto, correndo sulla piazza ed intorno allo albero della
libertà affollandosi, gridavano sovranità e independenza, e volevano
costituirsi in repubblica Traspadana. Ma Baruguay d'Hilliers, generale
che comandava alla piazza di Milano e che conosceva la mente di
Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i
patriotti più ardenti.
Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori
d'Italia, tanta era la voragine, non diremo della guerra, ma dei
depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi
per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti;
scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle
viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme
fonti di denaro.
In fatti i rubatori, gente fraudolenta ed avara, erano una peste
invincibile. Buonaparte che, per la mancanza delle cose necessarie,
vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: li chiamava
ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliare uno, ora cacciare un
altro; ma nulla giovava. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli
amministratori infedeli trionfavano. «Potè, sclamava dispettosamente
Buonaparte, il marasciallo di Berwick far impiccare l'amministratore
supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non
potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei
soldati sono perniciosi e stremi di ogni cosa, spaventar con le opere,
perchè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro sè
stesso si rodeva; ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava
anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Riempiva Buonaparte
di querele Italia e Francia; intanto andava a ruba l'Italia. Cuocevano
infinitamente a lui gli infiniti e in infinite guise diversificati
ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete
militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come
diceva, che non erano ladri ordinari, ma tali che con le malvagie opere
loro interrompevano il corso alle vittorie, od erano almeno cagione
che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in
queste diete dei segreti maneggi onde i rei se ne andavano od assoluti
o condannati a pene nè proporzionate al delitto nè capaci di spaventare
i compagni.
Or è da far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli
armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che
prima sulle italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso
alcun ufficio per inclinare l'imperadore alla pace: Buonaparte
scriveva all'imperadore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla
pace, colmerebbe, per ordine del direttorio, il porto di Trieste e
guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi
successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria
la fiducia di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli
Stati perduti; però non volle consentire agli accordi.
Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova. Non era ignoto a Vienna
che il presidio era ridotto all'estremo, e che solo si sosteneva per
la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il
maresciallo vinceva con l'animo invitto l'urto delle armi nemiche,
ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che
se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe, quando si
arrendesse, condotto a Parigi e giudicato qual fuoruscito franzese.
Vide l'Austria che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo
di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con
celerità ammirabile un nuovo esercito di più di cinquanta mila
combattenti, pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna
franzese che già tanto pareva stabile e sicura. Di tanta mole si
mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli,
e, tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti
nelle battaglie che poco dopo seguirono, combatterono non solo con
valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi, non
solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellare l'offesa
fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazione
altresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle
menti loro e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al
governo di queste fiorite genti il generale d'artiglieria Alvinzi, già
pratico delle guerre d'Italia e nel colmo della riputazione; e siccome
quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per
allontanare da sè ogni lentezza. Alvinzi ordinava che una parte guidata
da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati
i Franzesi che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a
sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta
mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva
di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i
repubblicani ovunque li trovasse, e quindi varcato, il fiume più grosso
dell'Adige, dove l'occasione migliore si appresentasse, di congiungersi
con Davidovich e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova.
Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola e traversati
torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si
avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e
si accingevano a dar principio alla terza guerra.
Non erano a tanta mole pari pel numero i Franzesi, perchè certamente
non passavano i quaranta mila noverati gli assediatori di Mantova.
A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani ed i Polacchi
ordinati a Milano e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne
servisse nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità ed
accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidii nelle piazze,
contenevano il papa, e facevano il paese sicuro infino alla Romagna
ed al Veneziano. Trovavansi allora i Franzesi raccolti nelle stanze,
perchè Kilmaine con otto mila soldati stava attorno a Mantova, Augereau
con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige; Massena, sempre il
primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla
Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine,
una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra
fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto
la condotta dei generali Macquart e Beaumont.
Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo
a Davidowich, e volle che, ancorchè inferiore di forze, non aspettasse
il nemico, ma lo andasse ad assaltare nei proprii alloggiamenti:
soprattutto il cacciasse dei luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli
intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di
Alvinzi che, già arrivato sulle rive della Brenta ed avendola passata,
faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Guyeux, obbedendo
agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta al Livisio,
con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro
Newmark. Fu grande la resistenza che incontrava: tre volte andarono
alla carica con grandissima animosità i Franzesi, e tre volte erano
con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza,
perchè dall'esito dipendeva la conservazione o la conquista del Tirolo,
e soprattutto la congiunzione o non congiunzione delle due schiere
alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna per la
ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Franzesi un ultimo sforzo,
entravano in S. Michele e se ne impadronivano.
Bene auguravano i Franzesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro
ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che
interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti.
Aveva bene Fiorella espugnato il castello di Segonzano; ma, non avendo
sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi, scendendo improvvisamente,
lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa
non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarli più che di passo
verso Trento. S'aggiunse che Davidowich medesimo, udite le novelle
dell'assalto dato ai Franzesi, si era calato col grosso de' suoi a
soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai
repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori ed a pezzi,
che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto
sotto le mura, la città stessa di Trento in balia degli antichi
signori. Successe questo fatto a' 2 di novembre; due giorni dopo
entrava Davidowich in Trento.
Vaubois, dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a
porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento intorno al
quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto
de' vincitori. Tenevano in guardia questo forte luogo quattro mila
soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico.
Marciava Davidowich, sospinto dalla prosperità della fortuna, grosso
e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dello Adige.
Avrebbe potuto, invece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito
di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia
e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma qual si
fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta.
Combattessi il giorno 6 di novembre con incredibile audacia e vario
evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il
passo: restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni
infruttuoso. Ricominciavasi il giorno 7 una ferocissima battaglia,
in cui, come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la
fortuna. Venne verso le 5 ore della sera il castello di Bezeno in poter
de' Croati; il presidio, parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco
stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Franzesi se
ne impadronivano e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore
si combatteva ne' luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte
passo, preso ripreso, perduto riconquistato più volte, ora da questi,
ora da quelli. Era tuttavia dubbia la vittoria, quando improvvisamente
udissi fra i Franzesi un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si
scompigliava tutto il campo e si metteva in rotta. Non si perdeva per
questo d'animo Vaubois, e raccolti meglio che potè i suoi, e calatosi
vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare ne' siti forti
della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto e tutte le terre circostanti
tornarono sotto la devozione dell'antico signore. Questa fu la seconda
battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna, pel
valore e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.