Al tempo stesso in cui il senato ordinava l'apparato militare delle

lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere ch'ei

pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di

assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo

franzese, col quale andava esponendo che mentre la repubblica di

Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità

e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Franzese,

erano gli animi del senato rimasti vivamente trafitti dal colloquio

avuto dal generale Buonaparte col provveditore generale Foscarini, dal

quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio

contro Venezia; che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver

dato occasione a tale alterazione: che era conscio specialmente di non

meritare alcun rimprovero per l'occupazione di Peschiera contro di cui

non era restato alla repubblica disarmata e solo fondantesi sulla buona

fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampia e solenne

protesta e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti

non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso generale

Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le

città veneziane, e della prontezza con la quale i governatori veneziani

ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri,

quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo

il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera

amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni ed a fare

quelle dimostrazioni dei sentimenti proprii, che fossero in suo potere

per confermare quella perfetta armonia che felicemente sussisteva fra

le due nazioni.

Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta

a Venezia, domandava al senato perchè ed a qual fine si apprestassero

quelle armi, come s'ei non sapesse che il perchè erano le minacce di

Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra

che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato dover fare fra pochi giorni a

Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro che simili apprestamenti

guerrieri allora non si fossero fatti quando instavano presenti gli

Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse,

che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia come la

Francia per mezzo di Buonaparte aveva fatto. Richiedeva finalmente

si cessassero quelle armi dimostratici di una diffidenza ingiuriosa e

contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Franzese; il

che significava che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva

ch'ella si difendesse.

Rispondeva pacificamente il senato, le armi che si apprestavano essere

a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la

terra ferma; pacifica esser Venezia, volere vivere amicizia con tutti;

in mezzo ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi,

a moltitudine sì grande di forastieri che abbondavano nella città,

dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a

questo fine essere indrizzati i nuovi presidii ed a fare che, siccome

l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il

potesse offendere: sperare che il governo franzese meglio informato

dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile

contro di lei e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta

potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente

ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie

conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze

d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe che un sì desiderato

fine si conseguisse: a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i

suoi consigli, a questo tutte le sue operazioni dirizzare.

Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo

affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire

con esso lui sulle facende comuni, ch'egli era grato al senato per la

gentile e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere

nè più sincera nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita

a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei

pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto

egli aveva sempre rappresentato: insomma egli si chiamava contento

intieramente e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il 10

luglio; eppure questo medesimo giorno egli scriveva al ministro degli

affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far

odiar dal popolo i Franzesi; che il generale Buonaparte, richiesto di

rimborsi, aveva con ragione risposto che i Franzesi erano entrati nei

diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che avevano

per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta

poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad

interessi contrarii, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni

dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo che il governo veneziano

si era mostrato molto avverso alla rivoluzione franzese ed aveva

nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Franzesi;

ma che in quel momento era vero del pari che sincere erano le sue

protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che

le male impressioni lasciavano poi luogo alla considerazione de' suoi

veri interessi; che quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero

essere i motivi, pareva a lui che, tale qual era, non potesse far

diffidare della fede veneziana; che troppo le armi apprestate erano

deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi

proprii vedeva, che i preparamenti che si facevano, non avevano altro

fine che di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto

quell'apparato non aveva in sè cosa che fosse ostile contro la Francia.

Quest'era il testimonio di Lallemand che ocularmente vedeva. Pure

gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra

e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se

armava era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano

perversi che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia;

la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace;

l'estremo fatto già la chiamava.

Tali erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso

la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti

da una nuova calata d'armi imperiali in Italia.

Sempre più si scoprivano i pensieri del vincitore generale della

repubblica indiritti a turbare tutta l'Italia. Si è già descritto, come

per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperadore il direttorio

di Parigi e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa

natura ora all'imperadore medesimo, ora alla repubblica di Venezia,

ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria, inquieta

per le calamità a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena se

non di conchiudere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a

Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke.

Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperadore e dalla forza

della repubblica franzese, che ogni di più pareva insuperabile, si era

piegata, benchè mal volontieri, a voler trattare, ed aveva mandato

a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci

di voler rimuovere tanto incendio dalla Europa afflitta e di aver a

cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le

vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte

di Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più

renitenti, e di nuovo convenne venire al cimento delle armi. Solo

la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia che

nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo

il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della

guerra imminente col papa; il quale trattato il direttorio non volle

ratificare.

Adunque il direttorio, trovata tanta fermezza nell'Austria,

nell'Inghilterra e nel papa, che continuamente si preparava alla

guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre,

perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare se il

timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che

il timore dell'armi non aveva potuto.

A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia e le instigazioni di

Trento. Ma, per parlar de' primi, si voleva da Buonaparte che a quello

che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra

succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di costituzione.

Anche sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo

d'independenza talmente que' popoli già di per sè stessi tanto

accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti

di quell'ardore religioso che per difesa propria il pontefice facea

sorgere in Italia contro i conquistatori.

Erasi inditto il congresso de' quattro popoli dell'Emilia, Modenesi,

Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì 27 dicembre, malgrado di

Buonaparte, che avrebbe desiderato che più presto si adunassero per

dar cagione di temere al papa in tempo, in cui bollendo ancora le

pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero

in Reggio i legati dei quattro cispadani popoli, trentasei Bolognesi,

venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano

mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si

appartenesse; l'unione massimamente de' quattro popoli in un solo stato

procurassero. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quegli

spiriti repubblicani. Ordinarono, ad alta voce, non a voti segreti

si squittinassi. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle

quattro provincie, affinchè proponessero i capitoli della unione.

Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la

giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad

affratellarsi; erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da

Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como,

Beccaria da Pavia. Orarono conforme all'occasione; fu fatto risposta da

Facci presidente con gratissime parole.

Aprivansi in questo le porte del consesso; il reggiano popolo, bramoso

di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna

a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione de'

quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita

allegrezza la cispadana confederazione, chiamarono la unità della

repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno

fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta

allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da

Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del

congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo.

Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto

sembianza di energumeni che di uomini gravi chiamati a far leggi.

L'entusiasmo de' Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di

cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il

congresso statuito, che una prima legione italica si formasse; nè

questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri

sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava e faceva reggere da'

suoi ufficiali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione

degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva

della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui,

per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali ed

altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati;

e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero

nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo, si

lamentava che Garreau e Saliceti, commissarii del direttorio, gli

guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste

instigazioni, e chiamando al reggimento dello Stato uomini di poca

entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava

con questi commissarii e gli ammoniva con forti riprensioni, ma essi,

se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni

sorte di persone.

Scriveva il congresso il di 30 dicembre a Buonaparte, essersi

i cispadani popoli costituiti in repubblica, e ne lo invocava

padre, protettore. A queste lettere, ricevute con lieta fronte dal

conquistatore, rispondeva egli, aver udito con molto contento l'unione

delle quattro repubbliche, ma inculcare loro soprattutto d'ordinarsi

alle armi, perchè senza la forza le leggi non valgono. Il congresso

annunziava quindi ai popoli la creazione della repubblica, lodando

Francia, lodando Marmont, lodando Buonaparte vincitore.

L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia;

perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia,

facevano un moto, correndo sulla piazza ed intorno allo albero della

libertà affollandosi, gridavano sovranità e independenza, e volevano

costituirsi in repubblica Traspadana. Ma Baruguay d'Hilliers, generale

che comandava alla piazza di Milano e che conosceva la mente di

Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i

patriotti più ardenti.

Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori

d'Italia, tanta era la voragine, non diremo della guerra, ma dei

depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi

per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti;

scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle

viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme

fonti di denaro.

In fatti i rubatori, gente fraudolenta ed avara, erano una peste

invincibile. Buonaparte che, per la mancanza delle cose necessarie,

vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: li chiamava

ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliare uno, ora cacciare un

altro; ma nulla giovava. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli

amministratori infedeli trionfavano. «Potè, sclamava dispettosamente

Buonaparte, il marasciallo di Berwick far impiccare l'amministratore

supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non

potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei

soldati sono perniciosi e stremi di ogni cosa, spaventar con le opere,

perchè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro sè

stesso si rodeva; ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava

anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Riempiva Buonaparte

di querele Italia e Francia; intanto andava a ruba l'Italia. Cuocevano

infinitamente a lui gli infiniti e in infinite guise diversificati

ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete

militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come

diceva, che non erano ladri ordinari, ma tali che con le malvagie opere

loro interrompevano il corso alle vittorie, od erano almeno cagione

che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in

queste diete dei segreti maneggi onde i rei se ne andavano od assoluti

o condannati a pene nè proporzionate al delitto nè capaci di spaventare

i compagni.

Or è da far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli

armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che

prima sulle italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso

alcun ufficio per inclinare l'imperadore alla pace: Buonaparte

scriveva all'imperadore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla

pace, colmerebbe, per ordine del direttorio, il porto di Trieste e

guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi

successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria

la fiducia di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli

Stati perduti; però non volle consentire agli accordi.

Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova. Non era ignoto a Vienna

che il presidio era ridotto all'estremo, e che solo si sosteneva per

la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il

maresciallo vinceva con l'animo invitto l'urto delle armi nemiche,

ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che

se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe, quando si

arrendesse, condotto a Parigi e giudicato qual fuoruscito franzese.

Vide l'Austria che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo

di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con

celerità ammirabile un nuovo esercito di più di cinquanta mila

combattenti, pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna

franzese che già tanto pareva stabile e sicura. Di tanta mole si

mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli,

e, tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti

nelle battaglie che poco dopo seguirono, combatterono non solo con

valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi, non

solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellare l'offesa

fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazione

altresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle

menti loro e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al

governo di queste fiorite genti il generale d'artiglieria Alvinzi, già

pratico delle guerre d'Italia e nel colmo della riputazione; e siccome

quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per

allontanare da sè ogni lentezza. Alvinzi ordinava che una parte guidata

da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati

i Franzesi che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a

sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta

mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva

di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i

repubblicani ovunque li trovasse, e quindi varcato, il fiume più grosso

dell'Adige, dove l'occasione migliore si appresentasse, di congiungersi

con Davidovich e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova.

Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola e traversati

torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si

avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e

si accingevano a dar principio alla terza guerra.

Non erano a tanta mole pari pel numero i Franzesi, perchè certamente

non passavano i quaranta mila noverati gli assediatori di Mantova.

A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani ed i Polacchi

ordinati a Milano e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne

servisse nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità ed

accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidii nelle piazze,

contenevano il papa, e facevano il paese sicuro infino alla Romagna

ed al Veneziano. Trovavansi allora i Franzesi raccolti nelle stanze,

perchè Kilmaine con otto mila soldati stava attorno a Mantova, Augereau

con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige; Massena, sempre il

primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla

Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine,

una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra

fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto

la condotta dei generali Macquart e Beaumont.

Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo

a Davidowich, e volle che, ancorchè inferiore di forze, non aspettasse

il nemico, ma lo andasse ad assaltare nei proprii alloggiamenti:

soprattutto il cacciasse dei luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli

intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di

Alvinzi che, già arrivato sulle rive della Brenta ed avendola passata,

faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Guyeux, obbedendo

agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta al Livisio,

con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro

Newmark. Fu grande la resistenza che incontrava: tre volte andarono

alla carica con grandissima animosità i Franzesi, e tre volte erano

con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza,

perchè dall'esito dipendeva la conservazione o la conquista del Tirolo,

e soprattutto la congiunzione o non congiunzione delle due schiere

alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna per la

ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Franzesi un ultimo sforzo,

entravano in S. Michele e se ne impadronivano.

Bene auguravano i Franzesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro

ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che

interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti.

Aveva bene Fiorella espugnato il castello di Segonzano; ma, non avendo

sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi, scendendo improvvisamente,

lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa

non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarli più che di passo

verso Trento. S'aggiunse che Davidowich medesimo, udite le novelle

dell'assalto dato ai Franzesi, si era calato col grosso de' suoi a

soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai

repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori ed a pezzi,

che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto

sotto le mura, la città stessa di Trento in balia degli antichi

signori. Successe questo fatto a' 2 di novembre; due giorni dopo

entrava Davidowich in Trento.

Vaubois, dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a

porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento intorno al

quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto

de' vincitori. Tenevano in guardia questo forte luogo quattro mila

soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico.

Marciava Davidowich, sospinto dalla prosperità della fortuna, grosso

e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dello Adige.

Avrebbe potuto, invece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito

di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia

e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma qual si

fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta.

Combattessi il giorno 6 di novembre con incredibile audacia e vario

evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il

passo: restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni

infruttuoso. Ricominciavasi il giorno 7 una ferocissima battaglia,

in cui, come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la

fortuna. Venne verso le 5 ore della sera il castello di Bezeno in poter

de' Croati; il presidio, parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco

stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Franzesi se

ne impadronivano e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore

si combatteva ne' luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte

passo, preso ripreso, perduto riconquistato più volte, ora da questi,

ora da quelli. Era tuttavia dubbia la vittoria, quando improvvisamente

udissi fra i Franzesi un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si

scompigliava tutto il campo e si metteva in rotta. Non si perdeva per

questo d'animo Vaubois, e raccolti meglio che potè i suoi, e calatosi

vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare ne' siti forti

della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto e tutte le terre circostanti

tornarono sotto la devozione dell'antico signore. Questa fu la seconda

battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna, pel

valore e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 49 / 99 段