con uno di loro: il che non fu la sua salute. Venezia anch'essa tra
due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di sè medesima,
più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua
salvezza. Bisogna premettere che principal mira del governo di
Francia, alla quale tutte le altre subordinavansi, era sempre la pace
con l'imperatore non solamente per la sua potenza, ma ancora per la
dignità e pel grado. Parevagli che, ove Francesco avesse accettato le
condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe sarebbesi
bene radicata e, per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra
sarebbe rimasta nemica; ma non avendo più speranza di muovere l'Europa
contro la Francia, si conghietturava che anch'essa sarebbe sforzata di
venire agli accordi. Chiaro appariva che dalle condizioni dell'Italia,
essendo già i Paesi-Bassi austriaci posti in possessione della Francia,
pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal
fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia
il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato
di veder vicino le cose e di fare convenienti proposte all'Austria. Era
Clarke uomo molto atto a questo atto, non solo per la sua destrezza,
ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi.
Inoltre egli pare che il direttorio, od almeno qualche membro di lui,
avesse concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però
si era risoluto a mandare in Italia un uomo, quale gli sembrava Clarke,
molto fidato, affinchè investigasse ed accuratamente rapportasse
gli andari del generale italico. Del che o accortosi o sospettando
Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non
amava gl'imperii dimezzati, gli disse a viso scoperto che se veniva ad
accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri, e l'accetterebbe; quando
no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio,
o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era,
avvisò facilmente dov'era e dove aveva a rimanere la potenza; si
piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato
di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e
quella intrinsichezza che si mantennero in tanti e sì diversi tempi ed
in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.
Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse
principalmente indrizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio
di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva, in nome della
repubblica, di dare al re Genova co' suoi territorii con patto ch'egli
cedesse alla Francia l'isola di Sardegna e si unisse in lega con la
repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito italico un numero
determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di
Carlo Emmanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già
rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il
papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio,
non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.
A questo succedeva ne' consigli dei reggitori della Francia un
altro disegno per opera principalmente di Buonaparte; ma alle loro
proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, perchè non aveva ancora
perduto la speranza di ricuperare per forza d'armi gli Stati d'Italia;
questi negoziati correndo prima delle ultime rotte di Wurmser.
Però Clarke e Buonaparte, non ostante le vittorie contro Wurmser,
insistevano sempre maggiormente.
Conoscendo il direttorio la renitenza dell'Austria, aveva mosso, per
vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare che
il timore superasse a Vienna ogni ostacolo. Dipendeva intieramente
la Spagna, pei consigli e per la autorità del principe della Pace,
dalla Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose
la Porta Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto
da quel suo fine principalissimo di aver amicizia con l'imperadore,
di far proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta
Ottomana, la Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria:
presumeva il direttorio, oltre il timore da darsi all'imperadore, che
Venezia, stante la costanza del senato a volersene star neutrale,
avrebbe ricusato d'entrar nella lega, e però che se gli sarebbe
porta più colorita cagione di pigliarsi la repubblica. Il Reis
Effendi, favellando a Costantinopoli col dragomanno di Venezia, si
era lasciato intendere che in quel totale sovvertimento d'Europa il
senato veneziano non poteva e non doveva più starsene isolato e da
sè, ma sì consentire a quelle congiunzioni che per la sicurtà dei
suoi Stati fossero necessarie, e che nissuna congiunzione migliore
poteva essere che un'alleanza con la Porta, la Francia e la Spagna.
Poco dopo Verninac, ministro di Francia a Costantinopoli, avuto un
segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo della repubblica, gli
aveva significato le medesime cose, protestando della amicizia della
sua repubblica verso quella di Venezia, e non solamente promettendo
sicurtà per tutto il territorio veneto, ma ancora dando speranza di
considerabile ingrandimento. Infine, in qualità di persona pubblica
procedendo, l'ambasciatore dava al bailo uno scritto, acciocchè lo
tramandasse al senato, in cui veniva ragionando che la repubblica
franzese, oltremodo tenera della quiete generale e della preservazione
degli Stati contro gli altrui disegni ambiziosi, si era risoluta a
non istarsene da sè, in mezzo all'Europa commossa; che a questo fine
desiderava congiungere a quella d'altrui tutta la forza sua; che
confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla;
che sperava che specialmente il senato veneto si mostrerebbe pronto
a concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo
del bailo e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra
le due repubbliche. Quindi, più apertamente spiegandosi, dicea sue
ragioni, perchè si avesse ad accettare la lega che il direttorio veniva
proponendo. Non avendo il bailo mandato per trattare una sì importante
materia, rispondeva pe' generali, offrendosi solamente di trasmettere
lo scritto di Verninac al senato.
Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili
Bartolammeo Gradenigo e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli
affari esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia
Buonaparte al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era
un concerto per maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non
avendo ancora deliberato, perchè i savi non gli avevano participato
affare di tanta importanza, il 27 settembre, quando appunto più
vive bollivano le pratiche di Clarke, si appresentava in Venezia al
serenissimo principe con un memoriale il ministro di Francia Lallemand,
col quale, annunziando che la repubblica franzese, desiderosa di
stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua amica la repubblica
di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo quello che già le era
stato proposto e da lui medesimo e da altri ministri di Francia, cioè
un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi Stati; e caldamente
ragionando in acconcio della proposta, seguitava: offerirle il
direttorio la alleanza del popolo franzese; essere questo popolo,
fatto potentissimo per le sue vittorie in grado di dare al mondo, e
per quiete sua, quell'aspetto che gli piacerebbe, stipulerebbe patti
proficui e nobili per una nazione alleata; obbligherebbe tutte le sue
forze a difenderla, se i suoi vicini si attentassero di molestarla;
le mandasse il senato un negoziatore a Parigi, si concluderebbe un
trattato ad unione de' due popoli fondato sulla sincerità e sulla buona
fede, sole basi della politica franzese; già prepararsi la pace del
continente, già esser vicine a definirsi le sorti d'Italia; ogni cosa
dovere sperar Venezia congiunta in alleanza con Francia.
In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del
serenissimo principe, e per aprir l'adito alle future cose, aggiungeva
altri discorsi ancora ed altri motivi, cui aiutava presso al senato
il provveditore Battaglia, il quale, non si sa bene perchè, si era
discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del governo
veneziano.
Grave al certo deliberazione era questa e che importava alla somma
tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il
collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe
necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti
da lei, e pieni d'un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi
poteva portare con sè una immediata pernicie; ed in questo non si era
infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si
esporrebbe Venezia se a starsene scollegata e da sè continuasse. Questa
materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i savi di
collegio, e, sebbene la sentenza in cui entrarono sia stata da molti
biasimata e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia
quello che le fu fatto; come se uno Stato independente fosse obbligato,
sotto pena di eccidio, di opinare come uno Stato forastiero vorrebbe
che opinasse, non si dubita di affermare che fu giusta, onorevole e
conveniente ai tempi. Concludevano adunque che se la fortuna franzese
preponderante non permetteva che si pendesse di più verso l'Austria,
la maggior fede dell'Austria non permetteva che si pendesse di più
verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era destinato da' cieli
che la repubblica perisse, doveva ella perire piuttosto innocente che
rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa propria, piuttosto con
compassione che con biasimo del mondo, e senza che ne fosse diminuita
la maestà del suo nome.
Serbando l'antica consuetudine di Venezia, come opinarono i Savi così
fu approvato dal senato, che signora di sè medesima, e da ogni vincolo
libera, si serbasse la repubblica. Rispondeva il senato gravemente a
Lallemand, che grate ed accette gli erano le dimostrazioni amichevoli
fatte dal governo della repubblica franzese, che appunto per queste
stesse disposizioni amichevoli sperava il senato che il direttorio
non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni che verrebbero a produrre
effetti contrari all'intento; che per antico instituto la repubblica
di Venezia, lontana dall'ambizione e solita a temperare sè medesima,
aveva riposto il fondamento dell'esser suo politico nella felicità
e nell'affezione de' sudditi e nella sincera amicizia verso tutti
i potentati di Europa; del quale giusto ed immacolato procedere si
erano sempre, malgrado degl'inviti e delle sollecitazioni contrarie
in vari tempi fatte, essi potentati mostrati contenti; che per esso
ancora era stata la quiete conservata ai veneti dominii con utile
costante e contentezza inestimabile dei sudditi; che questa condotta
del senato, confermata dal corso di tanti secoli felici, non poteva
abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di guerra;
che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma assolutamente
insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i sudditi, per
la costituzione fisica e politica de' suoi Stati e per la sicurezza
delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il pericolo
funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè derivar
ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni alle quali
egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento con
dire, sperare che il direttorio, conosciuta la ingenuità e la verità
di queste considerazioni, le avrebbe per accette e non sarebbe per
alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia, da
Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.
Rifiutata dal senato l'alleanza, con la Francia, restava a considerarsi
se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con
l'Austria. Ma a tutte le considerazioni prevalsero i consigli quieti,
perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella
e non voleva soverchiamente irritare contro di sè i repubblicani già
padroni di buona porzione de' suoi territorii. Nondimeno, poichè non
era da credere che l'Austria si tirasse indietro, potendo in mezzo
alla fortuna avversa l'accessione di Venezia aver recato peso nella
somma delle facende militari, se i Veneziani avessero congiunto le loro
armi con quelle dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose
ancora minacciose e forti, avrebbero i Franzesi potuto ricevere grave
danno.
Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo
medesimo a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per
non darle ombra; la Prussia. Il barone di Sandoz-Rollin, ministro
plenipotenziario di Prussia a Parigi, in un abboccamento avuto col
nobile Querini, si fece avanti dicendo che con dolore infinito vedeva
la condizione del senato e delle venete provincie divenute campo e
bersaglio di una crudele guerra; lodò il consiglio del senato dello
aver saputo conservare in mezzo a tanto turbine e con tanto costo la
sincera neutralità; che migliore contegno non poteva nè immaginare
nè tenere il senato: soggiunse poi però che non doveva il senato
aspettare i tempi sprovveduto d'amici e collegato con nissuno, nè
abbandonare gl'interessi dello Stato ad un avvenire certamente molto
incerto e probabilmente tempestoso; che il governo che facevano i
Franzesi delle terre veneziane, con aver violato le leggi le più
sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli altri di
turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che perciò gli
pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a premunirsi
di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni contro
qualunque tentativo. Detto tutto questo, passava Sandoz-Rollin a
dire che ei credeva che la sola potenza con la quale la repubblica
avrebbe utilmente e sicuramente potuto stringersi in alleanza, fosse
la Prussia, perchè gl'interessi politici del re tanto erano lontani da
quei di Venezia, che il senato non poteva a modo nissuno sospettare
ch'ei volesse una tale alleanza procurarsi per qualche sua mira
particolare; che anzi era la Prussia la sola potenza che potesse
conservare l'incolumità e l'integrità dei dominii veneti; che a lui
pareva, tale essere l'opportunità e la necessità di questa alleanza,
che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa d'Austria non
poteva recarsi a male che la repubblica cercasse di guarentirsi dai
sinistri effetti delle correnti cose. Insistè finalmente il prussiano
ministro affermando, che doveva il senato con la sapienza e prudenza
sua internar la vista in un avvenire che non si poteva ben prevedere
qual fosse per essere, poichè fatalmente la presente guerra poteva aver
dato motivo a più d'uno di chiamarsi scontento dei Veneziani e di recar
loro col tempo qualche grave molestia.
Questo parlare e questa proferta tanto secondo il bisogno potevano
essere la salvazione di Venezia, ed ogni motivo di Stato concorreva a
far deliberare che si accettasse. Ben si era fino allora consigliato
il senato, seguitando il suo antico costume, di non congiungersi nè
con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa
risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto
necessaria e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come
trovasi scritto, questo rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì
piuttosto degl'inquisitori di Stato, checchè a ciò fare li movesse,
e dei savii, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono,
avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli che non entrasse in
questo trattato.
Intanto si laceravano dai belligeranti i sudditi veneziani con ogni
maniera di più immoderata barbarie. Pretendendo parole soavi di
amicizia, rapivano nei miserandi territorii veneti, non solo per
necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con
violenze, non solo con comando ma anche con ischerno, le vite, l'onore
e le sostanze di coloro che amici chiamavano. Quello poi che era
involato per forza era profuso per iscialacquo; il paese desolato,
i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di
ogni genere necessario; chi per ufficio o per grado aveva debito di
provvedere ai soldati e di ritirarli dalia barbarie, si arricchiva;
il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi. Le case
s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte
preziose si sperdevano da questi sfrenati. Pubblicavansi dai generali
ordini e regole per frenare tanta rabbia; ma vano era il proposito,
perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente,
essendo i capi intinti. A questo tempo medesimo gli eserciti di
Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi erano
dal buonapartiano per moderazione e per rispetto ai vinti. In fatti
venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente
portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era
cagione che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per
questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono
delle male parole e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante
enormità si lamentava il veneziano senato con tutti e da per tutto; le
giustissime querele non facevano frutto.
Nè meglio erano rispettate da coloro che accusavano Venezia di
non esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private. Verona
massimamente era segno della repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio
suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le
chiavi della porta di San Giorgio all'ufficiale veneto, portava via
dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva,
prendeva l'armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armeria e nelle
riposte veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna
quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente
i forti, vi ordinava mutazioni e lavori e vi piantava le insegne
franzesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie veneziane,
tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava
forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio, a grado suo il
fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e
per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per
quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei
mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a
Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca
di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio
bergamasco; e finalmente levava le lettere dalle poste veneziane,
aprendole per vedere che cosa portassero.
Considerando l'aspro governo fatto degli Stati veneziani, non si sa con
qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di
Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Franzesi.
Trattati a questo modo gli Stati della repubblica di Venezia,
apparivano interamente mutati da quello che erano prima che quella
feroce illuvie li sobbissasse. Intanto gli atroci fatti inasprivano
gli animi e gli riempivano di sdegno parte contro il senato, come se
senza difesa desse in preda i popoli a nemici crudeli, porle contro
i commettitori di tanti scandali. Da tutto questo ne nacque, che le
popolazioni della terra ferma, tocche da quel turbine insopportabile,
domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la
forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento,
al danneggiare. Il senato piuttosto rispettivo che prudente cercava di
mitigar gli animi, e quanto all'armi, andava temporeggiando, sperava
che qualche caso di fortuna libererebbe i dominii da ospiti tanto
importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse
più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave
pregiudizio e pericolo della repubblica.
Peraltro non così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte
da Buonaparte il di 31 maggio in Peschiera al provveditor generale
Foscarini, si accorse che non vi era più tempo da perdere per
apprestar le difese, non già per la terra ferma quasi tutta disarmata
ed occupata dai repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della
repubblica, con assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì
terrestri che marittime. Si è narrato, come il generale repubblicano
avesse affermato, con modi peggio che amichevoli, che aveva ordine
dal direttorio di ardere Verona e d'intimare la guerra ai Veneziani.
A tale gravissimo annunzio, pervenuto celerissimamente per messo
apposta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta e
con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano del golfo che
si riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque
di Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia ed in
Albania in quanto maggior numero si potessero le cerne ed ai veneziani
lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che avevano
le stanze in quelle province, senza indugio alla volta di Venezia
s'indrizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte le navi
che si trovavano nell'Ionio sotto il governo del provveditor generale
da mare e con queste anche le due destinate a portare il nuovo bailo
della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono prese il
dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il principale
fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì 2 dello
stesso mese, provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani, dandogli
autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli paresse tutto
l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer, affinchè
avesse cura particolare delle navi sottili allestite per custodia dei
lidi e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni del senato
presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati e presidiati
i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San Pietro
in Volta, San Nicolò di Lido, Malamocco. A Brondolo specialmente,
dove mettono foce i fiumi Adige, Canalbianco e Brenta, furono fatti
stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle
che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei
circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e
della Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi,
piene le isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse
bastare a questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili
di Venezia e del dogado a cui diedero il nome di _casatico_. Per cotal
modo Venezia, spinta dalla vicina guerra, si apprestava a difendere
l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.
Un famoso storico franzese dei nostri tempi, lasciandosi trasportare ad
una parzialità tanto più degna di riprensione quanto è diretta contro
il misero, si lasciò uscir dalla penna, troppo incomportabilmente
scrivendo, che queste provvisioni del senato veneziano furono fatte
prima delle minaccie dei Franzesi. Al che un altro non men famoso
storico italiano giustamente si oppone in questo modo: «Eppure è
chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrare le date che le
provvisioni medesime furono fatte dopo ed a cagione delle minaccie
intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini: imperciocchè
minacciò Buonaparte il dì 31 maggio, deliberò il senato il dì primo e
secondo di giugno. Il perchè l'allegazione dello storico è contraria
alla verità, e crudele a Venezia; che se poi egli pretendesse che
Venezia, sentite le mortali minaccie di Buonaparte, non doveva armarsi,
staremo a vedere s'ei dirà che la Francia non doveva armarsi sentite
le minaccie di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai sommi geografi
così franzesi come italiani, i quali sostengono l'opinione del citato
storico, saria bene che ci dicessero quale maggiore distanza vi sia,
o qual maggiore difficoltà di strade tra Peschiera e Venezia che tra
Parigi e Roano. Saria anche bene che ci dicessero, caso che nascesse
oggi in Roano un accidente che minacciasse di totale ruina lo Stato
della Francia, se il governo non delibererebbe in proposito il dimane
a Parigi. Veramente quando l'uomo vuol impugnare la verità conosciuta,
diventa ridicolo...........
«Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità de' Veneziani
verso l'Austria, narra come non così tosto dimostrò l'imperatore
desiderio che la repubblica non conducesse a' suoi stipendii il
principe di Nassau, il governo veneziano se ne rimase. Ma la verità è,
che il consiglio di condurre il principe fu dato dal provveditor delle
lagune Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già
dal senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi
medesimi, molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo
desiderio. Ma volontieri mi sono io indotto a parlare di questo fatto,
perchè quando anche fosse vero, che è falso, non si vede come per una
condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla
distruzione di lei.»