Questi sentimenti principalmente sorgevano nell'Emilia, e più

particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione

democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in

Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava

da sè, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli

agenti di Buonaparte e dal direttorio. Il duca di Modena solo e

senza amici, e, quel che era peggio, ricco o in voce di essere, si

trovava esposto ai tentativi di questi uomini fanatici e sfrenati; nè

rimaneva, per la forza delle opinioni e degli esempi che correvano,

fedele disposizione ne' popoli. Furono le prime mosse date da Reggio,

città scontenta, per le emulazioni con Modena, del governo del duca.

La notte del 25 agosto vi si levarono improvvisamente a romore i

partigiani della democrazia. Era il presidio debole, i magistrati

timidi, l'infezione grande. Laonde, senza resistenza alcuna crescendo

il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti

repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo

di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le

tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale

governo: i soldati del duca, impotenti al resistere, se ne tornarono

di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per

ricchezze e per dottrina per dar norma a quell'impeto disordinato.

Condotto a fine il moto, crearono un reggimento temporaneo con torma

repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magistrati

popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni

interni. Ma, desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto

avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana ed

in Garfagnana, acciocchè, parlando e predicando, muovessero a novità.

Inviarono Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi.

L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a

sè stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare

con segrete insinuazioni e con incentivi palesi quella città. Tanto

operarono, che già una banda di novatori, portando con sè non so che

albero, il volevano piantare in piazza; gridavano accorruomo e libertà.

Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare

innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza

qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie a'

Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran

parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze de' comuni.

Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non

voleva che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello

che le reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un

manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca: non avere pagato

ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano

dagli Stati; lasciare interi gli aggravii di guerra ai sudditi, nè

volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della

repubblica; incitare i sudditi con perniciose arti e per mezzo di genti

contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci.

Dichiarava pertanto non meritare il duca più alcun favore dalla

Francia; essere annullati i patti della tregua; l'esercito italico

ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di

Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà ed i diritti de'

Modenesi e de' Reggiani sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte

non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi

fatti. E però, non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati

s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la

fortezza, sconficcavano le case, cacciavano i soldati, afferravano le

insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al medesimo tempo occupavano

Sassuolo, Magnano ed altre terre del dominio ducale, facendo variare

lo Stato e ponendo mano in tutto che al pubblico si appartenesse. Pure

le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, cantossi, ballossi;

furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle

riforme: annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi

alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i

comandamenti di Buonaparte.

Or si torni alle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti

nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato,

quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano,

fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme. Ma l'aristocrazia

era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazia trionfava.

Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici; li

chiamavano tirannelli; il popolo sempre era di mezzo, e lo dicevano

sovrano. Imperversavano gridando che, scacciato quel tiranno del

papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche que' tiranni

de' senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano; il popolo

adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse

significare; i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e

con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni

tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranze

di riforme, non accorgendosi che se il resistere alla piena era

impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava si creasse

una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un

modello di costituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel

modo di reggimento che sussisteva in Bologna prima della signoria

de' pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica

forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano

d'aristocrazia. La verità era, che niuna forma buona, se non la

democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto

il modello della costituzione tutto democratico e, secondo il solito,

levato di peso dalla costituzione franzese, ma contenente altre parti:

si abolisse la tortura, si moderassero le pene, si abbreviassero i

processi.

Adunaronsi i comizii nella chiesa di San Petronio; il fine era di

accettare o rifiutare la costituzione. Per voti concordi nominarono

presidente Aldini avvocato raccolto il partito, trovossi avere

squittinato quattro cento ottantaquattro; quattro cento trentaquattro

pel sì, cinquanta pel no. Bandì il presidente, il popolo bolognese

avere accettata la costituzione. Intuonossi l'ambrosiano canto, al

tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una

musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il

popolo; la notte fuochi artificiali, luminarie, teatri, e quanto si usa

fare dai popoli nelle grandi allegrezze.

Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si

creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano

deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi;

tutta l'Emilia commossa.

In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla

i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in

questi moti con maggiore ardenza camminavano. La sua presenza in Modena

fruttava altro che parole. Chiamati a sè i primi, fece loro intendere,

con un'arte esortatoria che era in lui molto efficace, si unisse tutta

l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi

consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si

adunavano, il dì 16 ottobre, in Modena ventiquattro deputati per parte

di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Decretava il consesso,

tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia

si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure

a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse

che avesse carico di levare, ordinare, armare quattro mila soldati a

difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse il dì

27 dicembre; questo secondo congresso statuisse la costituzione che

avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani

all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva di esempio ai

Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi

ultimi, per non parer da meno, offerirono dodici mila soldati. Già si

dava opera a Milano ad ordinare la legione lombarda, in cui entrarono

Italiani di ogni provincia, e la legione polacca, in cui si scrissero

molti Polacchi, o disertori o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti

in tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè

delle parole nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci

usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Franzesi,

li facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da

ambe le parti. Presentarongli in una modenese festa trionfalmente a

Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani e li

faceva intingere contro lo imperatore.

Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si

vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva

fatto quanto per lui si era potuto per adempire le condizioni, ancorchè

gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi non

veniva a conclusione. Voleva il direttorio che il papa recedesse da

qualunque lega contro Francia; negasse il passo ai nemici, il desse

ai Franzesi; serrasse i porti agl'Inglesi; rinunziasse a Ferrara, a

Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo; proibisse

l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio

richiedeva che il papa rivocasse qualunque scritto od atto emanato

dalla santa Sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia

dall'89 in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento

unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche,

non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse colla forza.

Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa

austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco

congiunte le armi imperiali.

Sapeva Pio VI a quale pericolo sottoponesse sè medesimo e tutto lo

Stato ecclesiastico col rifiutar la pace. Perciò non ometteva alcuno di

quegli aiuti che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve

a tutti i principi cattolici, col quale, gravissimamente favellando,

gli esortava a non abbandonare dei sussidii loro la santa Sede in

così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella

religione che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i

sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; dimostrando

quindi di quanto danno fosse minacciata, sorgessero adunque, esortava,

accorressero, pruovassero aver cura di quanto ha posto il cielo quaggiù

di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli, tanto

vicino al pericolo, l'esempio della costanza, nè potere o il romore di

sì perniziosa guerra o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei

mali affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto

a difesa di quella religione che, scesa da Cristo Dio pel ministero

dei santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura, doveva

parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.

Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario,

primo sostenitore, e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e

della dignità dei principi.

Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di

Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza

procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti

d'Italia succedevano o più prosperi o più avversi alle armi franzesi.

Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi

in fede; dall'altro il ritraeva il timore dei Franzesi saliti in tanta

potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere;

ma in tal fatto meritossi riprensione dell'aver tacciato, accennando

alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede

italica, come la chiamò; perchè niun vede come si possa accusare una

nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vede come le arti

usate dal principe napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi,

possano chiamarsi arti fedifraghe e da chiamarsi con nome odioso;

perciocchè di simili arti usarono tutti i governi in tutti i loro

negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più

ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede italica

come infedele da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi

italiani per cavarne denaro e per distruggerli, non si potrà certamente

senza sdegno comportare da chi, libero da ogni anticipata opinione

essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.

Intanto, tra per la mediazione di Spagna e per le nuove che ogni

dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu

concluso fra la Francia e Napoli un trattato di pace il dì 10 ottobre,

molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava

di serrare del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica,

nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le

principali condizioni furono: che il re rinunziasse a qualunque lega

coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con

le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi

armate in guerra di esse potenze, così franzesi, come di altre nazioni,

se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che

stabili sequestrati e confiscati, tanto in Francia, quanto nel regno,

a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio;

avesse luogo nella pace la repubblica batava.

Anche la tregua tra la Francia e Parma si convertiva in accordo, per

verità non troppo superbo pel duca, per la protezione in cui l'aveva

la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente

insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori

delle tregue.

Udissi a questi giorni la morte (16 ottobre) di Vittorio Amedeo III,

re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in sè tutte le parti che

in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata

quella smania di guerra che notte e dì il tormentava. Quindi consumò

l'erario per mantenere i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo

soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la

natura buona del principe e le vecchie abitudini di governo regolato

non l'avessero temperata. Restano e sempre resteranno le memorie

delle onorate cose fatte da lui in pace e nel riposo de' suoi popoli;

ma fatalmente Vittorio Amedeo lasciò morendo un regno servo che avea

ricevuto intero, un erario povero che aveva ereditato ricchissimo, un

esercito vinto che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue

virtù, che furono molte e grandi, non partorirono pe' suoi sudditi

tutto quel benefizio che promettevano.

Successe nel regno a Vittorio Amedeo III Carlo Emmanuele IV di questo

nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte

le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione.

Ma con l'animo ottimo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa

straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non era rimedio,

gli rappresentava spesso di strane fantasie, che il facevano parere

assai diverso da quello ch'egli era veramente. Essendo gli Stati del

re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavia di buone

armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo

per amico; perciò il direttorio nissuna cosa lasciava intentata per

congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si

aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, cui fu sempre primario

intendimento di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello

Stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte e l'isola di

Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva in mente, quando più

con le istigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in

Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse

ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese

allo imperatore, o fosse che per una tal quale ambizione di repubblica

credesse che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori

cose, con fondare una nuova repubblica negli Stati dell'imperatore in

Lombardia. Amava meglio di compensare il re a spese di Genova. Ambidue

cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emmanuele, ch'ei

venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome

queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete che le altre

potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito

si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica.

Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli

pareva che, se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva con

Francia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa,

al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra,

nè gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della Chiesa che

non gli aveva fatto alcuna ingiuria.

In questo mentre Carlo Emmanuele aveva chiamato ai consigli dello

Stato, invece del conte d'Hauteville, il cavaliere di San Damiano di

Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel,

come fuoruscito franzese, dall'ambasciata di Parigi, il re gli aveva

surrogato il conte Balbo, uomo di alto lignaggio, di molte lettere e

di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte

piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in

Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà

di quei tempi. Arrivato come ambasciatore di Sardegna a Parigi, gli

furono date gratissime parole; ed egli, siccome quello che era accorto

e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non

disperando di trovar modo di far servigi importanti al re fra quei

repubblicani amatori di denaro e di nomi illustri. Intromesso al

cospetto del direttorio, disse non essere mai stato il re suo signore

nemico a Francia nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto

in mano l'armi.... non aver mai cessato di desiderare la pace....

consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del

suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque

essere, soggiungeva, l'amicizia dei due Stati; avere lui carico di

nudrirla; e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico

di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciatore

di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta

fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del

direttorio meritasse.

Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe

del Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emmanuele prima della sua

assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo franzese

verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove

protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia;

desiderare che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i

nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo franzese

per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma

vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero

in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica;

stipulare i trattati con lealtà, osservarli con fede, difenderli con

coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere che il re l'avesse eletto

a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il

quieto mandato.

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque

il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia

politica verso di lui era nondimeno sincera, perchè credeva che ciò

importasse alla salute ed agl'interessi del suo reame. Dall'altro lato

il direttorio mostrava il viso benigno al re, per aver seco congiunte

le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in

Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento

cagionava il pericolo della repubblica di Genova. Vennesi pertanto

in sui cavilli e sulle superbe parole. Ricominciaronsi le querele

pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult

Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli

avversi a Francia, a bandirli, a cambiare le forme delle deliberazioni

del governo.

Mandava la signoria all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo,

uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè

s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su colle

richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agli Inglesi, sei mila

Franzesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica

quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei

danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire

l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova, un presidio franzese la

lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il

senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili,

mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola

patrizio veduto volontieri dagli agenti franzesi. Si faceva lo Spinola

avanti, parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì 11 settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto che

fece precipitar Genova alla parte franzese. Nelson, viceammiraglio

d'Inghilterra, rapì sulla spiaggia di San Pier d'Arena una nave

franzese: fu il caso tanto improvviso, che nè le artiglierie della

Lanterna furono a tempo di romperne il disegno. Faipoult, usando

l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione, domandava che

Genova, dal cui porto era uscito Nelson per quella prepotente fazione,

intercludesse i porti agl'Inglesi e desse, in compenso della nave

rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti:

quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.

Le insolenze d'Inghilterra e le minaccie di Francia fecero facilmente

andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la

qual cosa, tacendo o poco contrastando nelle consulte coloro che

inclinavano alla parte inglese, sorse più potente la parte franzese.

Però fu risoluto nel consiglio grande, ed approvato nel piccolo, che

si chiudessero tutti i porti ai bastimenti inglesi sì da guerra che da

commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome franzese,

pubblicava, per giustificare la sua deliberazione, un manifesto,

in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute, da poi che aveva

incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva che poichè la lunga

pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza

si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati,

si era risoluto ad escludere infino a nuova deliberazione dai porti

genovesi le navi britanniche, la presenza delle quali, sotto colore

di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato

occasione a tanti incomodi ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava, il dì 9 ottobre, a Parigi tra il direttorio ed

il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono

le condizioni, a norma delle quali i due Stati dovevano vivere tra di

loro. L'accettarono i Genovesi, sperando che con lei sarebbe confermato

lo Stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava

loro denaro. Fu convenuto fra i due Stati che il decreto del governo

di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua

esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri

e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se

non potesse, la Francia la servirebbe di presidii; se la Gran Bretagna

intimasse la guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse

Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi o scritti

politici; i nobili processati nel grande e nel piccolo consiglio

si redintegrassero; la Francia promettesse di conservar intero il

territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze

barbaresche, di far libere e franche le terre vincolate per dritti

di feudo all'impero germanico; i Genovesi accettassero la mediazione

della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero

alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei

territorii, due milioni di franchi, e le facessero un prestito di altri

due milioni. Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di San

Giorgio, i due del prestito pagati dai più ricchi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 47 / 99 段