Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser, il quale, invece di

difendere per que' luoghi alpestri del Tirolo con le reliquie de'

suoi i passi della Germania, deliberassi, con animoso e ben ponderato

consiglio, di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua

presenza inopinata in queste provincie, aggiuntovi qualche rinforzo

che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche

variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque

avesse ad essere, o prospero od avverso l'esito di questa fazione,

bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia e

di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa

Germania. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a

Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per

la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi a Bassano con

gli aiuti che, venuti dal Norico, si erano ridotti ad aspettarlo in

quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada

presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la

Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per

andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona.

Effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si

rivoltava verso l'Italia, ma bene non prese la via dell'Adige,

anzi sprolungata per la valle medesima della Brenta la destra de'

suoi, seguitava frettolosamente le genti Alemanne. Erano guidatori

principali di questi soldati, secondo il solito, que' due folgori

di guerra Massena ed Augereau. Marciarono tanto speditamente che

giunsero gl'imperiali a Primolano e li vinsero con presa di molti

soldati. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e

sempre felicemente pe' Franzesi. Già quel nembo era vicino a scoccare

contro Bassano dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono

correndo Augereau a sinistra, Massena a destra, e tosto il ruppero, con

grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella

fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta.

Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì

presti l'avevano sopraggiunto i Franzesi, se non quello di ritirarsi

per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque,

velocemente marciando e velocemente ancora seguitato da' repubblicani,

passava l'Adige a Porto Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte

a Sanguineto, entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatto

sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte

Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia e del poderoso

esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta

la Francia, e pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che la

aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente

espugnare, nè l'imperador d'Alemagna era tale che non fosse per fare

un nuovo sforzo per riconquistare le rive tanto infelicemente feconde

dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume

Mincio forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due

ponti. Ma non tutta la città è circondata da acque libere e correnti;

conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi,

lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti o di poche acque velati,

ma limacciosi tutti ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è

la palude che si dilata e circuisce in gran parte le mura. Oltre poi

le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella

cittadella, nel forte San Giorgio, ne' bastioni di porta Pradella e di

porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono

tutti all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee

del Te del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria

pestilente, che, massimamente a' tempi caldi, rende quei luoghi infami

per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime,

principalmente ai forastieri non assuefatti alla natura di quel cielo.

Non è però che nel complesso delle dette fortificazioni non vi sia una

parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio

sono tali che possano resistere lungo tempo ad una valida e regolata

oppugnazione; ed a porta Pradella, non meno che nelle mura a mano manca

di porta Ceresa sono altri tratti difettosi. Sapevanselo i Franzesi

quanto a questo ultimo tratto, che prima dell'arrivo di Wurmser

avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti,

che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo

pensando Buonaparte, era venuto nell'opinione, che in venti giorni di

trincea aperta si potesse prender Mantova; ed era pur solito a dire,

ed ei se n'intendeva, che con sette mila soldati, stante la difficoltà

delle sortite per la strettezza degli argini, e la facilità di tenerli

dagli assedianti guardati, se ne possono bloccar dentro Mantova venti

mila.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova

con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di

Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione

già stanca da molte battaglie e da troppo frequenti vigilie,

induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava

particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano,

rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano

austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime

di cavalleria, sortiva spesso con grosse cavalcate a foraggiare alla

campagna, il che tanto più facilmente poteva fare quanto più, essendo

tuttavia padrone della cittadella e di San Giorgio, avea le uscite

spedite, senza essere obbligato a restringere le genti in lunghe

file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente

nuocevano a Buonaparte, il quale sapendo che l'Austria non avrebbe

omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne

presto alle strette per aver Mantova in mano sua anzichè gli aiuti

arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso

il mese di settembre, comandava a' suoi andassero all'assalto di San

Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla

campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla

Favorita, sito fortificato dagli Austriaci e posto a tramontana tra San

Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace

Wurmser; perchè, cacciatosi di mezzo con la cavalleria, e represso

l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava. Ma l'audace Buonaparte

non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto

di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto

confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi

viemmaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza

nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Eransi gli Austriaci

ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San

Giorgio ed alla Favorita; avevano anzi spinto molto avanti le loro

guardie fuori degli alloggiamenti. Ordinate le cose sue con opportuni

comandamenti ad Augereau, a Sahuguet, a Pigeon, ed a quel pronto e

valoroso Massena, fu l'industria e la virtù del generale di Francia

aiutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di

soverchio allargato nella campagna, come Buonaparte prevedeva, non

fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le

strade fra San Giorgio e la Favorita, ed Augereau arrivava tempestando

a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello

recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando

ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva

padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere colla

tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere

il capo del ponte che dal sobborgo porta alla città. A questo modo

gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero

di circa tre mila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella:

perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter

dei Franzesi i luoghi più opportuni all'ossidione e fiaccando l'ardire

degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in

quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio e tirato

anche dalla necessità, per fuggire la molestia della fame, facesse, per

andar a saccomano, sue sortite, non si affidava però più di correre

così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue

condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente

di vettovaglia. Già sorgevano segni di mala contentezza che obbligavano

Wurmser a star vigilante così dentro come fuori. Munivano i Franzesi

con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano

grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.

Eransi nell'isola di Corsica maravigliosamente sollevati gli animi a

cagione delle vittorie dei Franzesi in Italia: il quale moto tanto si

mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi

dell'armi si aggiungeva quella che principalissimo operatore fosse quel

Buonaparte, che, quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia,

era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Questi umori erano anche

ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi e dalle taglie che avevano

poste. Queste erano le cagioni, per cui la parte franzese in Corsica

andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la

inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione: già il dominio

d'Inghilterra vi titubava. Queste cose si sapevano da Buonaparte; e

siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva

posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo

porto agl'Inglesi, ma ancora per muovere la Corsica a danno loro.

Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo Stato

a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo di

insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli, Corso, con alcuni altri

soldati del medesimo paese, e, provvedutolo di denari, d'armi e di

munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con

le esortazioni desse speranza di maggiori sussidii. Era il passaggio

di mare assai pericoloso per le navi inglesi che continuamente il

correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate

molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene

commetteva l'impresa. A questi primi principii, crescendo vieppiù le

speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a

salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e

che potevano pel credito e dipendenza loro aiutare l'impresa. Preponeva

ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama e savio per natura e

per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano

a Livorno e si ordinavano in compagnie. Una compagnia di ducento, più

attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei

conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierie di

montagna e cannonieri pratichi per governarli. Erano vicine a mutarsi

in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi

preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare.

Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il

perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferraio,

terra forte e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di

questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva

con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di

Porto-Ferraio, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente

agl'Inglesi; ricercandolo altresì mettesse in quel forte un presidio

sufficiente ad assicuravelo; e voleva finalmente che si aggiungessero

ducento soldati franzesi. Soddisfece alla prima domanda il principe,

scambiando il governatore; ma fondandosi sulla neutralità, legge

fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia,

e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì al

rimanente.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferraio,

che i Franzesi a Livorno portato avessero. S'appresentavano il dì 9

di luglio in cospetto di Porto-Ferraio, con diciassette bastimenti

che portavano due mila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il

vicerè di Corsica al governatore, volere occupare Porto-Ferraio,

perchè i Franzesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupare

anche Porto-Ferraio; ma non volere, negando con le parole quello che

faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere

la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero

lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.

Avute il granduca queste moleste novelle, comandava al governatore,

protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse

alla forza. Ma già gl'Inglesi, procedendo dalle minaccie ai fatti,

erano sbarcati sulle spiaggie d'Acquaviva, e, per sentieri montuosi

marciando, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte

di Porto-Ferraio; quivi piantarono una batteria di cannoni e di obici

con le bocche volte verso la città. I soldati scendendo da quei siti

erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla lerce, stavano pronti

ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e

presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica

intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferraio e i forti

per preservarli dai Franzesi; porterebbe rispetto alle proprietà, alle

persone, alla religione; se ne andrebbero, fatta la pace o cessato il

pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero

pacificamente; se negasse, per forza. Adunava il governatore gli

ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa

più principali, acciocchè quello che far si dovesse deliberassero.

Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza,

protestando di alcune condizioni; le quali accettate, entrarono nella

toscana isola gl'inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola

Capraia, di Stato Genovese.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica

perturbata da grandissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte.

Bonelli, condottosi nell'isola e spargendo voci di prossimi aiuti

e detestando la superiorità inglese, e spargendo ogni dove faville

d'incendio e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui

monti vicino a Bastia ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente che

apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastia, sendovi ancora

presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, o piuttosto

di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi del nome di

Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono

al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già

avesse Bastia in luogo di città franzese. Vedutosi da Saliceti

e da Gentili che quello era il tempo propizio per restituire la

patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda

di fuorusciti corsi, affinchè, arrivando a Bastia, aiutasse quel

moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno,

non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre

Casalta e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i

partigiani in grosso numero. Occuparono i poggi che dominano Bastia.

Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si

arrendessero; quando no, li fulminerebbe. Sopravvennero intanto le

novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome

britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonare quello

che più non potevano conservare; e precipitando gli indugi dal forte

di Bastia, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi;

ma perdendo, scontratisi con Casalta, cinquecento prigionieri, e i

magazzini; dei cannoni parte trasportarono, altri chiodarono. A tale

fatto i tumulti crescevano, gli alberi della libertà si piantavano.

Intanto guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di

San Germano, per cui si apre la strada da Bastia a San Fiorenzo, ed

arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti

gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare

la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi

repubblicani. Tuttavia l'armata inglese stava sorta sull'ancore poco

distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano

fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima,

non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica,

ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati

sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per

tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore corso che li

cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con sè nuove

armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti

di Corsica. Arrivato a Bastia, dato riposo alla truppa, squadronati

nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo

con animo di cacciar gl'Inglesi da quell'ultimo nido di Mortella.

Urtava l'oste britannica, ne seguitava una mischia mortalissima:

fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e

si ridussero, prestamente camminando e tutti sanguinosi, alle navi.

Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde

speculando vedeva l'armata inglese che continuava a starsene con

l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batteria per

fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai

venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando

tutta l'isola in potestà di coloro che la vollero restituire all'antica

madre di Francia. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè

conquistate isole d'Elba e Capraia brevissimo frutto di violata

neutralità.

Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà

di perdonare. Parlava ai Corsi con benigne e incitate parole,

conchiudendo: «giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni

morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno

alla monarchia.» I quali violenti parlari, che producevano frutti

conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle

esagerazioni che della temperanza.

Fertilissimo di avvenimenti, e tutti di sommissima importanza, è

quest'anno e chi volesse registrarli giorno per giorno come apparvero

sulla scena, produrrebbe una confusione da non potersi così agevolmente

strigare. Miglior consiglio sarà dunque il tendere più fila e venirle

seguendo di mano in mano, ripigliando i tempi secondo l'opportunità,

come si è fatto finora, perchè da ciò la narrazione acquisterà quella

chiarezza e quella connessione che altrimenti le mancherebbero all'in

tutto.

Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime; l'avere

ridotto a condizione servile il re di Sardegna, ad accordi poco

onorevoli quel di Napoli ed il papa, l'avere non solo vinto, ma

anche spento due eserciti nemici, l'essere disarmata la repubblica di

Venezia, l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar

di una bandiera, davano argomento che la potenza franzese metterebbe

radici in Italia e che questa provincia sarebbe per cambiare e di

signori e di reggimento. Queste condizioni erano cagione che sorgessero

ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato contro il vecchio. E,

vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni

molti uomini savii e prudenti, i quali opinavano che, poichè la forza

aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era

oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi

accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria italiana

di mostrarsi e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra

l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti che

scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Si persuadevano che

se era scemato il pericolo delle armi avversarie, era cresciuta la

necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male

accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti che avevano prevenuto

o troppo ardentemente o troppo servilmente secondato i primi moti dei

Franzesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose.

Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni di Italia, in cui

uomini prudenti per la necessità dei tempi vennero partecipando delle

faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti

ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da

quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro.

Tra costoro non tutti pensavano alla stessa maniera; perciocchè alcuni

amavano i governi spezzati, altri desideravano l'unità d'Italia: fra

i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani;

i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente

operavano, i secondi più nascostamente, ed i Franzesi chiamavanli la

lega nera, e di essa i capi dell'esercito avevano più paura che del

nemico.

Quanto al reggimento interno di ciascuna parte o di tutta Italia,

amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la

volevano ridurre al patriziato, instituito con la moderazione della

potenza popolare prudentemente ordinata, governo antico all'Italia.

A questo consiglio si opponevano le operazioni disordinate dell'armi,

l'assurdo capriccio de' Franzesi di quei tempi di voler applicare il

modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà

di Buonaparte, finalmente gl'Italiani servili imitatori delle cose

d'oltremonti ed incapricciti ancor essi de' governi geometrici. Ma

quegli altri confidavano che la società si sarebbe fermata al governo

patrizio misto di democrazia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 46 / 99 段