I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto

prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni,

il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio,

finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli

ambasciadore di Bologna. Creato dà vincitori a Ferrara un municipio

d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione

di scudi romani in contanti e di trecento mila in generi. Queste

angherie sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara;

ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza

da Imola; perchè, concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro

i conquistatori, si sollevarono gridando guerra contro i Franzesi.

Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e

fecero una massa di popolo molto concitata e risoluta al combattere.

Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa

squadra di cavalli e di fanti. Comandava intanto pubblicamente avessero

i Lughesi a deporre l'armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol

facesse fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il barone Cappelletti,

ministro di Spagna, interposta sua mediazione; ma fu sdegnosamente

rifiutata da que' popoli più confidenti di quanto fosse il dovere in

armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire per

la ostinazione loro al cimento dell'armi, i Franzesi si avvicinavano

a Lugo partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla

parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che

marciava con troppa sicurezza, diede in un'imboscata, in cui restarono

morti alcuni soldati. Nonostante, volendo il capitano franzese lasciar

l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per

trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta; narra

anzi Buonaparte che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che

si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione de' messaggi di

pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Franzesi ed i

sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto

valore. Finalmente i Lughesi, rotti e dispersi, furono tagliati a

pezzi, con morte d'un migliaio di loro, avendo anche perduto la vita in

questa fazione ducento Franzesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte

in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a

sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato. Furono terribili le pene date dai

repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che

seguitarono. Comandava Augereau che tutti i comuni si disarmassero e le

armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore

fosse ucciso; ogni città o villaggio dove restasse ucciso un Franzese

fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Franzese fosse

ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso;

chi facesse adunanze di gente armata o disarmata fosse ucciso.

Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto ne' feudi imperiali prossimi

al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Franzesi.

Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il

rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale

Lannes con un buon nerbo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì

Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce e pel

terrore de' supplizii.

Le vittorie de' repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia,

l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo

spavento Roma. Ognuno vedeva che resistere era impossibile, e

l'accordare pareva contrario non solo allo Stato, ma ancora alla

religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si

poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni che

un vincitore acerbo per sè, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe

dal pontefice richiesto.

Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore de' suoi consiglieri e del

popolo serbava tuttavia la solita costanza, avea commesso al cavaliere

Azara ed al marchese Gnudi andassero a rappresentarsi a Buonaparte e

procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo

loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte,

in nome e per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo

ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà perchè non

gli era nascosto che l'imperadore, finchè teneva Mantova, non avrebbe

omesso di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi Stati in

Italia, e che però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo

verso l'Italia inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni,

a frenar l'impeto delle sue armi contro lo Stato pontificio. Laonde

concludeva il dì 23 giugno una tregua coi due plenipotenziarii del

papa, in cui fu stipulato che il generalissimo di Francia e i due

commissarii del direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio

che il governo franzese aveva verso sua maestà il re di Spagna,

concedevano a sua santità una tregua da durare infino a cinque giorni

dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in

Parigi fra i due Stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un

plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse, a

nome del pontefice, gli oltraggi e i danni fatti a' Franzesi negli

Stati della Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i

debiti compensi alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione

di opinioni politiche si liberassero; i porti del papa a tutti i

nemici della repubblica si chiudessero, ai Franzesi si aprissero;

l'esercito di Francia continuasse in possessione delle legazioni di

Bologna e Ferrara, sgombrasse quella di Faenza; la cittadella d'Ancona

con tutte le artiglierie, munizioni e vettovaglie si consegnasse

a' Franzesi; la città continuasse ad esser retta dal papa; desse il

papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi, statue, ad elezione

de' commissarii che sarebbero mandati a Roma; specialmente i busti

di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si dessero; oltre

a questo, cinquecento manoscritti, ad elezione pure de' commissarii

medesimi, cedessero in podestà della repubblica; pagasse il papa ventun

milioni di lire tornesi, de' quali quindici milioni e cinque cento

mila in oro od argento coniato o vergato, e cinque milioni e cinque

cento mila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno milioni

suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle tre

legazioni; il papa desse il passo ai Franzesi ogni qual volta che ne

fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.

Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra

Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto

gravi, parve nondimeno un gran fatto che si fosse potuto distornar

da Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la

conservata città. Intanto non lieve difficoltà si incontrava per mandar

ad effetto il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già

tanto consumato dalla guerra, sopperire, faceva il papa richiesta degli

ori e degli argenti sì delle chiese come dei particolari, e quanto si

potè raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo che infino

dai tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Santangelo,

fu dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di

Napoli, vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi Stati, aveva ritirato

sette mila scudi di camera che erano depositati nel tesoro pontificio,

come rapresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica

non aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare

al tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta di denaro coniato

produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e

dei privati, il quale, fu che le cedole, che già molto scapitavano,

perdettero viemmaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo

romore di guerra e sul bel principio d'una speranza di pace, le cose

pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si provavano gli

estremi d'una guerra lunga e disastrosa.

La presenza dei Franzesi negli Stati pontificii aveva bensì atterrito

i sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto

nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa, esortato dal generale

repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava

con pubblico manifesto e comandava ai sudditi, trattassero con tutta

benignità i Franzesi, come richiedevano i precetti della religione, le

leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli e la volontà espressa del

sovrano.

Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello Stato.

Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace

definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di

conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione

di risorgere, si inviava dal pontefice a Parigi l'abate Pieracchi con

mandato di negoziare e di stipulare la pace.

Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie

dei repubblicani sul Po e sull'Adda, ma alla ansietà succedeva il

terrore quando vi si intese la rotta totale dei Tedeschi e la loro

ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave quando i

soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè, nulla più ostando

che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto

all'invasione. Laonde il re, volendo provvedere con estremi sforzi ad

estremi pericoli, perchè, o fosse solo o dovesse secondare le armi

imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che

trenta mila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo Stato

ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tanta gente

con altre squadre d'uomini armati, comandava che si tenessero pronte

a marciare e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si

ordinassero tutte le persone abili alle armi, la qual massa avrebbe

aggiunto quaranta mila combattenti. Perchè poi si usassero coloro che

consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno,

dava loro privilegii e speranza di ricompense onorevoli. Volendo

poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali le forze

temporali, scriveva ai vescovi ed ai potentati del regno lettere

circolari, con cui gli ammoniva e con parole patetiche gli esortava

dicendo, che la guerra, che già da tanto tempo desolava l'Europa, e

nella quale già tanto sangue e tante lagrime si erano sparse, era non

solamente guerra di Stato, ma di religione; che i nemici di Napoli

erano nemici del cristianesimo; e, così proseguendo, esortassero

adunque, conchiudeva, i popoli ad impugnar le armi contro un nemico

a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita

rispettata, niuna religione santa; contro un nemico che, dovunque

arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva, profanava i tempi,

atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di

più sacro e più reverendo ha ne' suoi dogmi, ne' suoi precetti e ne'

suoi sacramenti divini lasciato alla Chiesa sua Cristo Salvatore.

Così parlava il re ai vescovi ed ai prelati del regno. Rivolgendosi

poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva,

dicendo, sarebbero vincitori di questa guerra se a loro stesse a cuore

difendere sè stessi, il re, i tempi, i ministri del Signore, le mogli,

i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, esclamava, Dio vi proteggerà

contro le armi barbare.

Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore

della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno

prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine

di popolo, alla basilica, dove, toccando gli altari e stando tutti tra

la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, con fervorose

parole orando, depose sulla sacra mensa le reali divise, come in

custodia del sommo Iddio.

Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in quel popolo.

Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare quanto

erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti

notabilissimi a salute di tutta Italia.

Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli

alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora e di

Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati.

Intanto il rumore delle occupate legazioni e le ultime strette in

cui era caduto il pontefice avevano indotto nei consiglieri del re la

credenza che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlocchè

non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè

consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con

lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli,

affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo

poscia a Parigi a concluder la pace col Direttorio. Buonaparte, fatte

sue considerazioni su Mantova che ancor si teneva, e sulla stagione

calda che oggimai si avvicinava, udiva con benigne orecchie le proposte

del principe. Il 5 di giugno si concluse tra il generale e lui un

trattato di tregua, con cui si stipulava che cessassero le ostilità

tra la repubblica ed il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane,

che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero

e gissero alle stanze nei territorii di Brescia, Crema e Bergamo; si

sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più

presto dalle armate inglesi si segregassero; si desse libero passo ai

corrieri respettivi tanto per le terre proprie e conquistate dalla

repubblica quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i

Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa

fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè

aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo,

senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco

innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'accorto vincitore di statue,

di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia

naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna e Roma. A questo fine aveva

mandato il Direttorio in Italia per commissarii Tinette, Barthelemi,

Moitte, così Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla

stima ed allo spoglio; dal quale ufficio, così poco onorevole per

la patria loro, non si sa come, benchè l'abbiano temperato con molta

moderazione, non rifugisse al tutto l'animo loro.

Si avvicinavano intanto i tempi dei rei disegni del Direttorio contro

l'innocente Toscana. Intendevasi, col comparire armati in questa

provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli.

Ma i principali fini loro in ciò consistevano che si cacciassero

gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si

ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro

gl'Inglesi che la possedevano; ingegnandosi poi d'onestare il fatto col

pretesto che gl'Inglesi tanto potessero in Livorno, che il granduca più

non avesse forza bastante per frenargli, e dovere la repubblica con le

sue forze andare a liberarlo da tale tirannide.

Per la qual cosa, come prima ebbe il generalissimo posto piede

in Bologna e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la

risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupare

Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere

maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il granduca,

mandava a Bologna il marchese Manfredini ed il principe Tommaso

Corsini, perchè facessero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno

da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di

Pistoia che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale

repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè

non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il

sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era

arrivato con parte dell'esercito a Pistoia. Dal qual suo alloggiamento

manifestava, il 26 di giugno, le querele della repubblica contro il

granduca e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente

offesa alcuna contro la repubblica di Francia o contro i Franzesi:

l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso

dal Direttorio; non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più

vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione; avere

dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni

dell'ingresso.

Marciavano intanto i Franzesi celeremente verso Livorno condotti dal

generale Murat, comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una

banda di cavalli alla Port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso

del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno,

trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel

porto, tutte le proprietà loro: poi, quando i repubblicani arrivavano

sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti

tra piccoli e grossi e sotto scorta di alcune fregate, salpava da

Livorno verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed

aspetto militare i Franzesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo,

contento all'avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati

Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla

Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per

voglia, ma per ordine e per paura.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le napolitane

sostanze, si confiscavano le inglesi, le austriache, le russe:

s'investigavano i livornesi conti per iscoprirle: si disarmavano i

popoli, si occupavano le fortezze, e, per far colme le insolenze, si

arrestava Spanocchi, governatore pel granduca. Si scuotevano al tempo

stesso fortemente i negozianti affinchè svelassero le proprietà dei

nemici, ed eglino, per lo men reo partito, offerirono cinque milioni

di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi e

da coloro che stavano sopra alla vendita con grande discapito della

repubblica conquistatrice che vinceva i soldati altrui e non poteva

vincere i ladri propri.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano

al granduca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al

Direttorio, di torgli lo Stato, a cagione ch'egli era principe di casa

austriaca; e perchè il tradimento avesse in sè tutte le parti di un

atto vituperoso, mandava pur al Direttorio, che conveniva starsene

quietamente nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa sino

a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Mentre in tal

modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in

Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto ed impedivano

il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo

povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè, usando l'opportunità,

invasero i ducati di Massa e Carrara ed occuparono tutta la Lunigiana,

chiamando i popoli a libertà e sforzandogli a grosse contribuzioni

di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che

li possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena sposata

all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di

San Romano, quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa

e Carrara; per questo il generale della repubblica li trattò da nemico.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma,

parendo a chi le reggeva che ciò non bastasse a perfetto servaggio,

stavano attenti i ministri del Direttorio presso i diversi potentati

italiani nello spiare e nel rapportare il vero ed il falso a

Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola

non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori

indefessi di cose nuove contro i Franzesi; nel che avevano per

aiutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di

nome, offuscati il lume della ragione dalla gloria guerriera del

generalissimo della repubblica.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano

corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderii

delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale che se non amava il suo

male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi

spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il granduca di

Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia,

tutti s'intendevano coll'Austria, tutti prezzolavano gli assassini

per uccidere i Franzesi. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi

spaventare da questi rapporti, fatti o per adulazione o per paura,

era uomo da valersene come di pretesto per peggiorar le condizioni

dei principi vinti e per giustificare contro di loro i suoi disegni.

Gl'Italiani intanto, in preda a mali presenti e segno a calunnie

facili, perchè venivano da chi più poteva, non avevano più speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la

condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa.

Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche

sue provincie, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi

dominii. Aveva egli adunque applicato l'animo a voler ricuperare il

Milanese; nè indugiandosi punto affinchè l'imperio de' suoi nemici

non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non

cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che

stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente

armigera e devota al nome austriaco, fatta una subita presa d'armi, si

ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla

difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio: conciossiachè

l'imperatore ordinava che trenta mila soldati, gente eletta e veterana

che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il

Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia e le

altre sopraddette; erano circa cinquanta mila. Perchè poi ad un'oste

tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa non mancasse

un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla

il maresciallo Wurmser, guerriero di provato valore nelle guerre

germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che

fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra,

dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto

e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la

costanza tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio franzese

aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo se erano ingrossati

gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili

dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e

tosto dava opera al compire l'impresa alla virtù sua stata commessa,

scendendo in Italia per la strada più agevole che da Bolzano per Trento

e Roveredo porta a Verona; ma il principal suo fine era di liberar

Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso, potesse o starsene

aspettando o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che

i Franzesi erano segregati in diversi corpi, gli uni separati dagli

altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero

potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la

prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva assaltare Riva

e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca

e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. La

mezza schiera o la battaglia, condotta dal maresciallo, s'incamminava

alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare

il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra,

confidata al generale Davidowich, scendeva per Ala e Peri a Dolcè,

dove, fatto un ponte, varcava l'Adige con intento di concorrere più da

vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala

sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere

per la sinistra sponda del fiume, s'indrizzava verso Verona, donde

potea, secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova

o, non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte

le parti dell'esercito franzese, quella di Massena, che aveva i suoi

alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi adiacenti, si trovava

in maggior pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le

forze austriache sulla sinistra del lago.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 44 / 99 段