Come Beaulieu ebbe avviso avere i repubblicani occupato Brescia,

pose presidio in Peschiera, fortezza veneziana situata all'origine

dell'emissario del lago di Garda; poichè temeva che Buonaparte non

portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima,

se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del Mincio.

Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al

provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati,

armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in

tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura

del difendersi che del non difendersi, aveva trasandato le domande

del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente

rimproverata da Buonaparte, il quale affermava che se il provveditor

generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a

Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata.

Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta

quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono. Intanto

Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico, si apparecchiava a

mettere ad esecuzione il suo disegno, ch'era di sforzare il passo

del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale austriaco senza

sospetto di ciò, quantunque, per le dimostrazioni del suo avversario,

avesse ritirato parte dello sue genti ai luoghi superiori. Però

aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che

quattro mila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca

del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaia di cavalli

stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna ed a calpestare chi

s'accostasse. Il resto delle genti alloggiava sulla sinistra accosto

al ponte per accorrere in aiuto della vanguardia, ove pericolasse.

Muovevansi improvvisamente, la mattina del 29 maggio, i repubblicani da

Castiglione, Capriana, Volta, e s'indirizzavano al ponte di Borghetto.

Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci, già tante volte

vinti, non si erano perduti d'animo, anzi, valorosamente combattendo,

sostenevano l'impeto dei Franzesi. Restavano superiori sulla prima

giunta, perchè, non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia,

la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, cominciava

a crollare e ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi,

massimamente cavalli ed artiglierie, furono gli Austriaci risospinti,

nè, potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente

da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si

ricoveraron sulla sinistra, guastato un arco del ponte, perchè il

nemico non li potesse seguitare. Ma erano le battaglie dei Franzesi

di quei tempi più che d'uomini. Ed ecco veramente che il generale

Gardanne, postosi a guida d'una mano di soldati coraggiosissimi, si

metteva in fiume, non curando nè la profondità di esso, perciocchè

l'acqua gli arrivava infino a mezzo petto, nè la tempesta delle

palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava ed alla

sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia, il timore occupava gli

Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese,

e fu fatto abilità ai repubblicani non solo di passare a guado,

ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria

compiuta ai Franzesi; e, come l'ebbero, così l'usarono; perchè,

avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo

intieramente e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un

presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte,

che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada

al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau contro

Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della

fortezza, e corresse a Caslelnuovo ed a Verona. Così, impossibilitati

a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali

sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi

corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che,

poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere

speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi

ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè

il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di

dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra,

s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor

fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa e sostenere

una stretta battaglia tra Villeggio e Villafranca, sulla sponda di un

canale largo e profondo che congiunge le acque del Mincio con quelle

del Tartaro. Infatti, mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu

faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e, per tal modo,

raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo

la notte interrotto la battaglia del canale, verso l'Adige: quindi,

passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo.

Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.

Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da

cui si rende manifesto, che se le armi franzesi di tanto riuscirono

superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore ne' soldati

dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare,

per cui il giovine generale di Francia di sì gran lunga superò il

vecchio generale d'Alemagna.

S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno

che il direttorio e Buonaparte nutriano contro la repubblica di

Venezia, meno forse per odio che per utile: il che per altro è più

odioso. Due erano i principali fini a cui si tendeva: il primo che

l'esercito acquistasse per sè tutti i mezzi di perseguitar l'inimico

e d'impedire il suo ritorno; era il secondo di turbare lo stato

quieto della repubblica veneziana, perchè pel presente si aprissero

le occasioni di vivervi a discrezione, e per l'avvenire sorgessero

pretesti di disporne a lor grado. All'uno e all'altro fine conduceva

acconciamente l'occupazione di Verona, perchè il suo sito, dove sono

tre ponti, è padrone del passo dell'Adige, ed è, a chi scende dall'Alpi

Rezie, principale impedimento a superarsi. Da un'altra parte l'acquisto

di una piazza tanto principale non poteva farsi da' Franzesi senza un

grande sollevamento d'animi in quelle provincie.

Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indrizzò Buonaparte, dopo la

vittoria di Borghetto e la presa di Peschiera, i suoi pensieri; e però

incominciò a levare un rumore grandissimo e ad imperversare, sclamando

che Venezia, per aver dato ricovero nei suoi Stati al conte di Lilla,

si era scoperta nemica alla Francia, e che l'aver lasciato occupare

Peschiera dagl'imperiali dimostrava la parzialità del governo veneziano

verso di loro. E così, tempestando e moltiplicando ognora più nello

sdegno e nelle minacce, affermava volersene vendicare. Di tratto in

tratto prorompeva anzi con dire che non sapeva quello che il tenesse

che non ardesse da capo in fondo Verona, città, soggiungeva, tanto

temeraria che si era creduta capitale dell'impero franzese. Nel che

intemperantemente ed assurdamente alludeva al soggiorno fattovi dal già

detto conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia; soggiorno pel

quale soltanto credettero i Veronesi aver fatto opera pia, dando dentro

le loro mura ricovero ad un principe perseguitato ed infelice.

Quanto al fatto di Peschiera, dal già detto intorno al suo stato

non difendevole, si vede se potessero i Veneziani in un caso tanto

improvviso impedire che i Tedeschi vi entrassero. Bene sapeva egli cosa

vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè scriveva al direttorio,

il dì 7 giugno, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i

Veneziani, avendo solamente domandato il passo per cinquanta soldati,

e che con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma queste

querele faceva in primo luogo per accennare, come abbiamo detto, a

Verona, nella quale, per esser munita di tre fortezze ed assicurata

da una grossa banda di Schiavoni, non poteva entrar di queto senza il

consenso de' Veneziani; in secondo luogo per fare dar denaro a Venezia,

conciossiachè scriveva egli al direttorio il dì suddetto in proposito

di questo medesimo fatto di Peschiera, a bella posta avere aperto

questa rottura, perchè, se volessero cavar cinque a sei milioni da

Venezia, sì il potessero fare.

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie

del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo

terrore. E però, per dare al generale repubblicano le convenienti

giustificazioni che dalla sua bocca propria e non da quella di altrui

voleva udire, si mise in viaggio col segretario Sanfermo per andarlo

a visitare a Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e

ristrettosi con esso lui e con Berthier, protestava ed asseverava,

avere sempre la repubblica veneta ed in ogni accidente seguitato i

principii della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente

Buonaparte, il quale non voleva esser convinto, ma bensì intimorire,

che male aveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i

fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i

Veneziani lasciato occupar da' Tedeschi Peschiera, il che era stato

cagione che egli avesse perduto mille e cinquecento soldati, il cui

sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse

agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli

accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietar loro il

passo pel mare e pei fiumi; che in somma erano i Veneziani amici

stretti degli Austriaci. Quindi, trascorrendo dalle minacce alla

barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato

asilo negli Stati loro ai fuorusciti franzesi ed al conte di Lilla,

nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente

dalla crudeltà alle menzogne, sclamava che prima del suo partire

aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che

l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai

Massena; che già forse le artiglierie di Francia la fulminavano, e che

già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel

ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da

Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera

era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste

cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque,

aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto,

acciocchè il senato ne ragguagliasse.

Spaventato in tal modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un

poco sopra di sè; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse

che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal

direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il

seguente si appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente

vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati,

manterrebbe salva la città ed avrebbero i Veneziani la custodia

delle porte; i magistrati il governo dello Stato; ma che se gli

fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e

distrutta.

Queste arti usava Buonaparte, il dì 31 maggio, per ottenere

pacificamente il possesso di Verona; dal che si vede qual fede prestar

si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì 29 del mese medesimo, e

quale fosse la sincerità delle sue promesse.

Da queste insidie e da queste minacce si rendeva chiaro quali

dovessero essere le deliberazioni del provveditor veneziano; posciachè,

prescindendo anche dagli oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto

una città nobilissima del veneziano territorio, quell'affermare che fra

sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra

a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva

a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma

ancora necessaria una subita presa d'armi dal canto de' Veneziani.

Quello era il momento fatale della veneziana repubblica, quello il

momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto

l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo

perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento,

non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente spente per fondare il

dispotismo di un capitano.

Ma Nicolò Foscarini, invece di gridar campane, come Pietro Capponi,

corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei

quali consisteva la principal difesa, l'abbandonassero, e che così

i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di

Buonaparte.

Come prima si sparse in Verona che i Franzesi vi sarebbero entrati per

alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno

spavento tale che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più

temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani li

perseguitavano. Il popolo, raccolto in gran moltitudine sulle piazze

e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore, accusava la

debolezza di Foscarini e le perdute sorti della repubblica. Lo stare

pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente

prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la

strada da Verona a Venezia impedita da lungo ingombro di carrozze, di

carri e di carrette che le atterrite famiglie trasportavano con quelle

suppellettili che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto

raccorre. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano

i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le

masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarii dei

poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più

bassi, od oltre le acque del mare, terre non ancora percosse dalla

furia della guerra.

Entrarono il dì primo giugno i Franzesi in Verona. Quivi Buonaparte

lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose

piazze, i templi, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto

l'arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano

anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono

i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Nè così soltanto

mancavasi al convenuto; ma contro alle promissioni fatte nel manifesto

di Brescia, di voler pagare in contanti tutto che si richiedesse

in servigio dei soldati, si facevano, nelle campagne testè felici

del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, tolte

incredibili che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano

mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano

od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza

medesima con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè

abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto all'umana

generazione è necessario così grave e così stolto come in questa

terribil guerra si fece. I popoli intanto, vessati in molte forme,

e cadendo da una tanta agiatezza in improvvisa miseria, entravano in

grandissimo sdegno e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor

più gravi.

A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello

di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie

di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì

29 giugno, salve le robe e le persone, eccettuati solo i fuorusciti

franzesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Fu questo

acquisto di grande importanza ai Franzesi, perchè era il castello come

un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle ai repubblicani.

La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia;

perchè, trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto,

e così per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle

spalle e sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro,

chè quivi ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano, oltre a ciò,

a domarsi il papa ed il re di Napoli e ad espilare il porto di Livorno.

Per la qual cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di

Modena, s'incamminava alla volta di Bologna, città forte più d'ogni

altra d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che, conoscendo

bene la libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio

forastiero.

Aveva il senato di Bologna anticonosciuto che per la vittoria di

Lodi diveniva il generale franzese signore di tutta la Lombardia.

Però, desiderando di preservare il Bolognese dalle calamità che

accompagnano la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creata

un'arrota d'uomini eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano

i senatori Caprara e Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò, veduto il

generalissimo, il pregassero d'aver per raccomandata la patria loro.

Al tempo medesimo il sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle

cose, siccome quegli che nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva

non solo la ruina del suo Stato temporale, ma ancora novità perniciose

alla religione, specialmente se come nemici allo Stato pontificio si

accostassero, aveva commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna

a Roma, che già era intervenuto alla composizione con Parma, andasse

a Milano e procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano

terribile della repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente

trattato da Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che

dal pontefice gli era raccomandato. Furono dal generale umanamente

uditi i senatori di Bologna: parlaronsi nei colloqui segreti di molti

gravi discorsi, il fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla

superiorità pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà

statuita, già com'è noto da ognuno, fin dai tempi della lega lombarda,

e ad impetrare che i soldati repubblicani, passando pel Bolognese, vi

si comportassero modestamente. Questi erano suoni molto graditi ai

popoli di quel territorio: Buonaparte, che sel sapeva, promise ogni

cosa e più di quanto i deputati avevano domandato; sì che partironsi

molto bene edificati di lui, e se ne tornarono a Bologna. Intanto

le sue genti marciarono. Comparivano il 18 giugno in bella mostra

e con aria molto militare poco distante da Bologna dalla parte di

Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di cavalli condotta da

Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e, schieratasi avanti

il palazzo pubblico, faceva sembiante d'uomini amici e liberali. Il

cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta al fine in

quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico dell'arrivo

dei Franzesi e della buona volontà mostrata dai capi. Esortava che

attendesse quietamente ai negozii; comandava che rispettassero i

soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo i casi, a chi

con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il seguente giorno

la retroguardia; arrivavano alla notte Saliceti e Buonaparte.

Era Bologna stata spogliata del dominio di Castelbolognese, terra

grossa situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi

desiderosissimi di ricuperare quell'antica colonia; nè alla

ricongiunzione ripugnavano i castellani medesimi. Buonaparte, informato

dai deputati di questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva

il possesso di Castelbolognese, ed aboliva ogni autorità del papa,

reintegrando i Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed

indipendente. Nè ponendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti

legato se ne partisse immantinente da Bologna. Indi, chiamato a sè il

senato, a cui era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che,

essendo informato delle antiche prerogative e privilegii della città

e della provincia, quando vennero in potere dei pontefici, e come

erano stati violati e lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della

sostanza del suo antico governo. Ordinava pertanto che l'autorità

sovrana al senato intiera e piena ritornasse; darebbe poi a Bologna,

dopo più matura deliberazione, quella forma di reggimento che più al

popolo piacesse, e più all'antica si rassomigliasse: prestasse intanto

il senato in cospetto di lui giuramento di fedeltà alla repubblica

di Francia, ed in nome e sotto la dipendenza di lei la sua autorità

esercesse: i deputati dei comuni e dei corpi civili il medesimo

giuramento in cospetto del senato giurassero.

Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur

un particolare seggio, riceveva Buonaparte il giuramento de' senatori;

quindi si accostarono a prestarlo, presente sempre il generale di

Francia, i magistrati sì civili che ecclesiastici: il che fece in tutta

Bologna una gran festa, grata al popolo, perchè nuova e con qualche

speranza, grata al senato, perchè da servo si persuadeva d'esser

divenuto padrone, non badando che se era grave la servitù verso il

papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi signori.

Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro.

Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano

i popoli, pure se ne acquetavano, perchè sapevano che bisogna bene

che i soldati vivano del paese che hanno; solo si sdegnavano dello

scialacquo, nè potevano tollerare di dar materia ai depredatori, chè i

soldati e gl'Italiani ugualmente rubavano. Poco stante successe, come

a Milano, un fatto enorme, che dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto

che si portava alle proprietà. Imperciocchè, poste violentemente

le mani nel monte di pietà, lo espilavano per far provvisione,

come affermavano, allo esercito. Solo restituirono i pegni che non

eccedevano la somma di lire ducento. Ma, temendo gli autori di tanto

scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da

tante schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si

togliessero l'armi ai cittadini.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 43 / 99 段