Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari

ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero

puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali

argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le

sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni

parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i

fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il

duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di

Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori,

il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come

se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per

servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per

la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta

il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace

Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano

le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto

dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse,

oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente

di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del

sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero

dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da

somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano

quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa

di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati

del duca.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e

donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta

l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e

queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima

che partisse, con surrogar loro magistrati ed uomini o partigiani

o dipendenti da Francia; e di procacciar denaro e fornimenti che

l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual

cosa, in luogo della giunta di Stato, creava la congregazione generale

di Lombardia, ed al consiglio dei decurioni surrogava un magistrato

municipale in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di

grande stato, Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini,

Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato ed a lui si

riferivano gli affari più gelosi e più segreti.

Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte

sulla conquistata Lombardia una gravezza di venti milioni di franchi,

e faceva abilità ai commissarii e capi di soldati di torre per

forza i generi necessarii, con ciò però che dessero polizze del

ricevuto accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni.

Intenzione sua era che cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati

e sui corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa

dall'intenzione l'esecuzione; ma i ricchi, sì perchè si sentivano

gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con

insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti e licenziavano

i servitori, chè poco bene disposti in sè per natura vecchia, ed

avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel popolo,

massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle il

magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente

abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni

dovessero continuar a pagare i salarii ai servitori. Ma fu il rimedio

insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo,

perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate

di generi d'ogni specie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi

ai generali, ai commissarii, ai comandanti, agli uffiziali, talmente

il costringevano, che non era più padrone di sè medesimo, stanziava

un'imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari

quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi milanesi. Non

parlasi dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo

i padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse

diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare,

consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè

a grandi e replicate vittorie era congiunta un'opinione politica

ardentissima e molto diversa da quella dei popoli, fra' quali egli

viveva. Il che sia detto generalmente, perchè molti uffiziali, o per

gentile educazione o per bontà di natura, si portavano e dentro e fuori

delle case del popolo conquistato in tale guisa che si conciliavano la

benevolenza d'ognuno. Ma cagione gravissima di esacerbazione nei popoli

erano le tolte sforzate di generi che per uso dei soldati o proprio

alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei villerecci luoghi,

liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva e a chi non aveva,

e così agli amici come ai nemici del nome franzese. Aggiungevansi le

minaccie e le insolenti parole, più potenti assai al far infierire

l'uomo che i cattivi fatti. Ciò rendeva i Franzesi odiosi, ma più

ancora odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi o per le

opinioni parteggiavano pei Franzesi. Nè il popolo discerneva i buoni

dai tristi, anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che

tutti aiutavano l'impresa di una gente che, venuta per forza nel loro

paese, aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Adunque lo sdegno

era grande; la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi

nelle sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli.

A questi si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca e gli

ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano

nel contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il

dominio franzese in Italia; che questa terra era pur tomba ai Franzesi,

che sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le

loro cacciate o gli eccidii; quindi eccitavano all'armi, quindi dicean

calar dalle tirolesi rupi nuovi eserciti imperiali, quindi spargevano

voler i Franzesi fare per forza una leva di gioventù lombarda per

mandarla, con le genti franzesi incorporandola, alla guerra contro

l'imperatore; e per quanto si sforzassero i magistrati di persuadere ai

popoli il contrario, vieppiù nella concetta opinione si confermavano.

In mezzo a tutti questi mali umori successe a Milano un fatto veramente

enorme che li fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.

Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano, o

gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti

e gioie di grandissimo valore. Si aggiungevano, come si usa, capi di

minor pregio, e fra tutti non pochi appartenevano a doti di fanciulle

povere. Sacro era presso a tutti il nome di monte di pietà non solo

perchè era segno di fede pubblica, ma ancora perchè le cose depositate

la maggior parte appartenevano a persone o per condizione o per

accidente bisognose. Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede

nella imperial Milano, si presero, malgrado dell'esortazioni contrarie

di parecchi generali, le robe più preziose che si trovavano riposte nel

monte e le avviarono alla volta di Genova, avvisando il direttorio che

là erano condotte acciò ne disponesse a grado suo.

Di ciò si sparse tosto la fama, magnificandosi con dire che non si

fosse portato più rispetto alle proprietà de' poveri che a quelle

de' ricchi, il che in parte era anche vero. Le quali cose, giunte

all'insolenza militare, allo strazio che si faceva nelle campagne,

alle improntitudine dei patriotti, partorirono una indegnazione tale

che dall'un canto prestandosi fede a nuove incredibili, dall'altro

non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si accese la volontà di

far un moto contro i Franzesi. Nè fu la città stessa di Milano esente

da questa turbazione; perciocchè, facendo i repubblicani non so quale

allegrezza intorno all'albero della libertà, incitati i popoli a

sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e lo avrebbero anche

fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda di cavalli, il

quale, frenato l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a sbaraglio.

Ma le cose non passarono sì di queto ne' contorni di Milano,

massimamente verso la porta Ticinese, perchè viaggiando e Franzesi e

patriotti italiani, o soli o con poca compagnia, per quelle campagne, e

non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservarli, furono

da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano

uccisioni ancor maggiori ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più

grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In

Binasco principalmente l'ardore contro i Franzesi e contro i giacobini,

come li chiamavano, era giunto agli estremi; e credendosi i Binaschesi

ogni più crudele fatto lecito, ammazzavano quanti Franzesi o Italiani

partigiani loro venivano alle mani. Essendo l'accidente improvviso,

molti, anzi una squadra non piccola di Franzesi, furono barbaramente

trucidati da quella gente.

A questo molo di Binasco, terra posta a mezzo cammino fra Milano e

Pavia, moltiplicando sempre più la fama dello avvicinarsi de' Tedeschi,

che i capi ad arte spargevano, si riscossero le popolazioni del

Pavese, e fecero impeto contro la capitale della provincia. Chi poi

non accorreva per la speranza de' soccorsi tedeschi, che non pochi

sapevano esser vana, il facevano per la voce che s'era levata fra la

gente tumultuaria che i Franzesi si avvicinassero per mettere a sacco

Pavia. Già i Pavesi medesimi, irritati ad un piantamento di un albero

della libertà, si erano sollevati la mattina del 23 maggio, e correvano

la città armati e furibondi. Era la pressa grandissima sulla piazza.

Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le truppe sollevate: suonavano

precipitosamente in Pavia le campane a martello; rispondevano, con

grandissimo terrore di tutti, quelle della campagna. Nascondevansi i

patriotti, perchè il popolo li chiamava a morte: pure, più temperato

in fatti che in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini

quieti serravano a furia le porte. I soldati di Francia segregati erano

presi; i rimanenti, non più di quattrocento fanti, male in arnese,

la maggior parte malati o malaticci, a grave stento si ricoverarono

nel castello, dove, per mancanza di vitto, era certamente impossibile

che si potessero difendere lungo tempo. Arrivarono in questo punto i

contadini, e, congiuntisi coi cittadini, aggiungevano furore a furore.

Alcuni fra i più ricchi, o che temessero per sè o che volessero aiutare

quel moto, mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri

mangiari in quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi,

i tristi trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di

pesar con giusta lance le cose, non vedendo a comparire da parte alcuna

soccorsi in favore degli avversarii, davansi in preda all'allegrezza,

e concependo speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro,

non solo la liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardia

e di tutta l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale

franzese Haquin; nè così tosto ebbe messo il piede dentro le mura, che,

minacciato nella persona, fu condotto per forza al palazzo del comune,

dove già era una banda grossa di soldati franzesi, che disarmati ed

incerti della vita e della morte, se ne stavano del tutto in balìa

di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto da' municipali, che

ogni sforzo facevano per sedare quel cieco impeto. Ma finalmente il

popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e, trovato Haquin, lo

volevano ammazzare; i municipali, facendogli scudo de' corpi loro, il

preservavano, benchè ferito di baionetta in mezzo alle spalle. Mentre

alcuni si adoperavano per la salute del generale, altri si ingegnavano

di salvar la vita de' Franzesi; nè riuscì vano il benigno intento

loro. Bene fece poi Haquin ufficio di gratitudine a Buonaparte, che,

ritornata Pavia a sua devozione, gli voleva far ammazzare come autori

della ribellione, raccomandandogli e con istanti parole pregandolo

perdonasse a uomini già vecchi, a uomini più abili a pregare il popolo

concitato che a concitar il quieto.

Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia non già perchè

vi si temessero dai più i Franzesi, avendo la rabbia tolto il lume

dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano che quella furia,

per trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio

della misera città. Così passarono le due notti dai 23 ai 25; ma già si

avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata impresa, quando più la

moltitudine, per la dedizione del presidio ricoverato in castello, si

credeva sicura della vittoria. Era giunto il 25 maggio, quando udissi

improvvisamente un rimbombar di cannoni, prima di lontano, poi più da

presso; e via via più spesseggiando il romore, dava segno che qualche

gran tempesta si avvicinasse dalle parti di Binasco.

Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto

a Lodi, con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto

Beaulieu, quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco

e di Pavia. Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza,

perchè questi incendii più presto si spandono che non si estinguono,

tornossene subitamente indietro, conducendo con sè una squadra eletta

di cavalli ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in

Milano, considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato

ostinazione uguale alla rabbia, o forse, volendo risparmiare il

sangue, si deliberava a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo

di Milano, affinchè con l'autorità del suo grado e delle sue parole

procurasse di ridurre a sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto,

applicando l'animo a far sicuro colla forza quello che le esortazioni

non avrebbero per avventura potuto operare, rannodava soldati e li

teneva pronti a marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già

incontrati per via i Binaschesi, facilmente li rompevano, facendone

una grande uccisione. Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da

diverse bande il fuoco, l'arsero tutto.

Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e, fattosi al balcone

del municipale palazzo, orava istantemente alle genti che si erano

affollate per ascoltarlo. Con grande ardore parlava, desiderosissimo

di salvar la città; ma più poteva in chi lo ascoltava un feroce

inganno che le persuasive parole. Gridarono non doversi dar orecchio

all'arcivescovo, esser dedito ai Franzesi, esser giacobino; e così

su questo andare con altre ingiurie offendevano la maestà del dabben

prelato. Adunque non rimaneva più speranza alcuna alla desolata terra;

le matte ed inferocite turbe, accortesi oggimai che lo sperare aiuti

estranei era vano, e che i Franzesi giù stavano loro addosso, chiusero

ed abbarrarono le porte, ed empierono tutto all'intorno le mura d'armi

e di armati. Ma ecco arrivare a precipizio il vincitor Buonaparte ed

atterrare a suon di cannoni le mal sicure porte. Fessi in sulle prime

una tal qual difesa; ma superando fra breve le armi buone e le genti

disciplinate, abbandonavano frettolosamente i difensori le mura, e

ad una disordinata fuga si davano. Fuggirono per diverse uscite i

contadini alla campagna; si nascondevano i cittadini per le case.

Restava a vedersi quello che il vincitor disponesse; aspettava Pavia

l'ultimo eccidio.

Entrava la cavalleria della repubblica, correva precipitosamente,

trucidava quanti ne incontrava: cento sollevati in questo primo

abbattimento perirono. Entrava per la milanese porta Buonaparte,

e postovisi accanto con le artiglierie volte contro la contrada

principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei

cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestio

dei cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere

dei soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo

spaventevole e miserando; ma se periva chi andava per le vie, non era

salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco; dava

Pavia in preda ai soldati.

Non ci fermeremo a narrare il tenore di questa tremenda esecuzione.

Nel giorno 23, nella susseguente notte, nel dì 24, le soldatesche,

avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni, non si

ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora

nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone;

e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed

oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Tal era l'universale dei

soldati; ma non sono da dimenticare i pietosi ufficii fatti da molti

soldati franzesi in mezzo alla confusione sì fiera e sì orribile. Non

pochi furono visti che, abborrendo dalla licenza data da Buonaparte,

serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare, altri, più oltre

procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini ed

alle miserande donne, chiamati a preda od a vituperio dai compagni

loro; sì che sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì

strana contesa, pietosa ad un tempo e scellerata. Quali si affaticavano

per rinsensare le donne svenute, e riconfortarle; quali anche, vinti

dalla compassione, tornavano indietro a far la restituzione delle

rapite suppellettili. Nè si dee passare sotto silenzio che se si

fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano al

sangue. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle

case dell'università, che pur avevano molti capi di pregio anche per

soldati. Questo benigno riguardo si ebbe per comandamento dei capi.

Più mirabile fu ancora la temperanza de' capitani subalterni, ed anche

dei gregarii medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani

e di altri professori di grido, si astennero, o pregati leggiermente

od anche non pregati, dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente

il nome di scienza e di virtù anche negli uomini dati all'armi ed al

sangue.

Finalmente il mezzodì del giorno 26, siccome era stato ordinato da

Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva

fatto, non incrudelì di soverchio contro i presi colle armi in mano

ancora grondanti di sangue franzese: uno solo fu fatto passare per

l'armi in sul primo fervore in Pavia; poi altri tre, che, portati

all'ospedale, già vi stavano, per le ferite avute, col mal di morte.

Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni,

ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro e fuoco

avrebbe.

Buonaparte, passato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi

pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni

sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che, essendo padrone dei

ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso

sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica

veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi

territorii, doveva tra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi

l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni

cosa presagiva aver a riuscir ostinate e micidiali. Vedeva il senato

che la terra ferma, quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe

presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva che i Franzesi si erano

risoluti d'andar ad assalire il loro nemico dovunque il trovassero, e

che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e

l'altra per primo pensiero di procacciarsi i proprii vantaggi anche a

pregiudizio della neutralità veneziana.

Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di

Bergamo d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui

confini, e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave; ma le

instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava ed

i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle

consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando

il senato che in un caso di tanta, anzi di totale importanza le cose

di terraferma fossero rette con unità di consigli, aveva tratto a

provveditor generale in essa Nicolò Foscarini, stato ambasciadore

a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma

di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che

diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già

si mostrava pieno di spaventi e di pensieri sinistri. Diessi, come

moderatore a Foscarini, il conte Rocco Sanfermo, con quale prudenza

non si vede, perchè Sanfermo parteggiava piuttosto pei Franzesi, ed

era in cattivo concetto presso i Tedeschi per essere stata la sua

casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna

e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave

mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in

Verona vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo

di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero

allegrezze, considerando che la sua presenza avesse pure ad operar

qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi; il senato

medesimo non li conosceva; perchè l'operare in tanta sfrenatezza di

principii politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava

tutta la fortuna dello Stato, che si sarebbe portato rispetto al retto

ed all'onesto, e che un magistrato privo d'armi potesse fare alcun

frutto, era fondamento del tutto vano.

Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero,

per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu ch'egli

volesse, correndo per la sponda occidentale del lago di Garda, occupare

Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada che

dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela,

poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le

sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi, procedendo più oltre,

mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo

lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa

credenza che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra

per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di

mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro

e sulla destra le sue genti indietro per guisa che, invece di star

minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia

lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e

Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.

Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte

giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè

gli Austriaci avevano passato pei territorii veneti, ma non occupato

le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia, il dì 29 maggio,

un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in

animo di attenere; tra le altre cose dicendo: passare i Franzesi per

le terre della veneziana repubblica, ma non essere per dimenticare

l'antica amicizia da cui erano le due repubbliche congiunte; non

dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione,

il governo, i costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto

fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti informassero di questi

suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse

quell'amicizia che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli

nell'onore, fedeli nella vittoria.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 42 / 99 段