Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non

così tosto erano giunti, che li fulminavano un tuonare d'artiglierie

d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo

tempestoso di schegge. A sì terribile urlo, a sì duro rincalzo, alle

ferite, alle morti, esitavano, titubavano, si arrestavano. Se durava un

momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio ed

i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda

volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai

generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era

tempo di starsene dietro le file, correvano, a fronte Berthier il

primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes

e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un

mortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierie tedesche avevano

prodotto un gran fumo che avviluppava il ponte; del quale accidente

valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando,

riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue, sulla

sinistra sponda. Spingeva oltre Buonaparte subitamente i restanti

battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la

vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano

tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierie,

calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino,

più sanguinosa. Già correvano pericolo i Franzesi di essere rituffati

nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con

sì estremo valore conquistato, quando opportunamente giunse con la sua

eletta squadra Augereau, che, udito l'avviso della battaglia orribile,

a gran passi dal Borghetto in aiuto de' suoi compagni pericolanti

accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del

tutto sormontare la fortuna franzese. Beaulieu, abbandonato il bene

contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a

porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo e per assicurar

Mantova con un grosso presidio.

Di pochi prigionieri nella ritirata loro furono gl'Imperiali scemi;

bensì perdettero nel fatto due mila cinquecento soldati tra morti

e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierie. Grave

fu anche la perdita dei Franzesi, i morti, i feriti, i prigionieri

passando i due mila. La ritirata dei confederati assicurò i

repubblicani delle cose di Lombardia, e pose in mano loro Pavia,

Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva ormai di difesa,

tanto solamente indugiava a venir sollo l'imperio repubblicano, quanto

tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi

gloriosi fatti i saccheggi e le devastazioni.

Giunte a Milano le novelle del passo del Po, e dell'abbandonarsi da

Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento,

poichè vi si prevedeva che poca speranza restava di conservare la

città sotto la devozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come

in una popolazione ricca allo approssimarsi di soldatesche nuove non

conosciute, e forse anche troppo conosciute. Mancavano nel Milanese le

cagioni di mala soddisfazione, e quindi nasceva che, sebbene i popoli

siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non

quando lo hanno perduto, non si manifestavano nella felice Lombardia

segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per sè,

per le famiglie, per le sostanze. Sapevano i Milanesi che pochi erano

fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti e rimessi

secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi

avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti

dei governi regii o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi

ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti e forze terribili. Per la

qual cosa vi si viveva in grande spavento.

L'arciduca Ferdinando si risolveva a lasciar quella sede per andarsene

nella sicura Mantova, o, quando i tempi pressassero di vantaggio, nella

lontana Germania. Desiderando però, prima di partire, provvedere alla

quiete dei popoli, ordinava, con editto del 7 maggio, che i cittadini

abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero.

A dì 9, creava una giunta con autorità di fare quanto al governo si

appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello Stato,

voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far

l'ufficio suo continuasse.

Avendo per tal guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva

il medesimo dì 9 di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già

era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome,

fra' quali il principe Albani ed il marchese Litta. Una moltitudine di

persone di ogni grado, di ogni età e di ogni sesso, fuggendo la furia

dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano

a ricoverarsi sulle terre veneziane, destinate ancor esse, e molto

prossimamente, alla medesima ruina. Seguitava in Milano un interregno

di tre giorni.

Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più

pressava nella guerra, e già stimando Milano in sua potestà, mandava

Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati

municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte che si

trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso

un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella

generosità dei Franzesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto

alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno 14 di maggio

entrava Massena con una schiera di dieci mila soldati valorosissimi.

L'incontravano al Dazio di porta Romana i municipali. Disse, per

mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero

salve la religione, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi

corpi di truppa; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera

d'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci.

Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali, o

allettati dalla fama o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno

dei signori loro, correvano, come in sede propria e di salute nella

città conquistata. A costoro si univano i repubblicani milanesi, ed

intendevano a far novità. Fra tutti questi gli utopisti, servi di

un'opinione anticipata e di un dolce delirio andavano sognando una

perpetua felicità. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli

uomini da poco, scemi e, come sarebbe a dire, pazzi. V'erano poi

quei patriotti che amavano lo stato libero per ambizione: di questi

il generalissimo facevane maggiore stima, perchè, come diceva, erano

gente che aveva polso, e, per poco che si stimolassero, avrebbero

servito mirabilmente a' suo disegni. Finalmente quei patriotti, i

quali amavano le novità per le ricchezze, e, sperando di pescar nel

torbido, gridavano ad alte e spesse voci libertà, non frequentavano mai

le stanze di Buonaparte, ma amavano molto aggirarsi fra i commissarii

e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e

mezzani.

Fecero grandi allegrezze tutti questi generi di patriotti, in

sull'entrar dei Franzesi, di luminarie, di balli, di festini; ma per

quella servile imitazione di cui erano invasati verso le cose franzesi,

e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono

altresì alberi di libertà, vi facevano intorno canti, balli, discorsi,

ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento

delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti

allo Stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con

maggior veemenza, più era applaudito.

Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità

repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con

grida smoderate i patriotti e parte del popolo, solito a fare come gli

altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si

lodava Buonaparte che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo

molto schifosa l'adulazione italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava

Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I

buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste

dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico quanto in privato; ma

augurava male degl'Italiani.

Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di

ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un

esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi,

varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso

eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe,

acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertasi la strada alla

conquista dell'altra, convertiti in sè stesso gli occhi di tutti gli

uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa

maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva

desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori,

mandava fuori, il 20 maggio, un discorso molto infiammativo a' suoi

soldati:

«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso,

dalle Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro

ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dell'austriaca dipendenza,

spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la

Francia. Vostro è lo Stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le

alte cime della Lombardia le repubblicane insegne: i duchi di Parma e

di Modena alla generosità vostra sono del dominio che ancora lor resta

obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava?

Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino,

nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati

baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessibili degli Apennini. Sentì

la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole che ogni

comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti,

de' fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dell'avervi per

congiunti fortunatissime. Sì per certo, o soldati, assai faceste;

ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei,

diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria?

Accuseranci dell'aver trovato Capua in Lombardia? No, per Dio no,

che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad

un vil riposo, già sento i giorni passati senza gloria esser giorni

perduti per voi. Orsù, partiamne; restanci viaggi frettolosi a fare,

nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie

a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi

uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi

rapì le navi; già suona contro a loro in aria una terribile vendetta.

Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni

amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, degli Scipioni, di

tutti gli uomini grandi che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il

Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanto è

famoso al mondo, destar dal lungo sonno il romano popolo, torlo alla

schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie: acquisteretevi

una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa.

Il popolo franzese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una

pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche

ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura; i concittadini, a

dito mostrandovi, diranno: _Fu soldato costui dell'esercito d'Italia_.»

Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia; ognuno aspettava

accidenti terribili.

Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede

nella città capitale degli Stati austriaci in Italia, si apparecchiava

Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar

il Mincio, e, cacciando le genti tedesche oltre i passi del Tirolo,

vietare all'imperatore che non mandasse nuovi aiuti per ricuperare le

provincie perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperta l'occasione

al governo di manifestare il suo intento circa il modo di procedere

verso alle potenze italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e

neutrali, e nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese,

con darlo in preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio si

convenisse, o al re di Sardegna o all'imperatore, si taglieggiassero

i principi d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di

altre ricchezze che possibil fosse si ricavasse. Nè in questo mostrava

il direttorio maggior rispetto agli amici che ai nemici. Nella quale

risoluzione egli allegava per pretesto e la guerra fatta e l'amicizia

finta e la necessità di assicurare l'esercito.

Voleva prima di tutto che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito

alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i

soldati e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare o restituire;

se ne cavasse denaro, e sino i canali e le opere pubbliche fossero un

po' tocche dalla guerra. Poi si corresse contro il granduca di Toscana,

e si occupasse Livorno, confiscandovi le navi e le proprietà inglesi,

napolitane, portoghesi e di altri Stati nemici della repubblica,

sequestrandovi le proprietà dei sudditi loro; e se il granduca si

opponesse, si dicesse perfidia, e sì allora si trattasse la Toscana

come se fosse alleata dell'Inghilterra e dell'Austria.

Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara,

poichè, se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra o d'Inglesi e di

altri nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di

Toscana, che la Francia stessa aveva e riconosciuta ed accordata col

granduca. Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da

quei repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole

loro la sincerità e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i

potentati d'Italia, e riconosciuta la repubblica e fatta la pace con

lei, e dato lo scambio, per istanza del Direttorio, al suo ministro

conte Cartelli, cui sostituì il principe don Neri Corsini.

Era Genova stata straziata dalle armi franzesi e dalle avversarie, e

poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata

da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali che

dove mancavano le cagioni s'inventavano i pretesti, ed il fine era

non di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli

in preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da

Genova, si cominciò ad insorgere contro il governo genovese. Scriveva

con una insolenza incredibile Buonaparte al senato, ch'era Genova il

luogo donde partivano gli uomini scellerati, che, datisi alle strade,

intraprendevano i carriaggi ed assassinavano i soldati franzesi; che da

Genova un Girola mandava ai feudi imperiali ribellanti armi e munizioni

da guerra pubblicamente, ed ogni giorno i capi degli assassini

accoglieva ancor bruttati di sangue franzese; che parte di questi

orribili fatti succedevano sul territorio della repubblica; che pareva

che essa col tacere e col tollerare approvasse opere tanto scellerate;

che il governator di Novi proteggeva i commettitori di tanti alti

barbari; perciò arderebbe i comuni dove fosse ucciso un Franzese;

voleva che il governatore di Novi si cacciasse, come Girola da

Genova: arderebbe infine le case tutte in cui gli assassini trovassero

asilo; punirebbe i magistrati trasgressori della neutralità che egli

osserverebbe bene e puntualmente, ma volere che la repubblica di Genova

non fosse rifugio di gente malandrina; e di egual tuono, e vieppiù

soldatescamente accendendosi, scriveva al governatore di Novi.

Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè

lo attribuire a sè medesimi opere tanto nefande non era nè verità nè

dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato,

era pericolo. Certo è bene che per quelle strade si commisero contro i

Franzesi opere di molta barbarie; ma questi omicidii ed assassinamenti,

di cui con tanta ragione Buonaparte si querelava, non già solamente sul

territorio genovese accadevano, ma ancora, e molto più, sul territorio

piemontese. Eppure non fece il generale di Francia che un leggier

risentimento e nissuna minaccia contro il re di Sardegna, poichè contro

di lui non aveva quel fine che contro Genova aveva.

A queste minaccie soldatesche succedevano le prepotenze parigine.

Comandava il direttorio a Buonaparte s'impadronisse o di queto o

per forza di Gavi, a fine di assicurare l'esercito alle spalle, e di

conservarsi la strada della Bocchetta aperta da Genova a Tortona; col

qual medesimo pensiero già s'era impadronito della fortezza di Vado:

il che quale rispetto sia per la neutralità, ciascuno potrà giudicare.

Poscia voleva che come prima l'esercito repubblicano occupato avesse il

porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti bastimenti

appartenessero a potentati nemici alla Francia mettesse in preda.

Nè contento a questo, dimenticando tutto l'accaduto, comandava a

Buonaparte che domandasse nuovamente vendetta e nuovi milioni di

contanti per la straziata Modesta, ed operasse che coloro che si erano

mescolati in tale fatto fossero come traditori della patria dannati;

oltre a ciò, voleva e comandava che si confiscassero e si dessero in

mano della repubblica tutte le proprietà pubbliche appartenenti ai

nemici, e sotto sicurtà di Genova si sequestrassero tutte quelle che

a sudditi di potentati nemici spettassero; cacciasse Genova da' suoi

territorii tutti i fuorusciti franzesi; fornisse bestie da tiro e da

soma, carriaggi e viveri, e si dessero in contraccambio polizze del

ricevuto da scontarsi alla pace generale.

Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano,

repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie

la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che

volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale,

sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non

era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando

nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra

questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei

territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi

repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona

desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva

accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciato del tutto

Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia

prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito

alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de'

freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che

si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che

fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente

al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi

sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero

nei porti veneziani.

Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui,

imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci

pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che

faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia

apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne

quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse

venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli,

che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e

gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le

navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse

d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori,

correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo

che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno

rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era

congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava

che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il

modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro;

e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.

Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva

all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto

la principal sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse

a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani

di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il

direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti

d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè

nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna,

ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti

del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva

passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta

certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di

preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della

gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli

tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei

tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di

gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente

gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini,

lusingava la Francia.

In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano

le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con

la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne

avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi,

trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se

ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste

preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano

fosse.

Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva

quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti

servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri

li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie,

se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i

più lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a

danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al

suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione

accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale

recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte

per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.

Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano

solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.

Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse

una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca

aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in

Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo,

come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte.

Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei

repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e

solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore

che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina

prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare

di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro

dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di

tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che

ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole

dipinte di estremo valore.

Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del

ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca

armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni

sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e

mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri

e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire

due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso dei

repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi,

fra i quali il San Girolamo del Correggio.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 41 / 99 段