A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo

per lume proprio e per un conforto dell'avvocato Prina, Navarese, quel

medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore e

maestro singolare del comandare, piacque poi tanto per infelice suo

destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e tanto

pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa, commosse

tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu fatta

quella risoluzione che, sottraendo la monarchia piemontese da una

dipendenza verso l'Austria, la fece vera e reale serva della Francia.

Allora veramente, e non più tardi, perì il reame di Sardegna, allora, e

non più tardi, perì la monarchia piemontese.

Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello ed il

cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult,

ministro della repubblica franzese. Al tempo medesimo fu fatto mandato

a Colli di domandare, ed al conte Delatour e marchese della Costa di

accordare una sospensione di offese col generale repubblicano; ma non

avendo Faipoult facoltà di negoziare, i commissarii s'incamminarono

tostamente alla volta di Parigi, affine di stabilire la pace e

l'amicizia con la repubblica. Intanto scrittosi da Colli a Buonaparte

si sospendessero le offese, rispose nè potere nè volere, se prima non

gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, di Alessandria e di

Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per

Ceva, che, oppugnata gagliardamente, con ugual gagliarda si difendeva.

Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima

monarchia de' Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di sè

medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la

tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro,

con questo che i repubblicani occupassero Cuneo il dì 28 aprile,

Tortona non più tardi del 30, la fortezza di Ceva subito dopo gli

accordi; restassero i Franzesi in possesso dei paesi conquistati oltre

la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare

pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati

dell'imperadore che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a

cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi

Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il

passo del Po, così stipulava che l'esercito di Francia potesse passare

il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della

tregua, alle quali succedettero poco stante le condizioni più tristi

ancor della pace.

A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligii, si

scoraggiano i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati;

spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa.

Volle anzi in questo la fortuna, solita ad addurre casi strani, che

le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava

le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi

arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava

la sua costanza di voler perseverare nella guerra essere inconcussa;

delle quali novelle non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte

Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la

circolare rappresentandogli, la quale leggendo Ostermann, dava segni

di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del

re, di parole che non voglionsi riportare. La somma fu, che squadernò

in viso all'agente lo spaccio che conteneva le novelle della tregua,

sdegnosamente dicendo che i confederati sapevano ottimamente che la

fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Franzesi penetrassero

in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione

dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe

loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di

soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere

che a un primo impeto ei fosse per mancar d'animo e per posar le

armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla

sicurezza ed agl'interessi degli Stati loro.

Infatti non si vede quale sì inevitabile necessità dovesse condurre

il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudizievole e tanto

inonorata. Di quello poi che fosse a farsi in così grave frangente

testimonio irrefregabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire che

se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici

giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene

là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a sè medesimo,

non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio

Amedeo II, già signori i Franzesi di quasi tutto il Piemonte, e già

oppugnanti con ottanta mila soldati, fornitissimi di cavalleria e

di grosse artiglierie, la capitale del regno, non disperò delle sue

sorti; anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo

Stato; stupiranno i posteri che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo

Stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito al primo

romoreggiare d'un quaranta mila Franzesi, difettosi di artiglierie,

massime grosse, difettosi di cavalleria, senza denaro per pagare, nè

magazzini per pascere i soldati, si sia sbigottito nell'animo e dato

subitamente in preda a coloro che con una pace a lui pregiudizievole

non altro fine avevano se non di costringere l'Austria ad una pace

utile a loro.

Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del

Piemonte e posto in sua balia quel primo Stato d'Italia, il che

gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava

Buonaparte l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non

gli mancasse sotto, mandava fuori un bando che merita di essere

attentamente considerato per rilevar l'indole del nuovo capitano

di Francia: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete

vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni,

parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso dieci mila

nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie

senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe,

passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi

repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili

sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità;

vincitori di Tolone, le vittorie del 93 presagiste; vincitori delle

Alpi, più fortunate guerre presagiste; non più fra sterili rupi,

non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far

guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia,

fuggono con terrore al cospetto vostro; ecco trepidar coloro che si

facevano beffe della miseria vostra; ma se avete operato cose grandi,

restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter

vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinii

gli assassini di Basseville; altre battaglie avete a vincere, altre

città ad espugnare, altri fiumi a varcare; forse alcuno di voi si

ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser

quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi?

No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Digo e di Mondovì

bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome franzese; tutti

vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne

mura tornarsene, tutti quivi con militare vanto dire: _Ancor io mi fui

dell'esercito conquistatore d'Italia. _Promettovi, amici, ed a voi per

ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per mia fè,

gli orribili saccheggi, sovvengavi che siete liberatori del popolo,

non flagello; non contaminate con la licenza le vittorie nè il nome

vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie.

Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito

indisciplinato; ogni scellerato soldato, che con gli oltraggi e col

ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza

remissione alcuna, dato a morte.»

Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi,

a Franzesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un

effetto incredibile: coll'immaginare, già facevano loro la Germania

lontana, non che l'Italia vicina. Quel mostrar poi di voler frenare

il sacco, era molto astuto consiglio per dare sicurtà ai popoli,

spaventati da una fama terribile e da fatti più terribili ancora.

Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava lusinghieramente, venire

il franzese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo

franzese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente,

lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà; la religione,

i costumi, fare i Franzesi la guerra da nemici generosi; solo averla

coi re.

Quali sentimenti producessero siffatti incentivi, coloro sel pensino

che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è

da far maraviglia se queste guerre vive dei Franzesi di tanto abbiano

prevalso ad ogni altro genere di guerra.

Possente aiuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle.

Arrivarono le novelle desideratissime essersi conclusa la pace il dì

15 maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali:

cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoia e

della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva e Tortona,

mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la

Brunetta, Castel-Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere

del generale di Francia, Valenza; smantellassersi a spese del re Susa

e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella

frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse

ne' suoi Stati alcun fuoruscito o bandito franzese; restituissersi da

ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi ed in perpetua

dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni

politiche; a libertà si restituissero e dei beni loro posti al fisco

si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere,

o di starsene senza molestia negli Stati regii o di trasferirsi là

dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Franzesi conservasse il

re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari,

ed a fornir viveri e strame allo esercito repubblicano; disdicesse

l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.

Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito

considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito

austriaco, congiunto coi soldati di Napoli e con qualche parte di

Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto

l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente

fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata

dalla fama di tante vittorie. La mira principale e tutta l'importanza

dell'impresa del generale della repubblica erano d'impadronirsi di

Milano: al qual fine due strade se gli appresentavano, di passare il

Po a Valenza, o di varcarlo sotto la foce del Ticino. Appigliossi al

secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in sè,

dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il quale, sebbene

subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi

con Francia da Ulloa ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto

consentire.

Adunque, risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le

foci del Ticino e dell'Adda, il che dovea anche dar timore a Beaulieu

di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile,

oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta

a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva

continuamente il governo sardo di barche pel valenziano passo, là

mandando carri, là artiglierie, là soldati, e facendovi intorno

una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una

soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè

vi fu ributtato da' presidii piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva

passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive

si ritrovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito

e proprio e napolitano, stava attento ad osservare quello che fosse

per partorire l'astuzia e l'ardire dell'avversario. Ma, quantunque

sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni

del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto che

veramente questi avesse lo intento di varcare a Valenza. Per la qual

cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per

fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio,

e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la

città di Pavia, posta sul Ticino, vicino al luogo dove si mette nel

Po e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita sulle rive

del fiume di trincee e di artiglierie. Per questi medesimi motivi

aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il

Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto

che Buonaparte, sicuro oggimai di conseguire il fine che si era

proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandando facesse due

alloggiamenti per giorno, verso Castelsangiovanni. Seguitava egli

medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierie

continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive

di Valenza. Il colonnello Andreossi e lo aiutante generale Frontin

spazzavano con cento soldati di cavalleria tutta la riva destra del

Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le

quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali e

medicamenti destinati agl'Imperiali.

Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte

del generale loro, i Franzesi colla vanguardia composta di cinque mila

granatieri e quindici centinaia di cavalli, varcavano felicemente, il

dì 7 maggio, su quelle barche medesime e sopra alcune altre che loro

si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile

afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte,

per tale guisa che il dì 8 quasi tutto l'esercito aveva posto piede

sulle milanesi sponde.

Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i

Franzesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio,

terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per

impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli

intanto ritirava le genti sull'Adda, sì per serbarsi aperte le strade

al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio. Avvisava

ancora che finchè il grosso de' suoi, che, malgrado delle sconfitte,

era tuttavia formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo

fiume, pericolosa impresa sarebbe pei Franzesi il correre a Milano.

Perlochè si avviava colla maggior parte delle genti a Lodi per guardar

il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume.

Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavalleria, a

Casal Pusterlengo, affinchè, passando per Codogno, fosse in grado di

servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla,

ove bisogno ne fosse. Pavia intanto, abbandonata da' suoi difensori,

non si reggeva più che con la guardia urbana. Bene erano considerati

i disegni di Beaulieu, ma la prestezza franzese gli ebbe guasti; i

soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi,

arrivarono non più per contrastare il passo al nemico, ma solo per

combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la

solita sagacità prevedeva che quella testa grossa di Austriaci, se le

desse tempo di essere soccorsa poteva disordinare i suoi pensieri, si

deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la

terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta e munito di venti pezzi

d'artiglieria alcune trincee; i cavalli, la maggior parte napolitani,

che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna.

La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi e

di assaltar da diversa parte la terra, solo mezzo perchè il combattere

fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande; la prima

col generale Dallemagne doveva assaltar Fombio sulla sinistra, la

seconda, condotta dal colonnello Lannes, dar dentro sulla destra, e

finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar

la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu

forte l'incontro, forte ancora la difesa. Gli Austriaci combattevano

valorosamente e per natura propria e per la speranza del soccorso

vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato

fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia de' Franzesi.

Andavano gl'imperiali in rotta, ed abbandonato Fombio, si ritiravano

a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle

bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri;

e sarebbe stata più grave la perdita, se la cavalleria napolitana,

condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran

valore, serrandosi grossa ed intera alla coda, ed urtando di quando in

quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e

fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.

Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano i confederati

ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva

Beaulieu avuto le novelle del passo de' Franzesi e del pericolo de'

suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti

soldati corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno

in soccorso di Fombio, credendo che i suoi tuttavia in quest'ultima

terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che

poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato

secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel buio della

notte sopra i Franzesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie,

seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi, spingendosi oltre,

s'impadronirono di parte della terra. Accorreva al subitaneo rumore

Laharpe, e, postosi a guida d'un reggimento fresco, marciava per

rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel

principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non

fosse stato tolto subitamente di vita. Soldato di compito valore, ma

ancora più di compita virtù, amato da tutti in vita, pianto da tutti in

morte.

L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani,

che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava

frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto

fece che rinfrancò gli spiriti e riordinò le schiere sbigottite

e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi, nell'ardir

loro moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della

vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già

si erano riavuti i Franzesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del

giorno che i nemici, superiori assai di numero, facevano le viste

di assaltarli, pensarono al ritirarsi: il che fecero, prima in buon

ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente

i Franzesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta

sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la

cavalleria napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Perdettero in

questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierie

lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi.

Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di

Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era

giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per

l'ultima volta, se, obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto

eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse

fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in sè il

favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si

doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della

Lombardia, del destino delle reliquie ancora potenti delle genti

imperiali.

Aveva ottimamente il capitano austriaco collocato la sua retroguardia,

sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli

che resistesse quanto potesse, ed, in caso di sinistro, si ritirasse

sulla sinistra del fiume. Intanto, per assicurare il passo del

ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la

sinistra sponda, per modo che direttamente l'imboccavano e spazzare

potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel

varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierie

grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro

battendo in crociera, parevano rendere il passo piuttosto impossibile

che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte nè una ritirata di sì

lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati

sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal

passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato.

Ed ecco arrivare Buonaparte impaziente delle guerre tarde, che, veduti

i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto,

si risolveva, correndo il dì 10 di maggio, a far battaglia sul ponte,

quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali

suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di

sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza

dei soldati, le genti menomate dalle battaglie e minorate dalla

lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di

tutti, che voleva quel che voleva, e che era, nonchè liberale, prodigo

del sangue dei soldati purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro,

e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire

a sè un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole,

usa al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbarraglio, diceva loro con

quel suo piglio alla soldatesca: «Vittoria chiamar vittoria; esser

loro quei bravi uomini che già avevano vinto tante battaglie, fugato

tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già

dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu, già tante volte

vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani

di Francia; vana presunzione, vana credenza; aver loro passato il Po,

re dei fiumi, arresterebbeli l'umile Adda? Pensassero essere questo

l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano;

dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati

invitti; guardarli la repubblica grata alle fatiche loro, guardarli

il mondo maravigliato ed atterrito alla fama di tante vittorie: qui

conquistarsi Italia, qui rendersi il nome di Francia immortale.»

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 40 / 99 段