La ritirata de' Franzesi da Vado era necessaria per la salute loro,

ma fu loro da un altro canto di grandissimo incomodo a cagione della

mancanza delle vettovaglie, perchè i corsari vadesi e savonesi con

bandiera austriaca correvano continuamente il mare, tanto che a

mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte

o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdare, sussidio

insufficiente a sollevare tanta carestia. Per privare viemmaggiormente

le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia ed

alla parte della riviera occupata dai Franzesi, aveva il generale

austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste che portavano

venti cannoni; e v'erano giunte due mezze galere e quattro fuste

napolitane, ed a tutti questi legni minori faceano ala le fregate

inglesi. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo

franzese, e già si ripromettevano i confederati che i repubblicani,

indeboliti dalla fame, pensassero oramai a ritirarsi da tutta la

riviera. Ma i Franzesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare

l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi ne' fatti

d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto e dal Ceriale, in atto

minaccioso e fiero. Il che vedutosi da' capi della lega, estimando

che, ove la fame non bastava, bisognava usar la forza, assalirono con

numero e con valore le posizioni nuove alle quali i repubblicani si

erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli

uni ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che, non essendo

venuto fatto agli alleati di sloggiar i Franzesi, perdettero il frutto

di tutta l'opera, perchè il non superare que' luoghi era un perdere

tutto il frutto del trattato di Valenciennes. Così le sorti d'Italia si

arrestarono ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del

Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli.

Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le

istigazioni segrete di alcuni agenti di quel paese, sì per l'esempio e

le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet,

che aveva visitato il porto di Napoli nel 1793, e sì finalmente per le

inclinazioni de' tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni

giovani con molta imprudenza la professavano; altri meno imprudenti,

ma più inescusabili, si adunavano e facevano congreghe segrete a

rovina del governo. Notarono i discorsi, seppersi le trame: il governo

insorgeva a freno de' novatori. Il ministro Acton, conosciuti gli

umori, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con

rappresentare continuamente all'animo della regina, già tanto alterato,

congiure e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra

le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni

ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti, non

solo a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emmanuele de Deo ed

alcuni altri rei furono puniti coll'ultimo supplizio; alcuni carcerati,

alcuni confinati. Ciò era non solo diritto, ma ancora debito dello

Stato; ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizii più o

meno fondati, parte anche senza indizii, mescolandosi le emulazioni

e gli odii particolari là dove non era nè reità nè indizio di reità.

Le carceri si empierono. Era un terrore universale; il familiare

consorzio era contaminato dalla paura de' delatori. Diceva Vanni,

già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavia

nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora venti mila; nè

si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, e

se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, sarebbe caduto sotto

la macchina orditagli da Acton per gelosia, e privato il regno di un

uomo di non ordinaria perizia negli affari di Stato. Duravano già da

molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima

si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano, e ne

facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome

Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, così fu

dimesso ed esiliato da Napoli; gratitudine degna del benefizio. Ciò non

ostante, la asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a

patti con Francia.

Frattanto non si confermava l'imperio inglese in Corsica, parte per

l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani

franzesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli, scaduti

dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano aver solo cambiato

padrone, non peso. Oltre a ciò, grande era tuttavia il nome di Paoli

in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con

gl'Inglesi, voltavano volentieri gli animi a lui, come a quello che

avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Franzesi, poteva anche

turbarlo agl'Inglesi. Erano pertanto sorti parecchi rumori in alcune

pievi di qua da' monti, massimamente ne' contorni d'Aiaccio; ed il

male già grave in sè induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già

gridavano apertamente il nome di Francia: si temeva una turbazione

universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa

il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto

occorreva, mandò fuori un bando esortatorio.

Nè le sue esortazioni restarono senza effetto, non già sulle

popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti,

e non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano

volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate

alcune squadre, furono mandate ad aiutare nelle pievi licenziose

le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo, Paoli, o cagione o

pretesto che fosse di questi rumori, fu chiamato in Inghilterra dal re,

il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la

presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse

pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la

fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbedendo

all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di

sterlini all'anno. Visse fino all'ultimo più accarezzato che onorato.

Così finì Pasquale Paoli, nome riverito nella storia, e che sarebbe

molto più, se non fosse nata la rivoluzione franzese.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati corsi ai soldi

d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti

da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, deposte le

armi, tornarono all'ubbidienza. Così fu ristorata, se non la concordia,

almeno la pace in Corsica, non sì però che, per l'infezione delle

parti, non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra

breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde in questi tempi in Sardegna, principalmente

in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava

gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna;

domandava i privilegii conceduti dai re d'Aragona; domandava i patti

giurati nel 1720. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè,

moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderii dei Sardi al re

rappresentassero.

Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che

buone parole. La missione loro non partorì frutto e se ne partirono

disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi

di nuovo il vivere nella solita quiete, con grande contentezza del

re, che molto mal volontieri aveva veduto contaminarsi la difesa di

Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula ed Angioi, capi

e guidatori di quei moli, si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea,

essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condiscesa, il dì

22 luglio, alla pace con la repubblica franzese; il quale accidente

tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli Stati

del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e

principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia

e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente

voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze franzesi.

Mossi poi anche i parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito

d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace,

del Milanese per la guerra, erano stati operatori che s'inserisse

nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica franzese,

in segno di amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua

mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re

di Sardegna, dell'infante duca di Parma e degli altri Stati d'Italia,

a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa,

ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, proferendosi a mediatore

tra la repubblica ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione e la

guarentigia dei proprii Stati, se consentisse a starsene neutrale e a

dar il passo ai Franzesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del

Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi

al solito speranze di acquisti di territorii più contigui, se cedesse

l'isola di Sardegna alla Francia.

Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna,

e sulle prime dichiarò di voler continuare nell'alleanza con l'Austria.

Ma perchè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse

ai patti o che solo si volesse aver sembianze d'inclinarvi, si convocò

il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti ed altri

assai pratici delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad

un soggetto gravissimo e da cui dipendeva questo punto: se il Piemonte

avesse a conservare la signoria di sè medesimo o da cadere in servitù

dei forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva,

figlio d'uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose

del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dov'era

stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle

cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto

trattatti sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendii

della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto

del suo parere in sì pericoloso caso, parlò con singolare franchezza,

e, discorse tutte le presenti sorti delle cose, conchiuse.... «Io

porto opinione che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla

pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo, ora che le forze che ancor

vi restano ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate

l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta

con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di

questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate

più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, e il pericolo

sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente

a salvazione del generoso Piemonte ed a preservazione della nobile

Italia.»

Questo discorso, porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto

veridica, congiunto di amicizia col generale austriaco Strasoldo, fece

non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte

inclinava agli accordi, quantunque tutti avessero la volontà aliena

dai Franzesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione il marchese

d'Albarey, il quale, sebbene fosse di indole pacifica e d'animo

temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenciennes,

e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava doversi nella

guerra e nella fede data all'Austria perseverare. E le parole sue,

che furono gravi ed abbondanti, vere in sè stesse, non restarono senza

effetto, meno perchè vere erano che perchè gli animi non avevano per

una anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per

la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata

ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia,

e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito

era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle

suggestioni che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta

ragione gli effetti che avesse a portar con sè la presenza de' Franzesi

in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non

perchè più sicura fosse, ma perchè, in pari pericolo da ambe le parti,

ella era più onorevole.

Giungeva intanto il tempo che doveva mostrare se quell'armi che non

senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Franzesi

divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito,

ed indirizzato a voler fare la conquista delle italiane contrade.

Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli

di Francia di voler passare con l'armi in Italia. Uno dei principali

confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali

di Francia per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre

di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri

dopo la pace di Spagna, e parendo che quegli che ne aveva fatto il

disegno più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu

egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare

solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano

intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro

parecchi guerrieri di nome. Inchinava omai la stagione all'inverno, e

trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura e per arte,

a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime

privi, com'erano di cavallerie, con poche e piccole artiglierie, e

ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di

assaltarli. Ma i soldati della repubblica, usi a vincere le difficoltà

che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo

bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla qual

sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed

opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza

dell'armi, alla carestia del vivere, ad un nemico più numeroso di loro,

abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per sè

stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare se veramente il

valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si

preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai

soldati repubblicani e per la perizia dei generali loro, specialmente

di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto.

Era la fronte dei Franzesi in tal modo ordinata, che, posando con

l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando

per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la

sinistra a terminarsi sui monti che sono in prospetto di quelli della

Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la

destra Scherer ed Augereau, la mezza Massena, la sinistra Serrurier.

I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano

manca, governata, da Wallis, occupava Loano, la battaglia, condotta

da Argenteau, Roccabarbena, e la destra, composta in gran parte di

Piemontesi e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e

del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non

bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre

campi forti, due innanzi Loano, un terzo, per sicurezza della mezzana,

più in su, a Campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo

gli accidenti sinistri, aveva munito di gente e d'artiglierie, non

solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo

presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per

tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto donde doveva

venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente. Separava i due

eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello

che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno 17 novembre, per riconoscere

i luoghi e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet

che assaltasse il posto di Campo di Pietra, il quale, sostenuto

un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di

battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Franzesi avevano

in animo di fare, non tenne tanto avvertito Arganteau, che pensasse a

starsene avvisatamente. Era la notte del 22 novembre quando Massena,

raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi,

fora piuttosto ingiusta diffidenza che giusto incoraggiamento; bastò

sempre per animarvi a vincere il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora,

quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando

in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare

a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizii possono trattenere i

soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già

più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero

essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio;

ma Sardegna ed Imperio continuavano ad affrontarvi; però voi un'altra

volta vinceteli, voi fugateli, voi dissipateli, e fia la vittoria

vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna.

Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con

l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro

con le opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè

aspettano lo estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro.»

Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e

perciò abile ad inspirar impeto nel soldato franzese, già per sè stesso

tanto impetuoso. Perciò, alle sue parole maravigliosamente incitati,

givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte

oscurissima e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento

di Massena, così accordatosi con Scherer, di urtare nel mezzo dei

confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi,

di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra,

che avrebbe dovuto od arrendersi o fuggire alla dirotta. Dovevano

secondare questa fazione a diritta Scherer con un assalto forte contro

Loano; Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo.

Appariva appena il giorno dei 23 novembre che Massena assaliva da due

bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano

a questo accidente impensato gli uffiziali tedeschi ai luoghi loro, e

già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella loro ordinanza.

La qual cosa dimostra l'inconsiderazione d'Argenteau, che, non

avendo presentito, com'era facile, quella tempesta, aveva permesso

che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse

un altro infortunio, e fu che Devins, afflitto da grave malattia, e

reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia,

da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a

Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet,

che davano la batteria, con molto valore insistendo tanto fecero,

che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico che si ritirava,

andando a farsi forte a Bardinetto. Qui nacque un nuovo e terribile

combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore,

vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con

tutte le sue forze Massena, giudicando che dalla prestezza del

combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente, dopo molte

ferite e molte morti da ambe le parti, prevalsero i repubblicani;

entrati forzatamente in Bardinetto, uccisero quanti resistevano,

presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le

artiglierie. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse le reliquie dei

confederati per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra

sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di

Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni s'impadronisse di

Melogno, ed al colonnello Suchet pigliasse Montecalvo, luogo arido e

quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si

era proposto; in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei

confederati, ma fu fatto abilità ai Franzesi di calarsi verso il mare

alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del

tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Ma perchè la sinistra

dei confederati non ricuperasse quello che la mezzana avea perduto,

Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati

avanti Loano ed alla forte terra di Toirano, li superava. Nei quali

fatti, aiutati anche da tiri di alcune navi franzesi che si erano

accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali

Augereau e Victor. Allora, tra per questo e per essersi Suchet,

ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer,

calato correndo alle spalle loro, si ritirarono i confederati verso

Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute

le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più

vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti

siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincierato di Ceva, dove

giungevano altresì lacerati e sbaragliati i residui della squadra

d'Argenteau, generale che fu cagione principale di questa rotta, per

imprevidenza prima del fatto, e per la nissuna avvedutezza nè costanza

nel combattimento. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava

non senza scompiglio, e seguitata dai Franzesi, sul litorale verso

Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più

intera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte e

conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile

misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Franzesi

nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno

seguente, che, condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare

velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel litorale,

e già la giungevano, con far molti prigionieri. Nè qui si contenne

l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla

vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di

essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era

comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle del Finale, e

da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cadente nemico,

dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente

San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta

improvvisa della mezzana, pressata da fronte, sul fianco ed alle

spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei

luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano

molto favore. Chi si potè salvare andò a formar la massa in Acqui, dove

i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnie dissipate;

chi non potè, cadde in balia del vincitore. Tutte le artiglierie,

gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto,

rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare

in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e

minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 37 / 99 段