Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e

perfino i violamenti delle miserande donne commessisi dai repubblicani

sul genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia che

aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore;

pubblicava che farebbe morire chi continuasse; prese anche l'ultimo

supplizio de' più rei; ma non udivano l'impero dei capitani, e nè

le minacce nè i supplizii spegnevano la scellerata rabbia. Non gli

scusava, perciocchè nissuna cosa può scusare sì eccessive enormità,

ch'eran stremi d'ogni vettovaglia e d'ogni fornimento, come l'esser

forniti abbondantemente d'ogni cosa necessaria al vivere di soldato

aggravava la colpa dei loro avversarii, che non si stettero immuni

da sì fatte colpe. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai

nemici, in preda al furore degli uni, in preda al furore degli altri,

«mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza e non

può difendersi con la forza.»

Anno di CRISTO MDCCXCVI. Indiz. XIV.

PIO VI papa 22.

FRANCESCO II imperadore 5.

A questo tempo avendo i collegati provato con molto danno loro qual

dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani

di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla

concordia e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere

più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani

ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il

benefizio del tempo, se accettassero. Per la qual cosa pensarono a

tentare la disposizione del direttorio di Francia, con introdurre

qualche negoziato a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due

paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima

di tutta la mole, così da questa ed a nome di tutti procedettero le

proferte. Scriveva il dì 8 marzo del presente anno Wickam, ministro

d'Inghilterra appresso ai cantoni Svizzeri, a Barthelemi, ministro

di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere che la sua

corte desiderava di restare informata se la Francia aveva inclinazione

a negoziare con sua maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad

una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini; se a

ciò si risolvesse la Francia, mandasse ministri ad un congresso in

quel luogo che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti.

Desiderava altresì sapere quali fossero i generali fondamenti della

concordia che piacesse al direttorio di proporre, affinchè si potesse

esaminare se fossero accettabili, finalmente, se i mezzi proposti, non

fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche

modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual era del tutto

conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, nè avea in sè cosa

che potesse offendere l'animo del direttorio, fu molto risentitamente

udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di

quei governi repubblicani ed imperiali di Francia di voler insegnare

in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprii chi li

governa di chi non li governa; ed altresì a quell'uso affatto insolito

e veramente enorme di dar consigli o ad un amico o ad un nemico, e di

convertire in cagion di guerra il rifiuto di seguitarli. Il direttorio

comandava a Barthelemi che rispondesse, desiderare lui la pace, ma

desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volontieri le

proposte, se quel dire di Wickam, di non aver autorità di negoziare,

non desse sospetto intorno alla sincerità inglese. E qui veniano

le parole dottorali all'Inghilterra, dopo cui terminava; convenirsi

alla sincerità del direttorio il palesare apertamente a quali patti

ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la costituzione della

repubblica che niun paese di quelli che erano stati incorporati

al suo territorio da lui si scorporasse; delle altre conquiste si

negozierebbe. Qui parimente ebbe principio quel metodo veramente

incomportabile, usato dai governi che per venti anni l'uno all'altro

succedettero in Francia, di volere che una legge politica interna

diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.

Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter

consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se

non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non

si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace

concette dalle proferte di Basilea.

Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale, già perduto

mezzo lo Stato e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad

essere prima condotto all'ultima rovina che la guerra incominciasse

pure a romoreggiare sui confini de' suoi alleati. Conoscevano questi

la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi,

se le battaglie fossero riuscite infelicemente ed i repubblicani si

facessero strada nel cuor del Piemonte, si sarebbe forse alienato da

loro. Tentarono dunque il re, ammonendolo che si dichiarasse pel caso

d'un sinistro di guerra. Ridotto a queste strette, rispose animosamente

Vittorio che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe

nella fede, che non sarebbe per abbandonar la sua congiunzione; non

dubitassero che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza

dell'animo.

L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in

Italia, mandava a governare le genti, invece del Devins, più prudente

che ardito capitano, il generale Beaulieu, il quale, quantunque già

molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di

stare a fronte di quella furia franzese che meglio si può vincere col

prevenirla che coll'aspettarla. Ma quantunque fossero in Beaulieu

le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la

cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò

con sè tante forze quante sarebbero state necessarie. Oltre a ciò,

sebbene quando fu chiamato generalissimo in Italia, gli fosse stato

promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che, per difetto o d'animo o

di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova,

nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente

all'esercito, ma ancora rettore d'una forte divisione di soldati: il

che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro

presagio. Nè Beaulieu medesimo era tale che potesse convenientemente

governare capitani e genti di diverse lingue e di diverse nazioni,

tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che, più temuto

che amato dai suoi e dai forastieri, era piuttosto obbedito per forza

che per volontà. Nè i nobili piemontesi, che sentivano molto altamente

di loro medesimi, lo avevano a grado. E Colli, che reggeva sovranamente

l'esercito regio ed al quale non mancava nè perizia nè virtù militare,

non vivea concorde col capitano austriaco. Questo fu cagione che,

contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbii

però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava

l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe

richiesto.

Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra,

partendo dalla vicinanza di Serravalle, si distendeva fino alla

destra sponda della Bormida; quivi incominciava il corno sinistro

de' Piemontesi, che si prolungava fino alla Stura, appoggiandosi

coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Ma siccome

quello di cui stavano in maggior gelosia gli Austriaci, erano le

possessioni loro in Lombardia, così si erano molto ingrossati nei

contorni di Alessandria e di Tortona; ed avrebbero desiderato, per

maggior sicurezza delle cose aver in mano la fortezza di Tortona

stessa; e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita

costanza dinegato dal re, il quale, ancorchè posto nell'ultima

necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa

conservarsi. Tal era adunque la condizione de' tempi, che il re di

Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo Stato,

l'imperador di Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del

Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa

per l'autorità della santa Sede e per l'incolumità della religione;

Venezia sperava nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità

coll'Austria e nell'amicizia colla Francia; Parma e Modena, nè in pace

nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.

Risoluzione principalissima de' reggitori franzesi era di far potente

impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti

i pensieri loro. A questo si muovevano non solo per desiderio di

pascere l'esercito in un paese ricco ed ancora intatto, ma eziandio

per la speranza che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio

che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero

manifestati a favor loro in tutte od in alcune corti d'Europa

cambiamenti di importanza. Più special fine loro in tutto questo era di

costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale, speravano

di trovar in Italia per la forza delle armi compensi ad offerire a

quel principe in iscambio de' Paesi Bassi, che ad ogni modo voleano

conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano che

ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata

alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i

più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. Al qual

primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni

loro: del modo, o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano.

Siccome quando si vuol perdere qualcheduno, ei s'incomincia a

fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto

di ostilità, così i Franzesi uscirono con richiedere Venezia che

scacciasse da' suoi Stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela

del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dello

infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava

al governo repubblicano di Francia che il conte se ne stesse negli

Stati veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che

altrove; perchè, se era pericoloso per quel governo che dimorasse in

paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in

favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto

od all'esercito del principe di Condè o negli Stati delle potenze in

guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di

querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo

la morte di Luigi XVII, avesse assunto la dignità reale, e fosse in

grado di re tenuto da' fuorusciti franzesi, dal ministro di Spagna

Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof e dal ministro d'Inghilterra

Macarteney, che appresso di lui era stato mandato appositamente dal re

Giorgio, il senato veneto non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente

nè trattato da re; che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre

sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti

che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile

condiscendenza, vivendosene assai ritirato in una villa del conte di

Gazola; nel quale contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con

le stampe della veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che

fece, nella sua esaltazione, alla nazione franzese; che se poi nelle

sue azioni segrete ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per

ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si

potesse imputare alla repubblica di Venezia.

Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni,

lo sdegno del direttorio di Francia; perchè, mentre superbamente

comandava al senato veneto che allontanasse da' suoi dominii il

conte di Lilla, sopportava molto pazientemente che l'ambasciador di

Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui,

come col re di Francia, di affari pubblici trattasse: il che era di

ben altra importanza che il dare ricovero ad un principe infelice e

perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia. Scriveva dunque,

il primo marzo del presente anno, in nome e per ordine del direttorio,

il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in

Parigi, che poichè Luigi Stanislo Saverio non aveva dubitato di operare

in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia,

si era reso indegno all'asilo concedutogli dalla umanità del senato:

richiedeva pertanto e domandava fossene privato, e gli si desse bando

da tutti i territorii veneziani.

Posto in senato il partito se dovesse la repubblica adempiere

la richiesta del governo franzese, ancorchè il procurator Pesaro

generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla

repubblica la bruttezza del fatto e l'antica generosità di Venezia,

fu vinto con cento cinquanta sei voti favorevoli e quaranta sette

contrarii. Orarono in questo fatto contro l'opinione del Pesaro i savii

del consiglio Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zeno,

rappresentando che la pietà verso un principe forestiero non doveva più

operare negli animi dei padri che la carità verso la patria. Brutta

certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad

alcun modo scusabile e tanto meno quanto si vedeva chiaramente che il

vituperio non avrebbe bastato a partorir salute.

Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del

partito dal senato preso. Delegossi a far l'ufficio il segretario

Giuseppe Gradenigo ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze

del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal

conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti,

eseguirono quello che dalla signoria era stato loro comandato. A tale

annunzio rispose gravemente: partirebbe, ma per forza; gli si portasse

intanto il libro d'oro, che ne cancellerebbe di sua mano il nome dei

Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico IV, suo glorioso

avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il

dimorar più lungamente in un dominio che per debolezza obbediva ai

comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza

dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito

dei Franzesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che

partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato,

acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'oro il nome dei Borboni,

e l'armatura di Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli

rammentava, che per l'affezione e la fede che aveva posta in lui, gli

affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il

ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine e gli raccomandava

i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte di Entraigues, che nel

dominio dei Veneziani rimanevano.

Intanto per gli uffizii fatti per ordine del senato dai ministri

veneziani presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice

delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del

conte, si acquetò il negozio del libro d'oro e dell'armatura di Enrico.

Oggimai si avvicinano le calamità d'Italia. «La tirannide sotto nome

di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri

ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente

ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà e

disprezzarli, un incitarli contro i re ed un perseguitarli per piacere

ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza, non come mezzo

di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le

più sante cose antiche stuprate per derisione o per ladroneccio, le

più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un

rubar di monti di pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di

ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare

ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la

prepotenza ha di più insolente.... conculcata hanno e desolata in

fondo la miseranda Italia. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il

giardino dell'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle

arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la

fecero segno di rispetto, ma sì di preda e di derisione.»

Era risoluzione irrevocabile del governo franzese in quest'anno di

tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di

correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie

spianate, le armi pronte, gli animi de' soldati accesi, la fame stessa

che li tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in

un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta

mole, poichè, giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi

usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'europea guerra,

mancava un generale capace di mente, invitto d'animo e d'audacia pari

alle difficoltà che si prevedevano. Fecero adunque avviso di mandare

la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di

buon guerriero per le cose fatte a Tolone e nella riviera. Presentendo

egli, per la vastità e la forze dell'animo suo, quello che fosse capace

di fare, quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse,

non cessava di sollecitare e d'infestare con tenacissima perseveranza

e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la

condotta dell'italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni

motivi segreti che si spiegheranno in progresso, i quali, se non

sarebbero piaciuti a Carnot ed a Lareveillère Lepeaux, quinqueviri, che

gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto specie

di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo

si aggiunse un matrimonio ch'ei fece grato a Barras, sposandosi con

Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro

Beauharnais.

Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato e di cupidità

ardentissima di dominio fu commessa da chi reggeva la Francia, in

iscambio di Scherer, del cui ingegno frutto era il primo disegno

d'invadere l'Italia, l'opera di conquistare l'Italia. Nè così tosto

ei giunse al governo dell'esercito, che mostrò quanto fosse nato

per comandare; imperciocchè, quantunque più giovine di tutti i suoi

predecessori, si compose in maggior dignità, e, non dimesticandosi con

nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore

fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau

e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque che i nodi

dell'esercito viemmaggiormente si ristrinsero, furono i soldati più

pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto.

Era l'esercito finito di ben cinquanta mila combattenti, poveri sì di

arnesi e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio e forti di

volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori d'Italia

li rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle

speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano

franzese quanto volesse, purchè battesse l'Austriaco, il separasse dal

Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro e la fortezza di Gavi; se

Genova non desse Gavi per amore, lo prendesse per forza; instigasse

i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente o particolarmente

insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza o per arte subdola;

quel che segue per sete di rapina, conciossiacchè mandavagli facesse

una subita correria contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia

atterrita, rapite le ricchezze ed involati i voti appesi da' fedeli

in tanti secoli: tanto era smisurata in quel governo la cupidità del

rapire e del fare di ogni erba fascio.

Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe

con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena ed a

sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte de'

Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore.

Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana

schiera de' confederati, acciocchè, rotta che ella fosse, potesse

entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo

intento, i primi si sarebbero ritirati nell'Oltre-Po, i secondi,

rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva,

facilmente accettato gli accordi, separandosi dalla confederazione

dell'imperadore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosia

avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda

strada della Bocchetta accennava Milano, aveva ordinato a Cervoni

occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo, fece marciare

da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora

dell'Acquasanta, strada che mette direttamente alla Bocchetta; e questa

squadra conduceva con sè molti pezzi di artiglierie sì grosse che

minute.

Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso

ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si

raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni

franzesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in

Sassello una grossa schiera composta di dieci mila Austriaci e quattro

mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel

mezzo della fronte francese, e, dopo di averlo fracassato, riuscire

a Savona, con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e

presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti.

Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di

accostarsi a tempo del conflitto in aiuto della mezzana, si era

risoluto ad assaltar questa terra. Il dì 10 aprile, circa le tre

pomeridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti

e quattro bocche da fuoco. Alcune navi da guerra inglesi secondavano lo

sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Franzesi

rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi

padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato

la battaglia più per tempo, tutta la forza franzese di Voltri sarebbe

stata o morta o presa; ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della

quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio

ed alla Madonna di Savona.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 38 / 99 段