ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il
consiglio de' savii in Venezia nella risoluzione presa di mantenere la
repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo
il granduca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo
con la repubblica franzese, e con tornarsene a quella condizione di
neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato
il ministro di Francia, s'era allontanato. Aveva sempre il granduca,
in mezzo a tutti que' bollori, conservato l'animo pacato e lontano da
quegli sdegni che oscuravano le menti rispetto alle cose di Francia;
non già che egli approvasse le esorbitanze commesse in quel paese, che
anzi le abborriva, ma avvisava che infino a tanto che i repubblicani si
lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato
quietare altrui, e che il combatterli sarebbe stato cagione che si
riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro
che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua, e pei cattivi consigli
d'altri, i Franzesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui per
modo che oramai questa sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazii
di guerra era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole
che il granduca s'accostasse a quelle deliberazioni che i tempi
richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce,
e si agl'interessi della Toscana. Oltre a ciò, il porto di Livorno era
divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova
e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo.
Quivi gl'Inglesi concorrevano col loro numeroso navilio sì da guerra
che da traffico; quivi i Franzesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o
sotto nome di neutri, a fare i traffici loro, massimamente di frumenti,
che trasportavano nelle provincie meridionali della Francia. Levavano
gl'Inglesi grandissimi rumori per cagione di questi aiuti procurati
dalla neutralità di Livorno; ma il granduca, preferendo gli interessi
proprii a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si
dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani.
Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che
fossero aperti i tribunali a' Franzesi, e venisse fatta loro buona
e sincera giustizia, secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi anche
udito che alcuni falsavano la carta monetata di Francia, diede ordine
acciò sì infame fraude cessasse, e ne fossero castigati gli autori;
cosa tanto più laudabile che appunto nel medesimo tempo uomini perversi
in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e
forse per una sete ancor peggiore, compivano opera sì vituperosa, non
nascostamente, ma apertamente. Così le mannaie uccidevano gli uomini a
folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo Stato
incrudeliva in Napoli, così i falsari contaminavano la Inghilterra,
mentre l'innocente Toscana ministrava giustizia a tutti, nè si piegava
più da una parte che dall'altra.
Ma, divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il
granduca che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente
quello che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio
stabilire in tal modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la
qual cosa deliberossi al mandare un uomo apposta a Parigi, affinchè
fra i due Stati si rinnovasse quella pace che più per forza che per
deliberazione volontaria era stata interrotta. Molte furono le querele
che si fecero in que' tempi di questa risoluzione, e della scelta del
conte Carletti ad eseguirla destinato; ma il tempo non tardò a scoprire
che quello che il granduca ebbe fatto per solo amore de' sudditi,
il fecero altri principi assai più potenti di lui. Ma era fatale che
in quella volubilità di governi franzesi quest'atto del granduca non
preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero i tempi in
cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne
allettamento non scudo.
Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per
acquistar miglior fama e sì per allettar altri principi a negoziare
con quel governo insolito e terribile. Debole era il granduca a
comparazione di Francia; ma era pei Franzesi di non poco momento
che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento,
e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima
ripugnanza, si doveva credere che altre potenze, seguitando l'esempio
di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor
esse. Perlochè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed
appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì 9 febbraio,
tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il
granduca rivocava ogni atto di adesione, consenso od accessione che
avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica franzese,
e la neutralità della Toscana fu restituita a quelle condizioni in cui
era il dì 8 ottobre del 1793.
Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato,
si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi, per
l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza
del granduca Ferdinando. Bandissi la pace con le solite forme, ma a
suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata inglese, che quivi
aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando un suo manifesto, conchiudendo
volere ed ordinare che il trattato con Francia si eseguisse, e l'editto
di neutralità, pubblicato nel 1778 dalla sapienza di Leopoldo, si
osservasse. Perchè poi quello che la sapienza aveva accordato i buoni
ufficii conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro
plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso
nazionale, acconciamente orava; rispondeva il presidente con magnifico
discorso; infine, perchè non mancasse alle lusinghevoli parole quel
condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi
romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i
circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così
verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioie
corte e vane, dolori lunghi e veri.
E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da
passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si
procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana
ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro
che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo
stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza,
acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera
e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale.
Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato
straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se
stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o
l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui
grandissime.
Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al
consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con
bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi
antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel
desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine
verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una
repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue
vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera,
quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale
consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la
repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la
conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla
con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene
fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua
cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede,
e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto
maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando,
con generoso consiglio dimostrasse aver più cura della pace che della
guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di
tutti.
Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla
repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato
della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini
in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere
l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima
sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè
libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche:
sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei
barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al
mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le
querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato:
similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro;
gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori
le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia,
ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse
pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto,
così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando
ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese
repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con
procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata
non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così
godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la
Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata
essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana
riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere
l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur
sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de'
suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui,
nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica
contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica
amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che
già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle
due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete
universale d'Europa adempiti.
Per tal modo si vede che per testimonio del presidente
Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di
Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un
soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.
Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al
Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo
Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si
credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica
patria.
Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a
manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto
della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le
genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema
carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera
di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con
incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di
fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più
sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva
nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere,
aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi
pensieri.
Il vice-ammiraglio inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con
una armata in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte
inglesi, ed una napolitana, con tre fregate inglesi e due napolitane,
avuto subitamente avviso dell'uscita dei Franzesi, pose tosto in alto
per andar ad incontrare il nemico, e combatterlo ovunque il trovasse.
Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio franzese Martin, al quale
obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere
con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente
le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle
battaglie l'imperio del Mediterraneo. Incominciò a dimostrarsegli con
lieto augurio la benignità della fortuna, perchè avendo l'Hotham, tosto
che ebbe le novelle del salpar dei Franzesi, spedito ordine alla nave
il Berwick, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta
celerità venisse a congiugnersi con lui verso il capo Corso, essa,
abbattutasi per viaggio nell'armata franzese, fu fatta seguitare dal
vascello ammiraglio il Sanculotto (con questi pazzi nomi chiamavano
i Franzesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che,
combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di
tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare
i suoi che già combattevano; sì mal concio però uscendo dal feroce
contrasto il Sanculotto che ritirossi per forza nel porto di Genova
e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivarono le due armate
l'una al cospetto dell'altra nel giorno 13 marzo. Quivi incominciò
la fortuna a voltarsi contro i Franzesi, perchè separata da una forte
buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, per questi
accidenti si trovarono i Franzesi al maggior bisogno loro con due
navi di manco, delle quali il Sanculotto, essendo a tre palchi, era la
principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio
del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di
Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo,
tra pel mareggiare, ch'era forte a cagione del vento assai fresco, e
per la forza dell'artiglierie inglesi che già si erano approssimate,
perdè il vascello il Caira gli alberi di gabbia, e perseguitato dalla
fregata l'Incostante e dal vascello l'Agamennone, si difese bensì
gagliardamente, soccorso da' suoi sino a notte, ma per la difficoltà
del muoversi continuando tuttavia a rimanere troppo più vicino agli
Inglesi che la salute sua non richiedesse, come anche la nave il
Censore che l'aveva aiutato. Questi accidenti, parte inevitabili, parte
fortuiti, furono cagione che la mattina del 14 fossero queste due
navi nuovamente assaltate. Contrastarono esse con tanto valore, che
gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro di
rapirle. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso, ma furono
anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane,
che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò
per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Ma finalmente le due navi
della repubblica, non potendo pel silenzio dei venti essere aiutate
dal grosso dell'armata, calata la tenda, si arrenderono. Continuava
agl'Inglesi il benefizio del vento; alla fine, essendosi messa una
brezza leggiera anche pei Franzesi, se ne prevalsero, solo per altro
per ritirarsi con minor danno che possibil fosse da quel campo di
battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì
poco ordinata nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; ma un cattivo
consiglio fu compensato da un valore inestimabile, sì che gl'Inglesi
medesimi ne restarono maravigliati. Assicurò per allora questa vittoria
le cose di Corsica a favor degl'Inglesi.
Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da
ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degli Inglesi la
perizia e l'ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai
Franzesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del
Mediterraneo, le provincie meridionali di Francia penuriarono vieppiù
di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali
strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli
della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli
della fame.
In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la
repubblica franzese e il re di Prussia, accidente gravissimo e che
diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione come per
la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare
che l'imperator d'Alemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in
costanza; anzi cominciando a manifestarsi in Piemonte gli effetti del
trattato di Valenciennes, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano
arrivati, malgrado l'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più
importanti pensieri, colla speranza di cacciar del tutto i repubblicani
dalla riviera di Genova. Per la qual cosa avviate le genti loro verso
il Cairo, dal quale i Franzesi si erano ritirati, ed occupata la
sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile.
Erano in tal modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra
guidata dal generale Wallis faceva sembiante di volersi impadronire di
Savona, e di assaltare i Franzesi che si erano fortificati al ponte
di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che
era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti
molto importanti di San Giacomo e di Melogno; la destra, che obbediva
al generale Argenteau, dava a dubitare che, con impeto improvviso
avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di
cavalleria piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi
o gli Apennini ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria.
Corpi sufficienti di truppe, massime piemontesi, munivano le valli
di Stura, di Susa e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di
Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come
li chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia,
nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e precipitosi
delle nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse
dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche
crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la
regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine
e moderazione fra di loro, bastavano per frenar appetiti così smoderati
e disumani.
Dall'altra parte i Franzesi governati dal Kellerman erano molto intenti
alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito
loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala dritta,
sotto l'imperio di Massena, stanziava colla estremità sua a Vado,
e distendendosi pei monti arrivava insino alla valle del Tanaro.
Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a
congiungersi sul Gabbione con la sinistra che muniva i colli di Raus e
delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.
Era Savona sito di molta importanza sì per l'opportunità del porto,
sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando
rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene
o per insidia o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue
mura un'abbaruffata fra i repubblicani, che vi erano venuti, e i
confederati, che li volevano pigliare: rifulse in questo fatto la
virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità e la piazza,
costringendo le due parti a levarsene.
A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie
grossissime. Vedevano i confederati essere loro di somma importanza
lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a
ciò non riuscissero, la Lombardia austriaca sarebbe sempre stata in
grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile,
quasi impossibile. Assai lunga era la fronte dell'esercito franzese:
il romperlo in mezzo era un vincerla tutta. Si risolvettero adunque a
fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno,
onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala dritta dei Franzesi dalle
due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo
di Vado, dove i repubblicani s'erano molto fortificati, perchè, se la
fortuna fosse stata per loro anche qui propizia, si sarebbe allargato
subitamente lo spazio dove gl'Inglesi potevano approdare. Pertanto
gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado,
già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con
eguale virtù i Franzesi guidati da Laharpe, e tanto fecero che non si
piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, più valoroso
ed impetuosissimo. Questo fu uno dei fatti della presente guerra per
cui si devono accrescere le laudi dei Franzesi pel valor dimostrato e
per la perizia del saper prendere i luoghi e dell'usar le occasioni;
ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di
Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins
assaltava impetuosissimamente tutti i posti che munivano le alture
del primo: varii furono gli assalti, varie le difese, molti i morti,
molti i feriti da ambe le parti; durò ben sette ore la battaglia,
nè ben si poteva prevedere quale avesse a prevalere, o la costanza
austriaca o la vivacità franzese, avvegnachè quegli alpestri gioghi
già fossero contaminati di cadaveri e di sangue. Finalmente declinò
la fortuna dei Franzesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella
fazione dipendeva tutto l'evento della ligustica guerra, fatto un
estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversati,
sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose
dei Franzesi a Melogno, custodito solamente da due battaglioni. Lo
attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve
contrasto facilmente se lo recava in mano. Come prima ebbe Kellerman
avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di
quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era
non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena
molto opportunamente d'una nebbia assai folta; ma furono rigettati con
le artiglierie e con le baionette, non senza aver perduto buon numero
di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza,
che non tentassero un secondo assalto: Massena medesimo, al solito
rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva
i passi loro, ed avendoli divisi in tre colonne, comandava alle due
estreme ferissero l'inimico sui due fianchi; alla mezzana percuotesse
di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della
vittoria; ma la nebbia fece sì che le colonne laterali si accozzassero
alla mezzana per modo che in vece di tre assalti si ridussero a
darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione
della battaglia, perchè gl'imperiali, combattendo per diritto da quei
ripari sicuri con tutte le artiglierie loro, obbligarono prestamente
i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, ai luoghi d'ond'erano
venuti. S'aggiunse a questo che gli Austriaci s'impadronirono del passo
dello Spinardo, altro sito importante che dava loro maggior facoltà di
rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato San Giacomo
e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno
imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Franzesi, che tuttavia
vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi
di poter conservare questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici
che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado
gli Austriaci, e poservi di presidio il reggimento Alvinzi.
Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova,
succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e
dell'Alpi con vario evento; volendo e Franzesi e Piemontesi aiutare con
questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.
Kellerman, vedendo che per l'occupazione fatta dagli alleati de' siti
più importanti verso Savona, le sue stanze in que' luoghi non erano
più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo d'essere tagliata
fuori dalle altre, tirò con molta prudenza e singolare arte indietro la
troppo lunga fronte de' suoi. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati
dai repubblicani, vennero in potere degl'imperiali.