Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite

le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa

quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un

furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di

Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di

mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontane dal diritto fossero

le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto

traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake,

che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla

temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed,

abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato,

essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per

entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero,

sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.

Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare

le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle

artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel

popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto

odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova

per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e

minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di

quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna

degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente

a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di

furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario

lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune,

stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.

Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i

confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica,

crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia,

vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I

consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa,

essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione

loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto

in dubitazione, stessero pur confidenti che la repubblica, sempre

consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai

per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato

nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la

sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano

più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale;

munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega

di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e

più arditi.

Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori.

Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi.

Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli

generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche

moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso

dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di

Corte; approvò la costituzione.

L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood

e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli

mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della

nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate

prima le ingiurie fatte ai Corsi dai Genovesi, che la Corsica intimava

la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra,

corressero contro i bastimenti genovesi; avessero gli armatori facoltà

di appropriarsi non solo le navi genovesi, ma ancora, cosa certamente

enorme, le merci genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti

neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi,

e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento

scudi di premio per ogni capo di tali schiavi che fosse condotto a

Bastia. Non è certo da maravigliare che Paoli, nemicissimo per natura

ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi

eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in

Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili

ed umani uomini, gli abbiano tollerati, e forse instillati, con lasciar

anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e

di schiavitù, niuno sarà che non condanni. Intanto arditissimi corsari

corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi

quarti d'Inghilterra e con patenti spedite da Elliot, facevano danni

incredibili al commercio genovese, e peggio ancora che il manifesto non

portava.

Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica; ma

insidiosa e non piena fu la riparazione. Ordinava che l'assedio di

Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari corsi

avessero facoltà di predare i bastimenti genovesi, o di qualunque

nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci

loro ponessero al fisco, e gli uomini non più come schiavi, ma come

prigionieri di guerra si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni

civili.

Pareva che la condizione di Genova con la Gran Bretagna fosse divenuta

più tollerabile; al tempo stesso i termini in cui viveva colla Francia

si miglioravano; perchè, morto Robespierre, era stato richiamato Tilly,

mandandosi in iscambio un Villard, che più moderatamente procedeva.

Ma la guerra non lasciava quietare la malarrivata Genova. L'accidente

seguito della occupazione d'una parte della riviera di Ponente ed i

progressi dei Franzesi insino a Finale, davano timore che potessero,

per la via del Dego e del Cairo, sboccare in Piemonte. Per preservare

questa provincia finchè giungessero le genti tedesche stipulate nel

trattato di Valenciennes, tutte le truppe austriache, già chiamate, si

adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i

Franzesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino.

Sommavano a dodici mila combattenti tra fanti e cavalli: queste erano

le squadre della vanguardia e del grosso dell'esercito; il retroguardo

stanziava al Dego. Ivi avevano le artiglierie grosse, i magazzini ed

i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti

attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al

monte di Santa Lucia ed a levante di Vermezzano sopra la strada del

Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra

la pescaia del Mulino. Oltre di ciò, alcuni reggimenti piemontesi che

alloggiavano in un campo a Morozzo marciavano verso Millesimo col fine

di congiungersi cogli Austriaci che difendevano il paese del Cairo.

Dall'altra parte i Franzesi, udito di questo moto, ed avendo

anche presentito che l'esercito imperiale si volesse impadronire

improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro

con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlochè l'esercito

loro grosso di quindici mila combattenti, fatto uno sforzo, avea

sloggiato la vanguardia austriaca da varii posti, seguitandola sino

sulle alture che stanno a sopraccapo del Cairo, le quali occuparono,

la notte del 20 settembre, principalmente quelle che signoreggiavano

il castello. La quale cosa vedutasi dai generali austriaci Turcheim e

Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti

loro verso il campo di Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno

l'artiglieria grossa, serbando con loro la leggiera ch'era fiorita e

numerosa.

Era il dì 21 settembre imminente una battaglia. La mattina molto per

tempo avevano i generali austriaci ordinato le genti loro, partendole

in due parti, delle quali una, ch'era l'antiguardo, occupava le

alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a

Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo di Colletto, per

cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una

quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco

governate dai volontari. Al piano e verso il mezzo dell'antiguardo,

trentasei pezzi di artiglieria guardavano il passo, sei sul monte

Lucia, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della

battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture

di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava

sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro

alla destra.

Wallis, supremo generale austriaco, arrivato al campo poco innanzi

che incominciasse la battaglia, operò che alcuni battaglioni

dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il

quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.

Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano

i Franzesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai

generali Massena e Laharpe, e dal generale di artiglieria Buonaparte.

Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima, seguitata da

cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta

del Cairo, andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La

seconda, passando pel convento di San Francesco del Cairo, assaltava

i cacciatori che difendevano il monte Vailaro; poi, fatto un branco

di sè, composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle

di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per

superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza,

radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta,

riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera,

che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto

la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con

grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad

ora gli ordini degl'imperiali si rompevano, ma pel valore loro tosto

si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio dei Franzesi.

La seconda colonna, sforzato, non senza una valida resistenza degli

Austriaci accorsi in aiuto del Pinale, il passo del Vignarolo, gli

assaltava al monte Vallaro e sulle alture della Bormida, ed al primo

tratto li disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre

due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci, con nuova vigoria

combattendo, fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera,

che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che

s'era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che

ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa

costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a

favor degl'imperiali; ma l'importanza del fatto consisteva nel posto

del Colletto assaltato e difeso con mirabile costanza. Le fanterie

dei Franzesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavalleria

si fece avanti e diè per modo la carica alla cavalleria austriaca,

ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là

del Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo

seco i due cannoni; e ciò forse per allettare tanto la cavalleria

dei repubblicani, che, condottasi nella valle di Pollovero, potesse

essere bersagliata, con evidente vantaggio, di fianco e di fronte

dalle batterie di Santa Lucia e del Pinale. Ma i Franzesi accortisi

dell'insidia, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto

per forza o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono

grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucia e

dell'argine del Mulino. Scesero i Franzesi dal Colletto nella pianura,

e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin

presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterie

di Santa Lucia e del Pinale cominciarono a fulminarli con orribile

fracasso. Dalla parte loro, anch'essi facevano ogni sforzo per superar

quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme

dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e

strage se non quando, sopraggiunta la notte, i Franzesi furono forzati

a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi

dall'impeto delle artiglierie d'Austria, che non cessavano di trarre.

Perdettero in questo fatto i Franzesi meglio di seicento buoni soldati,

gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni uffiziali di

nome.

Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sè la fama della vittoria

e dell'onore di questo giorno difficile ed importante; non ostante

gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida

interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dov'erano

le riposte dell'esercito, ovvero che avessero avuto avviso, come fu

scritto, che un corpo franzese partito di Savona fosse per riuscir loro

alle spalle, e per tal guisa mozzar loro la strada, la notte del 22,

abbandonate lor forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie

e con tutte le artiglierie in Acqui. Nel che si dee notare la falsità

degli avvisi che ricevevano gli Austriaci; perchè e nissun corpo

franzese era a quei giorni in Savona, e tutti i Franzesi eransi adunati

per fare un grosso sforzo a Dego, e nissuna altra schiera notabile di

loro si trovava da Nizza sino a Savona. Questa falsità di avvisi, quale

ne fosse la cagione, operò molto efficacemente in tutti i fatti della

presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.

Frattanto i Franzesi, temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi

a credere che gli avversarii si fossero ritirati, dubitando anzi di

essere assaliti in sul far del giorno, molto posatamente e con ogni

cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello che

non potevano sospettare era vero, vi si confermarono, e diedero mano

a vuotare e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini

dell'esercito tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè

contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del

pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato,

infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per

timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni

altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando

le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità di

bestiame sì grosso che minuto, dimostrando in somma con ogni proceder

loro quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo

presagio dei mali ancor più gravi che si preparavano all'infelice

Italia.

L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del

Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse

dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, nel Genovesato, dove si

fortificava, principalmente a Vado, aspettando che la stagione nuova

gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.

In mezzo a queste battaglie degli uomini, non vuolsi lasciare di far

menzione della trentesima eruzione del Vesuvio, accaduta la sera del 15

giugno, violentissima e spaventosa, che colla lava rovinò quasi tutta

la torre del Greco, e non poco danno recò a Resina, in tutto il paese

sollevandosi all'altezza di venti in trenta piedi. Poche case rimasero

intatte, e molte persone perirono.

Anno di CRISTO MDCCXCV. Indiz. XIII.

PIO VI papa 21.

FRANCESCO II imperadore 4.

Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole

alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia,

ma eziandio, e molto più, verso la Spagna, i Paesi Bassi e quella

parte della Germania che si distende sulla riva sinistra del Reno:

che anzi in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro,

che, cacciati al tutto gli eserciti inglesi, olandesi, prussiani

ed austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda e di

tutta la Germania di là dal Reno, sì fattamente che, minacciando di

varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla destra sponda.

Tante e così subite vittorie davano timore che la confederazione si

potesse scompigliare, e che alcuno degli alleati pensasse ad inclinar

l'animo ai Franzesi, anteponendo una pace qualunque ad una contesa

molto incerta nell'esito. A questo si aggiungeva che il reggimento

introdottosi in Francia dopo la morte di Robespierre mostrava e più

moderazione verso i cittadini e maggior temperanza verso i forastieri;

dannando le immanità dei governo precedente; protestando di non

consentire a turbar la pace altrui se non quando altri turbasse la

sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo

dava fastidio quel nome di repubblica, che potea, col linguaggio

che tenevano i Franzesi negli scritti e nelle parole, partorir col

tempo variazioni d'importanza. Non ostante, essendosi le cose ridotte

in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti

turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati

il terrore dell'armi franzesi, diminuito dall'altro il pericolo delle

forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la

volontà di procurar i proprii vantaggi con danno di tutti o di alcuno

dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che

la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, e già se ne aveano

alcuni segni, e quanto peso un tal caso fosse per arrecare nelle cose

d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza e la sede

de' suoi reami. Si temeva pertanto che l'inverno, il quale, acquetando

l'operare, risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato

col fine di porre discordia nella lega, e che, ove la stagione propizia

al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Franzesi avessero a fare

qualche grande impeto, con insinuarsi nelle viscere di uno o di più dei

rimanenti alleati. Ma già aveano i Franzesi verso Germania acquistato

quanto desideravano; perchè signori dell'Olanda, signori delle

provincie germaniche poste di là dal Reno, a loro non rimaneva altra

cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se

non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a

conoscere la repubblica loro ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe

stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria era sempre

formidabile, massime se si venissero a toccare gli Stati ereditarii.

Perlochè avvisavano potersi assaltare con minor pericolo e col medesimo

frutto da un'altra parte.

Quanto alla Spagna, i Franzesi non ponevano l'animo a volervi fare

un'invasione d'importanza, sebbene se ne fossero aperta la strada; ed

anzi credevano che, per costringerla alla pace, un romoreggiare sui

confini bastasse. Inoltre, salito pel favor della regina ad immoderata

potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Franzesi, accortissimi nel

pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse

piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando, con un accordo, un

pericolo gravissimo, che a mantenere la integrità della fama del nome

spagnuolo e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi

la dignità della corona di Spagna.

Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe, piuttosto

che in altro luogo, voltato il corso delle armi franzesi: per questo

avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi

e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di

Tolone; per questo allettato con promesse e lusinghe il re di Sardegna;

per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana

e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di

Tolone, con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque

del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli

loro, come, quando, per quale via e con quali mezzi dovessero assaltar

l'Italia. Era la penisola in quest'anno la principal mira dei disegni

loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi,

poterla correre a posta loro, perchè, malgrado delle funeste pruove

fatte in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito

principalissimo dei Franzesi. Conculcate poi l'armi austriache in lei,

precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano

che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.

Sì fatti disegni, non solamente non celati, ma ancora manifestati

espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in

differenti guise nella mente de' principi italiani. Il re di Sardegna,

ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi;

e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva

grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra,

se però non è più vero il dire che altro scampo più non avesse che

aperto gli fosse, se non di pruovare se forse l'armi, che sempre

sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno

accidenti per lui più favorevoli. Per la qual cosa deliberassi di non

separare i suoi consigli da quelli de' confederati, e di continuare

piuttosto nella amicizia austriaca già pruovata e consenziente alla

natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non

pruovata e contraria ai principii della monarchia. Gli pareva anche

odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenciennes

così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non

valessero alla salute del regno. Per verità, l'Austria, commossa dal

pericolo imminente che i Franzesi, superate le Alpi ed annientata la

potenza sarda, inondassero l'Italia, non differiva le provvisioni

per procurar l'esecuzione de' patti di Valenciennes; perchè oramai

non si trattava soltanto della salute d'un alleato, ma bensì della

propria; laonde si dimostravano dalla parte della Germania ogni di

più efficaci movimenti, le genti tedesche ingrossavano in Piemonte,

e già componevano un esercito giusto e capace di tentare, unito al

piemontese, fazioni di importanza. Adunque il re, posto dall'un de'

lati ogni pensiero d'accordo con un nemico che più odiava ancora che

temesse, allestiva con ogni diligenza l'armi, i soldati e le munizioni.

Nè potendo lo Stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra,

sopperire al dispendio straordinario co' mezzi ordinarii, e trovandosi

oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a vendere, in

virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della Chiesa;

venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monte;

ponessi con accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le

gabelle del sale, del tabacco e della polvere da schioppo, ed ordinossi

un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità

del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però, gettando somme

considerabili, aiutavano l'erario a pagar soldati, esploratori e

il resto. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le

leve sforzate e il romore delle armi sì patrie che straniere, sospesi

i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima

ansietà i casi avvenire.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 35 / 99 段