I Franzesi, conquistata Oneglia ed i luoghi importanti pe' quali

potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi

di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti

al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già

avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose

militari e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia

e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con

soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi,

coi precipizii, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo

ardua, ma impossibile, si credeva quella di superare il piccolo San

Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non

si ristettero gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il

generale Bagdelone, dopo di avere serenato due giorni sulle nevi delle

più alte cime de' monti, con soldati disposti a morire di disagio,

non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò

improvvisamente tre forti ridotti che i Piemontesi avevano costrutto

sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo

breve contrasto se ne impadroniva; quindi, voltate le artiglierie,

ond'erano muniti, contro la cappella del San Bernardo, dove i regii

avevano il campo più grosso, facevano le viste di fulminarla. Fu forza

allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano de' nemici un sito

che fu prima perduto che si pensasse di poterlo perdere. Nè i Franzesi

arrestarono il corso loro; anzi, spingendosi avanti, cacciarono a furia

i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi fin più là della Tuile, della

quale si impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la

valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel

mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che, dopo di avere

raccolte con sè tutte le milizie e tutte le genti regolari che in sì

grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso delle cose che

precipitavano.

Tentarono nel medesimo tempo e pei medesimi motivi i repubblicani

parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcavano, non arrestati nè da'

turbini nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo

all'improvviso sopra il forte di Mirabacco, difeso da pochi invalidi,

se ne impadronirono facilmente. Poscia, scendendo per la valle di

Lucerna, occuparono Bobbio ed altre terre superiori della medesima

valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche qui si

fecero dal governo le convenevoli provvisioni per modo che, assaliti

valorosamente i Franzesi dai regii nella terra del Villars, furono

costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte

Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa

terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di avere

presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si

ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti all'aver

romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed all'aver

fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Colla medesima

fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle

Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa

fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei

spianò la strada all'esercito d'Italia a potersi comunicare con quello

delle Alpi.

Il fatto d'armi di maggior rilievo, e per la sua grandezza e pel

valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del

monte Cenisio. Ne avevano i Piemontesi munito la eminenza con molte

e grosse artiglierie e con trincee e con ridotti. Tre principalissimi

massimamente parevano rendere sicuro quel passo, de' quali uno chiamato

de' Rivetti guardava il borro a destra dell'eminenza; il secondo detto

della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della

Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente

il terzo posto alla destra de' regii, il quale, avuto il nome di

un valente generale italiano che militava ai soldi dell'Austria,

chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierie

volte verso una selva di spessi e folti virgulti che poteva da quella

parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti

presidiati da soldati agguerriti e da cannonieri abilissimi. Tutti

avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di

provata esperienza, che li comandava: così il luogo, l'arte ed il

valore promettevano la vittoria. Ma i Franzesi, soliti a que' tempi

a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti

di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, fatto convenire a

Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più

pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a

far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro.

Era corsa la stagione fin verso la metà di maggio: in sul finir del

giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto

divisi in tre parti: Dumas medesimo per la strada maestra contro il

ridotto della Ramassa; il capitano Cherbin addosso al ridotto de'

Rivetti; Bagdelone per al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regii

si accorsero dell'approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre

con l'artiglieria e con l'archibuseria. Ne nacque in mezzo a que'

dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre

della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che

spandevano ad ora ad ora le artiglierie, e per l'eco che in quelle cave

montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar

loro così spesso e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre

più crescevano quanto più si avvicinavano i Franzesi ai ridotti regii;

poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa nè dal numero dei

loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non

vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti de'

Rivetti e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; con pari evento

e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora

a chi dovesse rimanere il dominio delle Alpi, quando Bagdelone con

la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti,

massime da alcuni luoghi precipitosi che gli si pararono davanti,

strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con

questa ardentissima mossa principio alla vittoria de' suoi. Superato

il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i

Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta da'

difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già,

prima della rotta de' regii a stanca, erano in procinto di entrare,

superato ogni ostacolo, in que' forti. In cotal modo le difese rizzate

sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Franzesi, non senza

però che il valore italiano avesse fatto di sè fierissima mostra.

Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa quanto

era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regii,

acquistarono i Franzesi tutte le artiglierie dei ridotti che erano

fioritissime, con alcune altre che vicine stanziavano per gli scambii,

molta moschetteria, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità

considerabile. Morirono pochi, rispetto alle gravità del fatto,

dall'una parte e dall'altra; circa otto cento prigionieri ornarono la

vittoria dei repubblicani. Non fecero i Franzesi fine al perseguitare

se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e

la Novalesa vennero a divozione dei repubblicani. Perduto il Cenisio,

tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte

della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi

e di munizioni, era impossibile ad essere superato. Nè i Franzesi

si attentarono di combatterlo; poichè, contenti all'essere divenuti

signori del passo alpestre del Cenisio ed all'aver messo spavento

coll'armi loro sulle rive della Dora riparia, nè essendo in numero

sufficiente a poter tentare cosa di importanza più oltre la Novalesa,

se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti

nelle altre parti dove ardeva la guerra.

Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Franzesi,

nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto

l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito

di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata,

che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione.

Voltarono dunque il pensiero ad insignorirsene per assedio: al che

per togliere ogni facilità, i capitani del re, e fra i primi Colli,

avevano diligentemente fortificato le cime dei monti che dividono il

Genovesato dalla valle della Roia, massime il passo principale di colle

Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Franzesi,

dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro,

si appresentarono alla batteria il dì 27 aprile, ed incominciarono un

furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente

i Franzesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di

Felta, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei

passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in

potestà loro. Morirono in questo fatto parecchi soldati di nome e di

valore d'ambe le parte, e fra essi il capitano Maulandi, italiano,

nel quale non saprebbe dirsi se fosse maggiore il valor militare, o la

modestia civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura.

La vittoria del colle Ardente diè campo ai Franzesi di calarsi per la

via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta

al colle di Tenda. Certamente essendo quel forte munitissimo, avrebbe

potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il

presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva

Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di

Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza,

resistesse più lungamente che potesse, e non cedesse la piazza se non

quando se ne avesse avuto il comandamento da lui; perchè l'intento

suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il

cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per lo effetto

dell'essere i Franzesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed

il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o

per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le

sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con

tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con

Mesmer comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte

da un consiglio militare, e passati per l'armi sulla spianata della

cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso,

volle il governo dar terrore ai novatori e credenza ai popoli, che il

tradimento avea procurato la vittoria al nemico.

Rimaneva ai Franzesi per compir l'opera che si impadronissero del colle

di Tenda, sommo apice delle Alpi marittime; nè s'indugiarono a questa

impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regii e del favor

della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono

i Piemontesi che facevano le viste di voler difendere il colle; e con

molta audacia e perizia occupando i Franzesi l'uno dopo l'altro i posti

eminenti sulla faccia del monte, i Piemontesi, abbandonata dopo debole

difesa la cresta in balia del nemico, si ritirarono a Limone, terra

posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.

Tutte queste fazioni, molto perniziose allo Stato del re, tanto maggior

terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte

le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo Stato

da uomini condotti da illusioni funeste, ma che niun mezzo avevano di

arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri

si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in

mezzo a tanti sdegni ed a tanti terrori.

Vittorio, perduta la metà degli Stati e le principali difese

dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema

rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque

grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a

procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni

quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana

a martello; fossero retti e divisi in isquadroni da ufficiali

di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni

durasse, somministrassersi munizioni dalle armerie, e viveri dai

magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne

mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne

abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa

arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro che meglio

avessero combattuto pel re e per la patria.

Questo stormo non poteva esser di molto momento alla vittoria; che

anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse

stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre

ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i

reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedii non bastando

alla salute del regno, instantemente si ricercarono i generali

austriaci che, fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro,

prontamente verso il Piemonte che pericolava gl'indirizzassero. Il

conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore

a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano,

conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente

nell'aprile tutte quelle che avea disponibili, e che unite componevano

un esercito di venti mila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con

queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino

a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in

Piemonte, a norma del trattato di Valenciennes. Inoltre muniva il re di

genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva,

Cuneo ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno

non mancassero l'armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarii

supplire, ordinava che si raccogliesse il salnitro in tutte le case

di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non

necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i

nobili, non quelli che militando seguivano le insegne reali, ma gli

oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso

consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con

sè le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle

ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge che sotto pena di

confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì che i beni

confiscati si incorporassero alla corona.

Fu anche giudicato che, per prevenir le congiure, fosse necessario

di soffocarne i semi e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava che

fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed

anche i casini. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi,

si spartivano i cittadini perchè non congiurassero, si univano perchè

combattessero.

Le fazioni tanto favorevoli ai Franzesi diedero molto a pensare ai

governi italiani. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori

sforzi in favore dei confederati: indirizzava alla volta della

Lombardia, parte per terra, parte per mare, dieciotto mila soldati

tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega.

Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti

richiedevano, aveva comandato pagassero i baroni, i nobili ed i ricchi

cento venti mila ducati il mese; il restante, per non aggravare i

popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario; pagassero i beni

ecclesiastici una tassa del sette per centinaio; portassersi alla

zecca gli ori e gli argenti delle chiese che non fossero necessarii

al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo

per centinaio del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero, e il

patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.

Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si

scoperse la congiura di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama,

a cambiare il governo regio ed a fare una rivoluzione nel regno.

Questo fatto grave in sè stesso, e reso ancor più grave dalle menti

accendibili e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe,

proponendo il governo la salute propria a quella altrui. Si aggiunse

che i corsari sì franzesi che algerini infestavano i litorali del

regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta

a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per

far peggio eziandio che rubare.

Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che

procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò

con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose

su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò

magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi

pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più

sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel

fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno

precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.

Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie

dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio

genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero

fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi

in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra

di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procurator

Pesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli

di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e

quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse

in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla

volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior

ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria

Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando

tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo

molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove

voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le

truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad

assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero,

le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i

reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle

cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero;

finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato

che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni

sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo

aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del

consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal

Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero,

scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di

sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato,

sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente

accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed

il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la

sua diletta ed infelice patria.

Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica

mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse

quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finitima di

Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e

nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che

volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia:

d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a

far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario

della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da

Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla

Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a

Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati

personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati

dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che

Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica

per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero

incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono

i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que'

tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.

Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza,

fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici

della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto

avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia

sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte

in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta,

e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo

sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto

nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di

Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il

conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un

tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che glie ne sarebbero

venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente

ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse

privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con

pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma

non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii

del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza,

il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza

di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da'

quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle

egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato

fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse

il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da

cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la

altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di

lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella

quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che

ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo

di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i

forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto

le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del

robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero

bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo,

e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In

somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode

debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual

frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.

La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era

stato destinato dalla congregrazione della salute pubblica, con titolo

d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a

Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e

molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre,

manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato.

Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte

venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo

altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere

acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco

tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione

favorevole all'accettazione.

Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva

maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così

estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo

narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi

risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto

ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e

l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria

Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno,

almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava

nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi

dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine

che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni

suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 34 / 99 段