I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente

di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in

opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore

dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria,

s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa

quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar

con la forza quello che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli,

Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone;

gli altri potentati d'Italia li fornivano di vettovaglie; il papa

stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si

combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della

Savoia e di Nizza.

Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse

inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo

vincevano, e se si fossero spinti avanti con quella celerità che i

tempi richiedevano, avrebbero acquistato una compiuta vittoria. Ma se

ne stettero a soprastare; l'indugio diè comodità agli avversarii di

rannodarsi ed ai popoli di aiutarli. Kellerman li ricacciò di posto

in posto, sì che in fine si ritirarono al San Bernardo, da dove un

mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria. Rimaneva pei

repubblicani che i regi si cacciassero dalla Morienna, e Kellerman

colle sue disposizioni vinse anche questo punto, perchè l'esercito del

re, pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio.

Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoia dalle genti del re di

Sardegna nell'autunno di quest'anno, e per tale modo fu esclusa la lega

dalle sue speranze in queste parti; che se il disegno dei confederati

fosse riuscito, e Lione liberato, totale sarebbe stata la mutazione

delle cose d'Europa. Ma intanto i miseri Lionesi, udita la ritirata

dell'esercito e, privi di quest'ultima speranza, furono costretti a

rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità

sia stata trattata quella città sì nobile e sì generosa.

Dall'altra parte e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano

la Savoia, s'erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio

la fortuna si mostrava loro favorevole; ma, arrivati a Giletta, e

assaltato il dì 18 ottobre con grande impeto il ponte, furono duramente

risospinti, e con perdita sì grave che questo fatto, giunto alle

sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoia e di Lione,

terminò la guerra di quest'anno in quelle parti.

Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla

quale era concorso l'esercito vincitore di Lione e la guernigione

di Valenciennes, piazza forte in Fiandra che gli alleati avevano

espugnato. Già parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia

fortuna nelle quali mostrarono ambe le parti quanto potesse il valore

congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare o

l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a

presidiare i forti rizzati sulla stanca, i Piemontesi stavano a guardia

sulla dritta.

Gli oppugnatori s'erano accampati per modo che Dugommier,

generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente, Lapoype

assaltasse verso levante, e parte di queste genti, stanziando

principalmente alla Valletta, si distendesse sì verso mezzo giorno

che una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto

all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati

consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi

e nel ridotto da questi fatto vicino al forte. Ma i Franzesi già

s'erano impadroniti delle eminenze opposte al forte ed al ridotto; e

preso anche per assalto il forte dei Pommets, da tutti tali punti con

numerose artiglierie continuamente infestavano gl'Inglesi.

Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto

sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma, poste

le artiglierie in luogo molto opportuno, per opera massimamente del

luogotenente colonnello d'artiglieria Bonaparte, giovane di virile

spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se

non si cacciavano da quel nido i Franzesi, bisognava pensar ad altro

che a stare a Tolone, sì deliberò di dar loro l'assalto. Ed, uscito

il 3 di novembre con sei mila soldati, la fortuna fu loro sul primo

incominciare seconda. Ma all'avviso di tanto sinistro accorso Dugommier

con un grosso di soldati agguerritissimi, cacciò gl'Inglesi in fuga

manifesta e con tanta foga, che i vincitori non si arrestarono se non

se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco che non vi

entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente

ferito e fatto prigioniero Ohara ch'era accorso per rannodare i suoi.

Questa fazione tanto sanguinosa diede molto a pensare agli alleati, non

li lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura

di Tolone; e i repubblicani, mostrandosi pronti a mettersi ad ogni più

grave pericolo per conquistar quella città: si risolveva Dugommier a

dar l'assalto da tutte le bande.

Adunque, posta essendo ogni cosa in pronto, il dì 14 dicembre i

Franzesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da

quel fatto doveva risultare non solo la conservazione o la perdita

di Tolone, ma ancora la riputazione delle armi e l'acquisto d'Italia,

con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce la

difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevaleva la furia

al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurità dei luoghi

faceva inclinare le sorti a favore degli assaltatori, ora l'audacia,

per verità non credibile se non fosse vera, le voltava a favor degli

assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano

lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti ed i parapetti

delle batterie inglesi apparivano cospersi di cadaveri franzesi, e

nonostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui

che ribollivano rendevano gli uomini più accaniti e continuamente si

dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano.

Prevalse la fortuna di Francia; i forti tutti caddero in mano dei

repubblicani.

L'espugnazione de' forti rendeva impossibile agli alleati il tenere più

lungamente Tolone: conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi

dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte

confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel

maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci, appiccarono

il fuoco alle navi che non potevano trasportare con loro ed a tutte le

opere preziose di marineria di cui Tolone abbondava. In questo Sidney

Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli che alle grandi, con

molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le

armerie, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano.

Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo

tempo a compire.

Ma compassionevole spettacolo era quello de' Tolonesi, i quali

costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di

gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con

esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose che in

tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano

per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierie de' loro

compatriotti o da quelle degl'Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il

tuonare, lo scompiglio delle navi che andavano e venivano, le minaccie

de' soldati da terra che fuggivano, lo strepito de' soldati da mare

che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione,

le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un

terrore, una miseria che si possono meglio con la mente immaginare

che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi, disperando della

pietà del vincitore, accettato l'esilio, si ricoveravano alle navi, non

sapendo nè dove nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre

giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte

confederate, tirandosi dietro le navi rapite di Francia, i giorni 18

e 19 dicembre si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le

antiche Stecadi. Il giorno 20 poi, e poichè tutti si erano ridotti a

salvamento, vuotato il forte Lamalgue che ne avea protetto la ritirata,

lasciarono la misera terra intieramente a discrezione de' repubblicani:

entraronvi fieri e minacciosi.

Arsero nell'incendio tolonese acceso dagl'Inglesi quindici navi grosse

di fila; arsero sei fregate, con molti altri legni minori. Rapirono e

s'appropriarono gli Inglesi la grossissima nave di cento venti cannoni

chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo ed il Potente, l'uno

e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa,

l'Aurora, il Topazzo e non pochi altri legni minori. I Sardi se ne

portarono la fregata l'Alceste; i Napolitani il brigantino l'Imbroglio,

gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella

d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco

per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emula, che

ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio dei mari, e che

tuttavia avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo.

Così perì Tolone, città nobile e ricca, e sede principale della

marineria franzese.

I rappresentanti del popolo, Barras, Freron, Robespierre giovane e

Saliceti scrissero il dì 21 dicembre al consesso nazionale, essere

Tolone in potestà della repubblica.

Anno di CRISTO MDCCXCIV. Indiz. XII.

PIO VI papa 20.

FRANCESCO II imperadore 3.

L'infelice riuscita delle due imprese di Lione e di Tolone, la cattiva

prova fatta dai Marsigliesi, e la poca dipendenza che trovavano

nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai

confederati quanto fosse fallace l'opinione di aver nella popolazione

e nella efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni

che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però

si persuasero facilmente che non nelle parole ma nei fatti, non nelle

armi altrui ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era

diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti

stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una

volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior disubbidienza

li concitasse. E siccome era divenuto necessario che si cambiassero i

mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva che si dovevano cambiar

i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di

giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò

diè maggior ragionevolezza al conquistare per sè. Pareva necessario

torre per la risecazione di territorii forza ad una nazione potente

per sè stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si

rivolgevano per la mente de' confederati, i quali finalmente vennero

in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con

certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente

politica, cambiava di natura diventando guerra politica e territoriale.

Per tali condizioni dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in

Valenciennes il dì 21 di maggio del presente anno tra l'Austria e la

Sardegna un trattato, nel quale inoltre prometteva il re di fare ogni

maggiore sforzo e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandar in

Italia il più gran numero di genti potesse, oltre le ausiliarie che fin

dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito

reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente e coi medesimi

consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente

alla difesa dei monti e dei passi tanto verso la Savoia, quanto verso

il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in

piccole schiere, ma stessero congiunte in grosso corpo, sempre pronto

ad operare fortemente e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito

regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte;

e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano per

prima cosa e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il

nemico sulla riviera di Genova, affine di guarentire ed assicurare il

Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo

di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte;

avesse l'arciduca governator generale della Lombardia austriaca facoltà

di trattare ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione

del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa e di

rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare la impresa.

I Franzesi i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano

entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano

subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di

prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli

alleati. Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il

nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto

quelli che reggevano le genti adunate nella Savoia e nel Delfinato,

quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di

fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regii su

tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla

costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati

assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio

d'una potenza neutrale, così là usarono le armi e qua le persuasioni;

le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro.

Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal

governo franzese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro

i Franzesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe

non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il

governo genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era

composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi. Così sedate

le ire e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i

Franzesi usare le opportunità del territorio genovese per assaltare gli

Stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato

manifesto, scritto da Nizza, il dì 30 marzo, dai rappresentanti del

popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti.

Alle benigne parole succedevano ben tosto apparati terribili. Erano i

Franzesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del

generale Dumorbion, verso il principio di aprile, nel territorio di

Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine

del genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i

disegni loro, mandarono la notte del 6 dello stesso mese il generale

Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore che la Francia chiedeva

che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già

si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A

queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della

violata neutralità; ma vano era il protestare contro una risoluzione

irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il

dì 6 aprile sul territorio italiano l'esercito repubblicano di Francia

in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo e quale si

conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva

dietro col retroguardo il generale Massena, destinato a sollevarsi da'

più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più

periti e famosi capitani che abbiano acquistato nome nelle storie.

Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani, per viemmeglio

assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo

piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo,

caldamente, ma invano, s'era opposto il governatore genovese; ma

avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre

e Salicetti, ritirossene il presidio franzese, lasciando di nuovo il

castello in potere dei Genovesi.

Intanto, proseguendo i Franzesi l'impresa loro, una parte, voltatasi

alla sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone

un picciol presidio piemontese che vi stava a guardia, l'altra,

marciando sul litorale, s'incamminava alla volta di San Remo col

pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine

di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo

per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle

delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le

quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso

Saorgio. Nè contenti a questo i Franzesi, muovendosi sulla stanca di

Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio,

i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire la importante

fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie

avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore,

acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per

modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto

ad essere assalito da vicino. Nonostante, essendo forte per natura e

per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella

d'impadronirsene per oppugnazione, con assaltarlo da fronte.

Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano

i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non

poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi che

interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Franzesi

alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se

non per le navi genovesi che loro portavano i frumenti. Oltre a questo,

la strada non era nè lunga nè difficile per andar ad assaltare Ormea

e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure

del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse

rimasto al re di Sardegna a poter comunicare prontamente e sicuramente

coll'Inghilterra, massimamente con le flotte inglesi, che già erano, o

fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste

cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto

di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto

quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e

poste le artiglierie nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo

costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti

militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico

che sopravanzava per la moltitudine ed era fatto più audace per le

vittorie. La battaglia fu aspra. I Franzesi, partiti da San Remo, ed

occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore

inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime

delle artiglierie, le quali, traendo a punto fermo, facevano una

strage incredibile nelle file dei Franzesi. Questi, veduto il danno, e

stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto,

che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni

pezzi di artiglierie minute in luoghi prima creduti inaccessibili,

e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano

nella stessa forma, tanto fecero che questi, soppressati dal numero,

e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche

disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso.

Poscia, squadronatisi di nuovo, si ridussero al ponte di Nava,

lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto

del vincitore. Gli abitatori, mossi dal romore delle armi, e nei

quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi

di Truguet aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città

abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi.

Vi entrarono i repubblicani; e qui, per fare testimonianza al vero, è

debito raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal

por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e

nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza

militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa

tanto è più da notarsi, quanti a quei tempi in Francia correvano esempi

degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovarono

all'estremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in

Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie

da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri.

Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca,

promettendo a tutti che tornassero intiera sicurezza nelle persone e

nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano

una squadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa

con piccolo porto situata in su quella marina ed appartenente al re di

Sardegna.

Quantunque questa fazione fosse di importanza per le bisogna loro verso

il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei

sommi gioghi dei monti: s'accorgevano che insino a tanto che quelle

altissime cime fossero in mano dei regi, e massime il ponte di Nava,

passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di

artiglierie, e cui erano accorsi a difendere quindici centinaia di

Austriaci, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento.

Massena, già vincitore di Santa Agata e di Oneglia, fu destinato a

questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con otto mila

soldati scelti, e tanto e così subito fu l'impeto loro, che nè i

luoghi oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regi, nè le

artiglierie loro governate con molta maestria poterono operare che i

repubblicani non riuscissero vincitori. Massena, per non dar respitto,

e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un

bando coi soliti blandimenti e minaccie.

Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo

di Ormea, che, abbandonato dai difensori, venne in potere degli

assalitori, colle artiglierie grosse e minute e colle munizioni

da guerra e da bocca; gran quantità di panni singolarmente utili

al vestire dei soldati; undici centinaia di prigionieri resero più

cospicua questa vittoria. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna

del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai

repubblicani, ormai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si

spandessero nel Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la

intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose volerla

difendere sino all'estremo.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 33 / 99 段