Mentre in tal modo una guerra viva s'era accesa e presto spenta sulle

coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente:

la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diede fomento a coloro

che, scontenti del governo di Francia, macchinavano di rivolgere

lo Stato. Mosso dall'odio antico e dalle ingiurie recenti, andava

Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente ne' luoghi

montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la

chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le

esorbitanze dei repubblicani. E le sue esortazioni producevano un

effetto incredibile. I montanari, mossi alle voce del mantenitore

della libertà corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto

le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città

principali di Corte e di Aiaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano

il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro

deputati, chiamavan o Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i

fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e, fatto

un grosso di mille dugento soldati bene armati, s'impadronivano delle

riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati

repubblicani, sorpresi da tanto tumulto e ad impeto tanto improvviso,

fatto prima un poco di testa nei luoghi più forti, si ritirarono nelle

fortezze di Bastia e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra

la Gran Bretagna e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe

le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi che aderivano a Paoli

e detestavano il nome di Francia.

Intanto, per dar forma al governo nuovo e ricompor quello che il

disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato

una consulta che, procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà

di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà

ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva, sotto pena di

morte, i commissarii di Francia, Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando

decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli e

si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti

ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo

Stato e castigar i ribelli; il general Lacombe Saint-Michel contro i

ribelli marciasse. Obbediva Lacombe; nel medesimo tempo i commissarii

del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli

e contro coloro che a lui si aderivano. Aggiungevano alle esortazioni,

che ai Corsi dirigevano, parole terribili e gonfie, secondo il

solito, minacciando castigo inevitabile, e confische, e morti a chi

contrastasse.

Raggranellati quei Corsi che per un motivo o per l'altro tenevano

per Francia, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe

era uscito dai forti; dall'altra parte, insisteva Paoli colle genti

collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce;

ne' giusti incontri prevalendo le genti disciplinate di Lacombe, nella

guerra sparsa vantaggiando le genti di Paoli; e se non pareva che fosse

possibile che i Franzesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non

si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Franzesi,

forti per disciplina e per artiglierie, nelle pianure e nelle terre che

occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si

scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi inglesi

da guerra, le quali faceveno opera per intraprendere quelle che

si avviavano all'isola. Poscia, appoco appoco accostatesi al lido,

infestavano con bombe e con palle i luoghi che Paoli assaltava dalla

parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le

schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa a' Franzesi. Per

la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul

principiare di maggio. Rimanevano in mano dei Franzesi, Bastia, Calvi

e San Fiorenzo, ma non soprastettero ad entrare sotto le devozione del

vincitore. Così tutta la Corsica, dopo di aver obbedito al freno di

Francia per lo spazio di venticinque anni, venne, non saprebbesi dire

se in potestà propria o in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Franzesi dall'isola, vi fu creato un governo per mezzo

di provvisione che intieramente dipendeva da Paoli e dalla parte

contraria alla Francia; l'autorità dei municipii fu ordinata secondo

le forme antiche. Paoli si accorgeva che questa condizione, siccome

transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di

stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora

per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina

e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le

medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola, tanto opportuna

a' suoi traffici, a' suoi arsenali ed alla sua potenza, che si venisse

ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a

sollecitare il re della Gran Bretagna, acciocchè, ordinato un governo

libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli

assalti della Francia: gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo

seguitarono gli accidenti che si vedranno nell'anno seguente.

La guerra sorta coll'Inghilterra e colla Spagna e le armate loro

che erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano

occasione di molesti pensieri ai Franzesi che occupavano la contea di

Nizza; laonde Brunet, che a quel tempo l'esercito in questi luoghi

governava, si risolvette a tentare qualche impresa di momento prima

che i confederati si fossero fatti forti nei mari vicini. Il fine di

questo moto era di cacciare i Piemontesi, dalle sommità e prender per

sè quei vantaggio che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi

adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso

i monti. E, siccome l'esercito piemontese era padrone di tutte le

creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti.

Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli e Dellera;

siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne

stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque, preparati gli uomini

e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano, il dì 8 giugno, i

Franzesi all'assalto con un valore e con una furia incredibile; nè la

difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato,

nè la tempesta di palle che fioccavano loro addosso, non li poterono

rattenere che non giungessero fin sotto le trincee, colle quali sul

sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto

loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il

quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con

un'audacia inestimabile fin sotto le bocche delle artiglierie italiane;

ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con

molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi e con

gravissimo danno dei Franzesi, i quali rinfrescando continuamente con

nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro; ma in

questo punto i capi regii, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono

al capitano Zin piantasse le artiglierie in un giogo vicino, e di là

lo fulminasse sul fianco. Il quale consiglio, opportuno per sè, fu

con tanta arte e con sì gran valore eseguito da Zin, che percossi i

repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono

precipitosamente l'impresa, ritirandosi e lasciando i fianchi di quelle

montagne miseramente cospersi dei cadaveri de' compagni loro. In questo

fatto mostrarono i Franzesi il solito valore impetuoso e sconsiderato;

i Piemontesi, massimamente gli artiglieri ed il reggimento provinciale

di Acqui, che difendea le trincee di Raus, arte e costanza. Perdettero

i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti,

feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo

giorno circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata

circa trecento con due cannoni e molti arnesi da guerra. Ma tale era

l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottiti

all'infelice successo della battaglia dell'8, lo assaltarono di nuovo

il dì 12 dello stesso mese con ben dodici mila soldati risolutissimi a

voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto

che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti.

Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus,

dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle

parti.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato

l'audacia de' repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar

l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si

argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta de'

capi, non da mancanza di valore ne' soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento.

Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi

marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per

mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo

maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il

Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare

prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire

accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra

dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le

strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus,

per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare

all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla

valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi

da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il

varco è molto più agevole.

A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito

di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta

dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte

di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di

conseguire qualche onorata vittoria.

L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo

agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione

di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di

neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual

cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a'

Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con

grosse navi da guerra e molte minori. Il papa medesimamente, che aveva

causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar

gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità.

Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa,

aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in

questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza,

che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio

di quello che i forastieri le preparavano.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori,

ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca

che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una

parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che

sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey

dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore,

che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati

De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata

avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si

facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra

era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè

cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse;

facesse causa cogli alleati.

Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un

principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un

Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che

il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra

cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che

fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed

al romper guerra alla Francia.

Le stesse minacce furono fatte e nel medesimo tempo dal ministro

inglese Drake ai Genovesi; ed alle minacciose ed inconvenienti

parole si aggiunsero fatti più minacciosi e più inconvenienti ancora.

Imperciocchè, trovandosi la fregata franzese la Modesta a stanziare nel

porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi inglesi, che

le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non

pochi marineri che vi si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e

se prima si temevano le insolenze franzesi in uno stato così vicino,

ora più si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto

si ebbe a Nizza notizia di questo attentato che i rappresentanti del

popolo, Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono uno sdegnosissimo

scritto che conchiudeva che Genova si risolvesse incontanente a

voler essere o amica degli amici o nemica de' nemici della società

oltraggiata nelle persone de' repubblicani franzesi; protestavano

poscia al popolo genovese che se il senato tardasse a risolversi ed

a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto

commesso nel suo porto e sotto le bocche delle sue artiglierie, sarebbe

stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per sè fatto quanto

crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore

contro Genova, favellando alla tribuna del consesso nazionale; e

così il governo di Genova, stretto da due necessità, non sapeva a

qual partito appigliarsi. Pure, siccome il non risolversi era peggio

che risolversi, tutto bene ponderato, il senato deliberò di starsene

neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter

deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva

altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui

generali.

Il senato veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era

residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley,

personaggio non tanto rotto quanto Hervey e Drake, ma pure intentissimo

a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura

sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto

a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, fece

modestamente le sue rappresentanze al senato, favellando piuttosto

per modo di consiglio che di richiesta. Pregava pertanto ed esortava

caldamente il senato che fosse contento di allontanare da Venezia

quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice

di corruttele dell'ambasceria franzese. Concludeva che se il senato

consentisse a licenziare l'ambasceria, e se vietasse ai Franzesi le

tratte d'armi e di vettovaglie dagli Stati della repubblica, sarebbero

gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e

che, in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero

gli Stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si

offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinate di modo che

ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole terminò dicendo,

porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che glielo

comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt;

porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le

Russie, dell'imperatore d'Austria e del re di Prussia. Si riscuotesse

adunque e prendesse quelle deliberazioni che a tempi tanto pericolosi,

a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose ed alla salute

stessa della repubblica si convenivano.

Il senato veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti

precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque

disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e

capace di fare qualche sbocco in Italia, volendo altresì conservare

salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbare intera la

neutralità, non poter risolversi a licenziare lo incaricato d'affari di

Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione

franzese, non della repubblica.

Worsley non fece altra dimostrazione e continuò a starsene a Venezia,

dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al

granduca ed a Genova.

La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra

non essendo più raffrenata dal timore dei Franzesi a cagione

dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di

manifestare più apertamente quello che già da lungo tempo sentiva

rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò

esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti

franzesi se ne uscissero dall'isola e che i porti fossero chiusi a

qualunque nave franzese sì pubblica che privata, finchè durasse la

presente guerra: pubblicato inoltre che non sarebbe mai per accettare

ad incaricato d'affari chiunque a lui si mandasse da quella repubblica,

ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.

In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia e l'Inghilterra

e, comparse le armate inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le

speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai

Franzesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i

Veneziani ed i Genovesi, si aggiunsero alle forze della lega quelle

della Chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto

maggiore quanto più vedevano che se dall'un dei lati si era cresciuta

nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la

concitazione ed il furore in Francia.

Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali

da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle

provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso

nazionale e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano,

diè cagione a coloro che la seguitavano ed a coloro che od amavano la

libertà, conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli

alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre

all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordò,

di Mompellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno

avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma

l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era

stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo

tra i capi della lega a Torino ed i capi degli scontenti. Congiuntisi

nelle sue mura Biroteau ed alcuni altri capi dei girondini di minor

nome con Precy, commossero alle armi tutta la città e pubblicarono

manifesti contro la tirannide del consesso nazionale.

Non è di questi Annali il narrare particolarmente l'oppugnazione di

Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili

di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per

l'immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro

l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a

rumore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le

insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione.

Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza

che avevano sperato; e i Marsigliesi vantavansi di esser capaci da

sè soli di vincer la impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano

varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in

Avignone; e quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni

superiori del Rodano.

Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli

alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci, erano

calati grossi dal monte Cenisio e dal piccolo San Bernardo a fine

d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che

scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre

del Vallese, si drizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di

fare spalla all'impresa di Tarantasia e di rannodarsi verso la terra

di Conflans, per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale

segno favorevole, sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il

governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per

mente e per costume e molto amato dai popoli per la natura sua facile e

mansueta.

Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso

dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a

conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti e che gli

era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa

vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine

di obbligare i Franzesi ad evacuar la contea, o di tagliarli fuori

dalla Provenza se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa

impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto

ardente in questo bisogno contro chi allora signoreggiava la Francia e

che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il

principale sforzo che i confederati volevano fare; e così quel nembo

che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro la Italia dalla

Francia, ora si rivoltava contra la Francia dall'Italia.

Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoia,

dove venuto al campo dei suoi, posto all'ospedale presso Conflans,

alloggio principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua

presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati che

si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè

abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo stesso fe'

venire dal campo di Tornus una grossa schiera, in gran parte di buona

ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave,

aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione

un'altra squadra e mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto

privo di difensori. A questo si aggiunse ch'ei fece la chiamata alle

guardie nazionali della Savoia e del dipartimento vicino dell'Isero,

acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro

coraggio e potessero, in caso d'infortunio, ristorar la fortuna della

guerra. Per maggior sicurezza ordinava che si facessero trincee al

passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e

che si munissero di artiglierie, avvisando che con quel sospetto da

fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione.

Egli poi, a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a

porre al castello delle Marcie, luogo centrale a cui accennavano le tre

divisioni delle sue genti.

Dall'altro lato e più sotto Kellerman avea spedito con tutta

celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli

riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da

Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Durunza, non

passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorrazzare

sulla destra. Ma Carteau varcava, e fu salute mentre doveasene

attendere la rovina; imperciocchè i Marsigliesi, invece di assaltarlo

e buttarlo nel fiume, cosa agevole, si diedero disordinatamente alla

fuga. Carteau, usando l'occasione, voltossi con tutte le sue forze

contro Aix, di cui s'impadronì; poi, senza frappor tempo in mezzo,

marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quella guerra;

o tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che, fatta niuna

difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice

Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta

miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di

quei tempi ferocissimi.

La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi che per questa cagione si

trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le

immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza; poichè

per iscamparne, Tolone udì con maggiore inclinazione le proposte degli

alleati, e diede sè ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra

Hood, desiderando che l'autorità del re Luigi si restituisse e la

costituzione dell'89 si accettasse.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 32 / 99 段