Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il

quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza

del fatto prima di muoversi era che l'Inghilterra si chiarisse

delle sue intenzioni; e di comune consentimento fu deliberato che si

aspettasse la guerra dell'Inghilterra, solo intanto si tenessero gli

animi disposti.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva, oltre il denaro

che gli veniva dalla Gran Bretagna, dall'accessione della Spagna;

era evidente che quante forze la Francia avesse mandato alla volta

de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava per

le Alpi; sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano,

combattendo, ad un medesimo fine.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e

quest'era che, presentandosi grossi gli alleati sulle province

meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro

l'autorità del governo parigino, movimenti d'importanza. L'aspettare

che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle provincie più vicine

alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La

soppressione dei traffici, nata a cagion della guerra, vi aveva dato

occasione a non poca mala contentezza, e l'enormità commesse a Parigi,

operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato

contro i commettitori di tanti scandali; ai più feroci poi pareva

oggimai troppo lungo che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi

nuovi pensieri buoni e cattivi massimamente pullulavano in Marsiglia ed

in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace,

ed ora povere in guerra, e se il nome del re di Sardegna era molto mal

gradito nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati massime per

mezzo della corte di Torino che usava un'arte grandissima nello spiare

e nello accordarsi segretamente in Savoia ed in Nizza sì coi magistrati

che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si

presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito

erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così

spesso punivano gl'innocenti od esultavano i rei. I supplizii poscia

e le confische, producendo abbominazione nei popoli, operavano che

sempre più quell'avversione che hanno naturalmente i Franzesi contro

i forastieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case

loro, si diminuisse, e con essa gli ostacoli alla disegnata invasione;

poichè tal era il terror delle mannaie, che i più preponevano la

servitù forastiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore ed

il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti

tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura

leggiera, come Croati, Panduri e simili, s'avviavano alle montagne.

Gli squadroni più gravi e la cavalleria stanziavano nelle pianure più

vicine. Erano poi siffattamente ordinati, che le truppe piemontesi,

come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le

Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri

dell'imperatore; mentre le genti grosse austriache, stanziando nei

luoghi bassi, contenevano i popoli e si tenevano pronte a marciare

ovunque il nemico fosse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a

reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.

Era Devins uomo di buona mente, e salito pel valor suo dagl'infimi

gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato

la sua eccellenza nell'arte della guerra.

Devesi qui interrompere il filo della narrazione di questi preparamenti

e di questi maneggi per raccontare un fatto enorme accaduto in Roma

in sull'entrare del presente anno, il dì 13 di gennaio, e che in

appresso aggiunse gravezza ai fati papali. Un Basseville, segretario

della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni

stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo,

di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione

dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu

crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui

della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei

palazzi dell'Accademia di Francia e del console franzese. Quantunque

il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in

quel subito accidente quanto per lui s'era potuto per frenare la rabbia

di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, venne tempo in

appresso che importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui

alla ferocia del romano governo argomentando, protestavano di volerne

fare condegna vendetta.

Intanto alcune pratiche segrete s'erano appiccate fra la corte di

Torino e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui

fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni

che si macchinavano a benefizio comune avessero la loro esecuzione. E

siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito,

più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più

tenaci di proposito che i Provenziali, così coi primi massimamente

si tenevano questi trattati. Quando i negozii si avvicinavano alla

conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò egli

medesimo nascostamente a Torino per quivi accordarsi su quanto si

trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i

suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte,

ed egli e Devins non tardarono d'entrare nella medesima opinione,

cioè, che, lasciata una parte dello esercito sulle Alpi marittime,

per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di

Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia per quindi

marciare a Lione. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti

nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; ma

il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato,

non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i

Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Franzesi,

e lui, con quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet,

asperavano coi fatti, e più ancora l'asperavano con gli scherni e

per l'eccessive cose che dicevano contro di lui; mentre assai diverso

era il procedere dei Nizzardi, i quali, più alieni di natura, di mala

voglia sopportavano il nuovo imperio, e continuamente infestavano i

Franzesi, facendo loro, con bande sparse, tutto quel maggior male che

potevano.

Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, non volle mai udire

con pacato animo che si desse mano a liberare dalla tirannide franzese

prima i secondi che i primi. Ogni ora gli pareva mille anni che i

suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo

sopportava più volontieri che i popoli di Savoia continuassero a

gustare di quanto sapessero i Franzesi, non considerando ch'ei li

castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero

grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma

non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo

pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti

per frenare il nemico, ed anche per ispingersi più oltre, secondo le

occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito,

come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar l'impresa.

Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili

e della variazione di quasi tutte le cose che poco dopo seguirono.

Devins continuamente si lamentava che il re di Sardegna gli avesse

tolta l'occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande

vittoria.

Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Franzesi

pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso,

e le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati,

parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre

ai due eserciti, dell'Alpi e d'Italia, un solo generale, acciocchè, per

l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo

fine; ed a ciò scelsero un uomo non solo di provato valore, ma ancora

di provata fede, Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani

con molta gloria sulle sponde della Marna. All'aprirsi della stagione,

componeano l'esercito cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina,

ottimi per valore, terribili per la rabbia. Kellerman, recatosene

in mano il governo, siccome il nemico principalmente minacciava di

prorompere sulle ali estreme della troppo larga frontiera, così sulla

Savoia e su Nizza, determinossi a porre il campo grosso in un sito

mezzano, a Tornus, posto nella valle di Queiras, per essere ad un di

presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, e vi mandava le

genti, l'armi e le vettovaglie. Ma la difesa era difficile, perchè

gli alleati occupavano tuttavia la sommità delle Alpi su tutta la

frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più

basse, e cacciarne i Franzesi, combattendoli dall'alto. Per ovviare a

questo pericolo, il generale franzese dispose con lodevol arte le sue

genti nelle valli della Savoia superiore che accennano per istrade

più facili all'Italia. Così munì Termignone e San Giovanni nella

Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza allogò un

grosso corpo a Conflans. Nelle Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli

Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, Kellerman, distendendo

l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le

cime accessibili delle montagne, e posto il campo in mezzo, sul monte

Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore

per la facilità dei varchi e per la vicinanza della città di Nizza,

alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite,

aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul

monte Boletto.

Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche

furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana, affinchè si aderisse

alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza

frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti aiuti, ed

ingrandimento di Stato a pregiudizio dell'imperadore; ma il senato

perseverò nella neutralità, offerendo a' Franzesi quelle medesime

agevolezze negli Stati veneti che erano state concedute alle potenze

confederate.

Parte principalissima della lega, tra per forza de' suoi eserciti e

per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna.

Adunque i capi del governo franzese assai volentieri piegarono l'animo

a provare se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A

questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di

Robespierre, per parte della Francia, ed il conte Viretti, per parte

del re. Ma il re, che animoso era, e sapeva anche del cavalleresco,

non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con

Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo

parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar de' giacobini.

Così, rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente

l'inclinazione alla guerra.

Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati

d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a

posta e per mezzo de' loro giornali, che pure, malgrado della vigilanza

de' governi ad interromperli, si insinuavano nascostamente in ogni

luogo, a spargere mali semi ne' popoli, con invasarli dell'amore

della libertà ed imitarli a levarsi dal collo il giogo degli antichi

signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di

quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole,

e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette

macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità

il particolarizzare gli umori che correvano a que' tempi in Italia,

acciocchè i posteri possano distinguere i buoni da' tristi, conoscere

i grandi inganni e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo

luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che

parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che,

parteggiando pe' Franzesi, desideravano mutazioni nello Stato. Fra i

primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni

per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per

tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per

bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero de'

quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano

i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili che temevano

di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra

questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che

volevano diventar nobili od almeno tenere i magistrati. Per interesse

poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio,

e questi erano numerosissimi; a costoro poco importava la equalità

o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero

o sperassero gli stipendii. Si aggiungevano alcuni prelati ricchi

ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della

religione. In tutti poi operava un'avversione antica contro i Franzesi,

nata per opera de' governi italiani sempre sospettosi della potenza di

quella nazione e del suo appetito di aver signoria in Italia.

Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano

utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi, ned è mestieri

che si vengano individuando, che ognun se li vede. Ma i dannosi erano

gli ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo Stato loro

coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con

mostrar maggiore insolenza. Il frenarli non pareva buono ai governi,

perchè temevano e di alienar coloro di cui avevano bisogno, e di

mostrar debolezza ai popoli. L'odio di costoro principalmente mirava

contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano

dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo

per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti,

tiranni, gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini,

e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione,

ed introdotta la discordia nello Stato, si preparava l'adito ai

forastieri.

Ora, per dire di coloro che inclinavano a' Franzesi, od almeno

desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello Stato,

diremo che per la lettura de' libri de' filosofi di Francia era sorta

una setta di utopisti, i quali, siccome benevolenti ed inesperti

di queste passioni umane, credevano esser nata un'era novella, e

prepararsi un secol d'oro. Costoro, misurando gli antichi governi

solamente dal male che avevano in sè, e non dal bene, desideravano le

riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini,

e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto,

allettavano gli animi, così portavano opinione che a procurar

l'utopia fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto

quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che

la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità

applicata. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente

allignavano quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle

ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle

cose antiche. Chi voleva essere Pericle, chi Aristide, chi Scipione,

e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo franzese

aveva scritto che la virtù era la base delle repubbliche, così era

anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i

posteri devonlo sapere, che gli utopisti di que' tempi per amicizia,

per sincerità, per fede, per costanza d'animo e per tutte quelle

virtù che alla vita privata si appartengono non siano stati piuttosto

singolari che rari. Solo errarono perchè credettero che le utopie

potessero essere, perchè si fidarono di uomini infedeli e perchè

supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizii.

Costoro, così affascinati com'erano, offerivano fondamento a' disegni

de' Franzesi, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro

non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano

il maggior numero, avvisavano non doversi muovere cosa alcuna, ed

aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci

opinavano doversi aiutar l'impresa co' fatti, e però si allegavano,

tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia,

procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.

A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi,

i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di

repubblica, di libertà, di uguaglianza. Di questi alcuni volevano

signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran

diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia

maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano.

Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, i patriotti, ed i poveri

utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un

orribile avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni

nello Stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.

A tutte queste sette, all'una o all'altra delle quali s'erano accostati

anche per lo più gli ecclesiastici, si aggiungeva quella degli

ottimati, la quale, avida anche essa del dominare, e nemica ugualmente

all'autorità reale ed all'autorità popolare, sperava che in mezzo alle

turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Costoro nè aiutavano nè

disaiutavano la potenza reale che pericolava, ed aspettavano la loro

esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.

Tal era la condizione d'Italia; i buoni esperti volevano la

conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano la

novità per isperanza di bene, i malvagi desideravano rivoluzioni per

dominare e per succiarsi lo Stato; il clero stesso ondeggiava; dei

nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti,

e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni

nel popolo: altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano

quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni

s'indebolivano continuamente i fondamenti dello Stato; pure la massa

dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande

appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame e le speranze di ambe le parti, ora

si descriveranno gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi:

nel che si dovrà sempre tenere a mente che in quest'anno intenzione dei

Franzesi non era di farsi strada in Italia per forza se non nel caso in

cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò

disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro

canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando l'offensiva, penetrare

nell'interno della Francia.

I Franzesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna,

e volendo usare la breve signoria che restava loro nel Mediterraneo,

avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Posta

in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi

da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila;

per combattere in terra ed usar le occasioni che si appresentassero,

vi aveva il governo di Francia imbarcato sei mila soldati atti a

combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera

dovevano seguitare molte navi da carico, per imbarcarvi i frumenti e

trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato

all'ammiraglio Truguet; laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed

appena giunto il presente anno, l'armata franzese, salpando da Tolone

se ne veleggiava con vento prospero verso Sardegna; vi giunse prima

del finir di gennaio, ed il dì 24 del medesimo mese pose l'ancora,

mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo

tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a

far la chiamata alla città. Qui nacque il medesimo caso già deplorato

di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul

quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì, che

l'uffiziale e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli

altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare ed a bombardare la

piazza con tutto il pondo delle sue artiglierie. Nè i difensori se ne

stettero oziosi; spesseggiando coi colpi e traendo con palle di fuoco

contro le navi franzesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo

assalto durò tre giorni con poco danno de' Sardi, ma con gravissimo

dell'armata franzese, della quale una nave grossa arse, e due andarono

a traverso. Le altre, o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate

negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il

presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono

i montanari, che si erano mossi quando dall'alto avevano veduto

avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi

più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque

si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile e di

virtù militare. E in fatti, quanti sbarcarono, o restarono uccisi, o,

costretti dai montanari, si ricoverarono precipitosamente alle navi.

Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia.

Perderono i Franzesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati.

Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè

Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi

situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto

che gl'isolani, ne' quali aveva posto la principale speranza, non

solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano

validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò

nel mare lontano dalla portata delle batterie, quantunque tuttavia

stanziasse ancora con le sue navi, così lacere com'erano, per qualche

tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante non essendo

senza sospetto di ammutinamento nei suoi soldati, come suole avvenire

nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a

porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 31 / 99 段