consiglio nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto
ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i
due Stati, la notte del 23 settembre, dandosi precipitosamente alla
fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare
con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca.
I Franzesi, usando prestamente il favore della fortuna, corsero a
Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede
a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande
di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglieria
grossa, una fregata, una corvetta e tutti i magazzini reali. Così
la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Franzesi con
incredibile celerità e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte
di Montalbano, ma poco stante si arrese ancora esso a patti. A queste
vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata,
che, dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto
d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di
ritirarsi dal littorale.
Anselmo, avuta Nizza, Villafranca e Montalbano, si spinse avanti per
la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare se non quando arrivò
a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle
parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma, alcuni giorni
dopo, le genti piemontesi, avuto un rinforzo d'un grosso corpo di
Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne
impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè, ritornato Anselmo
col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio
divenne l'estremo confine dei combattenti.
Queste spedizioni dei Franzesi nella provincia di Nizza costarono poco
sangue; perchè la ritirata dell'esercito sardo fu tanto presta, che
non successero che poche e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori
si scostarono dai termini della umanità e della moderazione. Assai
diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè,
accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un
palischermo per negoziare, gli furon tirate le schioppettate, per le
quali furono uccisi o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e
non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata franzese, accostatasi
vieppiù, e schieratasi più opportunamente che potè; cominciò a trarre
furiosamente contro la città. Quando poi, per il fracasso, per la
rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè che lo
spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva
a bordo, le quali, unite ai marinai, s'impadronirono della città,
e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco. Questa fu
mera vendetta dei violati messaggieri di pace: Oneglia, luogo di poco
profitto, fu dai Franzesi abbandonata, e l'armata loro, toccata Savona,
e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a
Tolone.
Essendosi oramai tanto avanzata la stagione che non si potea
guerreggiare se non con molto disagio, si posarono dalle due parti
l'armi tutto l'inverno, attendendo a far apparecchi più che potevano
gagliardi per tornar sulla guerra con frutto tosto che il tempo
s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla decorse che
sia degno di memoria, se non la differenza del procedere dei Savoiardi
e de' Nizzardi verso i Franzesi, avendo i primi mostrato molta
inclinazione per loro e desiderio di accomodarsi alle foggie del nuovo
governo: al contrario, i secondi fecero pruova di molta avversione e di
volersene rimanere nei termini del governo antico.
Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in
sul voler cacciar del tutto le genti sarde dalla Savoia. A questo fine
ordinò a Rossi che, cacciandosi avanti le truppe del re, le spingesse
fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo San
Bernardo per la Tarantasia: il che eseguirono con grandissima celerità,
e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere che se
Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di
Nizza, fosse dopo la conquista di Ciamberì camminato con la medesima
celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità
delle Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar
a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta
era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumillì, Carouge,
Bonneville, Tonon e le altre terre della Savoia settentrionale,
abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa
provincia venne tutta in potestà dei Francesi. La quale possessione per
quell'inverno fu loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute
sui monti, le quali indussero da questa banda la medesima cessazione
dall'armi, ed anche più compiuta, che era prevalsa nelle Alpi
marittime.
In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di
torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella
difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual
doloroso caso si deve imputar in parte il re medesimo, per aversi
voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra,
molto innanzi che gli aiuti austriaci arrivassero in forza sufficiente
e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro che più
miravano a comparire, che ad informarsi dell'arte difficile della
guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito
militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandarli
sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il rumor
dei cannoni non fossero cose da far sudare e tremare anche i soldati
vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non
saprebbesi se dire ridicolo od assurdo, in cui tenevano i Franzesi.
Pure fra di loro non pochi erano che, modesti e valorosi uomini
essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno
grandissimo della vergogna presente.
La rotta di Savoia, già sì grave in sè stessa, fu anche accompagnata da
accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Pioggie smisurate, strade
sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no,
gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso e di ogni età, terribili
apparenze e di cielo e di uomini e di terra. Ma fra tutti movevano
compassione grandissima i fuorusciti franzesi, i quali, confidandosi
nelle parole dei capitani regi, eransi soprastati a Ciamberì fino
agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva
dietro, non potevano nè stare senza pericolo; nè fuggire con frutto,
imperciocchè a chi mancava il danaro per povertà, a chi la forza per
infermità, a chi le bestie ed i carri per trasferirsi, perchè non se
ne trovavano per prestatura nè amichevole nè mercenaria, ed in tanto
scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere.
Spettacolo miserando era quello che si vedeva per le strade che portano
a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in
un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con
le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte
fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa
fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e
portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino.
Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso perchè
furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler
seguitare nelle terre strane, anche a malgrado dei parenti e padroni
loro, gli sposi, i padri, i fratelli ed i padroni, posponendo così la
dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire:
secolo veramente singolare, che mostrò quanto possono fra l'umana
generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il
viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni o niuni in
quelle rocche, bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato,
e mandava diluvii di pioggie. A questo, soldati commisti che fuggivano
sbanditi, armi sparse qua e là, un tramestio d'uomini sconsigliati, un
calpestio di bestie, un rumor di carrette, un furore, un dolore, una
confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore e grandissima
miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le
dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro che a gente nata
in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi
magistrati, dopo avere ministrato la giustizia nei primi tribunali
del nobilissimo reame di Francia e vissuto una vita integerrima,
ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano
prevedere nè il modo nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi
prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei
maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti
abbietti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora!
Quante fanciulle, richieste prima da principi, non sapere ora nè a
qual rifiuto andassero nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi
ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro
avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo
stato, raminghi sotto cielo straniero, cacciati correr da quei soldati
medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le
strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile
caso, ed intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli
umili tugurii più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano.
Così per molti dì e molte notti su per le vie di Ginevra e di Torino
la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel
precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a
tanto lutto la natura franzese era tuttavia consentanea a sè medesima.
Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti e risi e
piacevolezze tali, che pareva piuttosto che a festa andassero, che a
più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti
sulla fangosa terra, o dentro o dietro le carrozze stanti, recarsi
con le cappellature acconce, e con croci e con nastri, e con altri
segni dell'andata fortuna: tanto è tenace ciò che la natura dà che la
sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed
in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare ed il
pensare degli uomini. Grandi cose aveva rapportato la fama di Francia;
ma ora ai più pareva che il fatto fosse maggior del detto; chi andava
considerando quel che potesse fare una nazione furibonda che usciva dai
proprii confini; che il valore de' suoi soldati, e chi la contagione
delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità
di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di
coloro che l'avevano provocata potente. Meglio sclamavano fora stato
il lasciarla lacerare da sè stessa, che il riunirla con le minaccie;
meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti
tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia; essere minacciata
Italia; già già titubare la società umana in Europa.
A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi.
Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore.
Tutta la città era contristata e piena di pensieri funesti. Ma tanta
era la fermezza della fede dei Piemontesi nel loro re, che pochi
pensavano a novità; alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento
civile e politico dello Stato; tutti volevano la conservazione della
monarchia, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più
miravano ad ammenda che a satira.
Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso,
poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente
pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto
d'aiuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con
frutto. Laonde reggimenti tedeschi arrivarono a gran giornate dalla
Lombardia in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere,
massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a
Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri
per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia.
Allegavasi essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse
quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quell'enorme
piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancavano le forze proprie,
abbisognar gli aiuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di
Nizza e di Savoia, con dire che quei passi non erano difendevoli se
non con grossi eserciti; le forze che s'erano inviate essere state
sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza
le disgrazie di Sciampagna; dopo queste non poter più bastare nè
anco a difendere; per verità: essere stata troppo presta, ed anche
disordinata, la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di
chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non
mancare a sè medesimo nè alla lega; solo richiedere che, come egli era
l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli
era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse
fronteggiare con gli aiuti comuni.
Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate avevano gran
peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava
a pensare a' casi suoi, siccome quella che, essendo lontana dalla
voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già
ardeva ne' suoi proprii Stati, per preservare il resto, procedeva con
sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte.
L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità
sino alla morte di Luigi XVI (21 gennaio 1793), dopo questa orrenda
catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin,
ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però
diede buone speranze al re promettendo denari ed efficace cooperazione
con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte
si compivano i numeri delle compagnie, si ordinava la milizia, si
creavano nuovi luoghi di monti, si gettavano nuovi biglietti di
credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor
loro edittale, pessimo, ma non sempre evitabile rimedio dei mali. Nel
punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi
con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio
e del piccolo San Bernardo. Con questo, usando dell'opportunità
della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti
necessarii, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual
fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali
dipendeva il destino d'Italia e del mondo.
Anno di CRISTO MDCCXCIII. Indiz. XI.
PIO VI papa 19.
FRANCESCO II imperadore 2.
La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado
di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti tedeschi dalle terre
franzesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per
questo e l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie e di più
feroci istigamenti l'appetito delle cose nuove e la furia delle menti
in Francia, eglino s'accorsero che assai più dura impresa si avevano
per le mani di quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bande tumultuarie
ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti
floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte
militare generali che erano in voce de' primi per tutte le contrade
dell'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di
piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di
Lione, a mala pena potevano difendere i dominii proprii dagli assalti
di un nemico poco prima disprezzato ed ora vittorioso ed insultante.
Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che,
coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace
quella furia franzese, e coll'accrescer le proprie forze e con l'unione
di aliene, si potesse mutar la fortuna e compensar le perdite passate
coi guadagni avvenire. Tal è la costanza delle menti tedesche che
più e meglio ancora che l'impeto le fa riuscire ad onorate imprese.
L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano
con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega
già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava
i pensieri alla preservazione de' suoi Stati in Italia, ai quali già
si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della
sua potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le
provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli Stati austriaci quanto
nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata de'
Franzesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole
di libertà e di uguaglianza, non solamente non si congiungessero
con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero
novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato
guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi
di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre
voci: essere i Franzesi nimici di Dio e degli uomini, conculcare la
religione, profanare i templi, perseguitare i sacerdoti, schernire i
santi riti, contaminare i sacri arredi, e, facendo d'ogni erba fascio,
proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i
frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano
mirabilmente gli animi del volgo.
Parte essenziale de' disegni della lega erano le deliberazioni del
senato veneto. L'imperadore, conghietturando che il terrore cagionato
dall'invasione di Savoia e di Nizza, e quell'insistere così vicino
sulle frontiere del Piemonte d'un nemico audace, e che mostrava tanta
inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a
piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato
che era oramai tempo di non più provvedere con consigli separati, e
di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli,
non isperasse preservare lo Stato, se quel diluvio di gente sfrenata,
valicati i monti, inondasse Italia; voler fare, e per sè e per gli
sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna,
quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta
calamità; ma esser feroci i Franzesi, e gli eventi di guerra incerti;
vano pensiero essere il credere che chi fa spregio dell'umanità e
conculca ogni legge divina ed umana rispetti la neutralità; disprezzare
i Franzesi la neutralità, ed amar meglio un nemico aperto che un amico
dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazie che le monarchie, ed
il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi
ingannare da per sè stesso. E dopo molte e molte convincentissime
ragioni e dimostrazioni: Questo è, aggiunse l'imperadore, l'estremo
de' tempi; il sorger di tutti solo poter essere la salute di tutti;
il mancar di un solo, la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato
e maturamente considerasse la necessità de' tempi, l'infedeltà della
Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli aiuti offerti,
e l'avvenire, che già già incalzava e premeva, o felice o funestissimo
per sempre.
Il senato veneto, che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere
i tempi, ora male misurandoli, e volendo applicare ad un male
nuovo rimedii antichi, rispose che la repubblica, sempre moderata e
temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale
mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi,
e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente
controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che, quanto a'
sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la
fede loro e la vigilanza de' magistrati; che ammirava bene la costanza
dello imperadore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma
che finalmente si persuadeva che Sua maestà imperiale, considerando
bene, secondo la prudenza sua la natura del governo veneto, avrebbe
conosciuto non dovere lui allontanarsi da quella moderazione che
l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di
non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il
passo alle genti tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse
consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto
implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza e la
consuetudine della repubblica.
Ma, moltiplicando sempre più gli avvisi de' progressi fatti da'
Franzesi nel ducato di Savoia e nel contado di Nizza, fu ben necessario
il pensare a provveder quello che la stagione richiedeva; e se non si
voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene
considerare quanto fosse a farsi per preservare la repubblica dagli
assalti forestieri e da' tumulti cittadini.
Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in
consulta quali fossero i provvedimenti da farsi per conservare salva
la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Franzesi in
Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo, il quale,
e per sè e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede
appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatta menzione in questi
Annali, dal suo seggio levatosi e stando, ognuno attentissimo a
udirlo, parlò con gravissimo discorso in favore della neutralità
armata, conchiudendo ..... «io opino che si fornisca l'erario, che si
allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di
Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di terra ferma. A questo io
penso che si debba dichiarare alle potenze belligeranti che il senato,
costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed
amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e
solamente a conservazione di pace che a dimostrazione di guerra.»
Grande impressione fecero nella mente del senato le parole gravemente
dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i
fondamenti che nel deliberare le imprese principalmente considerare
si devono. Al contrario, parlò con singolare eloquenza il savio del
consiglio Zaccaria Vallaresso per la neutralità disarmata, e la sua
orazione fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori,
soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso
Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri,
si lasciò svolgere dalla eloquenza dell'avversario e venne nella
opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime
consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi, il savio
di terra ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina
della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani
non si potrebbe affermare che il consiglio contrario l'avrebbe condotta
a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse,
certo è almeno che sarebbe perita onoratamente e con fine degno del suo
principio.
Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la
vicinanza di Francia, per l'integrità de' traffici e pel timore del
re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in
Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli,
richiamatovi dall'assemblea costituente: godevasi quietamente il
restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà,
ogni cosa a soqquadro in Corsica come l'avevano messa in Francia.
Sdegnossene Paoli; sepperlo i confederati. Con lettere e con parole
esortatorie lo stimolarono non permettesse che la sua patria fosse
preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse essere
i Franzesi queglino stessi nemici contro i quali aveva sì generosamente
combattuto; considerasse avere allora i medesimi voluto opprimere la
libertà del suo paese con introdurre uno Stato civile, ora volervi
introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensare quanto fosse
pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso
suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse,
levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà,
nuove benedizioni di popoli.