mietendo le vite dei monarchi non meno che quelle de' più meschini
mortali, tolse del mondo un gran principe; Leopoldo imperadore morì
il dì 10 di marzo del presente anno in età di soli quarantaquattro
anni. L'immatura perdita, che in Europa diede luogo alle più strane
conghietture, fu dai più saggi attribuita ad una dissenteria che
da lungo tempo lo travagliava, all'uso troppo frequente di aromati
irritanti, ed all'indebolimento che le continue e gravissime
occupazioni portato avevano al di lui temperamento. Giunto al trono
imperiale dalla Toscana, questo principe vi aveva portato i medesimi
principii, le medesime viste, il medesimo zelo per l'avantaggio
dei sudditi, e dato aveva al suo regno uno splendore che tanto più
singolare riusciva quanto più difficili erano i tempi, angosciose le
circostanze. Collegato erasi egli destramente coll'Inghilterra, affine
di frenare l'ardore delle conquiste di Caterina II ed accelerare
la pace tra quella sovrana e la Porta; ricuperata aveva in parte la
autorità sua sovra i Paesi Bassi, contratta un'alleanza colla Prussia,
e assicurati tutti i rami dell'amministrazione della vastissima
monarchia, e tutto questo in due soli anni. Tra le sue doti più
singolari fu commendata la sua affabilità; nel di lui palazzo ammesso
era il povero ugualmente che il ricco; nella Toscana, destinati
aveva tre giorni della settimana, solo per ascoltare le domande
degl'infelici, e passato alle sede dell'impero, ancora lasciava libero
l'accesso a chiunque alla di lui persona, e pochi giorni perfino avanti
la sua morte dato aveva pubblica udienza. Il dolore, che provato aveva
la Toscana alla sua partenza, divenne, alla epoca della morte di lui,
comune a tutta la monarchia, e pochi principi lasciarono al pari di lui
vivo il desiderio ne' sudditi e gloriosa dovunque la rimembranza.
Morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco,
principe giovane ed ancora nuovo nelle faccende, i negozii pubblici
si piegarono a diverso fine. Caterina di Russia, la quale, visto
il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era
costituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa,
la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte
protestazioni volerlo ristaurare. Molte cose diceva continuamente
Caterina ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massime di
Francesco II e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a sè medesimi in
tale auguroso frangente i fuorusciti franzesi, e più i più famosi ed i
più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di
ministro in ministro, per raccomandar la causa del re, la causa stessa,
come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni
l'imperatore Francesco, che giovane d'età avea già assaggiato la guerra
all'assedio di Belgrado, deposti i pensieri pacifici di Leopoldo, e
non dando ascolto ai ministri, nei quali aveva suo padre avuto più
fede, accostossi ai consigli di quelli che, consentendo colla Russia,
lo esortavano ad assumere l'impresa ed a cominciar la guerra. Dal
canto suo, Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole
generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia,
e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo II, si lasciò
persuadere, e postosi in arbitrio della fortuna, corse anche egli
all'armi contro la Francia.
Noi non descriveremo nè la lega che seguì tra la Russia, l'Austria
e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente
cominciata e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna:
quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dall'Italia. Incredibile era
l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in
sè varii pensieri secondo la varietà dei desiderii e delle opinioni. Il
re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per
le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti franzesi, che
in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi Stati, e lasciandosi
tirare alle loro speranze, aveva meglio bisogno di freno che di sprone.
Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoia
e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime
percosse dell'armi franzesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse
amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle
viscere delle province più popolose e più opime della Francia. Nè
contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente
alle mani, persuadendosi che le soldatesche franzesi, come nuove e
indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso
a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano
creduto di terminar da sè la bisogna, marciando sollecitamente contro
Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi
troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che
si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della
Marna e della Senna.
La subitezza di Vittorio Amedeo e la lega dei re contro la Francia
diedero non poco a pensare al senato veneziano, e lo confermarono
vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato,
quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime
istanze, affinchè aderisse alla lega italica. Ma prevedendo le ostilità
vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi
armate di potenze belligeranti potessero entrare nel golfo e turbar i
mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia, non forti sull'armi
navali, gli domandassero aiuti per preservar i lidi dagl'insulti
nemici, ordinò che le sue armate, che, ritornate dalla spedizione
contro Tunisi, stanziavano nelle acque di Malta e nelle isole del mar
Ionico, se ne venissero nell'Adriatico. E veramente essendo stato
richiesto poco dopo dai ministri cesareo e di Toscana che mandasse
navi per proteggere Livorno ed il litorale pontificio, rispose di aver
deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente: la qual
deliberazione convenirsegli e per massima di Stato e per interesse dei
popoli.
Il re di Napoli, stimolato continuamente dalla regina e dal debito del
sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi coll'armi
navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente,
perchè sapeva che una forte armata franzese era pronta a salpare dal
porto di Tolone; nè era bastante da sè a difendersi dagli assalti di
lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi
ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella
neutralità o congiunger le sue armi con quelle dei confederati. Perciò
se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a
poter prorompere con frutto in aperta guerra quando fosse venuto il
tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.
Il granduca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione
pei traffici di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar
occasione di tirare a sè la tempesta, che già desolava i paesi lontani
e minacciava i vicini.
Il papa non poteva soffrire indifferentemente le novità di Francia in
materia religiosa. Ma l'assemblea costituente, astutamente procedendo,
ed andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava
volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della Chiesa
cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre
comune, lo salutavano vicario di Dio in terra. Queste scaltre lusinghe
venute da un'assemblea di cui parlava e per cui temeva tutto il mondo,
avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava
mitigare. Ma succedette all'assemblea costituente, la quale, benchè
proceduta più oltre che non si conveniva, aveva nondimeno mostrato
qualche temperanza, l'assemblea legislativa ed il consesso nazionale,
che, disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in
ogni sorta di enormità. Pio VI, risentitosi di nuovo gravissimamente,
fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò
sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose.
Allora fu tentato dallo imperadore d'Alemagna e dai principi d'Italia
che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il
pontefice, parendogli che alla verità impugnata della religione,
alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa
della Sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi e la
protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore
di Cristo, prestò orecchio alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri
nella lega offensiva contro la Francia.
La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni
che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente o
troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio
dei sudditi, che, tutti intenti al commercio di mare con la Francia,
navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.
Così erano in Italia nel corso del presente anno timori universali;
armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte;
preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana;
armi poche ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata nelle
due repubbliche. Queste erano le disposizioni dei governi; ma varii
si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza
le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi
per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi
perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto
rimessamente, siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia, per
l'indole molto ingentilita dei popoli, gli atroci fatti avevano destato
uno sdegno grandissimo, e poco si temevano gli effetti dell'esempio,
massime con quel tribunale degl'inquisitori di Stato, quantunque fosse
divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora
servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuove opinioni, e
fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca
cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese e il cielo
vi fa gli uomini eccessivi. In Roma, fra preti che intendevano alle
faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori che a
tutt'altro pensavano che a quello che gli altri temevano, si poteva
vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili
e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la
felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano
molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano
sfogare poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive
sul commercio.
La Francia intanto venuta in preda ad uomini senza freno e senza
consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare
all'armi le lusinghevoli promesse e le disordinate opinioni. Però i
suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà
del governo loro e delle beatitudini della libertà. Affermavano non
voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi
fedeli, rispettare chi rispettava. Queste erano le parole, ma i fatti
avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove
massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il
modo di unirsi, loro promettevano aiuti di consiglio, di denaro e di
potenza, e, tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar
la forza dei governi, con torre loro il fondamento della fedeltà dei
sudditi.
Chi raccontasse ciò che allegavano le due contrarie parti, quantunque
dicesse cose enormi, ma non tali che di più enormi ancora non se ne
facessero, farebbe vedere quanto sieno intemperanti gli uomini quando
sono mossi da passioni politiche; imperciocchè l'una parte errava
per aver portato troppo oltre le riforme, l'altra per averle fatte
degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più
utili e giuste; gli uni per aver posto le mani nel sangue, gli altri
per volervele porre. In mezzo a tutto, le parole dei novatori avevano
più forza sull'animo dei popoli che quelle dei loro avversarii, perchè
i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro che si cuoprono col
velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli che pretendono
i privilegii. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano
funesti incendii per ogni parte.
Intanto, essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una
e l'altra di queste potenze applicavano l'animo alle cose d'Italia;
la prima per conservare quello che vi possedeva, la seconda per
acquistarsi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente
avere il passo, col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.
Dall'altro lato, il governo di Francia aveva spedito agenti segreti
e palesi per domandare, parte con minaccie, parte con preghiere, ai
governi d'Italia o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Ugo di
Semonville fu destinato ad andare a specular lo cose in Piemonte
ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si
preparavano si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di
proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia e di dare
il passo agli eserciti franzesi perchè andassero ad assaltare la
Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi
Stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoia,
cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi
comuni in Italia contro l'imperadore. Il re si era risoluto a non
udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie,
sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era troppo oltre
trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano
a gran passo verso il Piemonte. Il perchè, giunto essendo Semonville
ad Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore che nol
lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori
degli Stati del re, usando però col ministro franzese tutti quei
termini di complimento che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo
assai cortese ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli
ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.
Il fatto fu gravissimamente sentito a Parigi. Il giorno 15 settembre
di questo anno, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando
molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e
lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia
nella persona del suo ambasciatore in Alessandria, concluse doversi
dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un rumore
grandissimo; chè le parole di despota, di tiranno, di nemico del genere
umano andarono al colmo. In somma fu chiarita solennemente la guerra
tra la Francia e la Sardegna.
Di già il giorno 10 dello stesso mese il consiglio esecutivo
provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, cupo
dell'esercito, che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia,
di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi piemontesi oltremonti,
di usare quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu
il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni,
e che empierono tutto il corpo suo di ferite che non si potranno così
facilmente sanare.
Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia
e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto
notabili apparecchi in Savoia e nella contea di Nizza. Ma le vittorie
dei Franzesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra,
ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a
difendere i proprii. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle
dei Franzesi; poichè nei due paesi contigui in cui si doveva far la
guerra, la Savoia parteggiava pei Franzesi, il Delfinato non solo
non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che
anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni
che si erano fatte e si facevano; sicchè i Franzesi avevano favore
andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai
Piemontesi.
Non ostante tutto questo, i capi che governavano le cose del re
di Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti
franzesi che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò che
era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero che male con
le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.
Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità
verso i fuorusciti e verso un generale di Francia che, per ispiare,
il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete irlandese, con
duro governo asperava i popoli, soffio imprudente sur un fuoco
che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone,
governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non
aveva quell'autorità e quel credito che in sì pericoloso accidente si
richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete irlandese.
Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco
atto a sostenere le guerre vive dei Franzesi.
Adunque, tali essendo le condizioni della Savoia, nel mese di settembre
si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo
sempre nella solita sicurezza, nè potendo credere sì vicino un assalto,
invece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi,
le avevano sparse qua e là senza alcun utile disegno, talmente che
ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed
incapaci a rannodarsi subitamente dove gli assaltasse.
Il prete irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più
gran novelle dei mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti franzesi,
che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo;
risposero del no; e mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il
quale, essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e
perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato
soldati al governatore per iscorta al tesoro che voleva far partire
alla volta del Piemonte. Certo impossibil cosa era il difendere la
Savoia, massime dopo le disgrazie de' confederati; non istanziavano in
questa provincia più di nove in dieci mila soldati; ma siccome erano
buoni, così, se fossero stati retti da capitani pratici, e posti ai
passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata e ritardato
l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine; il riunirli fu
impossibile in accidente tanto improvviso.
Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar
la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito
raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente
se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli
Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il
Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza, presidiata
da genti poco numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse
doveva anche aiutare dalla parte del mare il contrammiraglio Truguet,
il quale, partito da Tolone con un'armata di undici legni de' più
grossi ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne
giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a
sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta.
Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto
l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle
frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra.
Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Chapareillan,
o Sanparelliano, che si voglia dire, ed il castello delle Marcie, per
poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo,
per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle
quali una, radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il
passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisans, valicando gli aspri
monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare
al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito
piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe
potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Se
non che, una piena improvvisa dell'Isero, che, rotti i ponti, non
permise il passo, e la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli
altissimi monti del Galibiero, resero senza effetto queste due ultime
fazioni.
I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi franzesi,
tentarono di fortificarsi con artiglierie presso Sanparelliono agli
abissi di Mians, donde tempestare pensavano di traverso con palle sul
passo per mezzo d'artiglierie poste sul castello delle Marcie. Ma a
questo non ebbero tempo; le artiglierie non erano ancora ai luoghi
loro, quando la notte del 21 settembre, tirando venti orribili, e
cadendo una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato
dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di
Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera.
E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a
quella oscurità improvvisamente della terra, e, se non fosse stato il
tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la
difendevano. Ma, avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico,
si ritirarono a salvamento.
Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi, privi
di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di
Bellosguardo, di Aspromonte e la Madonna di Mians. Così le fauci dalla
Savoia vennero da quel lato in poter de' Franzesi. Ma Montesquiou,
usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico,
si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanteria,
una di dragoni e venti bocche da fuoco, alle quali fece tener dietro
come retroguardo da due altre brigate di fanteria, una di cavalleria,
parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito
piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Anecì, l'altra
verso Monmeliano: gli rimase la strada per Ciamberì, capitale della
provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regi; e sì grande fu
la subitezza dello spavento loro, che i Franzesi, temendo d'insidie,
non s'ardirono di entrar incontanente nella città che se ne stette
posta in propria balìa alcuni giorni. In sì pericoloso passo non vi fu
tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna, tanta è la bontà
e la civiltà di quel popolo: vi arrivarono i Franzesi; furonvi accolti
con tutte quelle dimostrazioni di allegrezza che portavano le opinioni.
Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non
avendo ancora avuto notizia dell'assalto che doveva dare Anselmo
a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti sarde nel
ritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda
per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva
ancor voce che i Piemontesi, forti di sito e provveduti di munizioni da
guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge o Bauge,
che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e
passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar
meglio le cose e per aspettare che portassero i tempi dal canto delle
Alpi marittime. La rotta de' soldati reali fece cadere in mano de'
Franzesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse
e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di
vettovaglia.