molto opportunamente per arrivare ai fini loro, di un errore commesso
dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro e fu primo
principio di quel fatale incendio che arse prima il reame di Francia,
poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed
a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto
desiderate del popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por
le tasse, poi le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in
odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque, avendo
egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse un'imposta sopra
le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata,
il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma, ancora più
oltre procedendo, ordinò che chiunque recasse ad effetto i due editti
fosse riputato reo di tradimento e nemico della patria. Questo era il
momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge,
e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme
e giuste per sè e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il
passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti
i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che, volendo
usar l'occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione
dell'autorità regia, passò ad abbominare con pubbliche scritture e con
parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo
ad una convocazione degli Stati generali, non essere in facoltà sua, nè
della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per
via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la
semplice espressione di questa volontà poter costituire l'atto formale
della nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba
trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite
dalla legge; tali essere i principii, tali i fondamenti della
costituzione franzese; sapere il parlamento che si volevano sovvertire
i diritti pubblicati, per istabilire il dispotismo; la libertà comune
essere in pericolo; ma non volere nè poter a tali rei disegni dar
la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali
diritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo; poi, rivoltosi
al re, gl'intimò non isperasse di poter annullare la costituzione,
concentrando il parlamento nella sola sua persona.
Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto
secondo gli ordini fondamentali dello Stato; non s'intromettessero in
affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna;
ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili
solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità
nè legislativa nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza
pericolo nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione
del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse,
cambierebbesi la monarchia in aristocrazia di magistrati; badassero a
far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose
pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in
mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai
re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà
dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo
autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di
notai del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti, ai quali
e' si dovevano conformare, e se nol facessero, si li costringerebbe.
Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le
prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era
soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi,
o avevano cessato di per sè stessi l'ufficio, o erano dall'autorità
regia sospesi. Volle il re rimediare colla creazione della corte
plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta;
protestarono i pari del regno; il clero stesso titubava.
Intanto uomini faziosi d'ogni genere, o stimolati espressamente
dei capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente
dell'occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità,
andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchia.
Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa e in altre sedi di
parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno
il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo,
esortavansi le genti a levarsi, a disvelare e punir gli oppressori.
Avendo il re trovato, invece d'appoggio, opposizione e resistenza
nei parlamenti, nella nobiltà e in una parte del clero, dovette
necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua
sulla potenza dei più, giacchè i pochi lo abbandonavano. Così era
fatale che le prime occasioni delle enormità che seguirono siano state
date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono
alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il
Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si
sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno,
convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la
parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi.
Decretossi da prima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio
il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini,
non separatamente, ma in comune, poi si deliberasse, non per ordini,
ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli
ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al
cielo: non si parlò più dei parlamenti, quantunque eglino con opportune
scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore che per un
nuovo empito popolare s'era voltato all'assemblea.
L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì
l'inequalità delle imposte, poi i privilegii della nobiltà, poi quelli
del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il
clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella
non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio della equalità era
solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano l'occasione dello
indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non
li poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità
popolare non ardiva perchè parlavano in nome ed in favor del popolo. In
ogni luogo, sedizioni, incendii e rapine, morti funeste e modi di morte
più funesti ancora, uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti
cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficiati. Virtù
in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni
giorno, e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva
mano nel sangue o ad ardere i palazzi; nè il sesso nè le età si
risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime
in Parigi. In mezzo a tutto questo, atti sublimi di virtù patria e di
virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile e contrario.
Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove
avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.
In fine, dopo molti e varii eventi, l'assemblea con una cotal
costituzione che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico,
molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne
l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale che
l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della
somma delle cose i tristi, la nazione franzese, non trovando più riposo
in sè stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir
da' proprii confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.
Anno di CRISTO MDCCXC. Indizione VIII.
PIO VI papa 16.
LEOPOLDO II imperadore 1.
A dì 20 del mese di febbraio del presente anno cessò di vivere in
Vienna, nell'età di quarantanove anni, l'imperatore Giuseppe II,
dopo che i suoi eserciti impadroniti eransi di Belgrado, ed ebbe a
successore il fratel suo granduca di Toscana, sotto il nome di Leopoldo
II, principe filosofo e pacifico, che, sollecitato da una parte dalla
corte di Prussia, dall'altra dal bisogno de' suoi popoli, non tardò a
staccarsi dalla Russia ed a conchiudere una pace parziale coi Turchi.
In più luoghi di questi Annali si è accennato qual fosse il carattere,
quale l'indole, quale la condotta di Giuseppe. Tuttavia porta il pregio
di riferire un brano della Storia d'Italia del cavalier Bossi che in
questo modo riassume l'argomento:
«Abbiamo già notato come in mezzo ad uno zelo ardentissimo per lo
bene e la prosperità de' suoi popoli, non fosse stato dalla opinione
pubblica secondato ne' suoi vasti disegni d'innovazione e di riforma,
tanto nel sistema civile, quanto nell'ecclesiastico. Si dissero
talvolta troppo minuti i suoi regolamenti, troppo precipitose le
sue risoluzioni, soventi volte revocate o modificate, si dissero
troppo gigantesche le sue idee, le quali forse tendevano, al pari di
quelle di Caterina II, a cacciare i Turchi dall'Europa; ma sebbene la
riconoscenza de' popoli pari forse non si mostrasse alla sollecitudine
da esso impiegata nel procurare i loro vantaggi, glorioso nome lasciò
egli per la saviezza di molte leggi e di molti interni regolamenti,
per le sue grandiose istituzioni, per i suoi tentativi medesimi,
sempre diretti alla pubblica utilità ed allo stabilimento dell'ordine,
e grandissima lode ottenne per le sue virtù domestiche, per la sua
affabilità mantenuta costantemente anche col più minuto popolo, per
il disprezzo da esso mostrato verso il lusso e la vana ostentazione,
per il suo allontanamento dai pubblici omaggi, per la sua vita frugale
e laboriosa, per un infaticabile ardore di veder tutto egli stesso
e di informarsi di tutto, per la sua beneficenza verso i più miseri
e per l'attenzione sua continua nello indagare e nel ricompensare
il merito anche nascosto. Gli stranieri, forse più giusti dei di lui
sudditi medesimi, pubblicarono a gara i tratti segreti, o gli aneddoti
più gloriosi della sua vita, i quali provano l'elevatezza della di
lui mente e la professione continua delle massime filantropiche più
virtuose. Un problema politico assai curioso e singolare potrebbe
proporsi: quale andamento, cioè, pigliato avrebbe la rivoluzione
franzese, e quali ne sarebbero stati i risultamenti pegli altri Stati,
e specialmente per l'Italia, se Giuseppe II non fosse stato da immatura
morte colpito.»
Intanto, agli accidenti di Francia, cadevano nelle menti degli uomini
degli altri paesi di Europa varii pensieri. Da principio, quando solo
si trattava della opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta
un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero
le insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si
distrussero, e più ancora quando si schernirono i diritti sopra i quali
erano fondati gli ordini delle monarchie d'Europa, quando s'insultò
il re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla,
cominciò alla maraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle
incredibili enormità si aggiunsero quelle compagnie raunate in Parigi
ed affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano
volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli,
distruggere i tiranni (che con tal nome chiamavano tutti i re),
il timore diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la
Germania, massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei
disegni, insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove:
si temeva che, per le sfrenate dottrine tutte le provincie s'empissero
di ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarii;
i sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di
temere il sapersi che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini
perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello
Stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle
riforme già fatte in que' tempi dai principi, e credendo potersi dare
una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar
orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in
Germania ed in Italia per la vicinanza de' territorii, per la facilità
e la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle
opinioni.
Tal era la condizione de' tempi. In Italia, il re di Sardegna,
trovandosi il primo esposto, per la prossimità de' luoghi, a tanta
tempesta, aveva più che ogni altro principe cagione di pensare a
provvedere al suo Stato. Del che tanto maggiore necessità il premeva,
che non gli era nascosto che nella parte de' suoi dominii posta oltre
l'Alpi le nuove opinioni si erano largamente sparse, e ch'ella poco
attamente si poteva difendere dagli assalti franzesi, quando si venisse
a rottura di guerra con la Francia. Sapeva di più che i suoi Stati
erano principalmente presi di mira da quella compagnia di propagatori
di scandali che s'era unita in Parigi, secondochè sfacciatamente uno di
loro, favellando in pubblico, aveva predicato.
Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro i quali
reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli
ambasciatori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono
loro che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta
cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale,
acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro
agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali
e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi
incominciavano a sorgere, stantechè, sebbene fosse stato continuo il
vigilare del governo e continue le provvidenze date, non s'erano potute
evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri,
moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più
o meno nelle altre parti d'Italia; che, per verità, attentamente si
affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte
radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarii, per iscoprir le
congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi
quale de' due alfine avesse a restar superiore, o la vigilanza de'
governi o la pertinacia de' novatori, se non si prendevano nuove e
più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva
che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e
difesa comune; poichè quello che spartitamente non avrebbero potuto
conseguire, lo avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi
comuni. Aggiunsero, che, per verità, questo disegno era già loro
venuto in mente da un pezzo, di tanta opportunità egli era; ma che
gli aveva ritratti dal proporlo il sapere, che Giuseppe, imperador
d'Alemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio
loro covile que' nemici della umanità e della religione; che ora,
cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri
di Leopoldo, suo successore, piuttosto a preservare e conservare il
proprio che ad assalire l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno
di ordinare e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il
fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonte era in procinto
di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se
non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì
gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio,
stringere una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a
danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un
l'altro dalle insidie dei mandatarii franzesi, a mantener la quiete
negli Stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende
presenti, e ad aiutarsi con l'armi e coi denari, ove nascesse in questo
luogo od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri sardi
di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando
particolarmente il re loro signore, l'imperadore d'Alemagna, la
repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna, per
la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era chiarito per alcune pratiche
segrete della mente de' re di Napoli e di Spagna che acconsentivano
ad entrare nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, come
quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in
Francia circa gli interessi spirituali e temporali della religione.
Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando
quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e veramente difensiva,
avrebbe fatto ingrossar l'armi in Italia, e chiamato forti eserciti
di Alemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato
l'esecuzione: cosa sempre, e non senza cagione, detestata da quella
repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto
collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico
dello Stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole
da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi
ora in alleanza con Leopoldo suo successore in un'impresa evidentemente
dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica
vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il timore del senato
delle nuove massime franzesi; poichè la natura italiana molto eminente
negli Stati veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione;
poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo de'
popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma
erano continue e forti le istanze del re di Sardegna e degli altri
alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano
molta fede nell'armi venete, avevano gran bisogno del nome e de' denari
della repubblica.
Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime
deliberazioni ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla
Prussia dopo la morte di Giuseppe e l'assunzione di Leopoldo. Erasi
Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza
comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia e contro le
vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi,
non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose
essere poi stata stipulata la guerra e lo smembramento della Francia,
furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni
guerriere ed ostili che non lece, e per istimolare a maggior empito i
Franzesi, che già con tanto empito correvano.
Primo a risentire in Italia i danni della rivoluzione franzese fu il
papa. Una commozione in Avignone accaduta, e cui tornarono indarno
tutte le pratiche del vicelegato pontificio per sedare, non meno
che quelle d'uno special commissario colà dal papa spedito, terminò
colla dichiarazione della propria indipendenza che gli Avignonesi
fecero, in pari tempo a grandi istanze, chiedendo d'essere incorporati
alla repubbica franzese. Così cessò dopo quattro secoli e mezzo la
dominazione pontificia in Avignone.
Anno di CRISTO MDCCXCI. Indizione IX.
PIO VI papa 17.
LEOPOLDO II imperadore 2.
Nel mese di marzo di quest'anno divenne Venezia albergo di molti
principi, che vi si trovarono uniti tutti ad un tempo stesso, cioè
l'imperatore Leopoldo II, sotto il nome di conte di Burgau, il re
e la regina di Napoli, il nuovo granduca e la nuova granduchessa di
Toscana, gli arciduchi Carlo e Leopoldo, palatino d'Ungheria, preceduti
dall'arciduca Ferdinando e dall'arciduchessa sua moglie. Se durante
la loro dimora festeggiati fossero gl'illustri personaggi, non è da
domandarsi a chi già sa con che magnificenza, con che splendidezza la
veneziana repubblica accogliesse nella sua capitale, ospiti graditi,
i principi ed i sovrani esteri. Balli, accademie, luminarie, regate,
e cent'altri passatempi, tutti sontuosi e ogni giorno svariati, si
succedevano l'uno all'altro, quasi direbbesi, senza interruzione. Al
che se aggiungasi lo spettacolo veramente imponente della città, regina
del mare, in sè medesima, colle cospicue sue fabbriche, colla sua
singolare configurazione, non dubitare si può che gli augusti ospiti
non avessero dal soggiorno loro avuto sommo piacere.
Partiti da Venezia essi principi, si avviarono verso la Toscana. Già
a nome del nuovo granduca Ferdinando III era stato dal consiglio di
reggenza preso il possesso del granducato. Leopoldo si trattenne per
alcuni giorni a Firenze, ed allora fu veduta a pubblicare l'opera,
che già altrove accennammo, intitolata: _Il governo della Toscana
sotto il regno di Leopoldo_. Con irrefragabili documenti da tale opera
risultava che nell'anno 1765, epoca dell'avvenimento al trono del
granduca Leopoldo, l'entrate pubbliche del granducato montavano ad
otto milioni novecento cinquantotto mila seicento ottantacinque lire
di Firenze, e nell'anno 1789, ultimo del suo regno, ascesero a dieci
milioni cento novantasette mila seicento cinquantaquattro lire: aumento
tanto più ragguardevole e degno di maggior encomio, che Leopoldo, come
abbiam veduto, avea scemato le pubbliche contribuzioni e tolto via
non pochi aggravii, sì che tutto fu effetto della maggior industria,
della popolazione maggiore e del più esteso commercio della Toscana.
Tanto accrescimento di rendite, tranne quattro milioni che si trovarono
in essere nel 1789, fu dal buon principe speso tutto a sollievo dei
proprii sudditi o per ristorarli da calamità, o per proteggere le arti
e promuovere l'industria ed ogni ramo di pubblica utilità.
Il vescovo di Pistoia Scipione Ricci, contro il quale erano nell'anno
precedente scoppiate sommosse, prima in Pistoia stessa, poi a Prato
e nel rimanente della diocesi, dovette fuggire, e gli stessi capitoli
delle due cattedrali si dichiararono contro di lui. Si presentò egli
a Leopoldo; partito lui, presentossi al successore Ferdinando; ma le
sue riforme furono abbandonate; e Ricci, non potendo rientrare nella
diocesi, dove tutti gli animi erano esacerbati, rinunziò al vescovato,
tale risoluzione partecipando al papa con una lettera, in cui
protestava della sua devozione e sommissione, ed alla quale Pio VI si
piacque rispondere in modo affettuoso.
Il re e la regina di Napoli da Firenze passarono a Roma. In tre
abboccamenti dal re avuti col papa, gettaronsi i primi fondamenti della
concordia, che non potuta conchiudersi nel congresso a Castellone,
tenuto tra il cardinale Campanelli e l'Acton, primo ministro del
re, ebbe effetto nei maneggi di Napoli, in resultato dei quali fu
convenuto: ogni nuovo re, salendo al trono, pagasse cinquecento mila
ducati in forma di pia offerta a San Pietro; godesse egli la nomina a
tutti i vescovati; nominasse il papa a tutti i benefizii subalterni,
purchè l'elezione sopra sudditi regnicoli cadesse; in quanto alle
sedi episcopali, il papa eleggesse fra i tre candidati che la corte
proponesse; in avvenire alla corte di Roma per le cause matrimoniali si
ricorresse; per questa volta il pontefice tutte le dispense, concesse
dai vescovi napolitani, confermasse; con questo, la cerimonia della
chinea per sempre cessasse.
Anno di CRISTO MDCCXCII. Indizione X.
PIO VI papa 18.
FRANCESCO II imperadore 1.