Ma, tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato che

soleva dire ch'ei faceva più stima d'un tamburino che d'un letterato,

benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati

accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente.

Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro

lasciato da Carlo, ma i debiti dello Stato, non ostante che le

imposizioni si aggravassero, tanto s'ammontarono che sommavano in

questo anno a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono

più di cento milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche

conferivansi solo ai nobili ed agli abbati di corte. Ad una generazione

di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti,

successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti a ben reggere

gli uffizii loro.

Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere.

Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano

pontefice ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio avea, per

amor di quiete, ordinato che mai non si parlasse o scrivesse nè pro

nè contro la bolla _Unigenitus_, nè mai si trattasse dei quattro

capitoli della Chiesa gallicana; che anzi, siccome questi articoli

erano apertamente insegnati e costantemente difesi nell'università di

Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe II, aveva, a petizione del

cardinale Gerdil, proibito che i sudditi suoi andassero a studiare

in questa università. Ma tali opinioni più pullulavano quanto più si

volevano frenare.

Se la monarchia piemontese era la più ferma delle monarchie, la

repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro, i

quali, credono essere le repubbliche varie e turbolente, potran vedere

nella veneziana una repubblica più quieta di quante monarchie sieno

state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso

di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni,

da Turchi, da Germani, da Franzesi; trovossi fra guerre atroci, fra

conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma

stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi non solo salva in

mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini

antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati

per antichità! Pare che più sapiente governo di quel di Venezia non

sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si

miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai

parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano.

Solo pareva meritevole di biasimo quel tribunale degl'inquisitori di

Stato, per la segretezza e per la crudeltà dei giudizii; pure era volto

piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizii che a tiranneggiare i

popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi

che non gli hanno per legge stabile, se li procurano per abuso; e non

sapresti se muovano più al riso o allo sdegno certuni che tanto rumore

hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto

da lui di distruggere quell'antica repubblica. Del resto la provvidenza

di lei era tale che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili

discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli

animi, e se vi rimanevano gli ordini buoni, mancavano uomini forti per

sostenerli. Diminuita la potenza turchesca, e composte a quiete le cose

d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano ed al regno

di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la

repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar

salva ne' pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero

certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare

senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti;

la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso

l'anno presente stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di

risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edilizio

politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far

rovinare.

Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la

condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno

da' suoi maggiori degenerato del genovese. Fortezza d'animo, prontezza

di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista

con qualche rozzezza, ma da mollezza esente; un osare con prudenza, un

perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui

quel popolo che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi

Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria,

cacciò dalla sua città capitale i soldati forastieri; e se i destini

in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarii alla misera

Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio

di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza colla oppressione e di

libertà colla servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi

fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era

in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizii, perchè

era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio

presa e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosia

senza posa nell'universale verso la sovranità de' nobili, non perchè

tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma

data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in

Venezia: le sette, la fazioni e le parti, ora rompendo in manifesta

guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano

mantenuto in Genova gli animi forti e le menti attente. Era nel paese

veneziano gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel

Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là

si poteva conservare l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo

operando. Era in Venezia chiuso ai plebei il libro d'oro; era in Genova

aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che

la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più

per delicatezza di costumi che per forza, e se, pel contrario, era più

cospicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni,

quelle relative allo Stato poco sapevano di cambiamento, quelle

relative alle ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto Reale era

in favore e molto largamente si pensava. Tal era Genova, non cambiata

dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al

molto amor patrio suo non gradito ai forastieri piuttosto che a verità

debbonsi attribuire.

Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità de' popoli e per

la stabilità degli Stati l'aristocrazia temperata dal costume; se

Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di

governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo; dimostravalo

Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile

investigazione sul procedere tanto dei nobili quanto dei popolari.

Era in Lucca quest'ordine, che chiamavano _discolato_, e rappresentava

l'antico ostracismo d'Atene e la censura di Roma, che quando alcuno,

o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia

civile o de' costumi buoni, tosto tenevasi discolato, scrivendo ciascun

senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il

dannavano in tre discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine

o in esilio. Tenevasi il discolato ogni due mesi: il che era gran

freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure, siccome sempre il male è

vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che

ne nasceva, rendeva di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi;

perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare lucchese, ed

una terra oltre ogni creder dolce e gioconda era abitata da gente grave

e contegnosa.

Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero;

poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato o, vogliam

dire, ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusarli di

gravame; commissarii espressi tenevano registro, e facevano rapporto

al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca

giudizii integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza de'

popoli.

Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al

bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato

dalle stagioni, si fornivano o danari dall'erario o generi dai

magazzini del comune. Così mite provvido e largo era il reggimento

di Lucca. Così ancora facilmente si vede che nei paesi d'Italia non

soggetti agli ordini feudali, erano state ordinate la giustizia e la

franchezza, non impronte e superbe favellatici come in altri paesi,

ma fondate su buoni statuti, sull'assenza di eserciti esorbitanti,

sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo ed

assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per

fondare una compita franchigia, nissuno s'ardirà di dire. Ma dove sia

questo genere di perfezione, niuno il sa; poichè nè anche vuol credersi

che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare e recare a

servaggio, non che la patria, una ed anche più parti dei mondo. Che se

poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà de' governi,

argomentando dall'infrequenza de' delitti, certamente si affermerebbe

i governi di Venezia, di Genova, di Lucca e di Toscana, essere stati

i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello

della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica

di questo nome appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto,

quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per

chiarezza di natali, non per diritti oltraggiosi, nè per privilegii, nè

per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato ed industrioso, e

come fra i nobili temperati, così nè irrequieto nè tirannico. Fortunate

sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli

effetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno

a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli

uomini per civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono

i Sammariniani in tranquillo stato ed amici di tutti: dall'alto e dal

sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in

quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come sarà a suo luogo

raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale

soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente da' capi di

tutte le famiglie adunati in generale congresso, o, vogliam dire, a

parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da sè stesso a

misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani

del comune reggono lo Stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva;

avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte

della giudiziale, ma questa poi cesse ad uomini chiamati dall'estero

dal consiglio sotto nome di podestà; rimase ai capitani l'ufficio di

paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del

loro uffizio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle

obbligazioni, o, come dicono i Franzesi, della risponsabilità, trovato

dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola

San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i

forastieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano

in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizii, la quiete non piace ai

turbolenti, nè la libertà ai corrotti.

Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo d'Este, ultimo rampollo

d'una casa da cui l'Italia riconosce tanti benefizii di gentilezza, di

dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli che non solo

ogni reggimento italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel

di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo.

Era il duca Ercole principe degno de' suoi maggiori, se non che forse

la sua strettezza nello spendere era tale che sapeva di miseria. Pure

dubitar si potrebbe se tale qualità in lui si debba a vizio od a virtù

attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse e dalla natura

sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode che di biasimo.

Certo era in lui maravigliosa la previdenza, e non saprebbesi se i

posteri crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito,

quando si dirà che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso

predisse, parecchi anni prima del presente anno il sovvertimento di

Francia e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica

che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze

si sarebbono collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata.

Principe buono ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano

più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste,

nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener

in freno anche il clero, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi,

e si ricordava di Ferrara. Fiorirono meravigliosamente a tempo suo le

lettere in quella parte di Italia: finì la casa d'Este simile a lei,

nell'antico costume perseverando.

Ora, per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati

finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia

desiderii di riforma, non apparivano semi di rivoluzione; che questi

desiderii risguardavano parte lo Stato politico, parte la disciplina

ecclesiastica; principalmente un'evidente impazienza vi era sorta

di quanto rimaneva degli ordini feudali. Più principi mostrarono di

volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere

generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la

macchina delle istituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava

la filosofia tanto squisita di que' tempi, non quella turbolenta e

sfrenata che non si intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella

che desiderava maggior moderazione ne' potenti e maggior felicità nei

deboli. In ciò volle supplire la filosofia, e fecelo, finchè uomini

senza freno, di lei troppo enormemente abusando, empierono il mondo di

sterminii e di sangue. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola

uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo,

in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci, in altri armi forti, ma

eccessive, e, per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti.

Del resto, se erano in Italia desiderii buoni, non erano ambizioni

cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma nè anco sospetto di

rivoluzione, e gli italiani hanno natura tale, che, se van con impeto,

maturano con giudizio.

Tale era Italia quando, giunto il secolo verso l'anno 1789 che andiam

discorrendo, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere

co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo

momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori

in Italia, secondo la diversità degli ingegni e delle passioni. In

questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono

a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per

sospetto, i popoli più le desideravano per esempio: tutti credettero

che per la vicinanza de' luoghi, per la frequenza del commercio, per la

comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero

di qua, come già erano avvenute di là de' monti. Ma è d'uopo entrare

in qualche particolarità sulle rivoluzioni in Francia, loro cagioni ed

effetti, per comprendere quello che ne derivò pegli altri paesi.

Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che

bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo

non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono

ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi voglia investigar

le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi

che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il

governavano, e finalmente lo stato dell'erario.

Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale

era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde e più

larghe radici in Francia che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè

dalla Francia medesima, quasi da fonte principale, derivava, sì perchè

la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta,

e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere

spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia li governano. Così era

allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione che, per la

prontezza della mente e per la grandezza dei concetti, dà facilmente

negli estremi così nel bene come nel male, e sempre si governa

coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata

eccessiva, estendendosi anche a certi fini che toccano la radice del

governo, e ciò non senza pericolo dello Stato; poichè, se è necessario

allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenarli col

timore, più potendo in loro l'ambizione e le altre male pesti, che non

la gratitudine.

In tale disposizione d'animi non solo erano divenuti più che non

fossero mai stati odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni

leggier freno che dal governo venisse era riputato duro e tirannico.

Da questo procedeva che con riforme utili si desideravano anche riforme

disutili o pericolose.

Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle che s'erano

formate e sparse ai tempi della ultima guerra d'America, sì

opportunamente intrapresa e sì generosamente condotta dalla Francia:

esser doni volontarii le contribuzioni dei popoli; dover essi e

della necessità loro e della quantità giudicare; esser la nobiltà non

necessaria, anzi pericolosa allo Stato; il re capo, non sovrano; il

clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la

religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza

per gli oppressi, che, se mancavano i veri, si cercavano i supposti,

per isfogar la piena di tanto amore, poichè ogni punito ed ogni imposto

riputavansi oppressi, ed un gran di sale che si pagasse, faceva sì che

si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni,

ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione; volevano

diventar potenti, con salire alle dignità ed alle cariche dello Stato.

Queste erano le improntitudini popolari; ma la ferita era ancor più

grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello Stato; conciossiachè

coloro fra i nobili che avevano militato in America, eransi lasciati

ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da un'illusione

benevola, credendo che un'americana pianta potesse portar buoni frutti

in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli

che non alla corona; ed, oltre alla egualità dei diritti, desideravano

l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica costituzione del

regno. Piacevano loro le forme della costituzione d'Inghilterra. Ciò

mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano

per la novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo

propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.

Ma i più fra quelli dei nobili che o per coscienza o per interesse

perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona,

tale quale era durata tanti secoli, davano novella forza, certo per

orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè

e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più

duramente esigevano gli abborriti diritti feudali, credendo con

maggior forza doversi tener quello che si temeva di perdere. Ciò tanto

maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella

parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini

o intieramente dismessi o grandemente moderati, ed i restanti con

molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè

questi nobili arroganti erano appunto quelli che facevano maggior

dimostrazione in favor delle prerogative e della potenza regia.

Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è che i vizii

maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo

la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di

corrompere e di corrompersi, nè bastano le gentili dottrine a raffrenar

questo impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi

era in Francia sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi,

che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto che già avea tolto ai

loro diritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri

infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione

sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire,

ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata e di meretrice

compra, o di bugia o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia

dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa,

nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del

re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che

le corti s'informino sul modello dei re, così i Franzesi, vedendo una

corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore che in

tutti i secoli hanno portato ai re loro.

Il perverso influsso era tale che ne furono contaminati anche coloro

che dovrebbero avere in sè più di sacro e di venerando; il perchè

scemava fra i popoli il rispetto verso la religione. In tal modo la

potenza, separatasi prima dalla virtù, separossi anche dal rispetto,

suo principal fondamento; la virtù medesima, sbandita dalla città e

dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterii dei parrochi e fra

gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla

potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa dov'era

la virtù, e la cattiva dov'era il vizio.

A questo si aggiungeva che a gran pezza l'entrata non pareggiava

l'uscita dello Stato, deplorabile frutto dei concetti smisurati di

Luigi XIV, del voluttuoso vivere di Luigi XV, e del profuso spendere

della corte di Luigi XVI, ancorchè questo principe se ne vivesse per

sè molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul

finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi

si rimediava.

In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai

nobili ai popolari, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati,

e mancato il denaro, principal nervo dello Stato, si vedeva, che

ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe

accaduto. Nè la natura del re, dolce e buona, era tale che potesse dare

speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa ed a

posta sua gli accidenti che si temevano.

Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro

nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre

più consentanea a sè stessa nel male che nel bene, e tanto sono cupe

le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata

dai tempi, e come cosa utile e giusta, un'equalità civile, un'equalità

d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini

giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato

ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza e le prerogative

della corona, tanto salutari in un reame vasto ed in una nazione vivace

e mobile, il comportassero. Ma una setta composta principalmente dai

parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai

nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del

quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine,

preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori, dell'impresa.

In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettattive parole

la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria,

l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questo

disegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di

popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 27 / 99 段