Anco di Leopoldo di Toscana abbiamo narrato quanto bisognava e sì di

recente che il tenerne nuovamente discorso sarebbe oziosa replica.

Ma non così degli altri italiani Stati, intorno a' quali, ben che

qua e colà siasi all'evenienza parlato, rendesi di tutta necessità

divisare a parte a parte la loro attuale condizione, senza che, niuna

concatenazione avrebbero i fatti che verranno in appresso.

Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750,

cedè il regno delle Due Sicilie a Ferdinando IV, suo figliuolo

secondogenito, costituito allora nella tenera età di nove anni. Creata

prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza

del nuovo re il principe di San Nicandro, il quale, privo di ogni

sorte di lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva

egli medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia ed altri

cotali esercizii del corpo. Di questi si invaghì Ferdinando che

ne prese poi in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma

crebbe poco instrutto di ciò che importa alla vita civile ed al

governo degli Stati; pure amava chi sapeva e di consigliarsi con

loro. Piacque alla fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni,

che a quei tempi avesse grandissima introduzione e principal parte

nei consigli napolitani il marchese Tanucci, uomo dotto, di libera

sentenza, mantenitor zelante delle prerogative reali ed avverso alle

immunità, massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio

alle parole sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con

dolcezza. Speravasi qualche moderazione al dispotismo feudale, che in

nissuna parte d'Italia erasi conservato più gravoso che in quel regno,

principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici

egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano,

questo aggravavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca,

dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i

governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le

prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli olii, delle sete e

delle lane; per loro ancora i dazii d'entrata nelle terre, i pedaggi,

le gabelle, le decime ed i servigi feudali. In somma erano i popoli

vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità,

tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè

piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi

furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu

cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i

popoli.

Quanto agli Stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva

per la Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di

Ferdinando. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo luogo, prima il

marchese della Sambuca, poi Acton.

Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali

furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano

dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri

filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non sapresti dire se

sia maggiore la forza dell'ingegno o l'amore dell'umanità. Erano con

incredibile avidità letti e con grandissime lodi celebrati da tutti.

Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo Stato

ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una

libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè

a questa inclinazione dei popoli contrastava il governo non ancora

insospettito della rivoluzione di Francia.

Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme,

perchè maggiori radici avevano messe le generose dottrine, massime fra

i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi: vivevano tuttavia

quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei Lombardi, nè le leggi

dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine, nè le spagnuole, nè

le austriache erano del tutto dimesse. Quindi niun diritto in palese,

nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva più desiderare il

rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per le dette ragioni

imperfettissimi.

Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza;

desideravasi qualche saggio pratico della utilità loro. Aveva il re,

mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto

sono celebrate le pianure del Parmigiano e del Lodigiano. Piaciutegli

opere tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta.

La colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando,

dicendo che poichè era stato il fondator di San Leucio, fossene

anche il legislatore; e l'ottennero facilmente. Statuì il re delle

leggi della colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno Stato

indipendente, di cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia

indipendente dalla giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi

di famiglia ed agli anziani di età; gli atti appartenenti alla vita

civile, massime al matrimonio, reggevansi con forme e regole speciali,

ogni cosa in conformità delle dottrine di Filangeri. Con queste

leggi particolari prosperava dall'un canto continuamente la colonia,

dall'altro il re vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in

pratica, diventava ogni dì meno alieno da quei pensieri che gli si

volevano insinuare. Appoco appoco si distendevano nel popolo, ed il

desiderio di nuovi ordini andava crescendo, parendo ad ognuno che

quello che per l'angustia del luogo era fino allora utile a pochi,

sarebbe a tutti, se con la debita moderazione a tutti si estendesse.

Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più

coloro che glieli porgevano erano i più zelanti difensori contro

chiunque dell'autorità e dignità sua. Già s'era Tanucci dimostrato

molto operativo intorno alle controversie romane. Già, per consiglio

suo, erasi soppresso il tribunale della nunziatura in Napoli, a cui

erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte le cause

nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche troncato

ogni appello a Roma. Era Tanucci stato anche autore che la corona di

Napoli, e non la santa Sede, nelle vacanze dei benefizii nominasse

i vescovi, gli abbati e gli altri beneficiati, che la presentazione

della chinea il giorno di san Pietro in un'offerta di elemosina si

cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar certe formalità

che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la sovranità romana

sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente s'era diminuito

il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la società di Gesù.

Parlossi inoltre di rendere i regolari indipendenti dai generali loro

residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della Chiesa per

allestire un navilio sufficiente di vascelli da guerra.

Tutte queste novità non si potevano mandar in esecuzione senza querele

dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Così sorsero nel regno

molti scrittori a difesa della libertà e della indipendenza della

corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi: si accostò a loro

il vescovo di Taranto; ma vivi soprattutto si dimostrarono coloro che

desideravano un governo più largo, proponendosi in tal modo e ad un

tempo medesimo di difendere la dignità della corona, e di combattere le

prerogative feudali. Ciò andava a' versi a Ferdinando non in pace con

Roma; però ogni giorno più si addomesticava con loro, e li vedeva e gli

udiva più volentieri. S'aggiunse che Carlo di Marco, uno dei ministri

del re, uomo di non poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta

alle controversie con Roma.

Tale era lo Stato del regno di Napoli, in cui si vede, come abbiamo

già altrove notato, che i medesimi tentativi si facevano che nella

Lombardia Austriaca ed in Toscana circa la disciplina ecclesiastica,

ma con maggior ardore, a cagione delle controversie politiche con

Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi civili, vi s'era anche

incominciato a por mano, ma con minor efficacia, perchè Acton non se

n'intendeva e ripugnava; ed il re, occupato ne' suoi geniali diporti,

amava meglio che altri facesse, che far da sè. Da ciò nasceva che gli

umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.

La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva

con leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento

di tre camere dette bracci, ch'erano gli ordini dello Stato. Una

chiamavasi braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori

che avevano in proprietà loro popolazioni almeno di trecento fuochi.

L'altra intitolavasi braccio ecclesiastico; entravano in questo tre

arcivescovi, sei vescovi e tutti gli abbati, ai quali il re conceduto

avesse abbazie. La terza aveva nome camera demaniale; era composta dai

rappresentanti di quelle città che non appartenevano ai baroni, e che

demaniali si chiamavano, cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte

di città avea la Sicilia, baronali e libere; le prime erano quelle

che stavano soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano

immediatamente dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali.

Accadeva spesso che un solo barone avesse più voti in parlamento,

per essere feudatario di più terre. Lo stesso accadeva, e per la

medesima ragione, degli ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati

delle città, dando più città il mandato ad una persona medesima.

Capo del braccio baronale tenevasi il barone più antico di titolo,

dell'ecclesiastico l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore

della medesima città: adunavasi anticamente il parlamento ogni anno.

Prima di Carlo V faceva le leggi, dopo venne ridotto a concedere i

donativi.

Da questo si vede che il nervo principale del parlamento siciliano

consisteva ne' baroni, perchè più ricchi erano e più numerosi. Ma ben

maggiore era la potenza loro nelle terre, a cagione de' privilegi

feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigii

feudatarii v'erano ancora gravi. Del resto, le opinioni del secolo poco

avevano penetrato in quella isola; ma quello che non dava l'opinione il

potevano dare facilmente gli ordini dello Stato.

Questa che abbiamo raccontata era la condizione del regno delle

Due Sicilie verso l'anno 1789; ma poco diversa appariva quella

del ducato di Parma e Piacenza, dove, come a Napoli, regnava la

famiglia de' Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi

sorta una maggior perfezione del vivere civile, e le contese con la

Sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto

il campo ad investigazioni del solito effetto. Quando l'infante

don Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del

Franzese Dutillot, il quale, nato di poveri parenti in Baiona, era

salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto

mandato Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo

consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma,

temendosi che, in quella nuova possessione del ducato, ella volesse

dare qualche sturbo in virtù de' diritti di superiorità sovrana che

pretendeva in quello Stato. Per verità, se grande fu la fede che la

Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua

destrezza e la prudenza. Chiamò a sè i più famosi ingegni d'Italia,

tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo

nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere,

di notabile eloquenza; e tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i

costumi di quella bella parte di Italia, e tanto vi prosperarono le

buone arti, che il regno di don Filippo ebbe fama del secolo d'oro

di Parma. Certo, città nè più colta nè più dotta di Parma non era

a que' tempi, nè in Italia nè forse anche altrove. Crearonsi, per

consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti

ordini nell'università degli studii, un'accademia di belle arti, una

magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni

insegnamenti ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi,

oltre Paciaudi e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac,

Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli

ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle

parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo

stesso ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate,

per edifizii, per istrade, per pubblici passeggi. Così passò il regno

di don Filippo assai facilmente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto li ducato nel duca

Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governare lo Stato

con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia

tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè, avendo il

duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un

editto che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa

Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò

nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità

non idonea a farle, e lesive deil'immunità ecclesiastica, ammonendo

eziandio che tutti coloro che cooperato vi avevano erano incorsi

nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti

in nissun caso, eccettuato in punto di morte, se non da lui stesso o

dal pontefice che dopo di lui sulla cattedra di san Pietro sedesse.

Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto

sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti

scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio e le arti della

parte avversaria già entrata molto addentro nella buona grazia del

giovinetto principe. Ciò non ostante, in tutto il tempo in cui questo

fu minore di età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi,

giunto all'età di diciotto anni, assunse il governo, s'indrizzarono

i suoi pensieri ad altro fine. Perchè, congedato Dutillot, il

principe si governò intieramente al contrario di prima. Il tribunale

dell'inquisizione fu istituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè

aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto

a molti il rigore eccessivo che si usava per far osservare certe

pratiche di esterior disciplina: in questo i popoli non potevano dire

del principe che altro suono avessero le sue parole ed altro i fatti;

poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro,

egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i

santi nel calendario dell'anno. Mentre il duca pregava, il popolo si

erudiva, nè Parma perdette il nome che si era acquistato di città dotta

e gentile.

Sedeva a questi tempi, come già sappiamo, sulla cattedra di san Pietro

il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo

della prospera e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente

XIV, da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza

del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di

costumi e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei

chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo

seggio della cristianità, cosa altrettanto intempestiva e pericolosa

quanto era in sè lodevole e virtuosa. Il perchè i cardinali, morto

Clemente, elessero papa il cardinal Braschi, che già fin quando era

tesoriere della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non

ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo

de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia

del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere,

procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che

e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la Sede ne

venivano facilmente conciliati. Queste erano le qualità di papa Pio.

Circa i costumi, e' furono, non che non meritevoli di riprensione,

degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla

malvagità de' tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.

Ognuno crederà facilmente che un pontefice di tal natura doveva

altamente sentire dell'autorità sua e delle prerogative della Sedia

apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora

fra' cardinali più dotti, più operativi, più esperti, un disegno d'una

suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un

governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani,

e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il

cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo

in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane;

se ad altri pareva che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo

fatto, pareva all'Orsini ch'ei non avesse nè detto nè fatto abbastanza.

Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiero dell'Orsini circa la

lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti

importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia.

Ma non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio nè

l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama

di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il

prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto,

certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme

rispetto a Stato sì angusto, con costanza tanto mirabile che pochi

esempii si leggono nelle storie degni di egual commendazione. Quattro

fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa e la Teppia non trovando sfogo al

mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento.

Rapini, ingegnere di grido, preposto da Pio alle opere, cavata la linea

Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico

fiume Sisto, alveò l'Uffente e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si

scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via

Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.

Non dismostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti

all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di

San Pietro, opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo

minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile

della basilica di Michelangelo. Dolsersi anche non pochi, che, per

fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato che si atterrasse

l'antico tempio di Venere, al quale Michelangelo aveva avuto tanto

rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo

pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere come aveva fatto

già, fin quando esercitava l'ufficio di uditore del camarlingo, a

papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso museo, il quale

poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione,

fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue,

busti, bassorilievi ed altre anticaglie di gran pregio. Come nobile

fu l'intento suo nel fondar il museo, così nobile del pari fu il suo

consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di

scritture e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile

l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a

Lodovico Mirri, e quanto ai commenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne

sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle

opere più perfette che in questo genere sieno.

Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno;

così, visitata dai più potenti principi d'Europa, lasciava in loro

riverenza e maraviglia; i popoli mossi da sì sontuosi apparati non

rimettevano di quella venerazione che avevano sempre avuto verso

la Sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che

parlavano tanta umanità, poche radici avevano messe in Roma; non che

i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro,

mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo

a certi effetti cagioni non vere, troppo in sè stessi si compiacquero

di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a sè medesima

conforme, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza che per

ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.

Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per

benefizio dei principi o per ammaestramento dei buoni scrittori, la

vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei

popoli e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più

generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre

parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più

ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in

tutte le altre, o rovine nella casa regnante o rivoluzioni di popoli.

Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà

prima e principal cagione, essere la potestà assoluta del principe

giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni

della ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto

tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione

di un potente, anche fortunata, che render sè ed il paese suddito o

dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di

Braganza avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse

che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro

medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome che potessero, non

che distruggere, emulare la potenza dei principi.

Da questo e dagli eserciti molto grossi nacque la maravigliosa

stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in

quello Stato un'opinione generale stabile, che, da generazione in

generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante, alle

repubbliche, nelle quali se cangiano gli uomini, non cangiano le

massime nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati

intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.

Ciò non ostante, alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento

si ravvisavano negli Stati del re di Sardegna, massimo circa la

ecclesiastica disciplina. Imperciocchè, tolte dal re Vittorio Amedeo II

le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studii di

ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana

a diffondersi. I tre bibliotecarii dell'università, Pasini, Berta e

Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle

opere scritte dai difensori di quelle dottrine, e Vaselli ne arricchì

la libreria del re.

Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo

generoso, di vivo ingegno e di non ordinaria perizia nelle faccende di

stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria

militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di

misura; il che rovinò le finanze che tanto fiorivano a tempi di Carlo

Emmanuele suo padre, sparse largamente nella nazione la voglia delle

battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili soli ammessi a

capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo

re di Prussia. Certamente, se immortali lodi si debbono a Federigo per

aver difeso il suo reame contra tutta la Europa, gran danno ancora

le fece per avervi introdotto coll'esempio suo un eccessivo umor

soldatesco, ed aver messo su eserciti. Gli altri potentati, o per

fantastica imitazione, o per dura necessità, furono costretti a far

lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia che dilatò questa peste

ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte che la portò agli estremi, ed

altro non mancherebbe alla misera Europa, per aver la compita barbarie,

se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti,

coi combattenti anche i vecchi, le donne ed i fanciulli.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 26 / 99 段