«Portato dal suo genio, costretto dalle sue condizioni, ei troppe cose

scrisse, e pel troppo scrivere diede talvolta nello slombato. Pure

si può con verità asserire, che fra tante sue commedie, dieci almeno

ve ne sono che toccano la perfezione e possono stare a paragone di

qualunque altra scenica composizione di questo genere di cui si vantano

le altre nazioni. Alcune poi da lui scritte in dialetto veneziano sono

da commendarsi non solamente per gli altri comuni pregi, ma ancora pel

brio, pei motti, per le arguzie, per le lepidezze, per le piacevolezze

e generalmente per lo stile festevole e gaio con cui le seppe condire.

Chi le legge sente un sollucheramento tale che non può essere maggiore,

ed uguaglia quello che l'uom pruova leggendo la Mandragora del

Macchiavello, o la Trinuzia del Firenzuola. Dal che si dimostra, che

se uguale vivacità non si rinviene nelle altre sue commedie, ciò non

da inettitudine d'ingegno, ma bensì dalla lingua che usava, proviene.

Tanto è vero che i dialetti soli possono dare il vero stile della

commedia! e se la Madragora e la Trinunzia tanto diletto ci danno, ciò

è perchè sono scritte nel dialetto toscano; che se colla pretesa lingua

generale d'Italia si vestissero, o in lei si traducessero, insulse e

noiose diventerebbono. Da ciò si vede che bel guadagno abbiano fatto

gl'Italiani coll'aver ricusato il dialetto toscano, anzi gridatogli

la croce addosso, come se ridicolo e degno di scherno fosse. Bene

con migliore senno si sono adoperati i Francezi, che hanno dato la

cittadinanza nella loro lingua generale al dialetto parigino per modo

che parte indivisibile di lei è divenuto; ond'è che i Franzesi possono

facilmente aver la buona commedia. Le piacevolezze parigine sono tali

in tutta la Francia mentre le piacevolezze toscane non sono intese o

sono schernite nelle altre parti d'Italia che Toscana non sono. Questo

è un male gravissimo, e che non è più atto a ricevere medicina, donde

nasce che gl'Italiani difficilmente possono avere la vera e buona

commedia che da tutta l'Italia sia intesa, prezzata e gustata. S'era

cercato un rimedio nei Zanni o bergamaschi o bresciani o veneziani

o bolognesi o piemontesi o milanesi o toscani o napolitani; rimedio

insufficiente, per verità, ma pure in certo modo rimedio. Ma anche

questo i moderni dottori nel loro alto sussiego, come se il ridere

fosse delitto, hanno sbandito.

«Goldoni fu autore, se altro mai, popolare; e lo scuotere che

faceva, non da acerba ed indecente satira o da sentimenti eccessivi

in alcun genere, imperò che ei fu castigatissimo, derivava, ma dal

toccare quella parte dell'animo che nella natura tranquilla e nobile

si ritrova. Ei fu principal cagione per cui il popolo italiano non

s'invaghì di certi scrittori di Italia che non erano contenti se

con pensieri forestieri non pensavano, se con lingua servile non

scrivevano. Ei fu principale operatore, onde la corruzione dai sommi

non scendesse agl'imi, e che il popolo si contenne nei confini del

vero, sincero e pretto italianismo. Ei fece maggior benefizio che il

mondo non crede.

«Dopo le malattie viene per l'ordinario il medico che le guarisce. La

leziosaggine che era prevalsa negli scritti, e la effeminatezza che

era entrata nei costumi fra gli alti e mezzani gradi della società

italiana, non ebbero più acerbo nè più forte nemico d'Alfieri. I tre

primi che abbiamo nominati, persuadevano gli animi e coll'esempio

allettavano affinchè al buon sentiero si riparassero; ma l'astigiano

poeta con una terribile sferza gli sforzava. Le debolezze e le

gonfiezze non avevano posa con esso lui, che d'animo gagliardo era,

e che se al sublime facilmente andava, il procedere più oltre e

precipitare nelle gonfiezze impossibile gli era. Vena sufficiente, anzi

abbondante aveva, ma non soprabbondante, onde in superflui rivi non si

spandeva. Ciò procedeva dalla gran forza per cui l'oggetto stringeva e

che padrone del tutto nel rendeva. Le foresterie poi aveva in odio così

per qualche avversione contro le persone che il rese sempre acerbo,

e non di rado ingiusto, come per amore verso le lettere italiane. Ma

siccome, usando fra i nobili piemontesi, egli era stato cresciuto ed

allevato negli usi, pensieri e fogge franzesi, e che poco innanzi che

a scrivere nell'italiana lingua si accingesse, più di franzese sapeva

che d'italiano, così è manifesto che, massime nei suoi primi scritti, a

stento dallo scrivere francescamente si allontanava; ed a gran fatica

al gusto italiano si avvicinava. Della quale pendenza pochi segni

per verità restarono nelle sue composizioni in versi, ma non pochi

in quelle di prosa, in cui si veggono mescolati spesse volte eleganti

fiorentinismi con isconci gallicismi.

«Ora questo grande Alfieri in tre modi giovò all'Italia, primamente

collo aver ritratto dai costumi femmenili, in ciò compagno di Parini,

chi n'era magagnato; secondamente coll'aver composto vere tragedie

e creato lo stile tragico italiano che prima di lui non si aveva;

terzamente coll'aver innamorata la nazione di sentimenti più alti e più

forti. La lunga pace di cui ella aveva goduto, poichè di lungi aveva

solamente sentito romoreggiare le armi, l'uso dei sonettuzzi e delle

novellette del sofà, la privazione in questo intervallo di tempo di una

forte apostolica voce che gli stimolasse, aveano talmente anneghittito

coloro che più per l'esempio potevano fra gl'Italiani, che nè

Metastasio, nè Goldoni, nè Parini, quantunque molto avessero operato,

erano stati bastanti a destargli onde più sonnacchiosi non fossero e

mogi. Uno sdegno acerbo, un'ira feroce, una ferrea ed indomabile natura

era richiesta alla grande redenzione. Sorse allora, come per sovrumana

provvidenza, la possente voce d'Alfieri che intuonò dicendo: Italiani,

Italiani:............................... lasciate i giardini, correte

alle zolle; lasciate l'ombra, andate al sole; vigili le notti passate,

le donne come compagne, non come signore accettate, i fanciulli non

nelle acque odorose, ma nei freddi e puri laghi, ma nell'onde stesse

del terribile Stige tuffate; indurate i corpi al dolore, indurategli

alla fatica....

«Così andava per gl'italiani campi Vittorio Alfieri, moderno Dante,

Petrarca redivivo gridando. Furono i suoi detti come il lucente

specchio a Rinaldo. Visto i molli abiti e gl'imbelli costumi,

sorse vergogna, vergogna senso di risorgente natura, vergogna

segno di rinascente virtù...................................

.......................... A tale sacerdozio fu chiamato Alfieri, e

bene il compì.

«Bene il compì ancora colle sue tragedie; per mezzo loro, non con le

brache del medio evo, ma colla romana toga volle vestire gl'Italiani.

Tal è il loro fine ed effetto. Quanto all'arte, io trovo che elle

sono sempre energiche e profonde, come son nei passi più patetici le

tragedie inglesi, altrettanto regolari quanto sono sempre le franzesi,

ma che nel medesimo tempo fuggono le cose plebee che troppo spesso

contaminano le prime, nè mai danno nelle insulsaggini cortigiane che di

soverchio snervano le seconde. Beltà greca, beltà romana, e quanto vi

è di più alto nell'uomo, sempre e puramente splendono nelle alfieriane

tragedie, nè altro di moderno hanno se non la lingua in cui sono

scritte.

«Quanto alle passioni che dall'autore sono poste in opera, io non le

chiamerò nè antiche nè moderne, perciocchè elle sono di tutti i tempi,

nè credo che gli antichi altrimenti amassero od odiassero, sperassero

o temessero di quello che noi altri moderni facciamo. Quando io vedrò

nascere gli uomini senza occhi e senza naso, crederò che sono cambiate

le passioni. Voglio dire che siccome la natura esteriore ha le sue

leggi immutabili, così le ha ancora l'interiore. Ciò dimostra eziandio

il grande effetto che le tragedie, di cui trattiamo, producono in

Italia quando bene recitate sono. La quale cosa succedere non può se

non quando le passioni rappresentate fanno correlazione e consentono

con quelle degli spettatori.

«Dal medesimo fatto nasce anche questo corollario, che non è punto

bisogno per iscuotere le anime di dare nel famigliare e nel plebeo;

nè io posso consentire con coloro i quali vorrebbono sbandire il bello

ideale. Non solo non posso accettare la loro opinione, ma me n'incresce

e sommamente me ne dolgo; perchè l'uomo solo è capace di creare colla

sua fantasia il bello ideale, e questa è la più magnifica prerogativa

ch'egli abbia e che dagli altri animali bruti principalmente lo

distingue. Parte anzi di questo bello ideale, ideale non è, nè tanto è

trista la umana natura che in alcuni tempi non abbia prodotto uomini

e fatti eroici e del tutto sopra l'uso volgare. Adunque questo bello

ideale veramente esiste e il rappresentarlo non è vizio. Quando però

egli in fatto eziandio non esistesse, bisognerebbe ancora crearlo

coll'immaginazione per rendere gli uomini migliori; posciachè niuna

cosa è che tanto sublimi l'uomo e dalla mondana feccia il ritragga

quanto la viva rappresentazione della natura eroica. Se il diventar

migliore è vizio, concorderò con gli avversarii che il bello ideale

ed eroico si cancelli e da ogni umano parto si rimuova, e che prosa e

poesia si ravvolgano nel lezzo di quanto il mondo ha di più sciocco, di

più goffo, di più vile, di più basso.

«Dicono alcuni che le scene plebee, siccome naturali, allettano

e divertono, e dal solo effetto che producono, qualunque ei sia,

giudicano del merito delle composizioni teatrali. Sì certamente, le

scene plebee e quelle della dimessa natura allettano e divertono;

anche Pulcinella in piazza alletta e diverte, e se uom uscisse per le

vie con le brache a rovescio, anch'egli alletterrebbe e divertirebbe.

Per questo s'han a proscrivere i maestri dell'alta virtù? per questo

da bandire i dimostratori d'una natura più sublime, più dignitosa,

più bella? Il teatro non ha da essere solamente divertimento, ma

debb'essere scuola, scuola da informar gli uomini alla virtù, da

accendergli di sdegno contro il vizio, da sollevargli dal terreno lezzo

alla celeste purità, da nodrire l'angelica favilla ch'è in lui, da

rompere la indegna scorza che la soffoca e comprime. Se alcune moderne

composizioni o piuttosto slavature facciano questi effetti, lascio che

giudichi il lettore. L'andar terra terra non può riuscir ad altro che

al lasciarci terra terra.

«Ora chi mai meglio dell'Alfieri seppe pingere al vivo queste

allettatrici scene di un mondo migliore? Chi mai diede maggiormente

questi stimoli ad innalzarsi come aquile in un puro firmamento?

Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui seppe fare la ipotiposi

delle miserie che nascono per fato contro gli innocenti, o di quelle

che materialmente caggiono su gli uomini malvagi? Certamente nissuno.

Chi mai meglio di lui trovò le vie per muovere od a compassione

od a terrore? Certamente nissuno. Nè ciò fece con mezzi plebei o

meccanici, mezzi usati da chi sterile l'immaginazione ed il cuore

secco ha, ed oltre le consuetudini del volgo non sa innalzarsi, ma

colla rappresentazione vera delle alte umane passioni, nè mai volle

trasportare le bettole sulle tragiche scene. Brevemente, e coi soggetti

che sceglieva e col modo col quale li trattava, chiamava continuamente

gl'Italiani a più sublimi regioni. Il tenergli rasenti le paludi

ripugnava al suo generoso e forte animo, ripugnava alla virtuosa

missione cui s'era addossata. Se animi forti più nella seconda metà

del secolo decimottavo che nella prima sorsero in Italia, da Alfieri

massimamente debbesi riconoscere il beneficio. Ciò non fecero pe' tempi

loro e per le loro nazioni nè Shakspeare, nè Racine, nè Schiller, che

semplici autori tragici furono, certamente sommi, ma non maestri di

alto pensare e di alto fare, non caldi sacerdoti della loro patria per

sollevarla e farla amare, come il poeta italiano fu. Solo ad Alfieri

ed a Sofocle ciò fu dato, ma maggiore merito acquistò l'Italiano che il

Greco............................ .....................................

Tali sono le obbligazioni che gl'italiani hanno ad Alfieri, e bene in

Santa Croce di Firenze l'Italia piange sulla sua tomba.

«Evvi chi pretende che i caratteri de' personaggi d'Alfieri sono tirati

ed esagerati. Certo sì sono per chi va e vuole andar terra terra; e chi

smaccato, e snervatello, e sdolcinato, e molle..... è, non vada dove

si rappresentano. Chi grida contro le alferiane tragedie, e dell'alto

fare di questo sommo tragico si dinoccola, e delle slavature moderne

si diletta, non è degno............, imperocchè nel suo freddo cuore

nissuna scintilla di generoso italiano fuoco v'è. La nobile Italia,

quanto alla letteratura.... è, per opera di alcuni spiriti, non so

se mi debba dire più ambiziosi o più servili, immersa in chimere

stillate da sottilissimi lambicchi ed in un mare di foresterie.....

Costoro corrompono la sanazione fatta dai quattro sommi uomini di cui

trattiamo. La sola differenza che passa tra i servi d'oggidì ed i servi

della seconda metà del secolo decimottavo in ciò consiste, che questi

desumevano lingua, stile e pensieri da una sola fonte di foresteria,

quelli gli desumono da due o tre..... ......................... Oh,

quando mi porterà la fama il desiato suono che gli Italiani, deposta

l'ennucheria, creano da sè e non vanno più in cerca d'idee d'oltremare

ed oltremonti! Oh Alfieri, Alfieri dove sei? Per me io credo, anzi

certo sono, che finchè si va pel sentier delle scimie, non vi può

essere.... nè letteratura, nè lingua italiana.

«Dello stile d'Alfieri quindi favellando, diremo che in esso due

qualità si ravvisano, la novità e, con pochissime eccettuazioni,

la purezza; la quale purezza non di rado va sino all'eleganza.

Prima dell'Alfieri non aveasi stile tragico. Le tragedie scritte

nel decimosesto secolo sono, per rispetto dello stile, così deboli

ed imperfette che senza noia non si possono nè leggere nè sentire.

Questa parte fu la meno lodevole di quel secolo, che in tutte le altre

a così grande altezza si sollevò. Maffei diede un passo più avanti

verso l'eletta maniera, ma restò a mezza strada, contento allo avere

piuttosto indicato che fatto; poco o nulla si fece dopo il Maffei

che una nuova vena aprisse. L'Italia giaceva, quanto alla tragedia,

in grado inferiore a comparazione delle altre nazioni. Alcuni anzi

affermavano, non essere la lingua capace di stile tragico.

«Queste bestemmie andavano pel mondo quando levossi dal Piemonte

subitamente un grido, esservi nato un grande poeta. Ad alcun debole

sperimento successero compiute vittorie. A nobili pensieri vidersi

congiunte nobili parole, e la pietà e il terrore eccitarsi con voci

ora compassionevoli, ora terribili, ma tutte italiane, non cavate

dai romanzi francezi o dal vocabolario della plebe. Brevità vi si

scorge, e più ancora fa pensare che non dice, onde nasce che le

alfieriane tragedie ricercano abili attori. Sublime è lo stile,

ma molto diversamente dal lirico e dall'epico procede; essa è una

sublimità tutta sua e di novità perfetta. Certamente nissuno scrittore

ebbe mai, se Dante si eccettua, uno stile tutto suo proprio e di suo

genere quanto Alfieri. Nissun prima di lui avrebbe potuto sospettare

che la italiana lingua potesse in quel suono parlare. L'esempio

d'Alfieri pruova ch'ella è capace di rendere tutti i suoni senza

che sia necessario andare accattando vocaboli e frasi da lingue

forestiere. Grande era in questo la servilità degli scrittori italiani;

profondo il male; una forte scossa era richiesta per iscuoternegli e

guarirgli. Alfieri questa scossa diede, ed ei solo forse era capace

di darla. Diedela col tenace volere, diedela coll'ostinato studio,

diedela con quell'alta capacità del fare che dal cielo aveva sortito.

Da lui impararono gl'Italiani quanto possa una volontà forte e

l'amore di una lingua che per esprimere qualunque affetto a nissuna è

seconda. La purificazione della lingua non potè Alfieri intieramente

effettuare, perchè all'inondazione dei libri forestieri successe poscia

l'inondazione delle persone forestiere che la principiata guarigione

interruppe, ed anzi la dannosa consuetudine raffermò. Ma pure i semi

da lui gettati fruttificarono, e, mercè sua, resta ancor acceso l'amore

della bella lingua, e gl'Italiani dalle caligini levandosi, ai puri ed

intemerati antichi candori s'innalzeranno.»

Ora in quella innondazione delle persone forestiere dall'illustre qui

sopra indicata, accennata si trova la novella era d'Italia della quale

al principio del presente anno abbiamo toccato e la causa donde ebbe

a derivare. Noi la percorreremo quest'era, con quelle che vi furono

inondazioni di eserciti forestieri, arsioni di città, rapine di popoli,

devastazioni di provincie, sovvertimenti di Stati, e fazioni, e sette,

e congiure, ed ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di

governi effeminati, e fraudi di reggimenti iniqui; e sfrenatezze di

popoli scatenati, con eguale sincerità raccontando le cose liete, utili

e grandi che fra tanti lagrimevoli casi si operarono. Ma perchè possa

essere appieno apprezzata la compassionevol trama di tanti accidenti di

cui la memoria sola ancora ci sgomenta, forza è segnare il punto donde

si parte, e bene chiarire le cagioni donde la spinta ne venne.

L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro,

uomini e terre cadendo in potestà di questi. Così se ai tempi romani le

generazioni erano partite in uomini liberi e schiavi, ai tempi barbari

furono divise in conquistatori e servi: tale è l'origine degli ordini

feudali. Teodorico, re dei Goti, moderò una tal condizione coll'avere

instituito i municipii; poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero

ordine e mitigarono, dividendola o contrastandola, l'autorità feudale;

così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare

della nobiltà, del clero e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna,

ma non potè nelle isole d'Italia; i Borboni li conservarono in Francia,

servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia, divisa in tanti

Stati e sì spesso preda di principi forastieri che, a fine di tenerla,

accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità

municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne

più ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo Stato; rispetto

poi ai particolari, restavano ancora non pochi vestigii dell'antico

servaggio, tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi,

alcuni andarono in disuso per opinione de' popoli o per benignità

de' feudatarii; altri furono aboliti dai principi; dei superstiti, il

secolo di cui abbiamo veduto il fine, volea l'annullazione.

Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una

egualità quanto alla giustizia e quanto ai carichi dello Stato; nella

quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa

equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli

che si godevano i privilegii. Dire poi, come alcuni hanno scritto e

probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto ed

anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti

sempre a non guardar quel che dicono, purchè dicano cose che possano

infiammare i popoli e farli correre alle armi civili. Queste erano

le quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosa al

pensarci e degna di eterne lagrime che col progresso di tempo siansi

alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze e sofisterie

che insegnarono alla moltitudine il voler fare da sè, quantunque si

sapesse che la moltitudine commette il male volentieri e si ficca anche

spesso il coltello nel petto da sè: tanto i moti suoi sono incomposti,

i voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei

possono più gli ambiziosi che i modesti cittadini.

L'ordine ecclesiastico era già trascorso, non già nel dogma che sempre

rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi che gli utili

operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli altri, se

vivevano nella ricchezza, della quale talora anche abusavano, dolevansi

essere i primi insufficienti per numero o per mala distribuzione delle

cariche, i secondi troppi; dolevansi di certe pratiche religiose che

si parevano più utili a chi le promoveva che decorose pel divin culto,

mentre per queste era pur troppo scemato maestà e frequenza alle più

gravi e necessarie solennità della Chiesa: con che davasi a dire agli

empi ed agli accattolici.

Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali

tutti nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più.

Era stata soppressa la società di Gesù. Vedeva il sommo pontefice

Clemente XIV che lo spegnere i Gesuiti era un privare la evangelica

vigna della più efficace cooperazione che si avesse; con tutto ciò non

potè resistere alle esortazioni ed alle minaccie di tanti principi

potenti di forze, e più formidabili per concordia. Pure stette

lungo tempo in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì.

Ma seguitonne maggior effetto che il papa ed i principi non avevano

creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo della Chiesa la parte

popolare. Parlossi di doversi ridurre alla semplicità antica la Chiesa

di Cristo; allargare l'autorità dei vescovi e dei parrochi; scemar

quella del pontefice sommo. Le querele che risuonarono già fin dai

tempi antichissimi contro Roma, rinnovellavansi ed andavano al colmo.

Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che lo mantenevano

erano in molta autorità presso il popolo, perchè risplendevano, non per

oro nè per corredi, ma per dottrina, per austerità di costumi e per una

certa semplicità di vita che ai non accetti altamente imponevano.

Inclinazioni di tal sorte piacevano a più principi; e queste massime

trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione dei popoli, e però

più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le cose

civili e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco in

tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano

a riforme, niuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far

da sè, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi

temperamento alle cose e compimento a' desiderii.

Venendo a' particolari, in proposito di riforme sarebbe da cominciare

da un nome imperiale, da Giuseppe II. Ma e di lui, e delle sue virtù,

e delle azioni sue abbiano già detto quanto può forse bastare negli

anni precedenti; il perchè basterà qui il riepilogare in brevi parole

il già detto. Molto viaggiò Giuseppe, non per pompa, ma per conoscere

le istituzioni utili e i bisogni dei popoli; i casolari dei poveri

più aveva in cale che gli edifizii dei ricchi; nè mai visitava il

bisognoso, che nol consolasse di parole ed ancor più di fatti. Protesse

con provvide leggi i contadini dalle molestie dei feudatarii, opera già

incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa; gli ordini feudali

stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si ministrasse giustizia

indifferente a tutti; là creava spedali, ospizii, conservatorii ed

altre opere pie; qua fondava università di studii; i giovani ricchi

d'ingegno e poveri di fortuna in singolar modo aiutava. Ai tempi suoi

e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido che forse

alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo empiè

di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva con

premii, e non avviliva colla necessità dell'adulazione. Nè contento a

questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti, ed aprì novelle vie

al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle

dogane interne; non mai in alcun altro paese o tempo furono in così

grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che

sollevano ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista.

Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte

di Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia Austriaca venne a

tanto fiore che stiam per dire che in lei verificossi la favolosa età

dell'oro. Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe

la religione cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte;

comandò ai vescovi che niuna bolla pontificia avessero per valida,

se non fosse loro dal governo trasmessa; statuì che gli ordini dei

religiosi regolari non dai loro generali residenti a Roma, ma bensì

dal superiore ordinario, cioè dal vescovo, dipendessero; abolì i

conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le monache

solamente quelle che facevano professione di ammaestrar le fanciulle;

eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; fondò poi un numero assai

considerabile di parrocchie, sollecito della instruzione di tutti i

fedeli.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 25 / 99 段