«Se poi vogliam voltare il discorso alle lettere, vedremo che, se poche

parti se ne eccettuano, la letteratura italiana era spenta, nè altro

più non era che una servile e sconcia imitazione della letteratura

francese. La storia, la maggior parte delle opere teatrali, le novelle,

i romanzi i poemi stessi rendevano un odore franzese, e tanta distanza

passava dallo scrivere che a que' tempi era prevalso in Italia, a

quello che vi si usava due secoli innanzi, quanta veramente si scorgeva

tra le cose scritte nell'ignorante medio evo a quelle, cui mandarono

alla luce gli autori del decimo quarto e decimosesto secolo. Parlo

solamente della distanza che tra l'un modo e l'altro s'interponeva, non

già dell'effetto, perchè allora si andò dal male al bene, adesso si

andava dal bene al male. Nei bassi tempi vi era speranza, perchè non

vi era corruzione di età decrepita, e solamente si vedeva che l'arte

era bambina; ma nella seconda metà del secolo decimottavo, quasi ogni

speranza si trovava estinta; perciocchè la medesima legge governa le

cose morali che le fisiche, cioè che si può andare dall'infanzia alla

virilità, non già dalla decrepitezza all'adolescenza, ed il pomo acerbo

può diventar maturo, il fracido non torna più a sanità, ma si disfà.

Tal era, generalmente parlando, l'italiana letteratura a' tempi che

videro fanciulla l'età presentemente canuta. A stento e se non con

molto stomaco si possono leggere oggidì le cose che vi si scrivevano.

Servilità ne' pensieri, servilità nella lingua. Come le scarpette delle

donne, così ancora i concetti e le frasi dei letterati venivano bell'e

formati da Parigi.

«In mezzo alla foresteria si era introdotto un altro nauseoso vizio,

e quest'era una certa leziosaggine, una certa delicatura, e quasi

direi smanceria, che faceva credere che la letteratura italiana fosse

divenuta imbelle e non più da uomini, ma da donne. Concettuzzi fioriti,

frasi leccate, nissuna forza, nissuna naturalezza, nissun maschio,

nissun sincero pensiero; ogni cosa scritta come se fosse alla presenza

della donnetta che si acconciava. La _toaletta_, come dicevano, e

il _sofà_, ed è miracolo che non abbiano detto il _budorio_ per dire

il _boudoir_, e le braccia ben _tornite_, pure come dicevano, della

innamorata, e i suoi pedini e le dituzze, e le descrizioni al minuto

del prendere il cioccolate, senza nemmeno dimenticare il colore de'

confetti che vi s'immergevano, od altre simili inezie andavano per gli

scritti de' più. Chi avrà letto il Roberti, e l'Algarotti, e Pietro

Chiari e le commedie del principe di Sangro, e quelle del Villis, saprà

da sè stesso ciò che voglio dire.

«Il male si accrebbe per l'autorità di un uomo cui la natura aveva dato

un ingegno smisurato, e che poteva essere il ristauro, e pure fu quasi

del tutto la ruina dell'italiana letteratura. Parlo del famoso poeta

padovano, del Cesarotti. Dio mi guardi dal proferire la bestemmia che

costui fosse imbelle; che anzi ingegno più virile e più vivido del

suo da lungo tempo la natura non aveva in Italia procreato. Ma volle

farsi singolare con una poesia parte gonfia, parte leccata, traducendo

il vero o finto Ossian. Le leziosaggini per la sua Bragela, ed il

suo lanciare pel suo Fingallo, ed altri eroi così tremendi pel nome

come pei fatti, corruppero talmente la poesia italiana, che più forma

alcuna non conservava di sè medesima. Quanto poi alle sue prose, egli

era un molinista tale in lingua, che ogni franzese parola o frase per

lui era buona, purchè una desinenza italiana le applicasse. Egli fu

un gran Busembaum per la lingua. Questi scandali dava Cesarotti, egli

che per la sublimità dell'ingegno avrebbe potuto a sublimi e sincere

opere italiane dare origine. E veramente si vede, che là dove puro

voleva ed italiano essere, il che non di rado ancora gli succedeva,

tali lumi mandava fuori che non uscirono mai maggiori dalla penna dei

più rinomati scrittori del bel secolo. Ma il consueto suo andare era

corrotto, e fu questo il tracollo.

«Le cose parevano doversi tenere per perdute, e nulla si poteva più

sperare da chi si tagliava i nervi da sè. Fortunatamente, mentre

Cesarotti ed altri, che di lui il vizio non l'ingegno avevano,

gettavano, come se a contanti pagati fossero, feccioso limo nelle

pure e limpide acque dell'Arno, il cielo, che non voleva che il fiore

italico si spegnesse, mandò quattro uomini a vivificarlo; questi furono

Parini, Metastasio, Goldoni ed Alfieri.

«Parini fu il primo a ritirare la trascorsa letteratura italiana verso

il suo principio, ed a ritirarla, nel tenero, al fare petrarchesco, nel

forte, al dantesco; ma più veramente ancora per la natura sua sapeva

di Dante che del Petrarca. Sublimi e pretti pensieri aveva, sublime e

pura lingua usava, un terribile staffile maneggiava. Le _toalette_,

e i _sofà_, e i ventagli, ed i letticciuoli morbidi rammentava non

per lodarli, ma per fulminarli. Grande e robusto uomo fu costui,

nella satira il primo, nella lirica ancora il primo. Ei fe' vedere e

dimostrò che senza le nebbie caledoniche, senza le smancerie galliche,

e consistendo nella vera lingua e nel vero stile italiano si potevan

creare opere in cui colla purità si trovava congiunta l'energia. Più

che poeta, più che sacerdote d'Apolline fu, posciachè fu maestro di

virtù, ed i molli costumi ad una virile robustezza ridusse: l'eunuca

età a più maschi spiriti eresse. Tanto potenti furono i suoi detti,

tanto potenti i suoi scritti!...............

..... Forse, chi sa, un giorno verrà quando gl'Italiani avran dimesso

il mestiere del voler fare i pedissequi dei forestieri........... in

cui maggiormente il suo esempio ed i suoi altissimi versi frutteranno.

Eglino intanto debbono aver cara ed onorata sempre la memoria del

Parini, di quel Parini che dal lezzo li sollevò, e dalle insipide

erbe purgò il sentiero che mena all'eletto monte, dove la virtù e le

divine suore albergano. Parini, poscia Alfieri, spensero la letteratura

delle inezie; ed i descrittori delle scene di taverna, e di qualche

monasteruzzo, mercè le illustri fatiche di quel grande Milanese,

peneranno ad allignare.

«In nissun autore osservasi un così puro fiore, una così perfetta

fragranza delle tre letterature madri, quanto in Metastasio, e niuna

traccia, quantunque in mezzo alla corruttela che già cominciava

ad ammorbare, vivesse, in Lui si ravvisa di moderna foresteria.

L'anima sua nitida e dolce a ciò il portava, l'essere Romano forse vi

contribuiva; conciossiacosachè o che i letterati romani siano vissuti

divisi dai forestieri più che gli altri Italiani, o che la natura

romana più fortemente resista al piegarsi alle influenze altrui, o che

quella lingua tanto scolpita che parlano, italiani pensieri e italiane

immagini e forme più profondamente nelle menti loro imprima, o che

finalmente quel ravvolgersi continuamente fra le romane antichità,

che i concetti e la grandezza antica ad ogni momento loro ricordano,

sel facciano, certo è bene ch'essi più di ogni altro si tennero

lontani così dalle gonfiezze del secolo decimosettimo, come dal

loglio forestiero che veniva mescolandosi col grano d'Italia. La quale

cosa tanto è più da osservarsi quanto che Roma si trova fra Toscana

e Napoli, dove, dopo la metà del secolo ultimo, quel loglio aveva

messo più profonde barbe, ed erasi in isconcia guisa moltiplicato.

Chi Metastasio legge, beve a pieno vaso senza alcuna mescolanza di

stranezza la grazia greca, la maestà latina, la eleganza italiana.

Col chiaro, amabile ed armonioso suo stile, colla naturalezza dei

pensieri e dei sentimenti, col contrasto nitidissimo delle passioni,

non feroci e barbare, ma alte e generose, e tali quali a popoli

civili, non a Caraibi, o ad Uroni, o a quelle bestie del medio evo si

convengono, diede a divedere che stando nei confini delle letterature

madri della meridionale Europa, si può e muovere fortemente gli affetti

e, mantenendo la sincerità del gusto italiano, innalzare gli animi.

Certamente, mai nissun autore fu tanto Italiano quanto Metastasio.

Possente argine fu contro il contagio forestiero, possente rimedio

per risanare i corrotti. La quale salutare operazione con tanto

maggior efficacia fece, che pel genere delle sue composizioni e per

la chiarezza del suo stile egli andava per le mani di tutto il mondo.

Che anzi non solamente su i regi teatri i suoi drammi si cantavano,

ma eziandio sulle scene innalzate dai comuni o dai particolari si

recitavano, e pochi erano i villaggi, non che le città che ogni anno,

massime nell'autunno, non udissero alcuna opera del poeta romano

recitata da uomini colti, e talvolta ancora da uomini di villa, a cui

poco altro sapere era venuto che quello di saper leggere e scrivere.

Il concorso a queste rappresentazioni era grande, ed il piacere che gli

astanti provavano, maraviglioso. Attori e spettatori si immedesimavano,

e degli eroici costumi dell'antichità si dilettavano, e per essi di

migliori sentimenti s'informavano...............

Ciò pruova che il Metastasio era veramente autore italiano, poichè

tanto agli italiani andava a sangue. Ciò pruova ancora che il vero fine

delle rappresentazioni teatrali è d'invaghire l'uomo del bello ideale

ed eroico onde ritrarlo dal pensare e dal sentire abietto e plebeo, e

più avvicinarlo a quell'alto scopo per cui Dio l'ha creato. Il quale

effetto se alcune moderne composizioni facciano, lascio al lettore il

giudicare.

Ma, seguitando a parlare del Metastasio, per giudicar bene che cosa ei

fosse e quel che far si volesse, e' non bisogna supporre, come alcuni

fanno, che intenzione sua fosse di scrivere tragedie, dando al nome di

tragedia la significazione che volgarmente gli si dà. Imperocchè ei

non volle già comporre tragedie da recitarsi, ma drammi da cantarsi,

quantunque assai acconciamente ancora recitare si possano, ed in essi

non di rado si trovino scene che nella più vera e sublime tragedia

si confarebbero. Ma resta sempre che, scrivendo per la musica, egli

soggiaceva a parecchie necessità che la sua libertà impacciavano, e che

dalle esigenze o del compositore della musica, o de' cantanti, o dalle

consuetudini teatrali stesse di que' tempi derivavano. Maravigliosa

cosa è come fra tanti lacci produrre potesse scene da cui nasceva una

così potente mossa d'affetti.

Di questo poeta parlando, pel quale principalmente si fa manifesto che

la sublimità dei pensieri e dello stile possono stare con la semplicità

e con la chiarezza, cade in acconcio il discorrere dello stato in cui

si trovava la musica al tempo in cui viene a terminarsi la nostra

presente storia. Pare a me, ed anzi certo sono, ch'ella pervenuta

fosse a quel grado di perfezione, sopra il quale nulla più resta nè

da desiderare nè da aggiungere, ed al quale qualche cosa aggiungendo,

si va verso la corruzione. Ciò dal conservatorio di Napoli e dagli

ammaestramenti di Durante principalmente riconoscere si dovea. Era quel

conservatorio, come quasi il cavallo troiano, da cui uscivano, non già

uomini armati per incendere e distruggere le città, ma divini ingegni

da eccellenti maestri informati, che per l'Italia, loro felice patria,

poi per estere regioni portando andavano ciò che più l'anima molce ed

innalza, e dalle tristi cure che l'umanità tanto spesso affliggono

la solleva ed allontana. Non romorosi o abbaruffati componimenti

erano, ma per ciascun pezzo un'idea madre, un'idea architettonica,

alle quali le altre, come ancelle ad una regina, per darle maggiore

risalto e farla campeggiare, servivano. La stessa armonica simmetria ed

acconcia corrispondenza di tutte le parti si scorgeva nella totalità

del componimento, di maniera che non solamente si vedeva che era una

creazione dello stesso spirito, ma eziandio che al medesimo soggetto si

apparteneva. La semplicità e la unità cotanto raccomandate da Orazio,

e in ciascuna parte e nel tutto si osservavano, e con loro congiunta

una tale leggiadria, una tale grazia, una tale eleganza che a sentirgli

era un vero incanto, e l'uomo provava una dolcezza inestimabile.

Pareva che egli da queste terrene cose disciolto, ed in migliore mondo

trasportato, di angelica natura si vestisse.

Nè complicati o meccanicamente laboriosi erano i mezzi, di cui quei

divini ingegni si servivano per produrre così maravigliosi effetti.

Semplicissimi erano e, quasi direi, invisibili questi mezzi. Al mirare

que' loro spartiti, assai poche note vi si vedevano, onde quasi pareva

che vi fossero effetti senza causa. Ma la causa appunto più forte ed

operosa era, perchè più semplice era e sapeva batter bene in quella

parte del cuore che abbisognava. Ed io mi ricordo di avere letto nel

dizionario di musica del Rousseau un fatto mirabile, ed è dove racconta

il terribile effetto che sempre faceva su gli ascoltanti (credo, se ben

mi ricordo, nel teatro di Ancona) un recitativo solamente accompagnato

da poche note del violoncello; irresistibile era quest'effetto, onde

ognuno al solo suo approssimarsi, già si sentiva commosso e subitamente

impallidiva come se da una incognita e possente causa compreso e domato

fosse. Quella era veramente musica italiana, possente per semplicità,

per grazia, per verità; la melodia padrona, l'armonia serva, l'armonia

che non fa effetto se non quando imita la melodia, i mezzi meccanici

lasciati a chi callose orecchie ed insensibile cuore ha. Chi sa che

siano Omero, Virgilio, Raffaello d'Urbino, facilmente intenderà ciò

ch'io voglio dire. Ed Omero, Virgilio, Raffaello si erano trasfusi in

Paisiello e in Cimarosa ed in tanti altri compositori di quel tempo,

che veramente si può e dee chiamare l'età dell'oro per la musica.

La maestria e la vera arte non consistono nel far monti di note e di

strani e ricercati accordi, ma nell'inventare motivi nuovi, graziosi,

adatti all'effetto che si vuole esprimere, e questi accompagnare con

accompagnamenti che gli aiutino, non gli soffochino. Il quale modo

di comporre, siccome di maggior effetto, così ancora di maggiore

difficoltà è; conciossiacosachè assai più difficile bisogna sia

l'inventar cose ideali, cioè i motivi (dono dato dal cielo a pochi) che

il raccappezzare cose corporee, cioè gli accordi. Di gran lunga maggior

numero di motivi nuovi, cui i maestri chiamano di prima intenzione, e

perciò maggiore difficoltà superata ed assai maggiore e più eccelsa

facoltà creatrice havvi nella sola Nina di Paisiello o nel solo

Matrimonio segreto di Cimarosa che in tutte le opere insieme anche del

più fecondo compositore de' giorni nostri. È vero che non vi è tanto

fracasso, cioè tanti mezzi meccanici; ma i divini dove sono? Questa è

una età pessimamente corrotta: nel morale vuole la forza, nella musica

il fracasso. I compositori sono diventati servi delle orchestre, le

quali sempre vogliono sbracciarsi per fare un gran romore e far vedere

che sanno sonare le difficoltà, ed eseguire il concerto, i cantanti

sono soffocati ed obbligati di strillare, ed il pubblico, che ha

perduto il cuore ed è divenuto tutto orecchie, applaude;.....

Altra è la musica istromentale, altra la vocale. La voce umana è la

vera e naturale espressione delle passioni; gli istrumenti sono mezzi

artificiali li quali possenti non sono se non in quanto imitano la

voce umana, e più o meno possenti sono, secondochè più o meno a lei

si avvicinano o da lei si discostano. Questa è la ragione per cui quel

gemere di violino ne fa uno strumento potentissimo. Onde non solamente

contro l'effetto fa, ma ancora contro natura chi con gl'istrumenti

soffoca la voce invece di secondarla ed aiutarla.

Io fui amico, ed egli a me, e molto me ne pregio, di un gentilissimo

maestro italiano. Compostasi da lui alcun tempo vera musica italiana,

piena di verità, di soavità, di grazia, come, per esempio, i suoi

bellissimi notturni sulle parole di Metastasio, una delle più

dolci cose che siano uscite da un cuore dolcissimo, si diede poi

a ingarbugliarsi con mescolare con eccessiva proporzione, musica

istromentale colla vocale. E Paisiello per Milano passando per andar

a Parigi ai cenni di Napoleone, sentita quella sua musica nodosa e

strepitosa, e, postagli la mano sulla spalla, gli disse: «Bonifazio,

lascia stare la musica tedesca.» (Il tarantino Anfione parlava della

musica vocale[2].) Il grazioso uomo mi disse con quella sua giovenil

voce che sempre ebbe: «Me la sono attaccata all'orecchio;» ma non se la

attaccò. Veramente il buon Bonifazio, oltre ad altre sue composizioni

alla tedesca, aveva composto la musica per un dramma a Torino, la

quale, malgrado di un gran miagolare di bassi che vi aveva fatto, non

ebbe alcun buon successo; felicissima vena, se mai una fu al mondo, e

veramente correggiesca, da un poco sano metodo di comporre guastata.

«La poesia e la prosa erano parecchie volte degenerate in Italia, e da

quasi cinque secoli avevano a più maniere di degenerazioni soggiaciuto.

La musica sola, da' suoi principii al suo apice gradatamente

ascendendo, sempre simile a sè medesima era proceduta, vero e sincero

frutto italico dimostrandosi. Tanto crebbe, che finalmente al punto

di perfezione pervenne, allor quando Cimarosa e Paisiello colle

loro mirabili melodie incantavano il mondo. Il secolo decimottavo

dopo il cinquanta fu per la musica ciò che il decimosesto fu per

la pittura, quando con le loro divine rappresentazioni Raffaello e

Michelagnolo pruovavano che la Grecia s'era in Italia trasportata. A

ciò contribuì Metastasio co' suoi dolcissimi versi, e, secondochè gli

affetti portavano, qualche volta ancora tremendi, ma pur sempre dolci.

Vincendevolmente i musici coi loro soavi o tremendi accenti al fare

di Metastasio ed all'imperio ch'egli sulle anime acquistato aveva,

contribuirono. Musica era la poesia di Metastasio, poesia la musica dei

napolitani maestri. Gli orfeiani miracoli si rinnovavano a quel tempo;

persino i sassi si muovevano, se per essi intendiamo i duri e silvestri

cuori.

«Quando io dico che la musica era a' quei dì alla sua perfezione

giunta, non intendo già che, rotte alcune consuetudini teatrali,

non si potessero impinguare le musiche delle opere drammatiche con

maggiore numero di pezzi di nervo; che ciò si poteva acconciamente ed

utilmente fare; ma solamente voglio dire che il metodo del comporre i

pezzi, che si usava allora, era il vero ed il più perfetto che si possa

immaginare, e che il dipartirsene è un andare verso la corruzione. Ciò

è così vero che nelle musiche meccaniche, che si odono e si ostentano

oggidì, e che sono veramente come il pesce pastinaca, che non ha nè

capo nè coda, o come quella testa d'uomo con collo di cavallo da Orazio

sul principio della sua poetica descritta, i pezzi che fanno maggiore

effetto e più nel cuore s'imprimono e più nella memoria si serbano,

sono appunto quelli che al fare dell'antica musica da noi rammentata

si ravvicinano ed in quello stile si ravvolgono. Il muovere i cuori

è il vero ufficio della musica, non quello di assordare le orecchie,

e perchè appunto il primo effetto può fare, fra le divine arti fu

collocata, ed i poeti le loro più alte composizioni incominciavano

cantando. I filosofi stessi immaginarono che le celesti sfere

muovendosi, suoni rendevano e concenti facevano.

«Il principal fine delle arti è veramente il muovere gli affetti, e

nissuna più gli muove e forse nemmeno altrettanto della musica. Per

me, oltre la dolcezza che ne pruovo, giudico della bontà di un pezzo

dal sentirmi mosso ad accompagnarlo col gesto, perchè allora veramente

espressione d'affetto è; che se a quel gestire invitato non sono,

subito concludo che quella non è musica, ma solamente rumore di corde o

fischio di legno. Io detesto coloro che vogliono disonorare la musica

col ridurla da un'arte liberale che ella è, ad un'arte meccanica. I

maestri sterili, cioè incapaci di trovar motivi nuovi, sono appunto

quelli che danno nel fracasso: manca in loro la divina favilla, e per

ciò fanno ciò che i venti sanno fare nelle elci cave.

«Tornando adunque al Metastasio, dico ed affermo ch'egli fu un

principale sostegno del gusto italiano, e che per lui stette che

l'italiana letteratura il suo naturale aspetto del tutto non perdesse

ed al basso ed allo straniero non scendesse e trascorresse.

«I soggetti che trattava, cavati i più dalla veneranda antichità,

facevano che la Grecia e l'antica Roma nella novella Roma risorgessero.

Al quale effetto eziandio con non poca efficacia conferivano gli

studii dell'archeologia che nella città regina sempre avevano fiorito e

tuttavia fiorivano. Chi non conosce le opere dell'immortale Visconti,

di quell'uomo singolarissimo che univa un giudizio sano con una

erudizione immensa, due cose che negli eruditi non sovente congiunte

si vedono, stante che questo genere di letterati sono per l'ordinario

creduli nella fantasia che gli tocca?

«Oltre i vestigii dell'antica Roma, che la nuova ancora adornano, e

lo zelo con cui il Visconti ed i suoi compagni ed allievi questa parte

della scienza coltivavano, a maggior ardore sollecitavano gli studiosi

di lei le scoperte che in Ercolano si andavano facendo. Risuonava

in ogni luogo il grido della città sepolta e dissepolta, ed a quella

parte con somma avidità s'indirizzavano gli animi, studii certamente

innocenti ed utili, poichè a pacatezza ed a grandezza tendevano ed

invitavano. Napoli, il cui suolo tante ritrovate ricchezze in questo

genere versava, non pretermise di coltivare la scoperta vena, anzi

con tutte le forze l'esplorò e l'avanzò. Oltre le munificenze regio

che alle spese dei lavori sopperivano, il re, a ciò muovendolo il

Caracciolo, il quale, nel 1786, era stato richiamato dalla Sicilia per

reggere in Napoli la segreteria degli affari esteri, aveva nel 1787

ordinato che fosse ritornata in pristino l'antica accademia d'Erodano,

chiamandovi uomini egregi per zelo e per dottrina, l'abbate Galiani,

Niccolò Ignarra, Mattia Zarillo, Giambatista Basso Bassi, Francesco

Lavega, Francesco Daniello, Emmanuele Campolongo, Domenico Diodati,

Saverio Gualtieri, Michele Arditi, Andrea Federici, Gaetano Carcani,

Saverio Mattei, Carlo Rosini, e quel Pasquale Baffi, che, dodici anni

dopo, tratto da questi studi pacifici a più tempestose cure, fu poi

specchio di tanta virtù e segno di così estrema disavventura. Il re

dolcemente parlò nel preambolo del suo decreto: desiderare, disse,

procurare ai suoi popoli ogni sorta di beni e di vantaggi, nè in altro

migliore modo saper ciò fare che col dar favore alle scienze ed alle

belle arti. Con queste dolcezze si preambolava in quelle volcaniche

terre ai crudi ed orrendi spettacoli che poscia le spaventarono ed

insanguinarono.

«Terza colonna del buon gusto italiano fu Carlo Goldoni. Quest'uomo

insigne parlava al popolo colle sue commedie scritte in istile

semplice e chiaro, il quale, abbenchè non sia notabile per eleganza

toscana, è nondimeno generalmente scevro dalla infezione forestiera.

Grande energia non aveva, nè di sali abbondava, o piuttosto i suoi

sali erano senza punte; perciocchè i motti ed i frizzi non possono

sorgere da quella lingua generale italiana ch'egli usava, ma solamente

da un dialetto. Ma molto maestrevolmente sapeva ei condurre le

passioni, e stringere e sciorre i nodi delle sue commedie. Siccome

tutto è naturalezza in lui, così venne in fastidio altrui quando

le esagerazioni dei grandi lanciatori di sentimenti e le caricature

flebili dei romanzieri inondarono il teatro. Ma stante che questa era

una malattia fuori di natura, fugace fu l'invasamento, ed odo con somma

contentezza che le commedie del Goldoni sono novellamente divenute care

al popolo italiano; il che veramente è segno di guarigione.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 24 / 99 段