pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime o poco
dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva, ed ai principi
massimamente, che le dottrine che in Toscana prevalevano, non solo la
disciplina ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla libertà
ed alla indipendenza da' romani pontefici restituissero. Perlochè con
piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con calore si
difendevano. Ma nel regno delle Due Sicilie erano alcuni particolari
motivi per cui le medesime dottrine, che suonavano parole tanto
gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo
più volonterosamente ed accettate e difese. Da quanto si è venuto ne'
precedenti anni discorrendo si vede che colà pure i medesimi tentativi
si facevano che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa alla
disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore, come si disse, a
cagione delle controversie politiche con Roma. Composte aveva Pio VI,
al cominciamento del suo regno, o almeno acchetate le controversie
che sussistevano colla corte di Napoli; ma ben tosto si rinnovarono
più ardenti, e forse contribuì ad accenderle l'intolleranza del nunzio
pontificio, il quale ancora in quest'anno in Napoli trovavasi. Perdette
Roma il tributo della chinea, nè giovarono a ristabilirlo le erudite
allegazioni del cardinale Borgia ed altri scritti d'ordine della romana
corte pubblicati; ed il cardinale Buoncompagni, a Napoli spedito per
rivendicare almeno in parte il diritto di nomina ai vescovadi del regno
che quel sovrano erasi arrogato, nulla potè ottenere. Sembrava che la
corte volesse liberarsi da quella specie di tutela sotto la quale i
precedenti pontefici aveanla tenuta: scritti giurisdizionali fortissimi
pubblicavansi in quel regno, ed apertamente attaccavasi la pontificia
autorità; nè quelle contese cessarono se non allorchè un più importante
avvenimento, il cominciare, cioè, della rivoluzione di Francia, tutta
attrasse ed assorbì l'attenzione dell'Europa; vorticoso nembo che già
ci si vien facendo sopra.
Anno di CRISTO MDCCLXXXVIII. Indiz. VI.
PIO VI papa 14.
GIUSEPPE II imperadore 24.
Comincia quest'anno colle convulsioni della natura che desolarono gli
Stati del pontefice. Rimini varie scosse ne sentì successivamente,
a brevi intervalli, una più forte dell'altra. Scrollarono molti
edifizii, e quelli che in piedi rimasero davano nelle soffitte e nelle
pareti segni della potenza del terremoto; chiese e palagi, oggetti
spaventevoli di compassione. Gli abitanti atterriti e dal terrore
inseguiti, fuggiano per le piazze, uscian dalla città all'aperta
campagna, asilo cercando anche dove men sicuro asilo era. Molti caddero
vittima del disastro. Lungo tempo i tremebondi Riminesi soggiornavano
sotto le tende, anche nelle crude notti dell'invernal stagione. E Pio
VI, padre e signore, ad accorrere in sollievo de' suoi sudditi, de'
suoi figli, inviando loro non meno pronti che generosi soccorsi.
I due vulcani di Napoli e di Sicilia, se colle eruzioni straordinarie
non cagionarono grandi danni, sommo spavento destarono. Nell'Etna fu
maggiore che non nel 1779: l'arena e le pietre caddero sino sulla città
di Messina, sulle campagne adiacenti, su quelle dell'opposta Calabria,
sopra tutte le isole circostanti, e sino in Malta. Nè il Vesuvio volle
esser da meno: nel tempo stesso cominciò a gettar fiamme, e scorrendo
la lava lateralmente nel vallone che divide quella montagna dall'altra
di Somma, portò il terrore nell'anima degli abitatori della più
deliziosa parte dell'Italia.
Volle il re di Napoli mettere in piedi una rispettabile marineria:
trentadue legni da guerra, tra navi, fregate, corvette, brigantini e
galeotte, senza contare gli sciabecchi, gli ebbe costruiti ne' due
arsenali di Napoli e Castellamare, trovandosi egli continuamente
presente ad affrettare ai lavori.
Con queste forze gli venne fatto di reprimere le piraterie dei
Barbareschi che pareva avessero preso di mira particolarmente i legni
mercantili napoletani. Erano coloro in quest'anno usciti a corseggiare
più forti e più numerosi del solito, sotto pretesto di doversi, come
tributarii, unire alla flotta ottomana contro i Russi. A maggior
sicurezza, il re conchiuse un trattato di commercio e di navigazione
coll'imperatrice Caterina II, soprattutto pei porti russi sul mar Nero,
co' quali erasi stabilito un traffico proficuo ad ambe le nazioni.
Nè soli i Barbareschi abusavano dell'occasione della guerra tra i
Turchi ed i Russi, onde insultare persino quelle nazioni colle quali
erano in pace le loro reggenze; meno non ne abusavano alcuni altri
Europei, dandosi alla pirateria con bandiera russa. Se non che, a porvi
un argine, sorse Caterina con provvidenze opportune; e la repubblica
di Venezia, però che non erasi ancor potuta conchiudere coi Tunisini
la pace, faceva dal suo capitano delle navi Angelo Emo, di cui abbiam
detto, battere colla poderosa sua squadra di ottanta legni armati
le acque del Mediterraneo, perchè rispettata fosse la veneziana
neutralità, protetto il commercio, tolto di mezzo qualunque disordine.
A dì 31 di gennaio passò di questa vita in Roma, nell'età di
sessantasette anni, Carlo Odoardo della regal casa Stuarda, figliuolo
di Giacomo III e nipote di Giacomo II, re d'Inghilterra, della cui
impresa, a ricovrare il regno intesa, il sommo Muratori espose le
vicende nell'anno 1745.
Anno di CRISTO MDCCLXXXIX. Indiz. VII.
PIO VI papa 15.
GIUSEPPE II imperadore 25.
Nuova era apresi in quest'anno alla storia. Prima però di chiudere con
adequato discorso quella che sin qui trascorremmo, e di apparecchiarci,
colla esposizione dello stato d'Italia nel punto dal quale partiremo
per percorrere la novella, vogliamo notare in questo luogo alcun fatto
di minore importanza, ma che tuttavia merita d'essere ricordato in
questi Annali.
Fece molto parlare di sè sul finire di quest'anno un uomo singolare;
vogliam dire il conte Alessandro Cagliostro. Sotto di questo nome
un avventuriere si è acquistata non tenue celebrità. Non è noto
particolarmente che per alcuni libelli, sempre sospetti di parzialità,
e pel processo fattogli a Roma. Ma l'ignoranza e le contraddizioni de'
compilatori non permette di credere ad essi gran fatto maggiormente.
Comunque sia, riferiremo succintamente i principali fatti narrati nel
processo. Cagliostro nacque, dicono, a Palermo, il dì 8 di luglio
1743, da genitori di mezzana condizione, ed il suo vero nome era
Giuseppe Balsamo. Dopo una gioventù burrascosa non poco, e dopo molte
gherminelle, come quella che fece ad un orefice nominato Marano, al
quale cavò sessanta oncie di oro colla promessa di dargli un tesoro
sotterrato in una grotta, custodita dagli spiriti infernali, lasciò
la sua città natia, e cominciò a viaggiare. Visitò successivamente la
Grecia, l'Egitto, l'Arabia, la Persia, Rodi, l'isola di Malta, ed in
quei viaggi strinse amicizia col dotto Althotas, ch'egli ci ha dipinto
come il più saggio degli uomini; ma lo perdè a Malta, dove fu bene
accolto dal gran maestro che gli diede commendatizie per Napoli. Di
Napoli andò a Roma. In questa città conobbe la bella Lorenza Feliciani,
colla quale si unì in matrimonio. Da Roma gl'inquisitori della sua
vita gli fanno scorrere pressochè tutte le città d'Europa sotto i nomi
diversi di Tischio, di Melissa, di Belmonte, di Pellegrini, d'Anna, di
Fenice, di Harat e di Cagliostro, vivendo ora del prodotto delle sue
composizioni chimiche, ora di giunterie, più sovente del vergognoso
traffico che faceva delle bellezze della sua sposa. L'apparizione
più brillante di questo personaggio singolare fu quella che fece a
Strasburgo ai 19 di settembre 1780. Sarebbe difficile l'esprimere
lo entusiasmo ch'egli destò in quella città e di far conoscere i
moltiplicati atti di beneficenza onde parve che lo giustificasse.
La Borde non conosce termini abbastanza forti per dipingere il conte
Cagliostro. Nelle sue Lettere sulla Svezia, ei lo qualifica come uomo
ammirabile per la sua condotta e per le sue vaste cognizioni. «La
sua fisonomia, dice, annunzia lo spirito, esprime l'ingegno; i suoi
occhi di fuoco leggono nel fondo degli animi. Sa pressochè tutte le
lingue dell'Europa e dell'Asia, la sua eloquenza sorprende e rapisce,
anche in quelle cui parla men bene.» «Ho veduto, prosegue dicendo,
questo degno mortale in mezzo ad una sala immensa, correre di povero
in povero, medicare le schifose piaghe di tutti, mitigarne i mali,
consolarli colla speranza, dispensar loro i suoi rimedii, colmarli di
benefizii, alla fine caricarli de' suoi doni, senz'altro scopo fuor
quello di soccorrere l'umanità sofferente. Tale spettacolo incantatore
si rinuova tre volte ogni settimana; più di quindici mila infermi gli
devono l'esistenza.» A sì fatte testimonianze di La Borde si possono
aggiungere le lettere scritte al pretore di Strasburgo nel 1783 da
Miromesnil, da Vergennes, dal marchese di Segar, colle quali si chiede
l'appoggio dei magistrati in favore del nobile straniero, ne' termini
più favorevoli per esso. Tali tratti, è d'uopo confessarlo, non si
confanno colla orrida pittura che di Cagliostro ha fatto l'autore
della sua Vita, il quale lo mostra come l'infimo de' mariuoli ed il più
abbietto degli uomini. Ai 30 di gennaio 1785 il conte di Cagliostro,
che aveva già fatto un viaggio a Parigi, ritornò in essa capitale ed
alloggiò nella via San Claudio presso il baloardo. In quell'epoca si
tramava, o piuttosto, come dice egli medesimo, era già nata la famosa
baratteria della collana. Gl'intimi vincoli del conte col principe
Luigi di Roano, fortemente implicato in tale faccenda, dovevano fargli
temere per la sua propria libertà; ma fatto forte della sua innocenza,
s'oppose alle istanze de' suoi amici, i quali lo stimolavano a lasciar
Parigi. In fatti venne arrestato il dì 22 di agosto e chiuso nella
Bastiglia. La contessa di La Motte l'accusò «d'aver ricevuto la collana
dalle mani del cardinale, e di averla fatta in pezzi onde ingrossarne
l'occulto tesoro d'una facoltà inudita.» La accusa era un assurdo.
Cagliostro rispose con una memoria che fu dai Parigini ricevuta con la
sollecitudine che inspirava il personaggio. In tale memoria, di cui
si attribuisce la compilazione ad un magistrato celebre, Cagliostro,
senza appagare pienamente la curiosità del lettore, esce in alcuni
tratti del romanzo della sua vita, e dà ad intendere che la sua
nascita, quantunque sconosciuta, è illustre. Cita, affermando di
averli frequentati, i personaggi più eminenti dell'Europa, ed invoca
la loro testimonianza: nomina i banchieri che in tutte le città gli
somministrarono denaro, ma senza far conoscere la sorgente delle sue
ricchezze. La sentenza del parlamento del 31 di maggio 1786 assolse
il principe Luigi e Cagliostro dalle accuse contro di essi intentate;
ma entrambi furono esiliati. Cagliostro si ritirò in Inghilterra ivi
soggiornò circa due anni; passò da Londra a Basilea, indi a Bienne,
ad Aix, in Savoia, a Torino, a Genova, a Verona, e da ultimo andò
a Roma, dove fu arrestato il 27 di dicembre del presente anno e
trasferito nel castello Sant'Angelo, in un con sua moglie. Volendo
qui dire quant'è da dirsi di costui: gli fu fatto il processo e venne
condannato a dì 7 del mese di aprile 1791, siccome in esercizio
di libero muratore. La pena di morte, a cui era motivo siffatto
delitto, fu commutata in una prigione perpetua. Dicesi che sia morto
l'anno 1795 nel castello di San Leo. Sua moglie era stata anch'essa
condannata a perpetua clausura nel convento di Sant'Apollinare.
Furono spacciate sul conte Cagliostro parecchie favole, le quali altro
fondamento non hanno che la preoccupazione o le opinioni particolari
di chi le ha divulgate, gli uni lo tengono per uomo estraordinario,
per un vero facitor di prodigii; altri non veggono in lui che un
accorto ciarlatano. Gli si attribuiscono cure maravigliose e senza
numero; sembra nulladimeno evidente che il suo sapere in medicina
fosse estremamente limitato. Ugualmente che tutti i partigiani delle
dottrine ermetica e paracelsica, faceva grand'uso d'aromi e di oro.
Fu Cagliostro, caduto sotto le investigazioni della inquisizione, fu
tenuto per membro dei muratori templarii, ed attribuita la continua sua
opulenza ai moltiplici soccorsi che dalle diverse logge dell'ordine
gli provenivano. L'autore già citato della sua vita gli dà il vanto
dell'instituzione d'una società di muratori che si dicono egiziani,
la quale, s'egli fedelmente la avesse descritta, non sarebbe stata
che una meschina ciarlataneria, inetta a trappolare un istante l'uomo
meno assennato. Una pupilla o colomba, cioè una fanciulla nello stato
d'innocenza, messa dinanzi una caraffa, ma riparata da un paravento,
otteneva per la imposizione delle mani del gran cofto, la facoltà di
comunicare cogli angeli, e in quella caraffa vedeva qualunque cosa
volevi che vedesse. Finalmente uno scrittore de' nostri giorni, l'abate
Fiard, non dubitò di far Cagliostro uno spirito del tenebroso impero e
di associarlo con Mesmer, Pinetti, ed altri, all'infernale coorte. Il
cavalier Bossi, nella sua Istoria d'Italia, dopo esposte e confutate
le opinioni che intorno a Cagliostro correvano, conchiude: «Certo
è che giudicato fu egli secondo le massime del santo ufficio, e reo
supposto di avere sparso erronee opinioni e praticati gl'insegnamenti
delle scienze occulte, fu condannato a morte...... sebbene osservassero
alcuni che commesso non avea delitti, nè sparse tampoco le opinioni
condannate, nel territorio di coloro che costituiti si erano suoi
giudici.»
Morto in quest'anno il doge di Venezia Paolo Renier, gli fu dato
a successore Lodovico Manin, cavaliere e procurator di san Marco,
stato podestà di Vicenza, di Verona, di Brescia, e mostratosi nelle
magistrature interne d'indefessa attività e di vivo zelo pel pubblico
interesse fornito. Se nel suo particolare gli venne data nota di tanta
parsimonia che mal si addiceva alla sua opulenza, però che fosse il più
ricco uomo di Venezia, nelle pubbliche rappresentanze spiegò l'apparato
più nobile e più pomposo della magnificenza e della grandezza. Notarono
gli oziosi che de' cento venti dogi che a Venezia furono, il primo e
l'ultimo portarono lo stesso nome di Paolo, non volendosi nella serie
contare il Manin, che nella dignità in fatti non morì, avendo veduta
la caduta dell'insigne repubblica, e mancato poi a' vivi privato e da
parecchi negletto.
Ed eccoci alla nuova era storica, della quale abbiam detto in principio
del presente anno. Se non che, prima d'entrare nel difficile arringo
ne pare di dover chiudere il tratto sinora percorso con opportuno
discorso sulle scienze e sulle lettere, non che sulle arti, che sì
gran parte sono della gloria d'Italia nostra. Un celebrato storico
diede di queste parti un suo giudizio, nel quale, sebbene in tutto
non consentiamo, crediamo però pregio dell'opera il presentarlo tale
e quale ai nostri lettori, i quali, se in qualche luogo il troveranno
disforme dalle sentenze che in proposito sono corse, bel campo avranno
a quei raffronti, a quelle disposizioni, a que' paralleli da' quali
l'istruzione risulta. Dice egli adunque:
«Nessuna età mai promise tanta felicità agli uomini quanto il secolo
decimottavo, prima che una feroce tempesta lo turbasse. Quanto fra gli
uomini di utile, di grazioso, di grande si trovava, tutto allora era o
si travedeva. Le volontà benevole, gl'intelletti illuminati, le lettere
in onore, le scienze in progresso. Dirò brevemente di ognuno di questi
fonti di beneficenza e di gloria. I nostri figliuoli, conoscendo l'aria
prima che respirammo e quali fummo e ciò che volemmo, non saranno,
credo, verso i loro padri di gratitudine avari.
L'Italia per le scienze naturali a nissuna delle nazioni che più le
coltivavano era inferiore, ad alcune superiore. E per parlare della
Francia specialmente che allora per questa parte dell'umano sapere più
d'ogni altra aveva onorata nominanza, sotto certi rispetti l'Italia
le cedeva, sotto altri la superava. Cedevale per lo splendore e per
l'eloquenza; il grande Buffon in questa parte chi eguagliare potrebbe?
Superavala per l'indagine scrupolosa, per l'esattezza delle ricerche,
contenti gl'Italiani di dire agli altri ciò che la natura diceva loro,
e temperandosi dai commenti; sistemi ed ipotesi, della cui fugace
indole già insin dai tempi suoi quel famoso italiano, a cui niuno fu
eguale, parlò, dico il buono, dotto ed eloquente Cicerone. Ciò che
io qui affermo, ad ognuno sarà manifesto che vorrà considerare, quale
Buffon e quale Spallanzani fossero. Dottissimi ambedue e diligentissimi
scrutatori della natura, venerandi ambedue sacerdoti della scienza,
ma uno dedito più all'immaginazione che all'osservazione, l'altro più
a questa che a quella, onde il tempo che sa bene scerner la realtà
dalle chimere, non poche cose riformò nelle opinioni del naturalista
franzese, poche o nissuna in quelle del naturalista italiano. Ma
sebbene non mediocri pregi d'eloquenza Spallanzani avesse, a niun
modo il suo fare si potrebbe paragonare con quel largo fiume che
spandeva con la sua inimitabil penna colui, cui tutte le nazioni
onoravano, cui la morte si pianse con universale cordoglio, cui la
memoria tanto valse nei cuori irritati dei nemici della Francia,
nel 1814, che Swartzemberg, che gli guidava, mandò spontaneamente
salvaguardia al piccolo Monbard, solo perchè stato era seggio di colui,
cui, benchè morto fosse, credeva degno di arrestare armi ed armati.
Potenti ossa di Buffon, pacifica vittoria, memorando temperamento dai
furori guerreschi, ugualmente onorevole e per chi l'inspirava e per
chi l'ordinava! I cannoni di Napoleone perdevano, le ossa di Buffon
vincevano.
«Buffon abbelliva, Spallanzani diceva semplicemente: _La cosa sta
così_: ma l'uno certamente e l'altro onore delle loro patrie, ornamento
del mondo. Io veramente ammiro nel naturalista, cui Scandiano produsse
e Pavia albergò, il genio italiano che, ancorchè abbondi di fantasia,
di verità pure e di realtà si pasce.
«Il lume della fisica primieramente in Italia tanto splendeva quanto
presso ad alcun'altra nazione, e forse per certe parti di lei, come,
per cagion d'esempio, l'idraulica e la meccanica, era ita più avanti.
Forse ancora per la elettricità, massimamente per le fatiche del padre
Beccaria, professore in Torino, ebbe più profonde e più sane nozioni di
qualunque altra, ricevuti ciò non per tanto i primi semi dall'estero.
«Ciò sulle prime, ma poscia tanto si innalzò che le altre nazioni
a' suoi fonti vennero abbeverandosi. Il caso fece trovare a Galvani
un fecondo pensiero; egli stesso colle sue sollecite investigazioni
il fecondò. Levossene un alto grido nel mondo. L'inventore credè che
fosse una legge animale e che perciò più a fisiologia che a fisica si
appartenesse. Ma era uscito da Como un sublime ingegno che a fisica
lo rivocò, dimostrando che gli effetti prodotti sugli animali altro
non erano che una parte, una derivazione della generale fisica legge.
Dire quanto pensasse e quanto scrivesse Volta impossibile sarebbe
alla mia stanca e tarpata penna; ma mi consolo pensando che bisogno
non è ch'io lo dica. Qual parte della terra v'ha che nol sappia e nol
dica e maraviglia non ne senta? Per Volta l'Italia andava nell'impero
delle scienze ogni giorno alcuna conquista facendo: il suo nome stesso
nel possente stromento impresso farà memoria nelle future età, quanti
miracoli un modesto uomo, imperocchè tanto modesto fu Volta quanto
ingegnoso e dotto, scoprisse nel chiuso seno dell'arcana natura, ed ai
maravigliati ed attenti uomini gli rivelasse.
«Se delle scienze matematiche vogliamo parlare, si vedrà che, tacendo
anche di tanti altri che a Pavia, a Firenze, a Roma, a Napoli ed a
Palermo fiorivano, il solo Lagrange dimostrava, che per la scienza
delle quantità astratte l'Italia non era sfruttata e degna ancora
appariva di quella regione di cui erano usciti Galileo e Sarpi. Nè
di Gugliemini tacerò, il quale trovò modo di pruovare con fisico
sperimento che la terra si muove.
«Quanto alle scienze chimiche, il cui imperio tanto incominciava a
dilatarsi innanzi che sorgesse il sole dell'ottantanove, gl'Italiani
più dagli altri impararono che agli altri insegnassero, quantunque
valenti chimici fra di loro a Torino, Pavia, Venezia e Napoli
sorgessero. La Francia in questa parte splendeva di un lume, senza
pari, e i nomi di Lavoisier, Berthollet, Fourcroy, Guyton-Morveau
saranno immortali.
«Ma non è senza opportunità il notare in questo luogo che se uomini
sommi allora la feconda Francia illustravano, veri e santi oracoli
del mondo, nella scienza che....... compone, scompone e ricompone le
sostanze, il volgo correva dietro cupidamente alle pazzie ed alle
chimere di un Cagliostro, di un San Martino e di un Mesmer. Questi
credeva con le boccette del primo di poter vivere almeno trecento anni;
quest'altro teneva per fermo di poter leggere, come si diceva di San
Martino, a trapasso di muro; un terzo finalmente, di Mesmer seguace,
con un poco di sale rotto in una bigoncia, e con certi alti smorfiosi
fatti da un impostore, si persuadeva di poter guarire da tutte le
malattie. Ed ecco un altro sicofanta, o sicofantessa che si fosse,
che conosceva e guariva tutti i mali solo con guardare le orine e far
dal suo tripode ricettacce, dopo di averle guardate. Ciò succedeva in
Parigi, e sì che si vedevano concorrere alla porta della sicofantessa
ogni mattina uomini e donne, cocchi e barelle con le ampolluzze e con
gli utelli pieni di orina per farla vedere alla pitonessa e portarne
poscia a casa i precetti. Queste materie poco si videro in Italia e non
vi fecero frutto, e la cagione si è che i Parigini sono tutto Ateniesi,
graziosi uomini in verità, mentre negl'Italiani, sebbene anch'essi
sappiano dell'Ateniese, c'è mescolato un po' di Spartano, voglio
dire che amano ragguardare dentro la midolla delle cose. Poi sono più
maliziosi, e sanno bene squadrare e guardare in viso gl'impostori.
«Le scienze morali seguitavano in Italia l'inclinazione comune, con
più felici augurii a miglior stato avviandosi. Una gran differenza ciò
non per tanto si osserva tra quanto vi succedeva in questo proposito e
ciò che in altri paesi si vedeva; questa era che quegl'Italiani stessi
che ardentissimi erano nel risecare dalla pianta religiosa ciò che
d'eccessivo e d'illegittimo vi aveva......... aggiunto, persistevano
però nelle credenze cattoliche lontani dagli scherni e dall'incredulità
che altrove regnavano. Volevano un'emendazione, non una distruzione.
«Le scienze economiche spiegavano pure anche esse i loro fiori nella
bene generativa penisola. Della quale cosa ognuno sarà persuaso, se
vorrà avvertire agli utili scritti di Genovesi e Galiani di Napoli e di
Fabbroni di Firenze. Questi alti ingegni, del bene comune aumentatori,
eziandio si differenziavano da certi economisti forestieri; perciocchè
non a chimere impossibili a ridursi in pratica nè ad astruse teorie
andavano dietro, ma cose palpabili trattavano e che, se vere erano in
ragione, utili erano anche in esperienza. Oltre a questi maestri per
iscritto, era allora in Italia un economista pratico che quanto essi
nelle loro benefiche lucubrazioni pensavano riduceva all'atto, e questi
fu Leopoldo di Toscana. Seppelo la Toscana stessa, che a più fiorente
stato pervenne.
«Sommo, anzi singolar pregio della Italia a que' tempi fu la scienza
della penalità, merce di quel........ mandato fuori da Beccaria.
Chi la umanità ama, chi ama la giustizia, debbe con perpetue lodi
innalzare quest'uomo immortale. La Italia l'onorò, l'onorarono le
nazioni forestiere, e da lui tutte riconobbero un bene immenso fatto
nella parte più cruda e terribile dell'umana legislazione. Orrende
piaghe sanò. Quattro grandi lumi, oltre i minori, splendevano allora
in Italia, uno in Napoli, uno in Firenze, un terzo in Milano e Pavia,
un quarto in Parma. Quelle erano veramente scuole patrie, quelli sodi
beneficii, che tutto l'edificio sociale con amica luce rischiaravano,
fecondavano, miglioravano. Così voleva allora il cielo che seguisse.