rimostranze al console veneziano; ma ossia che sentisse la debolezza
delle sue ragioni e gli imponesse la forza della repubblica, oppure
che qualche altro motivo il consigliasse, si tacque, nè finchè visse
parlò di tali sue pretensioni. Ma, morto lui, il figliuolo che gli
succedette le mise di nuovo in campo, e dichiarò al console che si
sarebbe rotta la pace, se a lui ed a' suoi sudditi data non fosse
intiera soddisfazione. Ed insistendo il dey con tutta la tenacità
nel suo proposito, determinò la repubblica d'inviargli, per farla
finita, il suo capitano delle navi con proposizioni ragionevolissime e
coll'aggiunta di regali per la sua esaltazione. Ma questi sentimenti di
moderazione per parte della repubblica non fecero effetto; che anzi il
dey, invece di prestarsi ai termini di giustizia ed equità, produsse
nuove pretensioni, fra le quali una era quella che altri Tunisini
domandavano risarcimento di certi effetti che trovavansi sopra un
bastimento veneziano saltato in aria nel porto di Tunisi, avendovisi
appreso fortuitamente il fuoco.
Per quanto incompetenti, irragionevoli ed ingiuste cotali pretensioni
fossero, non uscivano dal circolo dell'insaziabile avidità della
barbara nazione che le metteva in mezzo, nè dai principii da essa
professati, che la forza sia la suprema ragione e giustizia in ogni
cosa. Intanto eccessi di un'altra natura ferirono direttamente la
dignità della repubblica. Non solo rovesciarono coi modi più insultanti
gli stemmi del veneziano consolato, ma e il suo capitano delle navi
spedito a Tunisi e la sua comitiva durarono molta fatica a sottrarsi
al tumulto della plebe, che furibonda gl'inseguiva nel momento che
tornavano alle navi. Abbattere lo stemma, insultare il pubblico
messo ed intimarsi solennemente dal dey alla repubblica la guerra fu
tutt'uno.
Sdegnato il senato all'iniquo modo di procedere, elesse a capitano
straordinario delle navi il cavaliere Angelo Emo. Quest'uomo sommo, ben
a ragione chiamato l'ultimo de' Veneziani, ricreatore della veneziana
marineria, salpò con breve flotta dalla patria nel precedente anno, a
Cattaro ed a Corfù rinforzandosi di legni da guerra, di soldati e di
gente di mare. Giunto colla sua squadra a Tunisi, s'impadronì subito
d'una tartana armata e riccamente carica ai Tunisini appartenente; e
quindi, esaminati i luoghi della costa, lasciò l'almirante a bloccare
l'ingresso principale del porto, ed ei coi rimanenti legni si volse a
bombardare Susa, città sessanta miglia da Tunisi discosta. Il vivissimo
bombardamento, per diciassette giorni e diciassette notti continuato,
atterrò molti e i più notabili edifizii della città, molti pure
spegnendo dei suoi difensori ed abitanti, sagrificati alle ostinate
barbarie del dey, che non volle la rinovazion della pace.
Avendo la veneziana squadra svernato a Trapani, tornò in quest'anno
dopo la metà di luglio sulle coste d'Africa, ripigliò il bombardamento
di Susa che durò sino al 4 di agosto, non permettendo il mare sempre
agitato di spingere più innanzi le guerriere operazioni, ed i bassi
fondi anzi consigliando a portare altrove lo sforzo. Giace sulla costa
di Barbaria, entro il golfo di Zerbi, la città di Sfax, dipendente dal
regno di Tunisi. Benchè circondata da bassi fondi che non permettono
di accostarvisi ai vascelli da guerra, benchè alcune isole sorgan
fra quelli che più pericolosa ne rendono la navigazione, benchè sino
allora avessero cotali ostacoli impedito ai legni delle altre potenze
di penetrare in quel ricinto, Emo tentò di conquiderla, ancorandosi
in distanza, e di quivi slanciandole contro più di cinquanta bombe,
che, cadendo per la maggior parte entro le mura, insegnarono per la
prima volta a que' barbari a temere pur essi que' globi fulminanti da'
quali si credeano sicuri. Ma non corrispondendo l'effetto pienamente
alle mire del comandante, pensò altra via di tornar loro del tutto
vano lo schermo di quella sirti, da' proprii navigli, congiungendone
le vuote botti, traendo, novella sua invenzione, un navile atto a dar
sui _querquenci_ e sulle secche il saggio e l'esempio di quel modo di
marittima offesa contro le rocche in terra, che, imitato poi e tratto a
termini di grandezza per mezzi infinitamente maggiori dal lord Exmouth
sotto Gibilterra, riuscì nondimeno a quella stessa fine, con immenso
apparato di forze, a cui Emo con forze tanto rimesse e parche il
condusse, di vincere no o distruggere que' corsali, ma di rintuzzarli.
Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per
l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamente fare al dey
grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come
la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto
che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore,
qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto
senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere
all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse
a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando
il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la
squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere.
A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata
la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per
attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una
tregua di quaranta giorni.
Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace,
escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per
le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre
per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto;
che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il
senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora
mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe
potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per
saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente
minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga.
E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della
continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi
ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo
in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro!
che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in
Angelo Emo fosse, e qual giudizio di lui era per dare la storia che i
giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi
e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato
della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che
quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli,
di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed
in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità
ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più
ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo
specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente
palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la
vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo
era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta
saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima
spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel
guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e
dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.»
(_Castelli._)
Anno di CRISTO MDCCLXXXVI. Indiz. IV.
PIO VI papa 12.
GIUSEPPE II imperadore 22.
Abbiam detto di quello che Leopoldo granduca di Toscana volea
fare; ora è d'uopo toccare quello ch'ei fece. Questo principe, il
quale, al dire d'uno storico esimio, non si potrà mai tanto lodare
che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità de'
popoli una mente sana congiunta con un animo buono e tutto volto a
gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare e torbido,
Licurgo un governo popolare e ruvido, Romolo un governo soldatesco e
conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce e pacifico, tanto
più da lodarsi dell'aver concesso molto quanto più poteva serbar tutto.
Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate,
incomode, improvvide, siccome quelle che in parte erano state fatte ai
tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori
di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le
quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel
contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche o nissune generali.
Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze
di affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare
a posta de' ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori
inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli o insufficienti,
un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo
pestilenziale, possessioni mal sicure, debito pubblico grave, dazii
onerosissimi.
A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o
superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle
regalie, togliendo in tal modo qualunque prerogativa che sottraesse ai
tribunali ordinarii quelle cause che percuotevano l'interesse della
corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; li rendè liberi nel
governo dei loro beni, diede loro facoltà non solamente di esaminare,
ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze
per modo che il corpo loro venne a formare nel granducato a certi
determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a
ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a
grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.
Soppressi adunque i privilegii individui e i fori privilegiati, corpi
e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali
furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali
annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena
di morte, abolì la tortura, il crimenlese, la confisca dei beni,
il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale
istanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa;
restituirssersi i contumaci alla intregrità delle difese; del ritratto
delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si
formasse un deposito separato a beneficio di quegli innocenti che
il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta
alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che
per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa
maravigliosa, un fisco che dava invece di togliere; le pene stabili
proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere
un novello codice toscano all'auditor di ruota Vernaccini ed al
consigliere Ciani, uomini l'uno e l'altro, i quali non solo volevano
e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste
faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri
dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare che la miglior legislazione
che sia è quella dei tempi barbari.
Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una
vita felicissima dopo le novità di Leopoldo: i costumi non solo buoni,
ma gentili; i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le
prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già
aveva dato al mondo tanti buoni esempi, venuta in podestà d'un principe
umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo che
nè il governo maggiore sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità
desiderare.
A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di
Leopoldo rispetto all'agricoltura ed al commercio. Rendè i coloni
liberi dalle vessazioni, le terre dalle servitù, moderò la facoltà
di instituir fidecommissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio,
onde fu distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui
veniva impedito ai possessori ed ai coloni di cingere di stabili
difese i terreni, e costretti erano a lasciarli in preda al bestiame
inselvatichito, con grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero
da questa provvisione effetti notabilissimi, che e le ricolte si
migliorarono, ed i bestiami si addomesticarono.
Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti
ai popoli e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative
ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite
e del ferro; a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui
contratti, e la regalia della carta bollata si moderarono. Sapevasi
Leopoldo che tutte queste riforme avrebbero diminuito le entrate
dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più
che il vantaggio del fisco. Ciò non ostante, assai meno diminuirono
che s'era creduto; perchè la prosperità del paese e la più attiva
circolazione dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte
quello che si perdeva. Mirabile argomento che la prosperità dei popoli
prodotta dallo svincolo, non la gravezza delle imposte, è la maggior
fonte che sia della ricchezza dell'erario.
Si aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali
scavati, porti e lazzaretti o nuovi o ristorati, fatto sicuro a Livorno
agli esteri lo esercizio della religione, aboliti i corpi delle arti e
le matricole, surrogati agli impedimenti premii, facilità ed esenzioni,
massime in benefizio delle arti della seteria e del lanificio, parti
essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà delle tratte,
mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò che se il
provento loro in Toscana montò, nel 1780, solamente a libbre cento
sessantatre mila cento settantotto; montò nel 1789, diciamlo in questo
luogo, a ben trecento mila.
Ma, per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo
lo migliorò d'assai migliorando la condizione dei coloni, ma rendè
ancora coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano
incolte. Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed
ubertose terre; così in gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le
frontiere del litorale livornese e pisano, usando, secondo i luoghi,
appositamente tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua
liberate dall'acque, ridotte a sanità e restituite alla coltivazione.
Ma opera di molto maggior momento e di quasi insuperabile difficoltà
fu il prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto
che si aveva speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi
un vastissimo padule che dai confini della provincia di Pisa sino a
quelli dello Stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio
di circa settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o
sei fino a quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più
considerabile di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non
sommersi tanto fecondi, quanto l'aria vi è infame e pestilenziale.
Sotto Ferdinando I de Medici erasi già in parte conseguito l'intento,
e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi le
opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior
condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò
alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni,
matematici di chiaro nome e dell'idraulica intendentissimi. Già la
pianura di Grosseto o, per meglio dire, la palude di Castiglione,
ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte a stato
tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi
le colmate per le acque dell'Ombrone e della Bruna, introdotte ai
tempi delle torbe; usavansi canali e cateratte in più opportuni siti
trasportate.
Oltre a ciò, Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse
fanno l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed
esenzioni tanto i paesani quanto i forestieri, principalmente gli
abitatori dell'agro romano, a fermare la sede loro nella maremma.
Pagassesi dell'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai
fondatori, dessersi terre o gratuitamente od a basso prezzo od a
carico di livelli od in enfiteusi; dessesi anco denaro a prestito, e
sicuro asilo a chi vi si venisse a ricoverare. Per questo crebbe la
popolazione, ed i terreni si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono
poi le opere per le difficoltà dei tempi; pure rimangono, e forse
ancora lungo tempo rimarranno nelle maremme sanesi i vestigii della
generosità di Leopoldo.
Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo
principe circa il debito dello Stato. Più di tre mila luoghi di monte
furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei
beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo
uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina
sua moglie, ed altri costituenti parte del patrimonio suo privato. In
tal modo si spense in gran parte il debito che tanto gravava l'erario:
così, mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello Stato montava
continuamente non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana,
per opera di Leopoldo, il debito medesimo si estingueva per fondarvi un
governo dolce, quieto per sè, sicuro pei vicini.
Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento;
perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto,
conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizii ed ospedali,
e gli studii di Pisa e di Siena meglio si ordinavano; nuovi palazzi
fondavansi, gli antichi si abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, le
librerie si arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un
orto botanico si piantava.
Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto
era e sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la
dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello Stato: in
questo quasi specchio dell'economia di Toscana vedonsi ed i risparmii
fatti e le imposizioni moderate ed il denaro convertito in cause
pietose di sollievo o d'ornamento pubblico.
E qui sarebbe da continuare il discorso intorno alle cose
ecclesiastiche; ma siccome ebbero compimento nell'anno seguente, così a
quello differiremo il tenerne parola.
Anno di CRISTO MDCCLXXXVII. Indiz. V.
PIO VI papa 13.
GIUSEPPE II imperadore 23.
Le riforme fatte in Toscana da Leopoldo nelle ecclesiastiche discipline
furono materia di molta gravità, e che destò molto grido e molta
aspettazione di uomini sì in Italia che fuori di essa. Gli antichi
Toscani, più propensi a dar ricchezze ai conventi che alle parrocchie,
lasciarono quelli ricchi, queste povere. Leopoldo convocò in quest'anno
un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquantasette
punti; tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina.
Molti si accordarono, altri si modificarono, altri si serbarono a tempi
migliori.
Il principe, avuto il parere di alcuni ecclesiastici di non poco
nome, stabilì le parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i
redditi loro; veruna tassa più non pagassero ai vescovi forestieri,
annullassersi le pensioni di qualunque sorte sopra i benefizii curati,
permutassesi la destinazione dei fondi vincolati ad usi religiosi
e indifferenti, o poco utili, ed il provento di tali capitali in
aumento delle scarse congreghe dei parochi più bisognosi s'impiegasse;
con questo ed in compenso di tali concessioni i rettori delle cure
dall'esazione delle decime e da altri emolumenti di stola desistessero;
i parrochi alla residenza obbligati fossero; niuno più di un benefizio
godere potesse, ancorchè semplice, massimamente se residenziale fosse;
tutti i sacerdoti che benefizio residenziale avessero, fossero alla
chiesa, ove era fondato, incardinati, e tutti i sacerdoti semplici,
alla chiesa parrocchiale dove abitassero, e ciò con dipendenza dal
paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo ufficio; i benefizii tanto
di collazione ecclesiastica, quanto di nomina regia, a chi servito
avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed unicamente si
conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco dipendessero, e ad
aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero; alla sussistenza
degli ecclesiastici o poveri od infermi provvedessesi; i romiti,
salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le compagnie,
congregazioni e confraternite sopprimessersi: a tutte sostituissersi
le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii, refettorii e stanze
delle compagnie soppresse ai parrochi gratuitamente si consegnassero;
i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito non vestissero
prima dei diciotto anni, non professassero prima dei ventiquattro;
le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei trenta
professassero; il tribunale del santo ufficio s'annullasse; gli
ordini di Roma tutti si assoggettassero al regio consenso, prima che
pubblicarsi ed eseguirsi potessero; s'intendesse abolito il privilegio
degli ecclesiastici di tirar i laici al foro loro, e nelle cause
criminali in tutto e per tutto ai laici parificati fossero; le cure
ecclesiastiche e delle cause meramente spirituali conoscessero, e pene
puramente spirituali definissero; gli ordinarii ogni due anni il sinodo
diocesano, per conservare la purità della dottrina e la santità della
disciplina, convocassero.
Queste deliberazioni del principe Toscano, ancorchè molestissime
alla santa Sede, pareva che non toccassero la sostanza stessa di
quell'autorità spirituale pontificia, che già da più secoli i papi
avevano piena ed intiera.
Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipione Ricci, vescovo di
Pistoia, che aveva già opinato nell'assemblea dei vescovi di Toscana
acciò si ampliassero le facoltà, non che de' vescovi, de' parochi,
volendo che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa ne' sinodi
diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da
Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della
sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare od impedire, e
poter sempre e dovere un vescovo nei suoi diritti originarii ritornare
quando lo esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il
maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni ed
altre ancora diedero assai mal suono, per guisa che Pio VI come erronee
ed anche come scismatiche alcuni anni dopo le condannò. Aggiunse il
Ricci alcune altre dottrine che parvero e temerarie ed alla santa Sede
ingiuriose: essere una favola pelagiana il limbo de' fanciulli; un solo
altare dover esser in chiesa secondo il costume antico; la liturgia ed
esporsi in lingua volgare e ad alta voce recitarsi; il tesoro delle
indulgenze essere trovato scolastico, chimerica invenzione lo averlo
voluto applicare ai defunti; la convocazione del concilio nazionale
esser una delle vie canoniche per terminar le controversie circa la
fede ed i costumi. In fine sommamente dolse a Roma quella proposizione
del sinodo pistoiese, per la quale i quattro articoli statuiti dal
clero gallicano nell'assemblea del 1682 si approvarono, e questa
particolarmente Pio VI con una sua bolla cassò e dannò come temeraria,
scandalosa ed alla santa Sede ingiuriosa.
Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia,
massimamente quando furono condannate a Roma. Scritti senza numero vi
si pubblicarono, quali in favor di Roma, quali in favor di Pistoia.
Allegavasi da' Romani incominciare a por piede in Italia le eresie
di Lutero; da' difensori del Ricci, un salutar freno incominciarsi e
porre agli abusi. Gli ultimi, tra perchè pretendevano ai discorsi loro
parole di semplicità e di parsimonia, e perchè inclinavano a favore de'
più, molto s'avvantaggiavano sugli avversarii loro ed andavano ogni dì
maggior favore acquistando.