Il dey che allora in Tunisi regnava fece sopra di ciò pressanti

rimostranze al console veneziano; ma ossia che sentisse la debolezza

delle sue ragioni e gli imponesse la forza della repubblica, oppure

che qualche altro motivo il consigliasse, si tacque, nè finchè visse

parlò di tali sue pretensioni. Ma, morto lui, il figliuolo che gli

succedette le mise di nuovo in campo, e dichiarò al console che si

sarebbe rotta la pace, se a lui ed a' suoi sudditi data non fosse

intiera soddisfazione. Ed insistendo il dey con tutta la tenacità

nel suo proposito, determinò la repubblica d'inviargli, per farla

finita, il suo capitano delle navi con proposizioni ragionevolissime e

coll'aggiunta di regali per la sua esaltazione. Ma questi sentimenti di

moderazione per parte della repubblica non fecero effetto; che anzi il

dey, invece di prestarsi ai termini di giustizia ed equità, produsse

nuove pretensioni, fra le quali una era quella che altri Tunisini

domandavano risarcimento di certi effetti che trovavansi sopra un

bastimento veneziano saltato in aria nel porto di Tunisi, avendovisi

appreso fortuitamente il fuoco.

Per quanto incompetenti, irragionevoli ed ingiuste cotali pretensioni

fossero, non uscivano dal circolo dell'insaziabile avidità della

barbara nazione che le metteva in mezzo, nè dai principii da essa

professati, che la forza sia la suprema ragione e giustizia in ogni

cosa. Intanto eccessi di un'altra natura ferirono direttamente la

dignità della repubblica. Non solo rovesciarono coi modi più insultanti

gli stemmi del veneziano consolato, ma e il suo capitano delle navi

spedito a Tunisi e la sua comitiva durarono molta fatica a sottrarsi

al tumulto della plebe, che furibonda gl'inseguiva nel momento che

tornavano alle navi. Abbattere lo stemma, insultare il pubblico

messo ed intimarsi solennemente dal dey alla repubblica la guerra fu

tutt'uno.

Sdegnato il senato all'iniquo modo di procedere, elesse a capitano

straordinario delle navi il cavaliere Angelo Emo. Quest'uomo sommo, ben

a ragione chiamato l'ultimo de' Veneziani, ricreatore della veneziana

marineria, salpò con breve flotta dalla patria nel precedente anno, a

Cattaro ed a Corfù rinforzandosi di legni da guerra, di soldati e di

gente di mare. Giunto colla sua squadra a Tunisi, s'impadronì subito

d'una tartana armata e riccamente carica ai Tunisini appartenente; e

quindi, esaminati i luoghi della costa, lasciò l'almirante a bloccare

l'ingresso principale del porto, ed ei coi rimanenti legni si volse a

bombardare Susa, città sessanta miglia da Tunisi discosta. Il vivissimo

bombardamento, per diciassette giorni e diciassette notti continuato,

atterrò molti e i più notabili edifizii della città, molti pure

spegnendo dei suoi difensori ed abitanti, sagrificati alle ostinate

barbarie del dey, che non volle la rinovazion della pace.

Avendo la veneziana squadra svernato a Trapani, tornò in quest'anno

dopo la metà di luglio sulle coste d'Africa, ripigliò il bombardamento

di Susa che durò sino al 4 di agosto, non permettendo il mare sempre

agitato di spingere più innanzi le guerriere operazioni, ed i bassi

fondi anzi consigliando a portare altrove lo sforzo. Giace sulla costa

di Barbaria, entro il golfo di Zerbi, la città di Sfax, dipendente dal

regno di Tunisi. Benchè circondata da bassi fondi che non permettono

di accostarvisi ai vascelli da guerra, benchè alcune isole sorgan

fra quelli che più pericolosa ne rendono la navigazione, benchè sino

allora avessero cotali ostacoli impedito ai legni delle altre potenze

di penetrare in quel ricinto, Emo tentò di conquiderla, ancorandosi

in distanza, e di quivi slanciandole contro più di cinquanta bombe,

che, cadendo per la maggior parte entro le mura, insegnarono per la

prima volta a que' barbari a temere pur essi que' globi fulminanti da'

quali si credeano sicuri. Ma non corrispondendo l'effetto pienamente

alle mire del comandante, pensò altra via di tornar loro del tutto

vano lo schermo di quella sirti, da' proprii navigli, congiungendone

le vuote botti, traendo, novella sua invenzione, un navile atto a dar

sui _querquenci_ e sulle secche il saggio e l'esempio di quel modo di

marittima offesa contro le rocche in terra, che, imitato poi e tratto a

termini di grandezza per mezzi infinitamente maggiori dal lord Exmouth

sotto Gibilterra, riuscì nondimeno a quella stessa fine, con immenso

apparato di forze, a cui Emo con forze tanto rimesse e parche il

condusse, di vincere no o distruggere que' corsali, ma di rintuzzarli.

Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per

l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamente fare al dey

grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come

la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto

che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore,

qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto

senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere

all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse

a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando

il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la

squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere.

A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata

la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per

attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una

tregua di quaranta giorni.

Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace,

escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per

le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre

per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto;

che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il

senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora

mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe

potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per

saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente

minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga.

E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della

continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi

ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo

in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro!

che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in

Angelo Emo fosse, e qual giudizio di lui era per dare la storia che i

giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi

e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato

della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che

quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli,

di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed

in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità

ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più

ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo

specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente

palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la

vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo

era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta

saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima

spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel

guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e

dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.»

(_Castelli._)

Anno di CRISTO MDCCLXXXVI. Indiz. IV.

PIO VI papa 12.

GIUSEPPE II imperadore 22.

Abbiam detto di quello che Leopoldo granduca di Toscana volea

fare; ora è d'uopo toccare quello ch'ei fece. Questo principe, il

quale, al dire d'uno storico esimio, non si potrà mai tanto lodare

che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità de'

popoli una mente sana congiunta con un animo buono e tutto volto a

gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare e torbido,

Licurgo un governo popolare e ruvido, Romolo un governo soldatesco e

conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce e pacifico, tanto

più da lodarsi dell'aver concesso molto quanto più poteva serbar tutto.

Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate,

incomode, improvvide, siccome quelle che in parte erano state fatte ai

tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori

di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le

quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel

contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche o nissune generali.

Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze

di affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare

a posta de' ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori

inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli o insufficienti,

un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo

pestilenziale, possessioni mal sicure, debito pubblico grave, dazii

onerosissimi.

A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o

superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle

regalie, togliendo in tal modo qualunque prerogativa che sottraesse ai

tribunali ordinarii quelle cause che percuotevano l'interesse della

corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; li rendè liberi nel

governo dei loro beni, diede loro facoltà non solamente di esaminare,

ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze

per modo che il corpo loro venne a formare nel granducato a certi

determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a

ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a

grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.

Soppressi adunque i privilegii individui e i fori privilegiati, corpi

e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali

furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali

annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena

di morte, abolì la tortura, il crimenlese, la confisca dei beni,

il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale

istanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa;

restituirssersi i contumaci alla intregrità delle difese; del ritratto

delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si

formasse un deposito separato a beneficio di quegli innocenti che

il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta

alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che

per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa

maravigliosa, un fisco che dava invece di togliere; le pene stabili

proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere

un novello codice toscano all'auditor di ruota Vernaccini ed al

consigliere Ciani, uomini l'uno e l'altro, i quali non solo volevano

e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste

faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri

dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare che la miglior legislazione

che sia è quella dei tempi barbari.

Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una

vita felicissima dopo le novità di Leopoldo: i costumi non solo buoni,

ma gentili; i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le

prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già

aveva dato al mondo tanti buoni esempi, venuta in podestà d'un principe

umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo che

nè il governo maggiore sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità

desiderare.

A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di

Leopoldo rispetto all'agricoltura ed al commercio. Rendè i coloni

liberi dalle vessazioni, le terre dalle servitù, moderò la facoltà

di instituir fidecommissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio,

onde fu distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui

veniva impedito ai possessori ed ai coloni di cingere di stabili

difese i terreni, e costretti erano a lasciarli in preda al bestiame

inselvatichito, con grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero

da questa provvisione effetti notabilissimi, che e le ricolte si

migliorarono, ed i bestiami si addomesticarono.

Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti

ai popoli e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative

ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite

e del ferro; a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui

contratti, e la regalia della carta bollata si moderarono. Sapevasi

Leopoldo che tutte queste riforme avrebbero diminuito le entrate

dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più

che il vantaggio del fisco. Ciò non ostante, assai meno diminuirono

che s'era creduto; perchè la prosperità del paese e la più attiva

circolazione dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte

quello che si perdeva. Mirabile argomento che la prosperità dei popoli

prodotta dallo svincolo, non la gravezza delle imposte, è la maggior

fonte che sia della ricchezza dell'erario.

Si aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali

scavati, porti e lazzaretti o nuovi o ristorati, fatto sicuro a Livorno

agli esteri lo esercizio della religione, aboliti i corpi delle arti e

le matricole, surrogati agli impedimenti premii, facilità ed esenzioni,

massime in benefizio delle arti della seteria e del lanificio, parti

essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà delle tratte,

mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò che se il

provento loro in Toscana montò, nel 1780, solamente a libbre cento

sessantatre mila cento settantotto; montò nel 1789, diciamlo in questo

luogo, a ben trecento mila.

Ma, per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo

lo migliorò d'assai migliorando la condizione dei coloni, ma rendè

ancora coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano

incolte. Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed

ubertose terre; così in gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le

frontiere del litorale livornese e pisano, usando, secondo i luoghi,

appositamente tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua

liberate dall'acque, ridotte a sanità e restituite alla coltivazione.

Ma opera di molto maggior momento e di quasi insuperabile difficoltà

fu il prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto

che si aveva speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi

un vastissimo padule che dai confini della provincia di Pisa sino a

quelli dello Stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio

di circa settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o

sei fino a quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più

considerabile di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non

sommersi tanto fecondi, quanto l'aria vi è infame e pestilenziale.

Sotto Ferdinando I de Medici erasi già in parte conseguito l'intento,

e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi le

opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior

condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò

alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni,

matematici di chiaro nome e dell'idraulica intendentissimi. Già la

pianura di Grosseto o, per meglio dire, la palude di Castiglione,

ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte a stato

tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi

le colmate per le acque dell'Ombrone e della Bruna, introdotte ai

tempi delle torbe; usavansi canali e cateratte in più opportuni siti

trasportate.

Oltre a ciò, Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse

fanno l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed

esenzioni tanto i paesani quanto i forestieri, principalmente gli

abitatori dell'agro romano, a fermare la sede loro nella maremma.

Pagassesi dell'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai

fondatori, dessersi terre o gratuitamente od a basso prezzo od a

carico di livelli od in enfiteusi; dessesi anco denaro a prestito, e

sicuro asilo a chi vi si venisse a ricoverare. Per questo crebbe la

popolazione, ed i terreni si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono

poi le opere per le difficoltà dei tempi; pure rimangono, e forse

ancora lungo tempo rimarranno nelle maremme sanesi i vestigii della

generosità di Leopoldo.

Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo

principe circa il debito dello Stato. Più di tre mila luoghi di monte

furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei

beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo

uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina

sua moglie, ed altri costituenti parte del patrimonio suo privato. In

tal modo si spense in gran parte il debito che tanto gravava l'erario:

così, mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello Stato montava

continuamente non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana,

per opera di Leopoldo, il debito medesimo si estingueva per fondarvi un

governo dolce, quieto per sè, sicuro pei vicini.

Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento;

perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto,

conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizii ed ospedali,

e gli studii di Pisa e di Siena meglio si ordinavano; nuovi palazzi

fondavansi, gli antichi si abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, le

librerie si arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un

orto botanico si piantava.

Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto

era e sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la

dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello Stato: in

questo quasi specchio dell'economia di Toscana vedonsi ed i risparmii

fatti e le imposizioni moderate ed il denaro convertito in cause

pietose di sollievo o d'ornamento pubblico.

E qui sarebbe da continuare il discorso intorno alle cose

ecclesiastiche; ma siccome ebbero compimento nell'anno seguente, così a

quello differiremo il tenerne parola.

Anno di CRISTO MDCCLXXXVII. Indiz. V.

PIO VI papa 13.

GIUSEPPE II imperadore 23.

Le riforme fatte in Toscana da Leopoldo nelle ecclesiastiche discipline

furono materia di molta gravità, e che destò molto grido e molta

aspettazione di uomini sì in Italia che fuori di essa. Gli antichi

Toscani, più propensi a dar ricchezze ai conventi che alle parrocchie,

lasciarono quelli ricchi, queste povere. Leopoldo convocò in quest'anno

un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquantasette

punti; tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina.

Molti si accordarono, altri si modificarono, altri si serbarono a tempi

migliori.

Il principe, avuto il parere di alcuni ecclesiastici di non poco

nome, stabilì le parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i

redditi loro; veruna tassa più non pagassero ai vescovi forestieri,

annullassersi le pensioni di qualunque sorte sopra i benefizii curati,

permutassesi la destinazione dei fondi vincolati ad usi religiosi

e indifferenti, o poco utili, ed il provento di tali capitali in

aumento delle scarse congreghe dei parochi più bisognosi s'impiegasse;

con questo ed in compenso di tali concessioni i rettori delle cure

dall'esazione delle decime e da altri emolumenti di stola desistessero;

i parrochi alla residenza obbligati fossero; niuno più di un benefizio

godere potesse, ancorchè semplice, massimamente se residenziale fosse;

tutti i sacerdoti che benefizio residenziale avessero, fossero alla

chiesa, ove era fondato, incardinati, e tutti i sacerdoti semplici,

alla chiesa parrocchiale dove abitassero, e ciò con dipendenza dal

paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo ufficio; i benefizii tanto

di collazione ecclesiastica, quanto di nomina regia, a chi servito

avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed unicamente si

conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco dipendessero, e ad

aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero; alla sussistenza

degli ecclesiastici o poveri od infermi provvedessesi; i romiti,

salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le compagnie,

congregazioni e confraternite sopprimessersi: a tutte sostituissersi

le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii, refettorii e stanze

delle compagnie soppresse ai parrochi gratuitamente si consegnassero;

i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito non vestissero

prima dei diciotto anni, non professassero prima dei ventiquattro;

le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei trenta

professassero; il tribunale del santo ufficio s'annullasse; gli

ordini di Roma tutti si assoggettassero al regio consenso, prima che

pubblicarsi ed eseguirsi potessero; s'intendesse abolito il privilegio

degli ecclesiastici di tirar i laici al foro loro, e nelle cause

criminali in tutto e per tutto ai laici parificati fossero; le cure

ecclesiastiche e delle cause meramente spirituali conoscessero, e pene

puramente spirituali definissero; gli ordinarii ogni due anni il sinodo

diocesano, per conservare la purità della dottrina e la santità della

disciplina, convocassero.

Queste deliberazioni del principe Toscano, ancorchè molestissime

alla santa Sede, pareva che non toccassero la sostanza stessa di

quell'autorità spirituale pontificia, che già da più secoli i papi

avevano piena ed intiera.

Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipione Ricci, vescovo di

Pistoia, che aveva già opinato nell'assemblea dei vescovi di Toscana

acciò si ampliassero le facoltà, non che de' vescovi, de' parochi,

volendo che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa ne' sinodi

diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da

Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della

sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare od impedire, e

poter sempre e dovere un vescovo nei suoi diritti originarii ritornare

quando lo esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il

maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni ed

altre ancora diedero assai mal suono, per guisa che Pio VI come erronee

ed anche come scismatiche alcuni anni dopo le condannò. Aggiunse il

Ricci alcune altre dottrine che parvero e temerarie ed alla santa Sede

ingiuriose: essere una favola pelagiana il limbo de' fanciulli; un solo

altare dover esser in chiesa secondo il costume antico; la liturgia ed

esporsi in lingua volgare e ad alta voce recitarsi; il tesoro delle

indulgenze essere trovato scolastico, chimerica invenzione lo averlo

voluto applicare ai defunti; la convocazione del concilio nazionale

esser una delle vie canoniche per terminar le controversie circa la

fede ed i costumi. In fine sommamente dolse a Roma quella proposizione

del sinodo pistoiese, per la quale i quattro articoli statuiti dal

clero gallicano nell'assemblea del 1682 si approvarono, e questa

particolarmente Pio VI con una sua bolla cassò e dannò come temeraria,

scandalosa ed alla santa Sede ingiuriosa.

Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia,

massimamente quando furono condannate a Roma. Scritti senza numero vi

si pubblicarono, quali in favor di Roma, quali in favor di Pistoia.

Allegavasi da' Romani incominciare a por piede in Italia le eresie

di Lutero; da' difensori del Ricci, un salutar freno incominciarsi e

porre agli abusi. Gli ultimi, tra perchè pretendevano ai discorsi loro

parole di semplicità e di parsimonia, e perchè inclinavano a favore de'

più, molto s'avvantaggiavano sugli avversarii loro ed andavano ogni dì

maggior favore acquistando.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 22 / 99 段