Caraccioli, uno dei primi baroni del regno, seguitava il suo genio,

e l'umor suo contro i baroni sfogava; non però per amarezza, ma per

l'utilità comune il faceva. Stabilì che il mero e misto imperio da

nissuno potesse esercitarsi, se non da chi ne mostrasse il titolo,

e parimente volle che nissuno dei baroni potesse partecipare nella

elezione dei giurati, cioè ufficiali del comune, se il titolo autentico

di poter ciò fare non esibisse. Abolì anche in amendue i casi ogni

forza di consuetudine; e siccome i più per consuetudine piuttosto che

per titoli scritti mostrabili quelle potestà esercitavano, ne seguitò

che furono obbligati di cessarle, non senza grave risentimento degli

antichi signori, a' quali pareva strano di non essere più delle antiche

ragioni e consuetudini investiti. Così i popolani divennero meno

gravati, ed i comuni più liberi; imperciocchè il principale nemico

della libertà dei comuni fu sempre, non già l'autorità regia, ma la

feudalità.

I vicerè di Sicilia erano soliti a fare delle circolari, monumenti

durabili del loro governo. Celebri furono a' suoi tempi quelle del

Caracciolo. Molte utili riforme vi si leggevano. Ai 15 di settembre

restrinse la così detta mano baronale, che valeva a fare l'esenzione

dei proventi territoriali e dei livelli, e prescrisse che i baroni non

potessero procedere a carcerazioni od altri atti simili nè di per sè,

nè per via di fatto. Ai 10 di gennaio poi dell'anno seguente, diciamolo

qui, giacchè siamo a questa, ordinò che i baroni non si potessero

ingerire nell'amministrazione delle università baronali, nè nel peculio

che amministravasi dai giurati. Un pensiero utilissimo ebbe nel mese

di ottobre del medesimo anno 1785, e fu che stabilì che i vassalli

non fossero più obbligati a lavorare i terreni dei loro baroni: il che

distruggeva i comandati, ossia certe servitudini di persone e di gleba.

Dalle narrate riformazioni ciascuno può conoscere quanto il male fosse

grave in Sicilia a cagione di quegli sconcii ordini feudali. Piacquero

all'universale dei popoli, il nome di Caraccioli fu celebrato dai

Siciliani, come di proprio ed alto benefattore; chi più poteva per

l'opinione, chi più poteva per le braccia, con somme lodi l'esaltavano.

I magistrati, i forensi, le persone di lettere l'egregio vicerè

favorivano, e dai risentimenti dei baroni il difendevano. Il popolo

poi, massimamente i contadini, e generalmente tutti i vassalli, si

dimostravano pronti a tener lieto e sicuro colui che le fatiche più

profittevoli e la vita più dolce aveva lor procurato. Quindi era

nato che i Siciliani si erano divisi in due parti, e venuto l'uso di

chiamarsi vicendevolmente col nome o di caracciolesco o di baronale.

Tutta la Sicilia co' suoi pensieri Caraccioli abbracciava, ma speciale

cura si dava di Palermo. Al dì primo di aprile vi pose la prima pietra

del camposanto; lodevole risoluzione. Ma spiacque dove fu stabilito,

per esser quello stesso presso la chiesa di Santo Spirito, là dove

appunto ebbero principio i vesperi contro i Franzesi. Adornò e rese più

regolare la piazza pubblica del mercato. Volle, ma non potè condurre

a termine il suo intento di aprire due giorni per settimana un mercato

pubblico per l'annona.

Tali erano le virtù di Caraccioli, le quali chiaramente splendevano

dentro e lontano da Palermo, ma non senza qualche ombra dentro.

Quelli che da vicino il vedevano, ed ogni giorno a fare con lui

avevano, non si soddisfacevano dell'impeto e dell'imprudenza con cui

trattava le faccende, ancorchè, come già abbiamo accennato, Simonetti

in qualche modo il ritenesse. Disgustò anche il popolo di Palermo,

perchè aveva voluto riformare le feste di Santa Rosalia, e perchè

ostentava una certa miscredenza e disprezzo delle cose sacre. Non

volle fare il voto solenne per l'immacolata Concezione della Vergine,

e motteggiava sovente sopra le cose riputate più rispettabili. Queste

erano imprudenze ed errori, le seguenti scandali e sconcezze indegne

dell'uomo e del grado. Invitava alla sua mensa le ballerine e le

cantatrici, e con esse conversava più famigliarmente che si convenisse.

Accadde ancora che, fatta venire una compagnia di comici franzesi,

invitò al teatro i vescovi.

Non minore dispiacere arrecava nè minore molestia dava ad ognuno

la protezione, con cui favoreggiava i delatori ed i fiscali, onde

e le calunnie e le avare investigazioni turbavano le famiglie, e le

proprietà incerte o gravate mantenevano. Questa fu una brutta peste

che contaminò l'amministrazione di quel famoso vicerè, e lo rese meno

commendabile ai contemporanei ed ai posteri. Nè vuolsi tacere che assai

subito e sensitivo era verso chi il riprendeva, ed è noto in Sicilia

ch'egli perseguitò acerbamente coloro che avevano fatto una satira

contro di lui, uomo grande per umanità, non grande per sopportazione;

virtù che ricerca maggior signoria di sè medesimo, e che Caraccioli non

aveva.

L'imperadore Giuseppe sentì, essendo ancora in Napoli, farsi o

prepararsi dal vicerè tante generose riformazioni in Sicilia; ne

riceveva non poca allegrezza. Poscia, lasciato Napoli, verso la sua

Milano s'incamminava. Ebbe a Roma nuove e prolungate conferenze col

pontefice, da solo a solo, nissun cardinale, nissun prelato, nissun

domestico ammesso ai segretissimi colloqui.

Ai 20 di febbraio l'austriaco principe arrivava a Milano. In Torino ora

si riscaldava ora si raffreddava il grido della sua venuta. Vittorio

Amedeo di Sardegna desiderava che la sua città visitasse. Mandò il

marchese Balbis, pregando acciò venisse. Furono tra l'inviato del re e

lo imperatore molte cose parlate, ma nissuna conclusa. Per non vedere

quelle sponde del Po, l'Austriaco si scusò colla brevità del tempo:

il duca del Chiablese, fratello di Vittorio, fu mandato a Milano per

onorarlo.

Giuseppe fu nella capitale della Lombardia ciò che era stato altrove,

ma essendo fra i suoi popoli, con le mani ancor più piene di grazie per

dar riparo alla vita dei miseri. Visitò quindi Pavia e la sua famosa

università, a cui egli e la sua madre augusta tanto lustro, tanti

nobili professori, tanti utili sussidii di scienze avevano procacciato.

Era a quei tempi Pavia una vera italica Atene. Ognuno, crediamo, di

questo parere sarà, quando dirassi che Scarpa, Spallanzani, Gregorio

Fontana, Volta, Scopoli, Franck, Presciani, Tamburini, Mascheroni

e tanti altri illustri uomini la studiosa gioventù alle fonti del

sapere abbeveravano. Quivi l'imperatore, come in gratissimo seggio,

si rallegrava. Tutti quei virtuosi sacerdoti delle muse amorevolmente

accolse, e tutti quei preziosi repositorii di libri, dei parti dei tre

regni, curiosamente esaminò ed accrebbe, tutti quei ticinesi popoli

coi detti ed ancora più coi fatti rallegrò e consolò. Veduta al suo

cospetto la facoltà di teologia, così le disse: «Attendete pure ad

insegnare i dogmi semplicemente, e non istate a mescolarvi questioni

inutili, commenti oscuri, sofisticherie scolastiche. Le superflue

parole non ad altro servono che a suscitare gli odii ed a soffocare

i principii del vero cristianesimo. Sia chiara e schietta la fede,

benigna e tollerante la carità: sia Cristo la nostra face, Cristo il

nostro amore; le oziose ed acerbe disputazioni lasciamo a chi mal vede,

a chi mal sente, a chi mal ama.»

Così parlato, e poco ancora dimoratosi nell'antica sede del regno

lombardo, sede recente di più fortunati influssi, quell'amorevole padre

dei popoli a Milano tornò; poscia, valicate le Alpi, sulle sponde del

Danubio si ricondusse. Lasciò in Italia immortale memoria de' suoi

benefizii, ed un fratello condegno imitatore delle sue virtù.

Tutto il tempo che Giuseppe, di Napoli partito fermossi in Italia,

Gustavo di Svezia si trattenne a Napoli. Parea che i due sovrani non

avessero gran piacere di trovarsi insieme in alcun luogo. Per tanto,

restituitosi il re di Svezia a Roma il dì 10 di marzo, vi rimase sino

al 19 di aprile, i maggiori riguardi al capo della Chiesa cattolica

dimostrando, e colle maniere cortesi ed affabili la benivoglienza dei

Romani conciliandosi. Andato una mattina a vedere il museo, vi trovò

come a caso il pontefice, e, trattenendosi seco in conversazione presso

a due ore, formò il soggetto d'un bellissimo quadro del celebre pittore

franzese Gagneraux.

Assistendo alle funzioni della settimana santa, veramente magnifiche

nella principal chiesa dell'universo, non si potè, che pieno di

ammirazione non si manifestasse avere i protestanti il torto nel

criticare la pompa delle cattoliche funzioni; poichè, essendo ai popoli

la religione necessaria, era ben fatto circondarla con tutto ciò che

può renderla agli occhi umani rispettabile ed augusta.

Non per tanto, temendo quel monarca che i suoi popoli, della setta

di Lutero seguaci, nol credessero disposto rinnovellar l'esempio dato

un secolo prima dalla regina Cristina, e assicurarli volendo del suo

attaccamento al culto del proprio paese anche in mezzo alla cattolica

Italia, pose la romana tolleranza ad uno stranio cimento. Ordinò che

fosse alla meglio preparata una cappella nella sala del palazzo che

abitava, ed ivi assistette divotamente ad un discorso assai lungo del

barone di Taube, vescovo svedese, suo primo predicante e cappellano

di corte, accorso da Stoccolma a Roma per adempire ai doveri del suo

ministero, e alla celebrazione delle cerimonie pasquali secondo la

confessione di Augusta, e con i cavalieri, con tutta la gente della

sua comitiva e con altri luterani forestieri che trovavansi a Roma,

la cena conforme ai riti di detta confessione ricevette, alla funzione

ammettendo quante d'ogni classe persone vollero concorrervi.

Mandò in dono Gustavo al papa le medaglie dei sovrani e degli uomini

più insigni in diversi tempi dalla Svezia prodotti; ed essendo andato

a visitare il collegio di Propaganda, fu a lui offerto un omaggio che

indarno sarebbesi cercato ed ottenuto in qualunque altro paese: il suo

elogio in versi, stampato in quarantasei diversi linguaggi antichi e

moderni. La sorpresa del re fu viva, e soprattutto vivamente espressa.

Congedatosi Gustavo da Pio, per la via di Firenze e Parma giunse a

Venezia il giorno 3 di maggio, e Venezia con la solita sua splendidezza

delizioso e grato rese al monarca il suo soggiorno, con regate e

balli i più sontuosi. Di qui partito, passando per Milano e Torino in

Francia, al suo regno affrettatamente il richiamarono le vicissitudini

della Danimarca.

Già da quindici anni il granduca Leopoldo felicitava la Toscana.

Non solo la Italia, ma l'Europa tutta ammirava la saviezza delle sue

leggi, e applaudiva all'affetto dei sudditi pel sovrano. Ne abbiam

fatto più d'un cenno negli anni precedenti, non meno che delle riforme

tanto nel civile quanto nell'ecclesiastico da lui fatte. Ma ciò non

ostante, e quantunque delle cose ecclesiastiche sia per presentarsi

altrove l'occasione di parlare, non può tacersi delle forme politiche,

le quali, secondo che alcuni scrivono, egli voleva dare alla felice

provincia. Narrano adunque ch'egli avesse in animo di statuire, per

suprema legislazione dello Stato, quanto segue:

Che alla creazione della legge dovesse intervenire il voto del granduca

e quello della nazione;

Che la legge dovesse consegnarsi al granduca per l'esecuzione; perciò

fosse investito dell'autorità e del comando della forza, siccome per la

legge constituita veniva ordinato;

Che la nazione rappresentata fosse dalle assemblee comunitative, dalle

provinciali e dalla generale;

Che la petizione fosse libera ad ogni individuo maschio sopra ai

venticinque anni davanti alle assemblee comunitative del luogo di suo

domicilio, ma per oggetti meramente locali e compresi nelle facoltà dei

magistrati delle medesime comunità;

Dall'aggregato di varie comunità si formasse il distretto o circondario

provinciale, e che quivi tener si dovessero le assemblee provinciali;

Che le assemblee provinciali composte fossero dai deputati delle

rispettive comunità, e che appresso loro fosse libera la petizione, ma

soltanto per oggetti risguardanti l'intera provincia;

Come nelle assemblee comunitative si dovevano sentire le petizioni

delle rispettive comunità e quelle dei particolari comunisti, così

si dovessero anco discutere e passare al partito dei voti, e poi le

ammesse consegnare ai deputati, perchè le presentassero alle assemblee

provinciali, per quindi discutersi e mandarsi a partito partitamente;

Che dalle assemblee provinciali si eleggessero deputati per intervenire

all'assemblea generale, e ad essi si consegnassero tutte le petizioni

che vi erano state ammesse o decretate come voto provinciale, e

così venissero abbracciate tanto le petizioni comunitative quanto le

provinciali;

Che i deputati provinciali formassero l'assemblea generale, che dovesse

adunarsi senza intimazione o invito in determinato tempo ogni anno, e

risedere prima in Pisa, poi in Siena, poi in Pistoia, e finalmente in

Firenze, incominciando la volta ogni quattro anni;

Che per Livorno si stabilisse una norma particolare;

Che le assemblee in tutte tre i gradi fossero pubbliche;

Che la legge si potesse promuovere dalle assemblee generali, e dovesse

ricevere la sanzione del granduca, come egli la poteva proporre

all'assemblea, e col voto di quella la legge venisse creata;

Che il conto generale delle finanze si dovesse esaminare in pubblico

nell'assemblea generale, ed il ministro delle finanze dovesse produrlo

e dare tutte le notizie o spiegazioni occorrenti;

Che al medesimo modo esaminare si dovessero i conti comunitativi e

provinciali;

Che gli aumenti di stipendio agl'impiegati dello Stato dovessero

passare per due voti concordi, e così parimente le pensioni e

gratificazioni per titoli degni di straordinaria ricompensa;

Che qualunque impiegato di qualunque grado al servizio dello Stato che

fosse dichiarato di non avere la soddisfazione del pubblico, si dovesse

dimettere, e non si potesse altrimenti impiegare; ma che per tale atto

dovesse concorrere il voto unanime della piena assemblea generale senza

bisogno del voto regio;

Che tutte le nomine degl'impiegati appartenessero alla prerogativa

regia, e però tutte dal granduca si facessero;

Che parimenti di prerogativa regia fossero le nomine ai vescovati

e la collazione dei benefizii ecclesiastici di padronato regio o

comunitativo;

Che medesimamente i gradi e gli onori da darsi agli uffiziali della

milizia fossero parte della prerogativa regia;

Che finalmente la medesima prerogativa regia abbracciasse tutto ciò che

non era contrario alla legge fondamentale della costituzione;

Che gl'impiegati al servizio della corte o dello Stato non potessero

essere ammessi a sedere nelle assemblee nazionali, e neppure i

pensionarii, ma che ai medesimi non venisse interdetto il diritto di

petizione; fu anche spiegato che non cadessero sotto questa censura

gl'impiegati al servizio della comunità.

Giova andare avanti in queste disposizioni di Leopoldo siccome sono

da alcuni raccontate. Voleva bensì che la prerogativa di far grazia

fosse riservata al granduca, ma solamente per diminuire o commutare

le pene afflittive corporali ai delinquenti già condannati, ma non già

le pecuniarie. Intendeva e voleva che fosse intieramente nel granduca

soppressa la facoltà di rompere le sentenze dei tribunali nelle cause

civili, e per tale modo veniva estirpato quell'enorme abuso, che ancora

viveva e vive in certe monarchie, di violare a favore o pregiudizio

di questo o di quello le decisioni della giustizia. Non sono da

trasandarsi le parole veramente auree, se vere sono, che Leopoldo

scrisse nel preambolo di questa sua legge constitutiva:

«Che solo un despota imbecille o malvagio può credersi superiore alla

legge; ch'ella è fatta per regolare i diritti tra privati, e che il

far nascere la legge in grazia di una parte non è altro che un abuso di

potere, o l'effetto d'imprudenza di volubilità o di ignoranza di quei

giudici che introdussero questa nuova specie di grazia, che non può

aver luogo senza un torto o un'ingiuria verso dell'altra parte, a cui

la legge in quel momento sta in favore.»

Seguono alcune sicurtà, perchè in ogni tempo la costituzione salva ed

intatta conservare si potesse;

Che i successori al trono dovessero accettare e promettere l'osservanza

della costituzione prima di assumere l'autorità e la corona;

Che i principi della famiglia regnante non potessero essere investiti

di benefizii ecclesiastici di padronato regio, nè ammessi ad impieghi a

servizio dello Stato, o civili fossero o militari;

Che lo stesso interdetto abbracciasse espressamente anche i principi di

famiglie regnanti estere;

Che la truppa fosse tutta civica, nè che si potessero fabbricare

fortezze, e quelle che già esistevano non potessero contenere

artiglierie, nemmeno in forma di conserva.

Che le assemblee non solo potessero, ma dovessero esser guardiane della

costituzione, ed obbligate fossero a denunziare le infrazioni ed a

contrastarle, regolando in quali modi ed in quali forme speciali per

tali casi essi dovessero procedere.

La pretesa suprema legge continuava dicendo: che non si potessero

creare feudi, e quelli che venissero a decedere, non si potessero più

conferire;

Che la libertà del commercio fosse un articolo di legge costitutiva,

e che ad essa in nissuna maniera si potesse derogare, nè che limitare

si potesse, nemmeno a tempo, nè direttamente nè indirettamente, nè con

imposizioni o tasse, od altro qual si volesse vincolo o restrizione;

Che non si potesse creare debito pubblico nè per lo Stato, nè

provinciale, nè comunitativo oltre di quello che già vi fosse;

Che neppure alcun debito creare si potesse sul patrimonio della corona,

che si dichiarava inalienabile, indivisibile e incapace d'ipoteca.

Che, oltre i beni attribuiti a questo patrimonio, fosse instituito un

supplemento sull'erario pubblico pel decorso mantenimento del granduca

e della famiglia; ma che tale supplemento fisso fosse, nè mai aumentare

si potesse;

Che lo Stato non potesse mai essere obbligato a supplire nè alle

doti, nè alle spese pel mantenimento delle principesse, nè per lo

stabilimento e promozioni dei principi della famiglia;

Che fosse proibito dalla costituzione il vendere o il dare in appalto

le tasse, gabelle od imposizioni quali fossero o quali si volessero,

e che parimente fosse dalla costituzione vietato il concedere in

privativa alcun mercimonio o manifattura, neppure col profitto

dell'erario.

Quanto poi alla legge politica rispetto agli altri Stati, non era

fuggito dall'animo a Leopoldo il desiderio che la Toscana fosse in

perpetua neutralità con le nazioni anche barbaresche così per mare come

per terra, qualunque i tempi fossero, o quali le contingenze. Per la

qual cosa stabilì:

Che non si potessero stipulare alleanze offensive nè difensive, o

ricevere protezione o assistenza da potenze estere, e, molto meno,

somministrare oltre i termini, della neutralità, che dal granduca erano

stati chiaramente prescritti;

Che il territorio non si potesse ingrandire con l'acquisto di nuovi

Stati; nè cederne o cambiarne parte alcuna.

Parve a Leopoldo, seguono a narrare, che per Livorno, porto di mare,

scala di tanta mercatura, stanza e passaggio di tanti forastieri, in un

particolare modo statuire si dovesse. Vogliono pertanto che ordinasse

che la comunità di Livorno fosse esclusa dalle assemblee provinciali;

dal che conseguitava, che esclusa anche fosse dall'assemblea generale;

ma perchè le restasse qualche politico vincolo col rimanente della

Toscana, e i suoi bisogni fossero conosciuti, ed ai medesimi provvedere

si potesse, le furono lasciate le assemblee comunitative ed il diritto

di petizione. Le domande mandate e vinte per partito delle assemblee

comunitative di quella città dovevano mandarsi per mezzo di un oratore

espresso, ma senza voce deliberativa, all'assemblea generale per

esservi discusse e poste a partito.

Leopoldo decretò eziandio che, affinchè la pacifica Toscana, come

pacifica era, così ancora paresse, si sopprimesse ogni vestigio di

apparato di guerra marittima, salve soltanto le barche armate di sanità

e di esplorazione ed altri servigi fra le isole e la costa. Dal quale

decreto venne interamente annullata quella pazzia del correre armata

mano dei cavalieri di Santo Stefano contro i seguaci di Maometto, che i

detti cavalieri potevano bensì irritare, ma non ispegnere. Contuttociò,

per sicurezza di quell'emporio di Livorno e delle terre di marina,

pensò che utile e necessaria cosa fosse di farvi stanziare qualche

soldatesca stabile, massime di bombardieri e, come adesso si dice, di

artiglieri o cannonieri, e conservarvi o innalzarvi alcuna fortezza.

Tali erano, siccome narrano, i pensieri di Leopoldo circa il modo con

cui egli intendeva di costituire la Toscana.

Anno di CRISTO MDCCLXXXV. Indiz. III.

PIO VI papa 11.

GIUSEPPE II imperadore 21.

Intesa a questi giorni più di mezza Italia alle riformazioni d'ogni

genere nella pubblica cosa, ebbe Venezia a mettere per qualche tempo in

esercizio la sua saviezza, per divertire possibilmente le conseguenze

d'un avvenimento che alla fine costrinse la repubblica ad impugnare le

armi sul mare.

Nel marzo 1781 alcuni negozianti tunisini noleggiarono nel porto

d'Alessandria un bastimento veneziano per trasportare a Tunisi le loro

merci. Or pretendeano costoro che il legno dovesse dare tantosto alla

vela, non ostante una malattia sopraggiunta al capitano che impedivagli

assolutamente di partire, e, senza voler udir ragione, tanto quei

Tunisini insistettero che il console veneziano residente in Alessandria

dovette obbligare il figliuolo del capitano a mettersi in mare in vece

del padre.

Coll'equipaggio adunque di otto marinai veneziani e diciotto Tunisini

proprietarii del carico, imbarcossi il giovane pel suo destino; ma,

fatto ch'ebbe circa un sessanta miglia, si avvide che nel bastimento

era la peste. Volle tornarsene indietro ad Alessandria; ma i Tunisini

a viva forza l'astrinsero a progredire nel viaggio sino al porto

di Sfax, ove pel contratto doveva approdare. Se non che erano in

tragitto periti dieci Tunisini e tre marinai, e gli abitanti di Sfax,

del male accortisi, coll'armi in mano respinsero il capitano col suo

legno infetto, il solo favore accordandogli di due marinai, a prezzo

smisuratissimo, quantunque poco nel mestiere valenti.

Rigettato così dalla forza, e costretto a rimettersi in mare, il

capitano approdò a Malta. Quivi ancora, informata la deputazione

di sanità che il bastimento era attaccato dal contagio, mandò

proibendogli il porto, ed intimandogli che, se non fosse immantinenti

partito, avrebbesi senza remissione abbruciato il naviglio con tutto

l'equipaggio. Indarno furono le protestazioni e le proferte del

capitano di far lunga e rigorosa contumacia; indarno chiese il soccorso

d'alcuni marinai, senza i quali impossibile gli tornava ogni movimento,

quantunque esibisse di pagargli sino a dugento scudi per ciascuno:

le leggi inesorabili della pubblica salute gli stavano contro, ed ei

vide ardere sotto i proprii occhi il bastimento, salvo l'equipaggio,

cui peraltro non fu permesso di toccar terra che affatto ignudo, e

sommergendosi prima nell'acqua. Circostanza da notarsi in questo luogo

si è, che malgrado tutte le precauzioni dai Maltesi prese, i Tunisini,

sbarcando, seco portarono sopra bacili di rame tutto il denaro che si

trovavano, ed in appresso diedero ad intendere al loro dey, non essersi

il capitano preso alcun pensiero di loro, nè aver adoperato lui mezzo

di sorta per impedire l'arsione del bastimento. La quale relazione fece

che il dey pretendesse obbligata la repubblica di Venezia a pagare i

danni da' suoi sudditi patiti, mentre, per lo contrario, aveva ella

il diritto che indennizzati fossero i sudditi suoi del danno che lor

proveniva dalle mosse cui fu il capitano dai Tunisini forzato nelle

narrate circostanze.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 21 / 99 段