Sin qui il veridico Dolomieu; ma direm cosa ancora più orrenda e pur

anco vera, ed è che questi uomini spietati, se soli erano ed in deserti

luoghi, rubavano e lasciavano in vita i miserabili sepolti senza

punto nè delle loro grida, nè delle loro strida curarsi; ma quando

temevano che alcuno li vedesse o gente sopraggiungesse, ammazzavano o

calpestavano, soppozzando o con rottami acciaccando coloro, cui rubato

avevano, più crudi in ciò che l'orrido flagello che allora la patria

sobbissava. Nè età, nè sesso, nè memoria di benefizii valevano per

fare che quelle spietate tigri s'impietosissero. Tutti soffocavano,

purchè chi soffocato era, avesse cosa che utilmente pel rubatore

gli potesse venir tolta. Fieri esempi massimamente d'ingratitudine

sorsero. I servitori i padroni, i coloni i proprietarii spogliarono.

Ciò facevano per istinto, ciò facevano per un barbaro raziocinio.

Credevano che la fortuna avendo tutto sconvolto, e tutti nella medesima

sciagura involti, e la condizione del ricco uguagliata a quella del

povero, avesse lasciato i beni in preda alla forza ed a benefizio del

primo occupante. Quindi è facile a comprendersi qual barbaro governo

si facesse, nei primi dì dell'orribile percossa, delle leggi, delle

sostanze, della santa religione, della sacra umanità. Orride cose

faceva la natura, ancor più orride ne facevano gli uomini.

Nè vuol tacersi che la sporca lussuria trovò anche luogo fra tante

angosce, fra tante ruine. Fu una peste peggiore del rubare, perchè

quella era mescolata colla speranza, questa accompagnata dalla

disperazione. Nè tacere pur devesi che chi doveva meno partecipare

in queste sporcizie, non meno degli altri dentro vi s'immerse,

e nell'universale dissoluzione fu provato che sventura non rompe

libidine.

Pronta e di breve tempo fu la distruzione, ma il ristaurare tante ruine

e l'emergere da tanto conquasso, il ricuperare quanto s'era perduto fu

opera di più lunga fatica e di maggiore momento. Ond'è che si videro

le popolazioni fuggite alla rabbia del terremoto in punto di perire

per la mancanza dei sussidii al vivere necessarii. La stagione era

in quel mentre d'assai e oltre l'usato inclemente, regnando sempre

pioggie molestissime e un freddo anzi rigido che no. Le ingiurie del

tempo tormentavano i miseri scampati, li tormentava ancora più la

fame. Tutti i generi, che al vestire dell'uomo ed a cibarlo servono,

erano stati o distrutti o sotto le rovinate fabbriche sepolti. L'olio

quasi tutto miseramente a terra sparso: sparsesi o perdessi la più

gran parte del vino o per la rottura delle botti o per lo sprofondarsi

delle volte. Quel vino poi che potè essere preservato, nelle sue più

intime parti corrotto, non acquistò mai più nè la sua vigoria nè la

sua purità. L'aceto stesso fiacco e privato del suo spirito e del suo

gusto divenne. La medesima tempesta annientò le biade che nei granai

erano riposte. Dissotterrossi in progresso di tempo il grano che nelle

fosse all'uso del paese si conservava; ma di niuna utilità fu, perchè

fracido si estrasse e d'ingrato odore o ciò fosse per l'acqua che per

le insolite fessure in quei penetrali aveva trovato la via, o per altri

influssi sorti dalle parti più interne e più basse, da cui la naturale

economia dei grani fosse stata contaminata e guasta.

Nè solo mancarono i generi, ma ancora le officine e gli artifizii,

per cui si ammorbidavano ed all'uso degli uomini atti e confacenti si

rendevano. La pallida fame incrudelì per ogni parte, e fu la prima e

la più terribile seguace del terremoto. Nè modo v'era in quel punto di

rimediarvi. Le strade giacevano così altamente ingombre di rottami e

di ruine, che il portare le vitali derrate dai paesi ove abbondavano a

quelli a cui mancavano, era opera difficile, anzi in quei primi momenti

d'impossibile esecuzione. Arrogevasi all'universale disgrazia che

essendosi o guasti i fonti per la corruzione delle acque o disseccati

per avere le polle interne preso altre vie, negavano all'afflitta

popolazione il solito refrigerio; e quando non pioveva più, chi presso

ai fiumi non abitava, sperimentava quanto fosse crudo il tormento della

sete.

Da tanti stenti, da tanti strazii, da tanti dolori, da tanti terrori si

generarono con una marcigione orribile malattie mortali, massimamente

di febbri di mal costume, per cui era tolto di vita chi da tanti rischi

di morte già era scampato. La fame, la sete, i perpetui lamenti di chi

era rimasto storpio o ferito, o di chi da ferale febbre era consumato

ed arso, il tetro aspetto dei cadaveri insepolti o chiusi sotto le

rovine, donde altro segno di sè non davano che un incomportabile

fetore, o gettati sui roghi ad incenerirsi, formavano un misto tale,

che da lui altro non poteva nascere che l'ultima desolazione e la

totale dissoluzione della società. Che leggi, quai magistrati, o qual

lume di ragione, o qual impulso di sentimento potevano resistere a

cruciamenti che piuttosto erano quelli, per così dire, delle anime

dannate, che di creature nella luce di questo mondo ancora viventi?

Umanità e religione si scossero in così fatale momento; non mancarono

gli umani provvedimenti. Sorse alla voce di tanti miseri il governo

del re Ferdinando, e prontamente con animo da beneficenza compreso, e

con mezzi quanto potè più efficaci a quegli estremi bisogni accorse.

Elesse al pio ufficio uomini che sapevano e volevano secondarlo, un

Pignatelli in Calabria, un Caracciolo in Sicilia. La fame, la mala

consigliatrice fame più d'ogni altra necessità pressava; alla fame

adunque per le prime provvidero. Nè fredda o lenta, ma accesa e

spronata fu la benignità di chi comandava e di chi obbediva. Soccorsero

con mandar generi di vitto prestamente nei luoghi più danneggiati,

innumerabili braccia al racconcio delle terre lavorando. Si fecero

incontanente assettare molini e forni, ed, antivedendo qualche nuovo

conquasso, ordinarono, là dove l'opportunità era maggiore, conserve

di grani, di farine, di biscotto, onde, ad ogni tristo accidente che

sopravvenisse, potesse essere in pronto il compenso. Non solamente

nei primi dì della fatale sventura, ma per molto tempo ancora una

moltitudine quasi innumerabile d'uomini affamati e per fame languenti

furono sostentati dai soccorsi che dalla mano regia provenivano.

Provvidesi eziandio, poichè malizia umana è così grande che fa negozio

della miseria altrui, con ordini adatti e severissimi, che siccome i

commestibili si somministravano, così ancora il loro trasporto da un

luogo all'altro, e l'acquisto sul luogo fosse agevole, retto e non

incomodo nè al venditore nè al compratore. L'annona regia largiva il

vitto, la supellettile, le vesti; l'erario il denaro. Per ogni lato,

per ogni canale scorreva il fiume della beneficenza sopra gl'infelici

percossi. Il governo faceva da sè e per sè, ma non tralasciò il

pensiero di raccomandare ai baroni che pronta ed amorosa cura avessero

dei loro vassalli. Quanto alle città regie, cioè quelle che, esenti da

baronaggio essendo, alla sola autorità del re soggiacevano, furono loro

dall'erario pubblico, per quel medesimo fine di soccorrere chi pativa,

distribuiti larghi sussidii.

L'immensa forza che aveva conquassato la terra, aveva eziandio la

sopraffaccia sua sconvolta tutta e coperta di ruine. Ondechè la

maggiore difficoltà che s'incontrava nel condurre a compimento il

pietoso ufficio era appunto la malagevolezza delle strade, come già

più sopra abbiamo osservato. Quasi isolate erano le città, isolati i

villaggi. Ad un male così grave sopperire non potevano le languenti

braccia dei Calabresi superstiti, nè l'animo afflitto, nè il numero

scemato. Misersi in opera le compagnie provinciali che nuovamente, non

a questi usi di sciagura, erano state ordinate. Fu loro comandato che

nella ulteriore Calabria gissero ed in pro degl'infelici abitatori a

sgombrar terre, a sollevar rottami, a racconciare strade, ad inalveare

fiumi, a prosciugar paludi, a dar corso a stagni si adoperassero. Le

soldatesche mani quivi non a micidiale, ma a conservatrice opera con

provvidissimo consiglio mandate, molto volentieri vi attesero. Deposti

i fucili e le sciabole, presero in mano vanghe, uncini, picconi, zappe,

funi, e racconciarono coll'arte ciò che la natura aveva stravolto e

scomposto. Quanti cadaveri trassero dai muti abissi, quanto prezioso

mobile dai rovinati edifizii, quanto oro, quanto argento, quanti nobili

arredi tra il fango, i sassi ed ogni lordura giacenti!

«Dicasi senza sospetto, scrivono i lodati accademici di Napoli, dicasi

senza sospetto di adulazione; fu mirabile cosa a vedere i tardi nipoti

de' valorosi Bruzii e degl'industri abitatori di tal parte della Magna

Grecia comportarsi con tale e sì costante intrepidezza e fedeltà,

che non può abbastanza lodarsene il coraggio, con cui si esposero

a sì difficile impresa, la rassegnazione colla quale si prestarono

ai comandi di que' prodi uffiziali che in tanto penoso impegno ne

diressero le operazioni, e l'ottima fede colla quale religiosamente

custodirono tutto ciò che essi dalle ruine disotterrarono. Si videro

in brevi giorni sgombrate le più vaste ruine, riaperte le strade e

facilitati i modi, onde potersi la sbandata gente riunire e sovvenirsi

a vicenda. Ritornarono al bene e al comodo della popolazione gli ori,

gli argenti, le suppellettili, i commestibili e que' generi di prima

necessità che non erano stati o guasti o distrutti.»

Speciale ordine dal principe e da chi la benefica sua volontà eseguiva,

ebbero questi pietosi e forti soldati di avere cura principalmente di

rinvenire e conservare le scritture, onde si regolavano gl'interessi

e lo stato delle famiglie. Come a loro fu comandato, così fecero.

Impedissi a questo modo uno scompiglio, una crudele confusione che

sarebbe stata d'infiniti danni e di acerbi sdegni troppo feconda

cagione.

Fra di queste benefiche operazioni che un paese vasto ed una numerosa

popolazione a novella vita chiamavano, una tristissima vista rendeva

funesti gli animi. Disotterravansi a luogo a luogo, a ora a ora dai

diroccamenti e dai dirupamenti gli ammaccati cadaveri. Sorgevano

pianti di chi riconosceva i suoi più cari, compassione e smarrimento

era in tutti. Vedendoli, contemplandoli, ognuno comprendeva quanto

fosse grande il calabrese ed il siciliano infortunio. Rotti erano

i corpi estinti in varie ed orribili guise, molti sformati talmente

e dall'antico aspetto tanto diversi, che più non si riconoscevano.

Putivano per putredine: un infame odore anticorriero e seme di mortali

malattie per le città e per le campagne si diffondeva. Al quale fomite

d'aere pestilenzioso maggiore forza era aggiunta dalla puzza che usciva

dai sepolcri stati sommossi, aperti e scoperti dalla violenza del

terremoto. Vedevansi per gli spaccamenti e scosci dei monti scendere

i cadaveri per lo innanzi chiusi nei loro avelli, o sul suolo stesso

sconvolto apparire in sembianze orrende. Il pericolo era grave che i

morti ammazzassero i vivi. Ebbesi dai magistrati regii nel miserabile

frangente, cura della salute pubblica.

Per provvidenza generale ordinarono ciò che per provvidenze particolari

già si era fatto in alcuni luoghi. Vollero che si accendessero i roghi

per dovunque abbisognasse, e che i cadaveri vi si incenerissero.

Abborriva sulle prime il volgo da un ufficio che siccome insolito

era, così ancora crudele ed inumano gli pareva. Ma tra per promesse,

persuasioni e comandamenti si venne a termine che il salutare editto

si mettesse ad esecuzione. All'odore putredinoso si mescolava l'odore

delle carni e delle ossa arse: il che cagione era di sommo ribrezzo ed

abbominazione.

Per andare all'incontro di così molesto senso, e per resistere ai

fatali effetti del fetore, si bruciavano nel medesimo tempo materie

odorose in grandissima copia, onde una densa e perpetua nube di profumi

la tristissima scena avviluppava, e meno orribile la rendeva.

Rivolsero anche il pensiero a chiudere le squarciate fauci dei sepolcri

con ampie e ferme masse di materiali atti ad impedire il velenoso fiato

che dalla putrescenza ne usciva.

Questi consigli e provvedimenti sortirono l'effetto desiderato nelle

Calabrie, ma non sì però che un influsso mortifero non le desolasse,

e molti fra i più non mandasse. Ma la salutare efficacia se ne

conobbe in que' luoghi, dove con maggiore diligenza furono mandati ad

esecuzione; imperocchè o le popolazioni ne furono preservate del tutto,

o il morbo con minore veemenza v'incrudelì, o più breve durata ebbe.

Per le prudenti e forti deliberazioni del vicerè di Sicilia Domenico

Caracciolo, Messina ne restò intieramente esenzionata. Vi si piansero

morti pel furore della terra e del mare, ma non per la forza delle

malattie.

Terminati i fieri e crudi disastri, rimase lungo tempo nei popoli

stupore, terrore ed orrore. Chi per gl'infelici luoghi viaggiava,

vedeva uomini che a manifesti segni dimostravano essere stati tocchi

da uno straordinario furore d'elementi e da un immenso infortunio.

Oltracciò, ad ogni tratto si temeva che la potente e rabbiosa natura

delle Due Sicilie di nuovo si mettesse in travaglio, e quanto aveva

lasciato intero o non intieramente distrutto rompesse e disciogliesse.

Una densa e fetente nebbia ingombrò per parecchi mesi, non solamente

il teatro di tante tragedie, ma ancora tutta l'Italia con parte della

Francia e della Germania.

A dì 29 d'aprile del presente anno cessò di vivere Bernardo Tanucci,

ministro napoletano. Da qualunque lato si guardi il lungo politico

aringo corso da Tanucci, indarno si cerca quale cosa potuto abbia

servire di fondamento all'alta riputazione in cui levossi da vivo e che

nol lasciò dopo morte.

La setta popolare e l'uso di recare le cose a maggior vantaggio dei più

prevalevano. Il secolo si volgeva principalmente contro i residui degli

ordini feudali, contro gli abusi, se mai ce ne fossero, e le esenzioni

del clero, contro i privilegii, di cui la nobiltà ed il clero stesso

godevano. A migliore egualità si volevano le cose tirare; a maggiore

dignità si andava la natura umana riducendo.

Vivo esempio del secolo era l'imperadore Giuseppe. Ora il vediamo

visitare di nuovo l'Italia con quel solo apparato che la virtù ed il

ben volere gli davano. Partito dall'imperiale residenza di Vienna nel

dì 6 dicembre, passato per Mantova, Parma e Modena, e tre giorni a

Firenze col fratello granduca trattenutosi, a Roma sull'ora del mezzodì

del dì 23 di tale mese inaspettatamente arrivò. Vide Roma e Pio, a cui

disse restituirgli la visita. Per soddisfare ai curiosi di queste cose,

si dica, ch'ei portava l'abito schietto dei suoi ufficiali, bianco con

mostre di velluto rosso; per abitazione aveva la casa del cardinale

Herezam, suo ministro; per tavola, quella d'un albergo vicino a piazza

di Spagna. La vigilia di Natale assistette ai primi vespri in San

Pietro, poi vi udì il mattutino e la messa di mezza notte. Erasegli

apparecchiato un magnifico inginocchiatoio con cuscini e tappeti di

velluto e d'oro; ma in quel luogo ed avanti il cospetto di colui che

il più alto adegua agl'imi, il ricco seggio ricusando, inginocchiossi a

terra, come se uno del popolo fosse, ed a terra prostrato pace al mondo

e felicità pe' suoi popoli pregò. In mezzo alle romane grandezze umile

e modesto si mostrò, grandezza più grande di tutte. Il dì seguente

poi recossi alla messa solenne cantata dal papa con tanta maestà,

con tanta pompa e con tale concorso di popolo, che vincitrice in quel

giorno veramente appariva la cattolica religione. Gustavo di Svezia

stesso, che con Giuseppe d'Austria a que' dì ai sublimi riti assisteva,

maravigliato restonne e tocco. Non era già uomo da convertirsi, ma da

considerare, come fece, con quanta maggiore efficacia delle protestanti

la religione cattolica possa con le sue pompe esteriori operare a pietà

e riverenza verso Dio, ed amore e beneficio verso gli uomini.

Giuseppe visitava Roma, e salutato di nuovo il pontefice, partì per

Napoli, onde vedervi quell'ameno e grande paese, il re Ferdinando, la

regina Carolina e la duchessa di Parma, sua sorella, alla quale portava

particolare affezione. Spezialmente poi desiderava di conversare coi

sommi filosofi che allora Napoli abitavano ed illustravano. Grandi

balli, grandi festini, e soprattutto grandi cacce vi si facevano. Di

ciò Giuseppe si dilettava, ma non vi aveva capriccio. Per sollievo

di spirito, non per tenore di vita que' piaceri prendeva. Meglio si

dilettava di vedere Filangeri, meglio di visitare gli ospedali e gli

ospizii, meglio di ammirare quel dilettoso clima, quella potente natura

che indicano dover pure chi vi regge fare per chi vi abita quanto essi

hanno fatto; e che certo gli abitatori vi sarebbero felicissimi. Grande

disparità era in tutti i paesi tra la bontà della natura ed il rigore

delle instituzioni, ma in nessun luogo più grande che in Napoli.

Anno di CRISTO MDCCLXXXIV. Indiz. II.

PIO VI papa 10.

GIUSEPPE II imperadore 20.

Continuando a trattenersi in Napoli, il principe austriaco vide ancora

molto volontieri Carlo di Marco, come veduto avrebbe Tanucci, morto

l'anno precedente[1], per opera de' quali principalmente a migliore

condizione s'incamminavano ogni giorno le cose del regno. Vide anche

volontieri Acton, che delle cose marineresche principalmente aveva

cura, e che allora, non essendo ancora nati tremendi furori in esteri

paesi, non era ancora acceso di que' furori egli stesso che il resero,

alcuni anni dopo, cotanto diverso ed acerbo.

Già s'erano fatte in Napoli, e si andavano preparando deliberazioni che

di non poco contentamento riuscivano al sovrano di Vienna. Abolivansi

i privilegii baronali, i comuni si proteggevano, gli ordini giudiziali

si miglioravano, si voleva che i giudici motivassero le sentenze. Molto

si faceva, eppure molto ancora restava da farsi. Ciò quanto al civile

e lo economico; quanto alle cose di giurisdizione mista, si procedeva

anche, ma con lodevole prudenza, a riforme. Le appellazioni a Roma

furono tolte, e soppresso il tribunale della nunziatura, soppresso del

tutto il tribunale dell'inquisizione. Già si parlava di sopprimere

i conventi stimati inutili; già si pensava di far dipendenti dagli

ordinarii e troncar loro ogni dipendenza da' generali di Roma: già un

Michele Torcia aveva presentato alla suprema giunta della Calabria uno

scritto, per cui provava che i claustrali costavano alla nazione più

di nove milioni di ducati all'anno, onde molti, tra per la condotta,

l'inscienza, le maniere e l'enorme prezzo, erano ormai venuti a noia a

tutti. Quelli che fra di loro di buoni studii erano nudriti e di retti

costumi informati, i quali non erano pochi, non bastavano per lavare le

note che sulle spalle di quegli altri erano state impresse.

Grati suoni venivano anche a Giuseppe dalla Sicilia. Domenico

Caraccioli, marchese di Villamarina, uomo di alto spirito e d'animo

volto a benefizio dei popoli, governava col grado di vicerè quell'isola

sino dal 1781. Personaggio era che molte regioni avendo peragrate, e

molte cose vedute in Francia e in Inghilterra, e di purgato intelletto

essendo, di suo proposito si moveva, e da sè medesimo sanamente

deliberava. Ma, oltre la capacità e volontà propria, si consigliava

col Napolitano Saverio Simonetti uomo di non mediocre valore, e che,

stato prima luogotenente della sommarìa in Napoli, era poi stato eletto

segretario di Stato per la grazia e per la giustizia. Quanto di bene

in Sicilia si fece a que' tempi, da questi due uomini riconoscere si

debbe, ma forse ancora più dal Simonetti che dal Caracciolo; imperocchè

il primo, siccome più prudente, più consigliatamente procedeva; mentre

il secondo, siccome più focoso, dava qualche volta negli scogli che non

sapeva nè voleva evitare.

Erasi già stabilito da' ministri di Napoli che il tribunale

dell'inquisizione anche in Sicilia con un modo pacifico, e senza

che il papa molto se ne risentisse, si sopprimesse; quest'era il non

provvedere le cariche degli inquisitori a misura che venivano vacando.

In fatti, vacato uno degli inquisitori, non aveva avuto surrogazione,

e vacato anche il secondo, non si pensava a dargli un successore.

Il supremo inquisitore Ventimiglia acerbamente si lamentava,

rappresentando che fosse meglio annullare del tutto il tribunale

che lasciarlo sprovveduto d'inquisitori; perciocchè, se dannoso era

stimato, la soppressione faceva l'effetto che si desiderava, e nissun

bisogno vi era di aggiungervi lo scherno, col lasciare le cariche

vacanti. Caraccioli, presa occasione da questa rappresentanza, instò

presso il governo supremo di Napoli, affinchè il tribunale finalmente

fosse tolto. In fatti, vi fece passare una provvisione, per cui fu

espedita l'abolizione del tribunale.

Imperfetti erano certamente gli ordini del parlamento di Sicilia,

ma pure servivano, massimamente per le tasse, di salutare freno al

governo. Il Caracciolo applicò l'animo a migliorarli. Grande vizio era

nel modo con cui si formava la deputazione del regno, la quale, fra

una tornata e l'altra del parlamento sedendo, alla perfetta esecuzione

delle leggi sancite vegliare doveva; conciossiachè accadesse che

essendo i baroni di grande potenza, risultava per l'ordinario ch'ella

fosse quasi tutta composta di baroni, o di qualche cadetto nobile.

Dal che procedeva che piuttosto agl'interessi di chi più poteva che

a quelli di chi poteva meno si avesse riguardo. Il buon vicerè, per

andare all'incontro di un così grave disordine, e ridurre quella forma

politica al suo primiero e più utile instituto, ordinò che sempre

alla deputazione fossero eletti quattro ecclesiastici pel braccio

ecclesiastico, quattro baroni pel braccio baronale, e quattro deputati

delle città libere pel braccio demaniale. Per tale ordinamento si

videro assunti alla deputazione ed ecclesiastici e gentiluomini in

compagnia de' baroni; cosa che fu di grande contento ed utilità ai

Siciliani.

Il parlamento in ciò giovava, che la Sicilia non venisse molto

aggravata dalle contribuzioni, ma portava con sè l'inconveniente che i

pesi fossero a rovescio ripartiti; perchè i baroni, pretendendo certe

ragioni di esenzione, alleggerivano i feudi ed aggravavano gli allodii.

Per la qual cosa il vicerè ed il suo savio consigliere Simonetti

proposero che i beni si allibrassero, e tutti, nissuno eccettuato,

a proporzione del loro valore, ai pubblici pesi soggiacessero. Ma i

baroni, che si sentivano percuotere nell'interesse, fecero in Napoli

un tale contrasto, che per lungo tempo all'utile e giusto pensiero

si soprassedette. Il loro principale argomento in ciò consisteva,

che le esenzioni e privilegii, di cui ora si trattava di privarli,

non erano punto a titolo gratuito, ma bensì un contraccambio ed un

compenso di certi obblighi speciali ch'essi soli avevano verso la

corona, massimamente ai tempi di guerra contratti. Protestavano essere

ingiusto giudizio il venire accomunati da una parte e restare gravati

dall'altra.

Tutto l'andamento di Caraccioli fu quello di abbattere i privilegi

baronali e la feudalità. Quindi aveva sempre caro di proteggere i

vassalli contro i baroni, e quelli fra i magistrati, che in pro dei

primi e contra i secondi giudicavano le cause, accarezzava. Per lo che

suscitati i popoli a quel favorevole vento, generalmente si muovevano

contro i diritti dei rispettivi baroni, e innanzi a' tribunali quasi

ogni giorno risuonavano querele contro i diritti proibitivi di caccia,

di forni, di fattoi, di pedaggi, di dogane interne, dei pagamenti

detti di terraggio e terraggiuolo, e di simili altre angherie odiose

per l'origine, pregiudiziali per gli effetti. Il commercio in fatti e

l'agricoltura per essi sommamente pativano, e la libertà dell'operare

nelle cose necessarie alla vita ne restava grandemente offesa. Non

disformi alle querele erano le sentenze, per le quali quasi sempre i

signori ne andavano con la peggio, onde appoco appoco un nuovo diritto

pubblico più conforme alla egualità si andava creando, e le gravezze

dei popolani si allentavano.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 20 / 99 段