E altrove: «Era una casa ad uso d'osteria lontana forse a trecento

passi dal Solì. L'abitavano l'oste per nome Giovanni Aquilino, la

sua moglie ed una nipote di tenera età. Eranvi per accidente quattro

avventori. Giovanni se ne stava russando sul letto, siccome quello che

avvinazzato era e cotto bene, le due donne attendevano agli uffizii

di casa, gli avventori giuocavano alle carte. Ed ecco la casa intera

prender viaggio verso il Solì, nè fermarsi se non quando al suo letto

pervenne. Quivi l'urto fece ch'ella si disfece ed in frantumi andò.

L'ostessa rimase, come trovavasi, seduta, e dalla paura in fuori non

ebbe male alcuno. L'oste a maladetta forza si svegliò, e smaltito il

vino, pianse la perduta fortuna; la misera fanciulla schiacciata morì.

Morirono pure gli avventori venuti a giuocare sulle sponde dell'ameno,

ma infedele Solì.

«Uno sbalzo di terremoto aveva sepolto fra le ruine della sua casa

l'abbate Taverna, medico di Terranuova. La polvere lo soffocava, la

grandine dei piombanti sassi lo martellava, si credeva morto, quando

un'altra urtata di terremoto lo scarcerò, fuora il trasse e dal

pericolo lo scampò, per lo strano caso restò allibbito e intronato

lungo tempo; finalmente tornò del tutto in sè, e dilettavasi nel

raccontare come il terremoto l'avesse condotto vicino a morte, e

come l'avesse salvato. La famiglia dei Zappia ebbe un caso comune col

Taverna; sepolti da una spinta di terremoto, dissepolti da una altra.

«Anche nella desolata Terranuova successe una mirabile sopportazione

di un animale bruto. Nella casa dei Tutini, che rimase tutta infranta

e distrutta, una cagna fra le ruine incarcerata visse per tredici dì

senza alimento alcuno, e senza avere mai potuto lambire nè pure una

stilla d'acqua. Uscì, toltigli i rottami d'intorno, viva e magra, e

soprammodo sitibonda.

I terreni rimasero tutti lacerati da crepacci e da fenditure. Alcune

di queste fenditure avevano otto palmi di profondità, altre tredici,

altre venti, ed anche di più; varia era la larghezza, ma nissuna

maggiore di quattro palmi. Parevano quasi tutte fatte a taglio netto

e successivo, ma con direzione confusa, varia e indistinta a segno

che non ammettevano ordine alcuno, nè dove fosse il loro principio e

dove la fine non si poteva accertare. Sopra un alto monte rimpetto a

Terranuova, ma sulla opposta sponda del Solì, s'ergeva un villaggio

per nome Molochiello. Questo infelice paesetto fu devastato in modo

che pochi ed informi vestigii rimasero della sua esistenza. Una parte

di lui precipitossi a destra, l'altra a sinistra, nè più altro suolo

vi rimase del sito su cui giaceva che una fettolina a schiena d'asino,

così acuta, che non vi si poteva su camminare. Videsi in questo luogo

un orrido e non più udito spettacolo; che nel fianco del monte reciso

come a perpendicolo pendevano ammassate le reliquie dei cadaveri

riposti nei sepolcri, i quali, per lo squarcio avvenuto nei fianchi

delle rupe, rimasero scantonati e per metà divisi.

Un Antonio Avati contadino stava sur un castagno recidendone i rami,

quando arrivò la devastazione. Il castagno si mosse, e con placido

corso scese verso il fiume Marro per più di trecento passi. Fermossi

finalmente intoppandosi giù nel vallone. Scuotessi Arati, e salvo sulla

ripa saltò.

La rustica casa di Grazia Albanesi, moglie di Giuseppe Zema, viaggiava

anch'essa giù per lo monte. Aveva Grazia un bambino di poca età, che

giaceva forse placidamente dormendo in una rozza culla fra meschine

fasce avvolto. L'infelice madre restò affogata ed oppressa sotto le

smisurate moli e della propria casa e delle altre fabbriche e del

terreno e della creta che giù rovinavano dalla rupe di Molochiello.

Credessi che con lei fosse morto il bambino. Già erano trascorsi

tre giorni dal fatale avvenimento, quando da coloro che andavano

fra le ruine raccogliendo gli avanzi della loro sepolta e scarsa

suppellettile, furono uditi alcuni oscuri vagiti. Alzarono a speranza

i pietosi animi, smossero, scavarono, trovarono la misera ed innocente

creatura nella sua culla cinta di fango e fra orrendi frantumi involta.

Rea era la stagione, il freddo aspro assai, la pioggia dirotta.

Estrassero il bambino vivo da quell'informe spelonca così com'era,

rauco dal pianto, conquiso dalla fame e dalla sete, assiderato dal

freddo, dimagrato al sommo; così usci vivo dal sepolcro inusitato della

madre. Il presero, il fomentarono, con prudenza il dissetarono, con

prudenza ancora lo sfamarono. Salvo in somma il resero, ma non tanto

che non portasse nello smunto viso e nel debole corpicino, finchè

visse, i segni dell'andato patimento. Siccome morta era la madre, una

zia materna prese cura dell'orfano così stranamente preservato da una

stranissima ventura. Gli accademici di Napoli non senza maraviglia il

videro.»

Sino a questo passo furono raccontate le disgrazie di molti illustri

luoghi, di molte nobili città; or si diranno quelle di colei che tutte

e per antichità e per grandezza e per altezza di fama le avanza.

La magnificenza non più che l'amenità non preservò dalla cagione

inesorabile e furibonda.

Siede Messina sulla terra sicula, alto elevandosi quale regina

del famoso stretto che da lei il suo nome prende. Celebre ai tempi

antichi, celebre nel medio evo, e celebre ancora nelle moderne età,

fa testimonio, che quivi all'industria degli abitanti, alla fertilità

del suolo, alla benignità del cielo si aggiunge un quieto e necessario

rifugio a chi sen va navigando sur un mare sopra misura tempestoso, e

troppo spesso da furie disordinate perturbato. La natura rabbiosa qui

pose Scilla e Cariddi, scoglio e voragine infami per tanti naufragii, e

quivi la provvida natura pose il porto di Messina al pari di qualunque

altro più famoso che al mondo sia, ampio, profondo, sicuro, atto a

ricettare come le più piccole ed umili barche, così le più grosse

e magnifiche navi. Fu città cara a' Normanni, cara agli Svevi, cara

agli Aragonesi, onde sorse piena di sontuosi edifizii e corredata di

tutti quei comodi della vita che alle città principali di un reame

si appartengono. A così alto grado salì una volta la sua potenza, che

e grossissimo commercio faceva, e numerose armate sui mari spingeva,

e del primato dell'isola con la stessa popolosa Palermo contendeva,

ed alcun tempo il tenne. Per le guerre civili poi e pei rivolgimenti

politici e per le ribellioni, ed ancora pel crescere progressivo

dell'emula città, cadde in più basso stato, ma non però tale che

illustri segni non serbi, e per popolazione e per magnificenza di

edifizii, della grandezza antica. La natura e gli uomini l'avevano

fatta grande e graziosa; gli uomini poscia per le discordie, la natura

pei terremoti la mandarono in declinazione; e da sè medesima diversa la

fecero.

Tremarono e rovinarono le Calabrie, Scilla e Reggio a rincontro di

Messina poste, parte fracassate, parte sommerse giacquero. Il profondo

mare non interruppe la mortale causa. Tanto essa era entro le più cupe

e più profonde viscere della terra nascosta! Successero nell'infelice

Messina cose tali che Scilla e Cariddi non ne starebbono al paragone.

Sino dai primi giorni di febbraio vi comparvero, ancorchè fuor di

stagione fosse, quei _cicirelli_, pesci del genere delle sfirene, che

sono a quelle spiaggie tristo annunzio di tremuoto. La veduta di questi

allora insoliti pesci cominciò a turbare i Messinesi, i quali qualche

grave caso ne augurarono, ma però non sospettavano di così spaventosa

ruina della loro città.

Altri segni sorgevano dell'imminente tempesta e di funesto avvenire.

Il mare in quello stretto, che dal Peloro trascorre lungo l'aspetto di

Messina, è commosso da un flusso quotidiano, cui gli abitanti chiamano

marea, e con vocabolo corrotto rema. Due volte al giorno le acque sono

solite a gonfiarsi ed a correre verso settentrione nel Faro, e due

volte ricorrono nel mare Siculo verso Ostro. Fremono sì quando vanno e

vengono, ma non tanto che nei tempi ordinarii diventino tempestose. Tal

era ed è il consueto tenore con cui nello stretto di Messina procede

quel vorticoso mare.

Ma quando l'anno giunse ai primi di febbraio, principiò ad alterarsene

l'usato andamento: «Le maree, narrano gli accademici di Napoli, non

erano esattamente regolari da sei in sei ore; torbida, fremente e

oltre il costume feroce divenne la vorticosa Cariddi, e spesso anche

allorquando parea meno agitato il volume delle acque, si osservò

crescere repente il tortuoso giro di quel vortice, che quei naturali

appellano _carofalo_, e la rema, quasi confusa e interrotta nella

sua direzione, o arrestarsi per poco o sull'onda seguace rialzarsi, o

aprirsi in mormorante e rapidissima concentrica voragine.

A ciò si univa un insolito oscuro fremito, che quasi si approssimava

a un profondo e lontano muggito; e ciò o precedeva alla repentina

conturbazione delle correnti, o vi si accompagnava o la susseguiva. E

per ultimo, siccome al ritorno della rema dal Peloro l'onda escrescendo

si alzava oltre all'ordinario livello, e talvolta attentava di risalire

su i segni terminali della sponda selciata, così all'uscir del porto

e nel rientrare le anguste gole del Faro, lo sbassamento sovente n'era

fuor dell'usato tumultuario, vorticoso ed eccessivo.»

La sponda selciata di cui qui si parla, altro non era che una petraia o

seguenza di sassi ordinatamente posti che per difesa contro gl'impeti

del mare e per termine tra il mare medesimo e la susseguente pianura,

scorre per tutto il circuito del porto, e ne forma l'orlo estremo o

sia il margine internamente. Questo orlo selciato, ornato vagamente di

fontane e di statue, i Messinesi chiamano panchetta, dietro la quale

succede un ampio stradone, e in fondo di esso si ergeva un eminente e

maestoso casamento, o continuazione di graziosi e nobili edifizii che

facevano di sè bellissima mostra a chi veniva dal porto l'inclita città

visitando.

Dal mare venivano gli augurii, venivano anche dal cielo. Il sole tinto

di pallida luce in pieno meriggio, un aere ora quieto, ora repente

turbato, ora di nuovo quieto con un'afa noiosa che rendeva i corpi

gravi ed affannosi; cupi suoni che di lungi venivano, ma non bene

si sapeva donde; un volare incerto degli uccelli, un tremar degli

animali, uno schiamazzar di galline, e massimamente di oche, un urlar

di cani straordinario alcuna cosa fuor dell'usato protendevano, la

natura trovarsi in qualche penoso travaglio significavano, e gli animi

riempivano di stupore e di terrore.

Fra tutto questo apparato di luttuosi segnali nei primi giorni di

febbraio principiò la terra a tremolare, come di sè medesima più sicura

non fosse, e, come il mare, farsi ondeggiante volesse. Ma il tremolio

non cresceva in iscosse, muoveasi la terra, ma stavano gli edifizii.

I Messinesi, usi ai tremuoti, per così dire, volgari, non credevano,

quantunque spaventati fossero, che la leggiere trepidazione avesse a

cambiarsi in furor tale, che la città ne dovesse andar in sobbisso.

Implorarono l'aiuto divino, le sacre pissidi esponevano, inni sacri

cantavano, facevano processioni, i luoghi aspergevano coll'acqua

benedetta, ed accendevano i lumi all'adorato seggio dove si conserva

la lettera autografa che la Vergine scrisse ai Messinesi: reliquia

da essi tenuta preziosissima, e con grandissima divozione onorata.

Ma la natura, che aveva accesa nei profondi recessi di quelle terre

qualche immensa fornace, od ammassata qualche sterminata quantità di

acque, le quali in quei monti tendevano a squilibrarsi, non patì che la

potentissima cagione fosse defraudata de' suoi terribili effetti.

Ai 5 di febbraio, poco appresso l'infausta ora del mezzodì, la piccola

ondulazione degenerò subitamente in un orribile e generale rivolgimento

del mare, dell'aria e della terra. Udironsi frequenti sotterranei

muggiti; pruovaronsi ad ora ad ora ed a precipizio confusi e forti

scuotimenti del suolo. Ora in su si spingeva, come se di sotto all'insù

fosse percosso da potentissime spuntonate; ora s'avvallava come se una

voragine se gli fosse aperta sotto; orizzontalmente oscillava, ora

dava sbalzi di traverso, ora, quel che fu il moto pessimo di tutti,

si rivolgeva in giro, come se fosse portato da vertigine. Brevemente,

una tempesta per tanti lati e talmente succussoria infuriò, che non fu

maraviglia che così gravi e così numerosi guasti siano accaduti; bensì

è maraviglioso che tutta la città, almeno nella sua parte inferiore,

dove maggiormente la sofferente natura travagliò, non sia stata messa

a soqquadro intieramente ed in ruina. Moltissime porzioni del teatro

marittimo, cioè del casamento sovraddescritto, che il porto orna e

nobilita, diroccarono, questa a brani a brani, quella a sfasciumi più

grossi, quest'altra per un muro giù e un altro su, onde come spaccate

dall'alto al basso apparivano. Non si udivano in quelle ferali ore che

muggiti della terra convulsa, invocazioni di supplicanti, lamenti di

moribondi, scroscii e rimbombi di case e palazzi che si discioglievano

in ruine. «A dì così tremendo, scrivono gli accademici, a dì così

tremendo sopravvenne notte più infausta. Verso le ore sette e mezzo

la terra fu presa da tale e sì profondo scuotimento, che parve tutta

intesa a fendersi o a rovesciarsi e nabissare; e quindi la pallida e

tremante popolazione, tra il muggito della terra, il fremito de' venti

e il fragore del mare, sentì percuotersi dal rimbombo prodotto dalla

orrenda e quasi universale ruina de' tempii, de' casamenti volgari e

degli edifizii più vasti e più vistosi, ed ecco in qual modo fu portato

a più compiuto termine quel danno che s'era tra essi nel giorno e nella

sera cominciato a produrre.»

Non uno, ma tutti gli elementi congiurarono a ruina della città

dominatrice del Faro. Rovinate le case e rotti i focolari, il fuoco

non trovando più nè pascolo regolare, nè uscite consuete, s'appiccò

alle materie diroccate, e divampando con orribile incendio andava

serpendo e bruciando quanto era rimasto intero, sia che in piè ancora

si sostenesse, sia che a terra già sbalzato giacesse. La fiamma

divoratrice si estese con rapido corso da uno in altro luogo, e tale

spazio guadagnò, e tale acquistò irreparabile forza, che per sette

giorni ogni opera fu vana per estinguerla. Molto prezioso mobile arso,

molte sostanze o di ricchi negozianti o di nobili famiglie incenerite.

«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a'

quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la

disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa

a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si

affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad

un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle

mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo

della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte,

invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desiderato soccorso,

impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente

privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da'

cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla

medesima loro situazione.»

L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e

il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello

spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa

bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra

si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con

direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa

de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento

svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva

veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando,

fosse arrivato alla sua fine.

Col fuoco, coll'aria, colla terra i Messinesi avevano a fare. Ma il

mare non s'indugiò a concorrere colla sua vasta mole a loro distruzione

e morte. Sollevossi quella mortifera e devastante inondazione, frutto

del marimoto di cui abbiamo, favellato e che ai Scillitani diede tanto

spavento ed arrecò gli ultimi danni. Lo smisurato e furiosissimo fiotto

con incredibile violenza entrò a turbare il tranquillo letto del porto,

superò la panchetta, traboccò fra di essa ed i grandi edifizii del

teatro marittimo, e tutto quello spazio allagando, di arena e di marino

fango il coverse. Aprissi in tale modo ed in que' funesti momenti

una scena di mostruosa e multiforme rivoluzione di natura, e si trovò

chiuso ogni passo alla fuga ed allo scampo.

Troppo lunga e noiosa narrazione sarebbe il numerare tutti i luoghi o

nabissati o infranti. Basterà il dire che i tempii più ragguardevoli

furono o sconquassati o altamente lesi o lievemente percossi. Oltre la

ruina de' begli edifizii del teatro marittimo, moltissimi casamenti

nobili, graziose stanze di magnati, abbellite da tutte le arti

più industri, furono o posti a soqquadro intieramente o gravemente

maltrattati. Le fabbriche delle opere pubbliche non incontrarono sorte

migliore. Una parte del grande spedale fu ridotta in pessimo stato.

Il palazzo reale rotto e diroccato in più parti, il seminario una

congerie informe di sassi, la parte maggiore del convitto di educazione

un ammasso di ruine, l'archivio della regia udienza sepolto sotto i

rottami, la porta dell'Assunzione quasi disfatta, il palazzo senatorio

screpolato tutto ed in parte diroccato, e di quasi tutte le case, che

più o meno offese restarono, tetti di peso divelti da' loro appoggi e

sbalzati in aria, poi caduti a sfasciarsi e stritolarsi del tutto in

terra; il convento de' teresiani, uno de' più danneggiati. La cupola

della chiesa del Purgatorio arrandellata di piombo sui tetti d'una casa

vicina. Mirabile fu il vedere il campanile del duomo tagliato, per così

dire, per filo d'altezza, e una metà rimasta in piè, l'altra diroccata

a terra, come se spaccato dalla cima alla base da una potente scure

stato fosse.

Tra mezzo a così rovinoso tumulto e scroscio poco più di settecento

persone in così popolosa città perirono; imperocchè, ai primi insulti

del terremoto, i cittadini fuggirono precipitosamente e al disteso

sui campi liberi alla campagna, dove, alzato avendo tende e baracche,

attendevano a dimorarvi sino a tanto che quell'insolito furore si fosse

estinto. Così l'immagine della vita s'era trasportata fuori; morte,

silenzio e solitudine regnavano in Messina. L'uomo sentiva raccapriccio

ed orrore per le desolate contrade della vasta città trascorrendo, dove

nè anima vivente vedeva che movesse, nè suono sorgere che le orecchie

gli percuotesse, udiva, se non quello d'alcune porte o finestre ancora

attaccate ai muri e dal vento sbattute come in abbandonato e deserto

edifizio. Avresti detto una città percossa e devastata dalla peste.

Ai 5 di febbraio non vi fu mai riposo compito dal terremoto,

scuotendosi continuamente ora con maggiore scrollo ora con minore il

suolo. Bene successe ai Messinesi la prudenza in appresso; imperocchè

ai 28 di marzo, come in Calabria, così ancora in Messina, preceduta da

molte scossette, venne una scossa violenta che parve che quello fosse

l'ultimo giorno per la città già cotanto desolata e deserta. Novelle

grida di stupore e di terrore si alzarono allora di sotto le tende e le

baracche, grida commiste di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli

cui pietà prendeva degli antichi abituri. Non poche spaccature di terra

si aprirono in Messina, ma non però di quella lunghezza e profondità

che si osservarono nella Piana di Monteleone. Alcuni narrano che

da queste aperte bocche usciti fossero aliti ferventi e di fetore

sulfureo; ma con migliore osservazione fu accertato che piuttosto

chimere d'immaginazioni percosse deggiono stimarsi, che testimonianze

d'uomini prudenti ed amatori della verità. La prossimità dell'Etna

spirava queste fole, sembrando al volgo che un terremoto ed un così

estremo conquasso avvenire non potessero senza che quel colossale e

rabbioso monte vi avesse parte e cagione ne desse. Ma fatto sta, che,

se egli operò di sotto, non operò di sopra, nè con fuochi o con aliti o

con fumi la sua immensa forza manifestò.

Fuvvi altresì chi s'immaginò avere sentito impresse di calore le acque

accavallate sui lidi nel momento del terribile marimoto; ma anche

questa fu una chimera di mente inferma. Bene è vero che le fontane

e i pozzi per alcuni giorni si disseccarono; il che aggiunse miseria

all'estremo travaglio prodotto dalle altre cagioni. Il terreno sotto

la panchetta e del contiguo stradone parve infangarsi e divenir

molliccio, ma però non eruttò melma. Forse la cagione che dalle

profondissime interiora della terra procedeva, quivi fu meno attiva che

nella Calabria, e non ebbe sufficiente forza per ispingere sino alla

superficie le fanghiglie, e produrre quei vomiti di materia cretacea.

Le spaventevoli catastrofi accaddero fra popoli di fantasia vivissima

e molto dediti alla religione, la quale nelle menti rozze e poco

illuminate degenera facilmente in superstizione. Onde non è a

maravigliare se nei paesi percossi si osservarono cose singolari:

apparizioni straordinarie, predizioni portentose, e cerimonie e riti

stupendi. Tre giorni dopo il fine del disastro, fatta una processione,

cantarono l'inno delle grazie: ringraziavano, abbenchè fossero senza

pane, senza roba e senza tetto; lodevole radice di pietà anche nella

miseria.

I costumi, ciò nondimeno, non erano nè diventarono migliori; che

anzi, come a segni non menzogneri apparve, peggiorarono e nel pessimo

diedero. Fra tanti dolori, una sfrenata cupidigia del far suo quello

d'altrui i feri animi di quei popoli dominava. Come ogni cosa era in

confusione, così adoperarono come se credessero che ogni cosa fosse

comune, e ciascuna di tutti; nè la compassione per altri nè il proprio

pericolo valevano per ritenergli che in abbominevoli latrocinii non

si precipitassero. Userem le parole del Dolomieu, siccome quelle

che pingono al vivo la condizione di quel tempo, e dimostrano quale

creatura sia l'uomo quando è sciolto dal freno delle leggi, quantunque

Dio minacci e colla sua terribil voce faccia sentire che pronto e

presto è il castigo.

«Mentre una madre scapigliata, scrive l'egregio Franzese quale nelle

sue Storie il traduce il Botta, e coperta di sangue andava domandando

alle ruine stesso ancora fumanti il figliuolo, cui, mentre nel grembo

il portava fuggendo, le aveva tolto la caduta di una rovinosa trave;

mentre un marito affrontava una morte quasi certa per ritrovare una

diletta sposa, si vedevano mostri con faccie d'uomini precipitarsi in

mezzo a muri traballanti, bravare il pericolo più orrendo, calpestar

uomini mezzo sepolti che di pietà e di aiuto gli richiedevano, per

andar a saccheggiare la casa del ricco e soddisfare ad una cieca

cupidigia. Costoro spogliavano vivi tanti infelici, i quali avrebbero

loro date le più generose ricompense, se al lagrimevole caso loro

avessero prestato una mano soccorritrice. Io ho alloggiato a Polistena

nella baracca d'un galantuomo che fu seppellito nelle ruine della

sua casa, le sole gambe scoperte per aria: il suo domestico gli tolse

le fibbie d'argento, e se ne andò via senza volergli dare aiuto per

disseppellirlo. Generalmente il popolo della Calabria ha mostrata una

depravazione incredibile di costumi nel mezzo agli orrori de' tremuoti.

La maggior parte degli agricoltori era all'aperto nelle campagne

quando successe la scossa dei 5 febbraio, e accorsero subito nei paesi

ingombri di polvere, non per prestare soccorso, ma per saccheggiare.»

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 19 / 99 段