Paolo, figliuolo di Caterina II imperadrice di Russia, dall'augusta

madre mandato, in compagnia della granduchessa sua consorte, a

restituire a Giuseppe II la visita che questi fatta le aveva nella

sua residenza di Pietroburgo, da Vienna passò a vedere l'Italia, sotto

il nome di conti del Nord, che aveano gl'imperiali coniugi per questo

viaggio assunto. Gli accolsero Roma e Napoli, Firenze, Modena e Milano,

e la nostra Venezia gli accolse in isplendida e regia ospitalità, nel

che non solea restare a niun altro potentato seconda. Magnifiche feste

in teatro, caccia di tori al chiaror delle faci nella gran piazza di

San Marco, e lo spettacolo singolare di queste adriache spiaggie,

la regata, con altri non meno brillanti che graditi trattenimenti

segnalarono i dieci giorni che gli ospiti illustri qui fermarono il

piede.

Ma mentre i principi veniano in Napoli accolti e festeggiati, la città

di Ortona, parte di quel regno, situata in riva al mare Adriatico,

nell'Abbruzzo Citeriore, si subissò. Posta sopra un monte assai

alpestre, formando una specie di penisola, in un terreno di tufo più

volte già smotato, venne a scoscendersi una parte del poggio, sì che un

buon terzo della città piombò tutto in un tratto in mare, nel rovinio

ammazzando più di due mila persone. Nel dì 25 di febbraio, un'ora

prima di sera, quasi in tutta l'estensione della città, incominciò

a distaccarsi dalle fabbriche la terra; alle tre della notte tutto

ciò che prima era colle apparve una voragine spaventevole. Il terreno

coperto dalla neve a quei giorni caduta precipitò velocissimo in mare.

Nessun riparo fermar poteva gli ulteriori danni. Gli abitanti, rimasti

attoniti a tanto inaspettato disastro, si diedero tutti alla fuga.

In quest'anno l'imperadore Giuseppe II abolì in tutti i suoi Stati,

quelli di Italia compresi, la pena di morte. Contemporaneamente in

Toscana abolivasi l'inquisizione.

Due figli di Apollo in quest'anno morte rapiva all'Italia; Metastasio e

Farinelli; famoso poeta quello, questo cantore famoso.

Anno di CRISTO MDCCLXXXIII. Indiz. I.

PIO VI papa 9.

GIUSEPPE II imperadore 19.

Nissuna regione del mondo fu mai tanto tormentata quanto l'estrema

parte d'Italia, che ora il regno delle Due Sicilie comprende. Gli

uomini in ogni tempo l'afflissero, ora con guerre intestine, ed ora

con guerre esterne, e spesso ancora con mutazioni di stirpi regie, a

cui pareva che quel bel paese non fosse cosa da lasciarsi ad altri. La

natura poi lo straziò ora con incendii spaventevoli di monti, ed ora

con terremoti più spaventevoli ancora.

Sonvi sul globo terracqueo alcuni luoghi, dove da tempi antichissimi

la natura è già sfogata, che è quanto dire, che le forze sue,

superati tutti gli ostacoli, hanno indotto quello Stato che a loro più

consentaneo è: questi luoghi, quanto ai fenomeni naturali, godono di

maggiore tranquillità. In altri paesi poi la natura, per così dire,

sforzantesi e rabbiosa ancora si travaglia, e tra mezzo a perturbazioni

ed a ruine tende a sormontare quanto le si oppone per arrivare al suo

stato di quiete.

Ora l'estrema parte d'Italia che al mezzodì si volge è una di quelle

che non hanno ancora ottenuta quella quiete, e la van cercando. Quindi

è che nelle sue viscere interne regna tuttavia una gran discordia,

che fuori a noi si scopre con fiamme spaventose, con eruttamenti

maravigliosi, con macigni liquefatti, con terremoti, con marimoti, con

aeremoti, che danno a temere che sia venuta la fine dell'esistenza,

non che del riposo, e pure altro non sono che avviamento alla quiete.

La natura non conosce tempo; per lei nè anni nè secoli vi sono, e

di noi si ride, a cui incresce il morire. Noi non vedremo la quiete

della Magna Grecia nè delle siciliane sponde, ma tempo verrà ch'esse

l'avranno, e la stessa condizione acquisteranno, che già nelle più

parti di questo nostro globo si osserva. Non so però perchè così tardi

ella vi sia per arrivare, scrive un famoso storico che trascriviamo, e

perchè contrada così magnifica e così bella, forse la più magnifica e

la più bella di tutte, e perchè uomini così sensitivi e così immaginosi

abbiano a soffrire un così luogo travaglio. Se castigo di Dio è, non

vedo ch'essi abbiano peccato più degli altri; se necessità di fortuna,

bisognerà confessare, che siccome sempre cieca ella è, così ella è

sovente ingiusta.

Racconterò, seguita il lodato storico, cose stupende, e tali, che

dubito che da nessuna penna degnamente raccontare non si possano;

una provincia intera sconvolta, molte migliaia d'uomini in un sol

momento estinti, i sopravviventi più infelici dei morti; la terra, il

cielo, il mare sdegnati; ciò che la natura ha fatto di più sodo, in

ruina; ciò che per la sua sottigliezza toccare non si può tanto impeto

acquistare, che, le toccabili cose furiosamente urtando, rovesciò;

ciò che mobile e grave è, fuori del consueto nido sboccando, guastare

ed abbattere quanto per resistere a più leggeri elemento solamente

stato era construtto; i fati d'Ercolano, i fati di Pompei, e forse

peggiori perchè più subiti, a molte città apprestarsi, non soffocate

ed oppresse, ma stritolate e peste; una faccia di terre le più amene

e ridenti del mondo cambiata subitamente in ultima squallidezza ed

orrore; orribili fetori di cadaveri putrefatti non riscattabili fra

l'immense ruine, orribili effluvii di acque stagnanti nel loro corso

d'accidenti straordinarii interrotte, orribili malattie da spaventi,

da stenti, da moltiplici infezioni prodotte, abissi aperti, città

subbissate od inabissate, monti scoscesi, valli colmate, fiumi e

fonti scomparsi, nuovi comparsi, polle di mota da aperte voragini

scaturienti; un istinto d'animali bruti il futuro male preveggenti,

una sicurezza d'uomini, cui la ragione è meno provvida dell'istinto;

un salvar di fanciulli con morte delle madri, un preservar di padroni

per fedeltà di servi, un aiutar d'infelici per bontà di governo, per

umanità di signori, per carità di preti; vittime per casi strani o

quasi non credibili dall'ultimo eccidio scampate; una cieca fortuna,

un impeto ineluttabile, un grido di morte uscito dalla terra per

sotto, dal cielo per sopra, dal mare per lato, spaziare dappertutto,

ed ogni cosa rompere, ogni cosa spaventare, ogni cosa in ruina ed in

isconquasso precipitare; gl'incendii uniti alle ruine, e le fiamme

consumare ciò che al furore degli altri elementi era avanzato. — A ciò

tutte le superstizioni più stravaganti che caggiono in menti smosse,

tutte le furberie di chi delle sciocche superstizioni e dei solenni

terrori si pasce ed in suo pro gli converte; a ciò ancora pentimenti

fugaci di uomini malvagi, rapine contro miseri, insulti contro

benefattori, abbandoni di chi soccorso chiedeva e pietà; il mondo

morale, come il mondo fisico in disordine; ciò che doveva intenerire

i cuori, e farli dell'umana miseria conoscenti, vieppiù indurarli ed

aspri ed inesorabili farli; gente scelleratissima con opere nefande

dimostrare che la cupidigia del rubare e l'infame sfogamento della

libidine sopravanzavano, e soffocavano la compassione e lo spavento.

Maravigliosa terra di Napoli che sempre dimostrasti essere in te

estremo il bene, estremo il male, nè dal consueto stile poterti

ritrarre nemmeno la natura orrida e sconvolta: quello dinota eroismo,

questo una spaventevole ostinazione.

È impossibile seguire più innanzi nella sua stupenda narrazione del

fatto lo storico illustre che a parte a parte lo descrisse; ma verrem

da lui traendo ciò che i tratti principali della tremenda catastrofe

possa mettere dinanzi alla mente.

Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un

autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente

gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo,

caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e

precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della

Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei

fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati

e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura

presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse

fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano

altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute,

ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in

fuori, da altri maggiori disastri non restarono afflitti.

Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per

fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria;

perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense

e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu

conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania;

in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la

Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine,

poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii

della natura.

Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il

giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella

stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun

segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo

velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del

solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto

stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva

un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che

scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti

turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli

uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o

fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti,

che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col

gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed

aspettavano.

Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del

pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non

faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto,

almeno in parte saputo avrebbero.

Trascorso era il giorno 5 di febbraio di pochi minuti oltre il mezzodì

quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra

un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si

scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più,

o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli

ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre

di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature

rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a

tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto!

Quale differenza da tante vite a tante morti!

Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e

tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26

ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì

i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al

fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro

rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire,

posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il

gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora

era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e

sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad

ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi

in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono

principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro;

l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di

Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.

Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma

fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune

scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un

andare e venire più o meno manifesto della terra, come se ella divenuta

fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male

che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.

Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle

concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità

de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal

basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse

o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in

quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto

una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una

porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto

scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima

si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che

fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto

avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo

le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio,

il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente

andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso,

per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano,

e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si

argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse

sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era

il fragore, che chiamavano _rombo_, spaventevole nunzio di estreme

sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore

danno seguitava un maggiore spavento.

Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso?

Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri

ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi

templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti

e scomposti, ed ancora che i più atterrati non fossero, diventarono

nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove,

oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a

fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della

Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte

di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore.

Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia,

villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii,

ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza

che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente

dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi

rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano

terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta,

anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella

che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di

quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine.

Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di

profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano

impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano,

disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo

luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale

modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso

partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da

queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come

pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia

altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature

usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano

intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi.

Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche

circolari; che sul terreno cavo si formavano; e dal centro delle

medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.

Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto

acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere

del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza

dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria

alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i

terremoti.

Successe poco lungi da Soriano nei terreni del fra Ramondo, del

Covolo e del fiume Caridi una gran rovina ed una inondazione di fango:

giardini, due case rurali, un oliveto, due monticelli sdrucciolarono,

il Caridi scomparve, si aprirono voragini, sgorgò acqua in copia,

giacquero gli alberi in varie guise fra quell'incomposta congerie,

sfortunatamente sepolte dall'orrendo scoscendimento alcune umane

creature. Alcuni giorni appresso ricomparve il Caridi, ma in altro

letto, nè puro o limpido come prima, ma limaccioso e torbido.

Il più atroce tormento di chi restava sepolto vivo, ed in molti uomini

e donne ciò si osservò, sempre fu la sete. Usciti dal carcere rovinoso

non altro domandavano, non altro agognavano che bere, e sull'acqua per

dissetarsene cupidissimamente si gettavano. Tant'era il rovello che

li tormentava, che, perchè dall'improvviso e troppo copioso uso della

bevanda non ricevessero mortale danno, uopo era ministrarla loro con

regola e misura.

Tra le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città che

raccontare non possiamo, però che il tempo e lo spazio ne sospingono,

non possiamo tacere di Polistena, vaga città sulle sponde del

Jerocarne, che non fu più, demolita di maniera, che i tetti rimasero

innabissati e le fondamenta cacciate fuora dal loro sotterraneo cavo:

tutta sotto sopra fu messa, nè mai più informe ammassamento di rottami

si presentò agli occhi degli uomini spaventati che quello della

distrutta Polistena. «Quando da sopra una eminenza, scrive il Dolomieu

nella versione del Botta, io vidi le ruine di Polistena, quando io

contemplai i mucchi di pietre che non hanno più alcuna forma, nè posson

dare più idea di ciò che era quel luogo, quando io vidi che nissuna

casa era sfuggita dalla distruzione, e che tutto era stato livellato al

suolo, io pruovai un sentimento di terrore, di pietà, di raccapriccio,

e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese.» Le case

precipitarono nel fiume, i grossi muri del convento dei domenicani si

sfasciarono ed in grandi massi rovinarono. Dalla parte de' cappuccini

si avvallò il terreno, in varii luoghi largamente si sfesse, tutto il

paese all'intorno sino a piè del monte tre miglia distante si screpolò.

Un momento solo del 5 febbraio precipitò e soffocò negli abissi più di

due mila Polistenesi, fra sei mila che erano. I sopravviventi, erranti

e miseri, non solo case più non avevano, ma nemmeno fra quella informe

ruina le riconoscevano: a stento il luogo dell'antica e distrutta sede

accertavano.

Terranuova divenne in pochi istanti un vano nome; il suolo stesso ove

posava, non solo cangiò forma, ma non fu più. «Un gemito indistinto,

così scrivono gli accademici di Napoli, un gemito indistinto, un

terribile fragore, e una densa nube di polve ascose tra la più compiuta

annichilazione l'enorme strage che indistintamente si fece degli uomini

e dei bruti.» Aveva la terra nel suo fiorito stato due mila abitatori;

solo quattrocento dalla catastrofe scamparono.

Trapasseremo senza arrestarci le ruine, gli sconvolgimenti,

l'annichilamento di Molochiello, di Casalnuovo, di Oppido, di Santa

Cristina, di Scilla, di Reggio, di cent'altri e villaggi e casali

e città; trapasseremo eziandio gl'infiniti casi compassionevoli e i

molti singolari casi e venture e disavventure dell'orrendo disastro

non per la prima volta avvenuto in paesi che bugiardi ed insidiosi

si potrebbero chiamare, posciachè per la bellezza ed amenità loro

allettano a spiagge infide e piene di mortali pericoli: un sole

benefico, chiari rivi scendenti dai poco lontani Apennini, freschezza

di siti all'ombra degli aranci, dei gelsi, dei limoni, dei fichi, dei

cedri, dei granati e della pampinosissima vite, fanno che quivi sieno i

luoghi forse i più dilettevoli della terra. Ma sono giardini d'Alcina;

la natura vi fu ad un tempo madre e matrigna.

Ma fra le quasi infinite avventure e disavventure che dobbiam

tralasciare, non possiamo astenerci dai trascrivere dallo storico più

volte lodato alcuni casi che più degli altri potranno interessare il

lettore.

«La compassione ch'io sento, scrive egli adunque, m'invoglia di

raccontare il caso di due madri infelici all'ultima ora sotto le ruine

codotte, ma non sole. Rovinò sopra di loro un tetto, rovinò la povera

casa. L'una aveva seco un figliuolo di tre anni, l'altra stringeva al

petto un bambino di sette mesi. Nella estrema sciagura, in quel fondo

di morte, la materna tenerezza non le abbandonò, anzi si accrebbe.

Curvaronsi contro i cadenti sassi, e fecero del dosso arco sopra le

innocenti creature. Istinto era, amore di madre era, ma frutto altresì

di compassionevole illusione; perciocchè incontro ai rovinanti massi

qual corpo di donna resistere potea? Morirono, e con esse i non salvati

fanciulli. Chi fu mai più infelice al mondo di quelle misere e desolate

madri? Furono trovate nell'attitudine descritta; e con le braccia

avvinte ai figli l'una accanto all'altra, esse coi corpi pieni di

lividori e di putrida gonfiagione, essi seccati e smunti. Or chi potrà

dire quanto dolore regnato abbia in quell'oscuro speco?

«Delle raccontate donne un'altra meno infelice, quantunque

infelicissima sia stato, tutta la Calabria in ammirazione converse.

Sette giorni intieri stette fra le ruine sepolta, nè alcun cibo o

bevanda ebbe. Funne estratta esanime e moribonda. Come prima racquistò

l'imperio dei sensi, _acqua_, gridò, _acqua, acqua io voglio_. Tant'era

la sete che la straziava. Disse che nella tenebrosa caverna prima

una infernale sete la struggeva, poscia perdè ogni sentimento di sè

stessa. La da così vicina morte scampata donna visse ancora alcun tempo

sovvenuta dalla pietà del pubblico.

«Simile caso avvenne ad una donna di Cinquefrondi, villaggio poco

distante te da Polistena, e dal sommo all'imo distrutto. Fu tratta viva

dopo sette giorni di sepoltura, ma con due figliuolini, che seco aveva,

morti.

«Quanto sopportar possa in casi straordinarii l'animale natura, ancora

più ne diede testimonianza un gatto, che, appiattatosi per asilo in

un caldaio, il quale il peso dei rottami sostenne, vi stette quaranta

giorni senza cibo di sorte alcuna. Il trovarono come giacente in

placido sonno. Appoco appoco si riebbe, ed alcuni anni ancora visse,

delizia del padrone.

«Quale fosse lo spaventevole capriccio del terremoto, egli scrive in

altro luogo, seppeselo il padre maestro Agazio, priore del carmine di

Jerocarne, il quale per questi luoghi viaggiava, quando più il flagello

v'infuriava. Spaventato volle fuggire; ma ecco un piede incepparsi

in un crepaccio che subito si serrò. S'affaticò di ritirarlo, ma

spese la fatica indarno. Mise grandi stridori, chiamò aiuto con alte

grida, in quella desolata solitudine nissuno comparve, e tuttavia il

piè stava stretto da quella straordinaria tanaglia. Credeasi morto,

attaccato com'era a quel fatale e strano ceppo. Ma ecco in un subito

per un nuovo urto di terremoto aprirsi il ceppo, spalancarsi la fauce

e dargli libertà e vita. Il povero religioso arrivò al convento tutto

sganganato, e più morto che vivo. Ognuno si maravigliava della stupenda

ventura, ed egli a stento la poteva raccontare; tanto era oppresso

dall'anelito e dalla paura!»

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 18 / 99 段