In quest'anno il Ricci successe all'Ippoliti nel governo della diocesi

di Pistoia, di cui la città di Prato era membro. Colla medicina di

Pistoia credevasi di aver rimediato a tutte le piaghe, e che l'intero

ovile fosse a sanità ricondotto. Ma vana fu l'aspettazione, posciachè

in Prato maggiore contaminazione si scoperse. Due monache di Santa

Caterina di questa città, una nobile pratese di anni cinquanta, l'altra

di altra nobile famiglia pur di Prato, di anni trentotto, viveano già

da molti anni immerse ne' più gravi disordini.

Gli empi dogmi e le perverse consuetudini non avevano però tanto potuto

celarsi, non già dalle ree femmine, che non se ne infingevano, ma dai

superiori ecclesiastici che desideravano sopire senza scandalo una

cosa cotanto detestabile, che fuora le lingue non ne favellassero, e

quel luogo che santo ed intemerato doveva essere, empio e sacrilego

non chiamassero. Il vescovo Ricci ed il granduca Leopoldo, ai quali

queste cose infinitamente dispiacevano, avevano preso risoluzione,

correndo gli anni 1778, 1779 e 1780, di osservar bene quegli andamenti,

e di accertarsi anche per processi informativi, affinchè, mandate a

Roma le informazioni, la congregazione dei cardinali sopra i regolari

ed il pontefice stesso non potessero aver cagione di sopportare e non

provvedere.

Intanto, per allontanare da Santa Caterina ogni occasione di corruttela

e di scandalo, le due monache, per ordine sovrano, furono trasferite

a Firenze, per esservi chiuse nel conservatorio di San Bonifacio, dove

occupate in opere manuali avessero altro che pensare. Tuttavia non vi

diventarono migliori; però dagli ordini del conservatorio era impedito

ch'elleno con le parole e con l'esempio le innocenti creature che colà

entro convivendo contaminassero.

In questo mentre si andava fra i consiglieri del papa considerando

ciò che fosse a farsi per ravviare le cose di Toscana. Trattavasi se

convenisse, inchinandosi alle domande di Leopoldo e di Ricci, dare al

vescovo ogni necessaria facoltà, perchè potesse ritornare all'ordine,

alla purità ed alla pace Santa Caterina con tutti gli altri monasteri

di domenicane che nella sua diocesi si trovavano. Roma aveva gravi

risentimenti contro il granduca e il suo vescovo prediletto, a

cagione delle riforme che già avevano fatte e quelle che annunziavano

di voler fare. Specialmente poi acerbo animo portavano a Ricci per

avere pubblicato un monitorio contro la divozione del cuore di Gesù.

In questo mezzo il cardinal Palavicino, segretario di Stato di papa

Pio, cagionevole di salute essendo, si era condotto a cambiar aria,

lasciando il carico delle faccende al cardinale Rezzonico.

Quest'ultimo cardinale, più simile allo zio, che fu papa, che prudente

ad accomodarsi ai tempi che correvano, benaffetto ai gesuiti, ostava al

Ricci. Pio VI, che pur i gesuiti, autori della divozione del cuore di

Gesù, non amava, e che quanto Ricci quella divozione dannava, siccome

d'animo alto e risentito era, e gelosissimo dell'autorità e dignità

della Sede pontificia, si dimostrava anche alieno così dal vescovo di

Pistoia, come dal granduca, anzi da tutta la casa austriaca, da cui

allora riconosceva la diminuzione delle romane prerogative.

I domenicani, grandemente avversi in altri tempi ai gesuiti, nella

congiuntura presente ai medesimi si unirono, perchè vedevano che una

cattiva nominanza si solleverebbe contro il loro ordine, se il papa

con un solenne atto facesse vedere al mondo che le colpe d'alcune

domenicane e di alcuni dei domenicani erano conformi alla verità. Tra

gesuiti e domenicani fecero un così forte agitare alla corte, che il

papa, non che consentisse a dare le facoltà domandate al vescovo di

Pistoia, gli scrisse lettere acerbissime, tassandolo d'imprudenza per

aver sollevato questi romori in tempi tanto calamitosi per la Chiesa.

In quanto poi alle due religiose, prescrisse che fossero innanzi al

tribunale dell'inquisizione tradotte, per essere da lui, secondo che

meritavano, castigate.

Il granduca, a cui stava a cuore l'onor del vescovo pistoiese ed

il suo, e che non voleva che la potestà secolare fosse dichiarata

incompetente per provvedere ai disordini che succedevano nei conventi,

e di cui la fama, uscendo fuori, scandalizzava i popoli, scrisse in

termini molto risentiti a Roma, facendo intendere che non mai avrebbe

consentito che le due monache fossero date in potestà del santo

uffizio. Minacciò poi apertamente che se il governo pontificio si

fosse ancora peritato al sommettere i conventi delle monache di Toscana

all'autorità spirituale dei loro ordinarii, avrebbe provveduto egli di

propria autorità alle corruttele che vi erano pullulate.

Ad un tratto così risoluto il papa, rispondendo al granduca, gli fece

sapere che delle due monache deliberasse pure ciò che più conveniente

stimasse. Nello stesso tempo conferì ai vescovi del granducato, e

particolarmente a quel di Pistoia, le facoltà che gli erano state

domandate. Che anzi il pontefice, il quale le buone cose amava, quando

gli adulatori nol tentavano in proposito della grandezza e della

dignità della Sede pontificia, scrisse lettere di amara riprensione

al generale dei domenicani, per non avergli fatto conoscere la verità

sugli accidenti scandalosi di Prato.

In quest'anno Modena abolì nelle procedure criminali la tortura.

Anno di CRISTO MDCCLXXXI. Indiz. XIV.

PIO VI papa 7.

GIUSEPPE II imperadore 17.

Giuseppe II, erede di tutti gli Stati della casa d'Austria per la

morte della madre, come per quella del padre, era, quindici anni

prima, salito sul soglio imperiale, dalla natura dotato d'un capitale

straordinarissimo di penetrazione, e ricco di molte e molte cognizioni

ne' diuturni suoi viaggi acquistate, tutti i suoi pensieri, tutte le

cure al bene ed alla prosperità dei sudditi rivolse. Nuove forme ai

giudizii, con nuovo codice civile e criminale; generosa protezione alle

scienze ed alle lettere; nuove manifatture e nuove arti introdotte;

aperti nuovi canali al commercio, ed ingrandite e ristaurate a comodo

dei viandanti le pubbliche vie; sistemata infine ed ordinata ne' suoi

stati la pubblica economia.

Ardeva però l'imperadore di vivissimo desiderio d'incarnare prontamente

coll'esecuzione quelle vaste idee di riforme ecclesiastiche che da

gran tempo aveva concette e gustate. Già da più di venti anni, in

tutti i governi, e principalmente in quelli d'Italia, lo spirito di

riforma in questa parte di esterior disciplina erasi con non poca

solennità manifestato. Venezia, Genova, Parma, Modena e Napoli aveano

posta la falce nel campo. Ora, scorsi appena diciotto giorni da che

mancata era l'imperadrice Maria Teresa, pubblicò Giuseppe la prima sua

provvisione intorno alle persone che si davano allo stato claustrale.

Essergli, diceva, noto per esperienza che quelli che abbracciano

la vita religiosa, dispongono sovente de' loro beni a favore delle

case e comunità in cui entrano; or comandare lui che nissun novizio

o religioso che testare o stipulare qualunque atto di ultima volontà

prima della professione dei voti volesse, non potesse, sotto qualunque

pretesto, disporre di più di mille ducento fiorini in favore di dette

case e comunità.

Tre mesi dopo questo, diede fuori l'editto che concerneva a tutti gli

ordini frateschi: che tutte le case religiose negli Stati austriaci

sussistenti dovessero, comandava, rinunziare totalmente e per sempre ad

ogni unione, dipendenza o connessione con altre cose religiose estere o

con esteri superiori; al contrario, tutti i regolari austriaci essere

governati e diretti dai provinciali rispettivi, sotto l'ispezione ed

autorità de' vescovi, dovessero: le medesime disposizioni altresì alle

comunità delle femmine si estendessero, e sotto pena della deposizione,

avessero le superiore per l'avvenire a dipendere soltanto ed

esclusivamente dal clero degli Stati dell'imperadore, tanto in affari

ecclesiastici come nelle temporali bisogna.

Immediatamente a questo editto ne seguitò un altro, col quale

ordinavasi che quanti religiosi di qualunque sesso chiedessero

di essere dispensati da' fatti voti, ai rispettivi ordinarii, per

riportarne la bramata dispensa, le istanze loro rivolgessero: vietati,

in pari tempo, tutti i voti tanto temporanei come condizionati, se

fatti prima dell'età permessa per la vestizione, cioè ventun anni per

le donne, venticinque pegli uomini.

Intimato a tutti gli eremiti di deporre il lor abito romitico, venne

Giuseppe contemporaneamente in sull'abolire diversi monasteri d'ambi

i sessi. Tutte le case religiose, tutti i monasteri ed ospizii sotto

qualsivoglia nome di certosini e camaldolesi, come pure di monache

carmelitane, francescane, cappuccine o di Santa Chiara, rimasero

soppressi ed aboliti generalmente in tutta l'estensione degli Stati

austriaci. Allora fu che non poche monache, o non persuase di passare

in altri istituti dal sovrano approvati, o di trasferirsi fuori degli

Stati austriaci, fecero ritorno, in Italia, nelle paterne case.

Avendo esso principe giudicato necessario che le bolle, i brevi, i

decreti emanati da Roma, per l'influenza che avevano sugli affari dello

Stato, prima della pubblicazione, a lui ogni volta e senza eccezione

nissuna fossero presentati per ottenere il beneplacito, pratica già in

uso in moltissimi altri Stati cattolici, prescrisse a tutti i vescovi

ed arcivescovi de' suoi Stati che tutti gli ordini pontificii sì in

forma di breve, decreto, costituzione, o in forma altra qualunque

si fosse, indirizzati al popolo, a comunità tanto ecclesiastiche che

secolari, oppure a private persone, relativi a collazioni di benefizii,

pensioni, onori, potestà, diritti, od anche in materie dogmatiche o

di disciplina, dovessero, avanti la pubblicazione, presentati essere

alla reggenza civile d'ogni provincia con una copia autentica stesa

da pubblico notaio del paese, ed accompagnata da suppliche, affine di

essere poi della sovrana approvazione muniti.

Convinto Giuseppe II, come egli si esprimeva, de' perniciosi effetti

della violenza alle coscienze fatta, e de' vantaggi essenziali che

una vera tolleranza cristiana procura alla religione ed allo Stato,

credette bene di determinare, riguardo a questo punto, alcune regole.

Fosse permesso l'esercizio privato della loro religione a tutti i

sudditi protestanti, sia della confessione elvetica, sia di quella di

Augusta, in qualunque luogo degl'imperiali Stati. Sapessero eglino che,

nelle elezioni e collazioni di cariche civili, il principe riguardo

alcuno non avrebbe alla differenza della religione, ma unicamente,

come s'era sin allora fatto senza sinistro effetto nel militare, la

probità; la capacità, la buona condotta degli aspiranti valuterebbe.

Ne' matrimonii contratti tra persone di religione diversa, se il marito

cattolico fosse e la moglie protestante, i figli e maschi e femmine la

religione del padre seguissero; se il marito protestante e la moglie

cattolica fosse, i figli maschi seguissero la religione del padre, le

femmine quella della madre. Purchè osservasse le leggi municipali e le

sovrane ordinazioni, e la quiete pubblica non disturbasse, nissuno,

Giuseppe comandava, fosse mai assoggettato per motivo di religione a

pene pecuniarie o corporali qualunque; prescritto a tutti i magistrati

e giudici di ricordare a' cattolici la carità e l'amor fraterno,

di astenersi dalle parole ingiuriose, dalle offese, da' pungenti

rimproveri contro coloro che la ventura non ebbero di nascere in grembo

della cattolica Chiesa.

Aveva già l'imperatore con altro editto annunziato a' suoi sudditi

che, trovandosi eglino nel caso di dover chiedere per oggetto di

matrimonio una dispensa sopra uno od altro impedimento canonico, non

a Roma domandar la dovessero, ma bensì al rispettivo arcivescovo, da

cui, mediante il pagamento di modica tassa di cancelleria, concessa

sarebbe; ingiunto ai parochi, tanto delle campagne come delle città, di

non congiungere in matrimonio coppia veruna di sposi, se dispensa altra

qualunque fuor di quella del rispettivo ordinario gli presentasse.

Qualche tempo dopo, oltre alcune condizioni prescritte ai vescovi

intorno alle dette dispense, ordinò, che chi bisogno ne avesse, prima

di cercarle ai vescovi, la permissione dal sovrano impetrarne dovesse.

Contenendo il pontificale romano un giuramento che i vescovi, all'atto

della loro consacrazione, al papa fanno, l'imperatore emanò un suo

decreto, con cui intendeva di non ricusare il placito alle bolle

spedite da Roma agli arcivescovi e vescovi nuovamente eletti, ma vi

aggiungeva la condizione espressa che nè il prelato consacratore

nè il prelato consacrato non venissero autorizzati nè a ricevere

nè a prestare il detto giuramento se non nel senso dell'ubbidienza

cattolica, e non altrimenti. Ordinò quindi che i nuovi eletti, prima

di essere consacrati e prima di quel giuramento ordinario al papa

immediatamente dopo la nomina od elezione altro prestarne dovessero

tutto speciale di fedeltà all'imperadore, in presenza del governatore e

de' due più anziani assessori del luogo; giuramento che, sottoscritto

dal nuovo o vescovo o arcivescovo, dai tre testimoni suddetti, e

spedito originalmente al sovrano, conteneva una promessa assoluta

dell'eletto di comportarsi verso l'imperadore, suo solo legittimo

sovrano, principe e signore, da fedel suddito e vassallo, non

facendo e non permettendo scientemente che fatta fosse direttamente o

indirettamente cosa alcuna che pregiudiciale essere potesse e contraria

alla persona di Sua Maestà, alla sua augusta casa, allo Stato o ai

diritti della sovranità; con inoltre la promessa di ubbidire senza

tergiversazione a tutti i decreti, leggi ed ordini dell'imperadore, di

fargli osservare da' suoi inferiori col dovuto rispetto, e di cercare e

procurare in ogni occasione la gloria ed il vantaggio del sovrano e de'

suoi Stati. Alcuni vescovi eletti e non consecrati, questo decreto come

ad essi ingiurioso e tendente a renderne sospetta la fede riguardando,

supplicarono all'imperadore di dispensarli dal nuovo giuramento di

fedeltà ad essi prescritto, proferendo in quella vece di più non

prestare al papa nè l'antico nel pontificale riportato e nelle bolle

inserito, nè verun altro; e lo imperadore volentieri la proposizione

accettò.

Ed altre leggi ed altre provvidenze il saggio principe impartì nelle

materie ecclesiastiche, le quali non si poteva che nella novità non

cagionassero scrupoli e dubbiezze; il perchè non giorno forse passava

che al trono alcuno non si presentasse a chiedere spiegazioni.

Ma nel corso di tali riforme e novazioni un avvenimento di natura

diversa disgustò l'imperadore. Per uso antico nella romana corte

stabilito, alla morte di ciascuno de' principali monarchi cattolici

d'Europa, Austria, Francia, Spagna e Portogallo, rendevansi dai

papi nella pontificia cappella con grande solennità gli ultimi onori

all'estinto, di cui il santo padre stesso tesseva il funebre elogio.

Non era però esempio che onore siffatto stato fosse reso alle regine

o alle imperadrici che regnato non avevano se non congiuntamente ai

mariti; ma l'imperatrice Maria Teresa, regina di Boemia, d'Ungheria

e di tanti altri regni e Stati, era caso nuovo e meritava speciale

riguardo. Il papa consultò i suoi maestri di ceremonie, e questi gli

esposero di non aver trovato, per diligentissimi esami, che a donne

solenni funerali nella pontificia cappella stati mai fatti fossero.

E non consideravano che, dopo introdotto quell'uso, nissuna sovrana

cattolica era in Europa stata nel caso di reggere da sè i popoli,

come retti gli aveva Maria Teresa. Corse allora voce che il cardinale

Herczam, ministro cesareo a Roma, ne facesse formale istanza, e sotto

gli occhi del papa gl'inconvenienti mettesse che dal non fare insorgere

potevano; eppure si sentisse dal pontefice rispondere ch'ei derogare

dall'usato ceremoniale non poteva. E così fu. Se questo rifiuto non

influì ad accelerare i disegni di riforma, ed a farli rapidissimamente

gli uni agli altri succedere, questo però fu il tempo in cui

l'imperadore ordinò la soppressione del collegio ungarico di Bologna,

e la partenza da quella città di tutti quei nazionali suoi sudditi

obbligati ad andarne a studiare nelle università di Buda o di Pavia.

Non bisogna chiudere la narrazione degli avvenimenti di quest'anno

senza registrare la morte, il dì 27 di maggio accaduta, di Giambatista

Beccaria, fisico egregio, a cui la scienza va debitrice di molti

progressi, specialmente nel ramo della elettricità.

Anno di CRISTO MDCCLXXXII. Indiz. XV.

PIO VI papa 8.

GIUSEPPE II imperadore 18.

Le amarezze tra il papa e i due principi austriaci Giuseppe e Leopoldo,

non tanto che si raddolcissero, tendevano un giorno più che l'altro

a maggiore disgusto per le riformazioni ch'essi tuttavia andavano

nelle materie ecclesiastiche tanto nei Paesi Bassi e nel Milanese,

quanto nella Toscana facendo. Le cose battevano massimamente, come

si è veduto, nel volere che i conventi, riguardati inutili, si

sopprimessero; che i sussistenti non avessero più nessuna dipendenza

dai loro generali di Roma, ma fossero al vescovo della diocesi

sottomessi; che per certo dispense per matrimonio a Roma più non si

ricorresse, ma dagli ordinarii fossero concedute; che certe pratiche

pompose di culto esteriore si annullassero; che, per quanto fare

si potesse, nissuno ecclesiastico ozioso se ne stesse, ma o per

sè medesimo od in sussidio dei parrochi nel divino ministero si

esercitasse; che le dottrine della giurisdizione suprema del papa sui

principi temporali più non s'insegnassero; che nelle università fosse

vietato di dare i giuramenti, secondo la forma prescritta da Alessandro

VII, e che le bolle _Vineam_ ed _Unigenitus_ dovessero aversi per nulle

e di niun effetto; che niun'altra professione di fede fosse permessa se

non quella di Pio IV; che silenzio perpetuo vi fosse sulla costituzione

contro i giansenisti, tanto nelle scuole private, quanto nelle

pubbliche.

Tutte queste ed altre provvisioni, aggiunte alle risoluzioni già prese

intorno alle mani morte mettevano in grande apprensione il pontefice e

chi lo consigliava.

Pio adunque, a cui romoreggiava d'ogni intorno così fiera tempesta,

essendo disposto a tentare ogni fortuna per tornare la santa Sede nella

sua dignità e prerogativa, ancorchè di Leopoldo maggiormente temesse,

fece risoluzione di indirizzarsi a Giuseppe, presumendo che, ove il

fratello maggiore si fosse piegato a più amorevoli pensieri, il minore

non si sarebbe indugiato a seguirne l'esempio. Oltre a ciò, che un

papa viaggiasse per andar a visitare un imperatore, era accidente più

conforme alla dignità che se si fosse mosso alla volta di un principe

di minore grado e potenza. Il pontefice persuadeva a sè medesimo che

non invano veduto avrebbe nella sua Vienna Giuseppe, che non in vano

sarebbe stata la gita del capo supremo della Chiesa, che non invano

avrebbe in età già avanzata corso paesi a lui tanto insoliti e lontani.

Deliberossi pertanto a voler vedere l'imperatore nella capitale stessa

del suo vasto impero. Grande attenzione, pari aspettazione era sorta

nel mondo per le recenti deliberazioni dei due fratelli austriaci, ma

più grandi ancora furono e l'attenzione e l'aspettazione quando udissi

un caso già da più secoli inudito, che ad un così lungo viaggio si

accingesse un romano pontefice.

Ovunque egli passava, concorrevano i popoli divoti per venerarlo; i

principi dal canto loro gli rendevano i dovuti onori. Alta cagione il

moveva. Chi maggiore pietà che congnizione delle storie aveva, augurava

lieto fine dell'insolita andata. Ma chi più dentro sentiva nelle

umane cose, queste consolatorie speranze non accettava, credendo che

il papa nulla potrebbe appuntare coll'imperadore. Costoro ragionavano

che Giuseppe, non per capriccio, ma molto pensatamente e di proposito

deliberato venuto era alle sue deliberazioni, e che per ciò da esse per

nissuna dimostrazione romana si dipartirebbe.

Pio fu accolto a Vienna con ogni maggiore segno di riverenza. Se

gli diede stanza nel palazzo imperiale, spesse volte l'imperatore

il visitava, i popoli se gli presentavano riverentemente avanti per

onorarlo, i soldati stessi, così comandando il principe, al sommo

sacerdote con le loro militari maniere s'inclinavano. Onde si vedeva

che la maestà religiosa vinceva la forza. Se in chiesa con la sua

pontificale pompa ufficiava, pieni erano i sacri luoghi di fedeli

che dal pontefice romano le spirituali grazie attendevano. Se dalla

imperial magione si affacciava, o andava per le vie della sovrana

città, ognuno alla venerabile sua persona o nel segreto suo pensiero

od anche colle aperte voci applaudiva. Nella più intima parte della

Germania trionfava Pio per l'aspetto della persona, per la riverenza

della religione, per portare in fronte quel nome di Roma, già prima

sede del mondo per l'armi, ora prima sede della cristianità per la

religione.

Quanto più l'imperadore stava fermo nel non volere cambiar proposito

e nel ricusare i desiderii del papa, tanto più si mostrava fervente

nella religione. Pio stesso con gravissime parole in un concistoro

pubblico tenuto nel palazzo imperiale a dì 19 di aprile il lodò;

con somma contentezza, disse, avere veduto da vicino l'imperiale

maestà, con somma contentezza avere abbracciato l'imperatore stesso,

quell'imperadore ch'egli cotanto stimava, cortese e facile averlo

sempre trovato ogni volta che pel debito del suo pastorale ufficio

di alcuna cosa il richiedeva; essere stato da lui nell'augusto suo

domicilio accolto, con ogni maniera di generoso servimento trattato;

maraviglia e consolazione avere sentito nel vedere la sua somma

divozione verso Dio, l'altezza del suo spirito, l'attenzione indefessa

ai negozii del principato; ciò consolare la sua paterna affezione, ciò

ricompensarlo della fatica presa per così lungo viaggio; consolarsi

ancora e dolce compenso trovare nel vedere quella magnifica città, nel

vedere i popoli concorsi, mentre ancora per via veniva, per onorarlo,

onde bene argomentato aveva che ancora intatte ed incorrotte erano la

pietà e la religione; non essere pertanto per cessare mai di lodare un

così religioso imperadore, non mai cessare di ricordarlo nelle preci

sue, non mai cessare d'implorare dal grande Iddio (che chi da lui non

si scosta, sempre sostenta e regge), acciocchè ed imperadore e popoli

nel santo proposito in cui erano, aiutasse sempre e confermasse.

Pio aveva vinto colla presenza e colla dignità i popoli, ma non potè

vincere l'imperadore. Nè le sue lodi, nè le istanze ebbero valeggio di

svolgere l'austriaco principe dal suo proponimento, e il pontefice fu

pur troppo chiaro della di lui mente volta a continuare nelle riforme.

Crescendo le molestie della santa Sede, manifestavansi per ogni dove

acerbi segni. La Toscana, Milano, l'alta Germania insorgevano; che

anzi Giuseppe avendo in questo tempo appunto messo la mano sui beni

ecclesiastici, così dei regolari come dei secolari, e lamentandosene il

pontefice, l'imperadore rispose risentitamente, che sapeva ben egli ciò

che si faceva, e che una divina voce in sè medesimo sentiva, la quale i

suoi imperiali decreti gl'inspirava e dettava.

Un mese erasi Pio soffermato a Vienna, donde partendo e prendendo

via per Augusta, Innspruck, Bressanone, Bolzano e Roveredo, giunse

ai confini del veneto dominio, dove, incontrato dai deputati della

repubblica, l'accompagnarono in Verona al convento dei domenicani di

Santa Anastasia, in cui albergò. Veduta l'arena, veduti gli altri

veronesi monumenti, avviavasi per Vicenza e per Padova a Venezia,

accolto sopra un ricco bucentoro, accompagnato dal patriarca e da'

prelati, incontrato dal doge e dalla signoria, da per tutto onorato,

da per tutto festeggiato, e padre comune salutato. Nel convento

dei domenicani, superbamente addobbato a spese del pubblico, prese

la stanza; pontificò nell'aggiacente chiesa de' Santi Giovanni e

Paolo, all'immenso devoto popolo accorso da superba tribuna la papale

benedizione impartì. Da questa magnifica Venezia partitosi, giungeva il

dì 13 del mese di giugno nella sua Roma.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 17 / 99 段