modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non
ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza
di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella
marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di
Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un
urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose.
Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono
smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero
e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modo
l'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.
Del rimanente, Vittorio Amedeo fu principe di buono ed alto animo, nè
gli dispiacevano i generosi pensieri. Lasciò che nella università di
Torino da professori egregi s'insegnassero le dottrine che la potestà
temporale dagli abusi della spirituale preservavano, ancorchè il
cardinale delle Lance alcuna volta lo sgridasse; e taluno ricorda che,
volendo un famoso libero muratore fondare in Torino una di quelle sue
congreghe, e domandatane la permissione al re Vittorio gli rispose:
«Lasciatemi stare, che il cardinale mi sgrida; non voglio brighe
coi preti. Oh, va, ed abbi pazienza, che anch'io l'ho.» Dilettavasi
della conversazione de' letterati, e si faceva spesso venire avanti
l'abbate Morando, prete acerbo, ma che scriveva libri a dilungo con
qualche novità, e fra quegli ori il faceva sedere, e parlava con lui
di lettere, e tratto tratto apriva il forzierino, e dava doppie d'oro
all'abbate, che poi sen andava molto ben contento. Tal era Vittorio.
Per la sua natura benigna e generosa, questo principe era fatto per
ordinare utili riforme e cambiare il male in bene. Forse le avrebbe
fatte in un tempo massimamente in cui suonava tanta fama di quelle
che Giuseppe e Leopoldo andavano facendo in Lombardia ed in Toscana,
se non fosse stato ritenuto da una nobiltà superba ed imperiosa,
nè tanto disposta all'obbedienza delle inclinazioni soldatesche. Il
buon uomo non capiva in sè dal piacere, quando vedeva i suoi soldati
schierati, e più ancora quando li faceva vedere ai principi che il
venivano visitando, a Paolo di Russia, a Gustavo di Svezia e Ferdinando
di Napoli. Nè poca noia sentì, quando Paolo gli disse che i fucili
de' suoi soldati erano, non so se troppo lunghi o troppo grevi, o per
sè stessi o per le baionette, onde i colpi, per la stanchezza delle
braccia troppo abbassandosi, andavano verso terra, e non potevano bene
ammazzare la gente. Non poteva sopportare che i suoi soldati fossero
criticati. In somma soldato era ed amava i soldati, e portava il collo
piegato a guisa di Federigo di Prussia. Infelice, che non prevedeva
che oltr'Alpi un tale sobbisso di guerra si andava preparando che, i
proprii soldati soperchiando, avrebbe condotto lui, il suo Stato e la
sua casa in perdizione!
Erasi bensì Clemente XIV riconciliato destramente colla corte di
Portogallo, ma ricuperato non aveva tuttavia il potere di cui la romana
corte godeva in Lisbona al cominciare nel pontificato di Clemente
XIII. Si sospettava da alcuni che la controversia fosse ravvivata
dal marchese di Pombal, da altri, che opera fosse del partito de'
Gesuiti, il quale ancora si agitava dopo la soppressione loro. Tornato
era bensì un ambasciatore portoghese in Roma, e un nunzio apostolico
era egualmente passato a Lisbona; ma eretto erasi in quella città un
tribunale che ristringeva ne' più angustissimi limiti la giurisdizione
della corte di Roma, e que' diritti che i papi in quel regno per lungo
tempo conservati avevano con grandissima gelosia. In quest'anno morto
essendo il re Giuseppe I, la regina Maria esiliato aveva il Pombal, e
abolito il tribunale destinato a frenare la pontificia autorità, al
quale dovevano presentarsi tutti gli atti alla nunziatura relativi.
Non fu dunque se non sotto il pontificato di Pio VI, e precisamente in
questo tempo, che tutti i diritti della nunziatura furono ristabiliti,
e che con una specie di trattato si venne ad un'aperta concordia tra le
due corti.
Dopo le cose maggiori, non farà dispiacere il trovare in questi Annali
registrate alcune altre glorie dell'Italia nostra. Padova e Bologna in
due differenti secoli avevano veduto un singolare spettacolo. Lucrezia
Elena Cornaro Piscopia nel 1678 era stata decorata della laurea
dottorale di filosofia nell'università di Padova alla presenza di un
numero grande di dotti, di nobili veneziani e di altri gran signori
ivi concorsi da tutta Italia per sì estraordinaria funzione. Lo stesso
onore del dottorato ebbesi in Bologna nel 1732 pel suo gran sapere
e pe' talenti suoi sommi Laura Bassi, alla presenza de' cardinali
Lambertini e Polignac. Ora anche Pavia vide in quest'anno premiarsi il
merito d'una valorosa giovanetta. Maria Pellegrina Amoretti d'Oneglia,
sostenuti rigorosi esami in quella università, ricevette la dottoral
corona in legge, vera ed estrema ammirazione destando in ognuno colla
profonda sua dottrina in tutti i rami della giurisprudenza.
Anno di CRISTO MDCCLXXVIII. Indiz. XI.
PIO VI papa 4.
GIUSEPPE II imperadore 14.
Tutti i principi, tutti gli Stati d'Italia studiavansi a gara di
aumentare, in seno alla pace, la ricchezza territoriale de' loro
sudditi, promuovendo regolarmente la agricoltura ed il traffico.
Regnava, come ognun sa, sulla Lombardia l'imperatrice Maria Teresa,
e colle più savie leggi, coi più opportuni regolamenti promoveva essa
pure la prosperità di quella provincia. Nè deve omettersi, tra le più
gloriose imprese del suo regno, il compimento dato allora alla grande
opera del censimento della Lombardia medesima.
Il papa sembrava che emular volesse a quegli sforzi generosi, e
studiavasi a trarre le provincie della Chiesa dallo stato di languore
nel quale da più secoli giacevano relativamente al traffico ed
all'agricoltura. Il desiderio ardente di rendere alla coltivazione
un gran numero di terreni incolti e deserti l'idea gli suggerì di
asciugare con immenso spendio le paludi Pontine. Il disegno n'era già
stato conceputo più volte, le operazioni relative erano state proposte
dal celebre Eustachio Zanotti; ma, morto questi senza poterle eseguire,
Pio adottati ne aveva con calore i suggerimenti. Credettero alcuni
che la brama egli nudrisse di segnalarsi e rendersi immortale con una
impresa, nella quale riusciti non erano Martino V, Sisto V e molti
altri pontefici, senza dire de' Romani e de' Goti che nel difficile
esperimento gli avevano preceduti; furono altri d'avviso che, riducendo
a coltivamento quella immensa pianura, disegnasse già di formarne
un bellissimo principato pe' nipoti. È d'uopo però notare, dice il
ch. Bossi, contro il parere di varii storici, massime oltramontani,
ingannati sovente da false relazioni, che per più anni dopo il suo
innalzamento non volle mai il pontefice usare di alcuna compiacenza,
nè, molto meno, di alcuna distinzione verso i nipoti suoi, e solo per
le replicate istanze del cardinale Giraud s'indusse a chiamarli in
Roma da Cesena, dove per lungo tempo lasciati gli aveva. Il disegno
dell'asciugamento delle paludi Pontine di qualche tempo prevenne
adunque il supposto nepotismo di questo papa. Non potè egli però ne'
primi anni del suo regno attendere a quel grande lavoro, nè gli fu
tampoco dato, di compierlo interamente benchè dopo il 1780 già fosse
aperto un grandioso canale per condurre al Mediterraneo le acque che
da prima impaludavano, e formata fosse già a canto a quel canale una
strada magnifica, che framezzo alle paludi medesime guida i viaggiatori
a Terracina. Non è di questo luogo l'investigare le cagioni per cui
quell'opera grandiosa non fu condotta al suo termine, o almeno ad
un risultamento che proporzionato fosse alle immense somme in essa
profuse; ma la storica verità domanda che si annunzii quello come
uno de' tentativi più nobili, più grandiosi e più profittevoli allo
Stato pontificio, e come un'impresa che, sebbene non compiuta, renderà
tuttavia immortale il nome di quel pontefice.
Di tutte le cose che dette si sono da scrittori imprudenti, e sovente
ignoranti o parziali, intorno all'opera soprammentovata, opera degna
dei secoli dell'antica Roma, da notarsi è come la più giusta, la
riflessione fatta da alcuni che, per ridonare alla coltivazione ed
alla prosperità lo Stato ecclesiastico, cominciare dovevasi dal render
salubre e dal popolare la campagna di Roma, la quale, forse senza lo
sborso di somme eccessive, si sarebbe potuta rendere uno dei paesi più
ricchi e più fertili dell'Italia, se ai coltivatori soltanto si fosse
accordata piena libertà di comperare e di vendere; principio, senza del
quale non si risveglia la operosità e l'industria d'una nazione, ma che
direttamente si opponeva al modo di accivimento della moderna Roma, ed
ai politici regolamenti che concernevano al commercio de' grani. Cosa
ella è assai facile da comprendere che con questi politici impedimenti
formata non si sarebbe, anche colla perfezione delle opere, una fertile
provincia nelle paludi Pontine.
E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi,
non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè
il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il
più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che
gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto
desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione,
non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso
ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio
di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto
di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era
stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che
squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare
in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla
celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose
quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in
lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio
stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.
In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al
Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di
Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato
col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati
dall'incerto corso del torrente Chiana.
In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in
Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla
cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia;
e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò
eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino
esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.
Anno di CRISTO MDCCLXXIX. Indiz. XII.
PIO VI papa 5.
GIUSEPPE II imperadore 15.
Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare
in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze
marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i
Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie
inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa
guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol
disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente
il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia,
una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai
rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli
obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che
non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il
commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte
delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre
devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro,
sulle coste delle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai
sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur
un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando
in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni
neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra
che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro
bandiera.
Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono
molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti
da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che
in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente
terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo
scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine,
la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio
presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini,
non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto
l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre
torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne.
Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo
scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una
spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più
infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non
vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano
le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la
lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici
si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate
Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto
e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a
Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere del Vesuvio lontano tre
miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti
sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei,
solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore;
cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le
terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini
che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e
caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli;
ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i
tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste
pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia
essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di
nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi
andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati
a trecento mila ducati.
Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da
Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse
tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone,
quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.
Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.
Accaduta, dopo sedici anni di ducea, la morte del doge di Venezia Luigi
Mocenigo, gli fu sostituito il cavaliere Paolo Renier. Dotto nella
lingua greca e latina, istrutto a fondo nella storia antica e moderna,
di memoria straordinaria fornito, animato parlatore ed energico, a
queste qualità univa una somma perizia nel maneggio degli affari. Con
tutti cotali vantaggi o dalla natura avuti o coll'arte acquistati e
coll'applicazione, non godette per qualche tempo della stima universale
de' suoi concittadini; imperciocchè, sospettato di favorire sottomano
il malcontentamento de' patrizii, manifestatosi principalmente nel
1762, e di cui abbiamo a suo luogo fatto parola, perdette gran parte di
quella considerazione, di cui precedentemente godeva. Se non che, da
quel sagace ed accorto uomo ch'egli era, tenne fermo nella burrasca,
e seppe rivolgere per modo a suo pro le condizioni del tempo, che,
eletto ambasciatore alla corte di Vienna, passò poi a quella di
Costantinopoli, che gli tornò vantaggiosissima per molti riguardi.
Tornato in patria, ed eletto doge, pervenne a riguadagnare l'opinione
pubblica interamente, quei medesimi avversando che pareva avesse un
tempo favoreggiati.
Anno di CRISTO MDCCLXXX. Indiz. XIII.
PIO VI papa 6.
GIUSEPPE II imperadore 16.
Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria
Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del
figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una
parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col
trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati
suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche
cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della
più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo
giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad
alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della
patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che
essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che
di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e
dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di
riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre
avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi.
Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e
la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasi che nelle elezioni
ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue
intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa
fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che
il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render
possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa
appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il
suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non
fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che
ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona,
e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo
allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati
ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile
alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto
da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da
Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli
Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.
Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a
ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano.
I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici
che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza,
dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo
dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati
ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non
poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati
come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto
vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.
Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache,
conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi
era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva
odore fuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si
corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi
dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di
porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose
in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra
ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni
da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La
curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto
Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni
che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina
ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero
ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi
governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si
dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.
Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi
del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia.
Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe
brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per
la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice
Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.
Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo
in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione
spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel
tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi.
Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non
volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori.
Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo
aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro
superiore obbedisse che a quello dato per autorità della santa Sede.
Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte
si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi
al confessore mandato dal vescovo.
Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non
voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si
lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare
in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.
Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana,
ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento
addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla
direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli
ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di
Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso
mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse
dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il
ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la
buona ed esemplare disciplina.
Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto
e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco
favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo
attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi
vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con
pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni
vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno
spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi,
e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose
sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì
sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di
San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva.
Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consorti di Santa
Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più
caute.