Quindi poscia, entrando in ciò che più gli andava a genio, con nuovo

modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non

ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza

di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella

marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di

Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un

urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose.

Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono

smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero

e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modo

l'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.

Del rimanente, Vittorio Amedeo fu principe di buono ed alto animo, nè

gli dispiacevano i generosi pensieri. Lasciò che nella università di

Torino da professori egregi s'insegnassero le dottrine che la potestà

temporale dagli abusi della spirituale preservavano, ancorchè il

cardinale delle Lance alcuna volta lo sgridasse; e taluno ricorda che,

volendo un famoso libero muratore fondare in Torino una di quelle sue

congreghe, e domandatane la permissione al re Vittorio gli rispose:

«Lasciatemi stare, che il cardinale mi sgrida; non voglio brighe

coi preti. Oh, va, ed abbi pazienza, che anch'io l'ho.» Dilettavasi

della conversazione de' letterati, e si faceva spesso venire avanti

l'abbate Morando, prete acerbo, ma che scriveva libri a dilungo con

qualche novità, e fra quegli ori il faceva sedere, e parlava con lui

di lettere, e tratto tratto apriva il forzierino, e dava doppie d'oro

all'abbate, che poi sen andava molto ben contento. Tal era Vittorio.

Per la sua natura benigna e generosa, questo principe era fatto per

ordinare utili riforme e cambiare il male in bene. Forse le avrebbe

fatte in un tempo massimamente in cui suonava tanta fama di quelle

che Giuseppe e Leopoldo andavano facendo in Lombardia ed in Toscana,

se non fosse stato ritenuto da una nobiltà superba ed imperiosa,

nè tanto disposta all'obbedienza delle inclinazioni soldatesche. Il

buon uomo non capiva in sè dal piacere, quando vedeva i suoi soldati

schierati, e più ancora quando li faceva vedere ai principi che il

venivano visitando, a Paolo di Russia, a Gustavo di Svezia e Ferdinando

di Napoli. Nè poca noia sentì, quando Paolo gli disse che i fucili

de' suoi soldati erano, non so se troppo lunghi o troppo grevi, o per

sè stessi o per le baionette, onde i colpi, per la stanchezza delle

braccia troppo abbassandosi, andavano verso terra, e non potevano bene

ammazzare la gente. Non poteva sopportare che i suoi soldati fossero

criticati. In somma soldato era ed amava i soldati, e portava il collo

piegato a guisa di Federigo di Prussia. Infelice, che non prevedeva

che oltr'Alpi un tale sobbisso di guerra si andava preparando che, i

proprii soldati soperchiando, avrebbe condotto lui, il suo Stato e la

sua casa in perdizione!

Erasi bensì Clemente XIV riconciliato destramente colla corte di

Portogallo, ma ricuperato non aveva tuttavia il potere di cui la romana

corte godeva in Lisbona al cominciare nel pontificato di Clemente

XIII. Si sospettava da alcuni che la controversia fosse ravvivata

dal marchese di Pombal, da altri, che opera fosse del partito de'

Gesuiti, il quale ancora si agitava dopo la soppressione loro. Tornato

era bensì un ambasciatore portoghese in Roma, e un nunzio apostolico

era egualmente passato a Lisbona; ma eretto erasi in quella città un

tribunale che ristringeva ne' più angustissimi limiti la giurisdizione

della corte di Roma, e que' diritti che i papi in quel regno per lungo

tempo conservati avevano con grandissima gelosia. In quest'anno morto

essendo il re Giuseppe I, la regina Maria esiliato aveva il Pombal, e

abolito il tribunale destinato a frenare la pontificia autorità, al

quale dovevano presentarsi tutti gli atti alla nunziatura relativi.

Non fu dunque se non sotto il pontificato di Pio VI, e precisamente in

questo tempo, che tutti i diritti della nunziatura furono ristabiliti,

e che con una specie di trattato si venne ad un'aperta concordia tra le

due corti.

Dopo le cose maggiori, non farà dispiacere il trovare in questi Annali

registrate alcune altre glorie dell'Italia nostra. Padova e Bologna in

due differenti secoli avevano veduto un singolare spettacolo. Lucrezia

Elena Cornaro Piscopia nel 1678 era stata decorata della laurea

dottorale di filosofia nell'università di Padova alla presenza di un

numero grande di dotti, di nobili veneziani e di altri gran signori

ivi concorsi da tutta Italia per sì estraordinaria funzione. Lo stesso

onore del dottorato ebbesi in Bologna nel 1732 pel suo gran sapere

e pe' talenti suoi sommi Laura Bassi, alla presenza de' cardinali

Lambertini e Polignac. Ora anche Pavia vide in quest'anno premiarsi il

merito d'una valorosa giovanetta. Maria Pellegrina Amoretti d'Oneglia,

sostenuti rigorosi esami in quella università, ricevette la dottoral

corona in legge, vera ed estrema ammirazione destando in ognuno colla

profonda sua dottrina in tutti i rami della giurisprudenza.

Anno di CRISTO MDCCLXXVIII. Indiz. XI.

PIO VI papa 4.

GIUSEPPE II imperadore 14.

Tutti i principi, tutti gli Stati d'Italia studiavansi a gara di

aumentare, in seno alla pace, la ricchezza territoriale de' loro

sudditi, promuovendo regolarmente la agricoltura ed il traffico.

Regnava, come ognun sa, sulla Lombardia l'imperatrice Maria Teresa,

e colle più savie leggi, coi più opportuni regolamenti promoveva essa

pure la prosperità di quella provincia. Nè deve omettersi, tra le più

gloriose imprese del suo regno, il compimento dato allora alla grande

opera del censimento della Lombardia medesima.

Il papa sembrava che emular volesse a quegli sforzi generosi, e

studiavasi a trarre le provincie della Chiesa dallo stato di languore

nel quale da più secoli giacevano relativamente al traffico ed

all'agricoltura. Il desiderio ardente di rendere alla coltivazione

un gran numero di terreni incolti e deserti l'idea gli suggerì di

asciugare con immenso spendio le paludi Pontine. Il disegno n'era già

stato conceputo più volte, le operazioni relative erano state proposte

dal celebre Eustachio Zanotti; ma, morto questi senza poterle eseguire,

Pio adottati ne aveva con calore i suggerimenti. Credettero alcuni

che la brama egli nudrisse di segnalarsi e rendersi immortale con una

impresa, nella quale riusciti non erano Martino V, Sisto V e molti

altri pontefici, senza dire de' Romani e de' Goti che nel difficile

esperimento gli avevano preceduti; furono altri d'avviso che, riducendo

a coltivamento quella immensa pianura, disegnasse già di formarne

un bellissimo principato pe' nipoti. È d'uopo però notare, dice il

ch. Bossi, contro il parere di varii storici, massime oltramontani,

ingannati sovente da false relazioni, che per più anni dopo il suo

innalzamento non volle mai il pontefice usare di alcuna compiacenza,

nè, molto meno, di alcuna distinzione verso i nipoti suoi, e solo per

le replicate istanze del cardinale Giraud s'indusse a chiamarli in

Roma da Cesena, dove per lungo tempo lasciati gli aveva. Il disegno

dell'asciugamento delle paludi Pontine di qualche tempo prevenne

adunque il supposto nepotismo di questo papa. Non potè egli però ne'

primi anni del suo regno attendere a quel grande lavoro, nè gli fu

tampoco dato, di compierlo interamente benchè dopo il 1780 già fosse

aperto un grandioso canale per condurre al Mediterraneo le acque che

da prima impaludavano, e formata fosse già a canto a quel canale una

strada magnifica, che framezzo alle paludi medesime guida i viaggiatori

a Terracina. Non è di questo luogo l'investigare le cagioni per cui

quell'opera grandiosa non fu condotta al suo termine, o almeno ad

un risultamento che proporzionato fosse alle immense somme in essa

profuse; ma la storica verità domanda che si annunzii quello come

uno de' tentativi più nobili, più grandiosi e più profittevoli allo

Stato pontificio, e come un'impresa che, sebbene non compiuta, renderà

tuttavia immortale il nome di quel pontefice.

Di tutte le cose che dette si sono da scrittori imprudenti, e sovente

ignoranti o parziali, intorno all'opera soprammentovata, opera degna

dei secoli dell'antica Roma, da notarsi è come la più giusta, la

riflessione fatta da alcuni che, per ridonare alla coltivazione ed

alla prosperità lo Stato ecclesiastico, cominciare dovevasi dal render

salubre e dal popolare la campagna di Roma, la quale, forse senza lo

sborso di somme eccessive, si sarebbe potuta rendere uno dei paesi più

ricchi e più fertili dell'Italia, se ai coltivatori soltanto si fosse

accordata piena libertà di comperare e di vendere; principio, senza del

quale non si risveglia la operosità e l'industria d'una nazione, ma che

direttamente si opponeva al modo di accivimento della moderna Roma, ed

ai politici regolamenti che concernevano al commercio de' grani. Cosa

ella è assai facile da comprendere che con questi politici impedimenti

formata non si sarebbe, anche colla perfezione delle opere, una fertile

provincia nelle paludi Pontine.

E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi,

non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè

il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il

più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che

gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto

desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione,

non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso

ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio

di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto

di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era

stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che

squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare

in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla

celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose

quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in

lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio

stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.

In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al

Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di

Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato

col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati

dall'incerto corso del torrente Chiana.

In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in

Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla

cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia;

e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò

eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino

esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.

Anno di CRISTO MDCCLXXIX. Indiz. XII.

PIO VI papa 5.

GIUSEPPE II imperadore 15.

Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare

in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze

marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i

Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie

inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa

guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol

disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente

il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia,

una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai

rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli

obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che

non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il

commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte

delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre

devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro,

sulle coste delle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai

sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur

un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando

in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni

neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra

che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro

bandiera.

Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono

molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti

da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che

in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente

terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo

scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine,

la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio

presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini,

non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto

l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre

torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne.

Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo

scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una

spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più

infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non

vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano

le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la

lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici

si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate

Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto

e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a

Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere del Vesuvio lontano tre

miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti

sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei,

solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore;

cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le

terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini

che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e

caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli;

ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i

tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste

pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia

essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di

nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi

andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati

a trecento mila ducati.

Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da

Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse

tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone,

quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.

Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.

Accaduta, dopo sedici anni di ducea, la morte del doge di Venezia Luigi

Mocenigo, gli fu sostituito il cavaliere Paolo Renier. Dotto nella

lingua greca e latina, istrutto a fondo nella storia antica e moderna,

di memoria straordinaria fornito, animato parlatore ed energico, a

queste qualità univa una somma perizia nel maneggio degli affari. Con

tutti cotali vantaggi o dalla natura avuti o coll'arte acquistati e

coll'applicazione, non godette per qualche tempo della stima universale

de' suoi concittadini; imperciocchè, sospettato di favorire sottomano

il malcontentamento de' patrizii, manifestatosi principalmente nel

1762, e di cui abbiamo a suo luogo fatto parola, perdette gran parte di

quella considerazione, di cui precedentemente godeva. Se non che, da

quel sagace ed accorto uomo ch'egli era, tenne fermo nella burrasca,

e seppe rivolgere per modo a suo pro le condizioni del tempo, che,

eletto ambasciatore alla corte di Vienna, passò poi a quella di

Costantinopoli, che gli tornò vantaggiosissima per molti riguardi.

Tornato in patria, ed eletto doge, pervenne a riguadagnare l'opinione

pubblica interamente, quei medesimi avversando che pareva avesse un

tempo favoreggiati.

Anno di CRISTO MDCCLXXX. Indiz. XIII.

PIO VI papa 6.

GIUSEPPE II imperadore 16.

Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria

Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del

figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una

parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col

trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati

suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche

cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della

più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo

giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad

alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della

patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che

essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che

di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e

dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di

riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre

avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi.

Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e

la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasi che nelle elezioni

ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue

intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa

fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che

il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render

possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa

appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il

suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non

fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che

ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona,

e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo

allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati

ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile

alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto

da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da

Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli

Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.

Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a

ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano.

I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici

che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza,

dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo

dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati

ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non

poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati

come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto

vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.

Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache,

conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi

era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva

odore fuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si

corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi

dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di

porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose

in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra

ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni

da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La

curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto

Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni

che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina

ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero

ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi

governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si

dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.

Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi

del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia.

Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe

brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per

la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice

Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.

Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo

in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione

spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel

tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi.

Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non

volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori.

Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo

aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro

superiore obbedisse che a quello dato per autorità della santa Sede.

Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte

si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi

al confessore mandato dal vescovo.

Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non

voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si

lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare

in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.

Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana,

ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento

addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla

direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli

ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di

Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso

mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse

dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il

ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la

buona ed esemplare disciplina.

Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto

e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco

favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo

attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi

vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con

pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni

vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno

spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi,

e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose

sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì

sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di

San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva.

Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consorti di Santa

Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più

caute.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 16 / 99 段