Godeva il papa anzi prospera salute che no; poichè e di complessione

robusta era, e le sue naturali forze non erano state consumate da

vita intemperante e licenziosa; che anzi era sempre vissuto assegnato

e parco, siccome a' suoi moderati desiderii si confaceva. Per tal

modo si andava avanzando verso la più vecchia età, quando in uno di

quei giorni della settimana santa del corrente anno, dopo di aver

pranzato, si sentì in un subito una commozione nel petto, nello

stomaco e nel ventre, come se compreso fosse da un freddo interno. Ne

restò con istupore, essendo cosa insolita; ma pure, siccome quello

che d'animo forte e costante era, attribuendo quell'insulto di male

a caso fortuito, si riebbe, e a poco a poco si rasserenò. Tuttavia

fu principio di un'infermità che era per rompere il filo della sua

vita; imperciocchè gli si cominciò ad arrocar la voce, e per questa

ragione, stimandosi che fosse afflitto di catarro, fu deliberato che

per la cappella che dovevasi tenere nella basilica di San Pietro il

giorno di Pasqua se gli mettesse un capannone o bussola per ricovero

nel sito della cappella. Precauzione inutile, perchè gli si vide dopo

alcuni giorni infiammata la bocca e la gola, quindi seguitare vomiti

interrotti, ed eccessivi dolori nel ventre; le orine gli si impedirono,

gli s'infievolirono le gambe, perdeva le forze, ed ogni giorno più

si rendeva manifesto che il suo mortale corpo si andava disfacendo.

Mormoravasi che di veleno si morisse. Forse egli stesso sel credeva,

tanto era stato subito il male, e tanti erano i sospetti che regnavano.

Certa contadina del paese di Valentano, Bernardina Beruzzi, che altri

chiamavano Peronchini, famosa profetessa, aveva predetto la morte del

Ganganelli ad insistito sulla predizione, come se esser dovesse effetto

d'una trama. Ganganelli non era uomo da lasciarsi spaventare da simili

baie fatte per dar pasto agli sfaccendati su per i trivii e su per le

piazze, e Bernardina teneva in quel concetto che meritava, cioè di una

sciocca o d'una furba. Ma da un'altra parte, conoscendo quanto sotto

dolci spoglie certa gente nascondesse d'odio e di vendetta, provvedeva

a sè medesimo, e la propria salute con tutti i mezzi più prudenti

procacciava. Scrissero che furongli trovate pillole contro i veleni. La

vitale forza interna mancava, stante che un umore litigginoso, ch'era

solito sfiorirgli alla pelle, quell'anno non uscì.

Già la morte si avvicinava. Successe un po' di calma, come suole

avvenire poco innanzi che l'uomo sia venuto all'ultimo confine della

vita, come se Dio avvertire volesse i mortali di pensare ai fatti loro

in quell'estremo momento. Già i famigliari si rallegravano, come se

il loro signore a sanità tornasse. Ma la calma era preceditrice della

morte. Ricomparirono in un subito i funesti segni, e la mattina de'

22 settembre Ganganelli esalò la forte anima, rendendola a colui che

gliel'aveva data.

Fu sparato il cadavere. Trovaronsegli lividori nelle intestina, la

pelle ancor essa illividita ed in alcuni luoghi nera; tutta la salma

rendeva un fetore insopportabile. Crebbero i romori che il santo padre

fosse stato avvelenato, non già perchè le apparenze dell'esplorato

cadavere ciò dimostrassero, perciocchè si osservano anche nei morti

senza veleno e da morti naturali tolti da questa vita, ma perchè gli

uomini si erano mattamente dati a credere che colui che aveva soppresso

i Gesuiti non di morte naturale, ma di tossico dovesse morire. Gli

uni affermarono l'attossicamento per certo, gli altri con eguale

asseveranza il negarono. Del resto, è da credere che dal detto al fatto

ci sia una gran distanza, nè si vede che i medici che il cadavere hanno

tagliato abbiano dichiarato avervi trovato sostanza velenosa, cosa che

sola avrebbe potuto levar via ogni dubbio.

La morte di Clemente increbbe a tutti coloro che amavano di vedere

la sincera religione unita alla paterna sopportazione. Papa unico

il chiamavano, papa quale ad un secolo scrutatore ed inquieto si

conveniva. Sono parecchie cose al mondo che più colla bontà si

acquistano che colla ragione; perocchè niuno è che la bontà non ami, ma

la ragione ha spesso per nemico chi ella convince.

Tutti i sovrani avevano in venerazione Clemente; nè solo i cattolici,

ma ancora quelli di religione diversa. Federigo di Prussia, fra gli

altri, assai del buono e spiritoso papa si soddisfaceva, ed amava

di contentarlo. Da lui impetrò che il vescovo di Breslavia potesse

visitare una parte de' suoi diocesani, agevolezza che non aveva mai

potuto ottenere da' predecessori. «Che buon papa, che buon papa

ha Roma,» diceva Federigo, e il diceva da vero, non per malizia,

quantunque malizioso fosse.

Il nome di Clemente era in onore in Inghilterra. Vedevansi a Londra

frequenti, così ne' luoghi pubblici come nelle case dei privati, i

busti di questo pontefice. Le quali cose quando gli venivano riferite,

ei rispondeva: «Volesse pur Dio che ciò che fanno per la persona, il

facessero per la religione!» In somma in quel paese, tanto abbondante

d'uomini sensati, tanto era nominare Ganganelli quanto Lambertini, due

papi simili per dottrina, per saviezza, per bontà, per ingegno.

Nè minori sentimenti di rispetto e d'affetto nodriva per Ganganelli

l'imperadrice di Russia, la quale gli scrisse lettere molto onorevoli

per impetrare un vescovo cattolico a regola e consolazione de' prelati

e religiosi del rito romano che abitavano ne' suoi Stati.

Dicono che l'egregia fama di Clemente fosse anche penetrata sino a

Costantinopoli, e che il soldano molto l'onorasse. Fu anzi tramandato

alla memoria che il sovrano de' Turchi abbia detto un giorno parlando,

all'ambasciatore di Venezia: «Se tutti i vostri papi fossero come

quello che presentemente avete, i nostri patriarchi greci non si

mostrerebbero tanto dalla corte di Roma alieni. Egli è un saggio che

molto sa e rettamente procede, e non fia che ai più lo somiglino le età

future.»

I Turchi, i protestanti, i Russi, gli Inglesi stessi, tanto odiatori

del papato, lodavano quel papa che altri con malediche penne lacerava.

Le lodi stesse dei dissidenti gli erano imputate a delitto, come se

la durezza e la cupidigia de' due papi della famiglia de Medici e di

alcuni altri non avessero partorito abbastanza amari frutti per la

Chiesa cattolica, e specialmente per la sede di Roma.

Clemente, assunto al pontificato, aveva seguito il suo consueto

costume quanto alla vita privata, da umile fraticello vivendosi qual

era stato, ma nelle udienze e funzioni pubbliche non mancava in lui

la magnificenza. Molto ancora si studiava di abbellire la sua Roma.

Promosse ed ingrandì l'opera già cominciata da Lambertini, di adunare

in un museo che ancora oggidì del suo nome di Clemente si chiama,

preziosi residui dell'antichità. Raccolse i già noti, trovonne in quel

fecondo suolo degl'ignoti, e tutti collocava in luogo appropriato,

a maraviglia dei curiosi, ad istruzione degli studiosi delle belle

arti. Parve che l'antica terra alle generose intenzioni del pontefice

sorridesse; imperciocchè, tentata, versava fuori in copia le opere

preziose degli scarpelli de' secoli passati. Le reliquie della nostra

religione, i residui della pagana ad un tempo adunava. Gli uomini di

gentilezza informati o di studio desiderosi di ciò il commendavano

molto; ma divenne argomento di nuova accusa dall'altro lato,

biasimandolo i suoi nemici dello aver mescolato le cose sacre colle

profane, come se un museo d'antichità fosse una chiesa. Piacevagli

visitare sovente quelle onorande depositerie de' nostri antichi padri;

piacevagli mostrarle egli stesso in persona ai forestieri che la sempre

gloriosa Roma visitavano, e fra le maraviglie che vi si vedevano, il

buon pontefice stesso non era la minore. Ebbe particolare cura della

libreria del Vaticano, cui in singolar modo adornò di stampe, di testi

a penna, di medaglie: crebbe a' suoi tempi per gli sforzi suoi, crebbe

per generosità del cardinal Passionei, suo amico, ed a lui molto

somigliante, il quale l'arricchì della sua. Gentili spiriti nudriva

allora Roma, come sempre; ma questa volta erano dati loro liberi e

fecondi cambi da chi reggeva.

Anche all'utilità Ganganelli mirava. Non omise il pensiero de' porti

d'Ancona e Civitavecchia, pei quali ordinò utili riparazioni. Provvide

alla comodità delle strade, in ogni parte dell'amministrazione de'

pubblici invigilava, più da padre di famiglia procedendo che conosceva

le necessità dal mondo.

Ma che dirassi di quella sua deliberazione per cui proibì la castratura

de' fanciulli, infame usanza, che disonorava la Italia e cambiava un

piacere divino, voglio dire quello del canto, in un dolore angoscioso

per chi aveva ancora viscere d'umanità. Così comandò, così ottenne; ma

tante erano le radici dell'orribile costume, che ripullulò; e se il

cielo non aiuta la nobile provincia, temo che lungo tempo ancora sia

per durare. Quei che dovrebbero non lo biasimano, i padri dei miseri

fanciulli non l'abborriscono, e vi è ancora chi si diletta di sì

crudele snaturato scempio.

Ganganelli fu papa in tutto assai diverso da' più. Ebbe in dispregio il

nepotismo, nè alcuno de' suoi trasse a dignità, e meno al cardinalato.

A quelli che gli raccomandavano i parenti, rispondeva che tutti li

portava in cuore, gli amava, ma che se ricchi non erano, neppure non

erano poveri, ed abbastanza ricco stimava chi con moderate sostanze,

moderati desiderii aveva. Non volle empire l'ambizione di nissuno. I

suoi parenti prediletti erano i poveri, tirando sempre mai sopra di sè

i loro affanni, e a loro con giudizio e discrezione soccorrendo per

non farli viziosi. In somma, ei sarebbe stato papa di perfetta fama

appresso a tutti, se non avesse soppresso i Gesuiti. Questo solo gli

procurò amarezze in vita, riprensione dopo morte.

Languiva intanto nel suo carcere il Ricci. Nè dalle lettere intercette

nè dalle risposte da lui date ne' costituti del processo che gli fu

fatto negli ultimi mesi dell'anno 1773 e ne' primi del presente nè da

altro suo andamento risultò che egli si fosse stimato ancora investito,

dopo la soppressione pronunziata dal papa, di quell'autorità che aveva,

essendo generale della compagnia, esercitato, nè che avesse nascosto

grosse somme di denaro, siccome il mondo aveva creduto. Non venne in

luce alcun suo reato particolare, nè fu interrogato sulle massime ed

artifizii che imputavansi alla compagnia e da' quali si fece derivare

la sua soppressione. Gli esami s'indrizzarono piuttosto sui fatti

personali del carcerato che sulla natura e sugli atti della società.

Invecchiava intanto ed all'ultima sua fine si avvicinava. Volle prima

di morire fare una protesta tanto sulla innocenza propria, quanto su

quella della compagnia:

«L'incertezza del tempo, scrisse di proprio pugno, in cui a Dio piaccia

chiamarmi a sè, e la certezza che un tal tempo sia vicino, attesa

l'età avanzata, e la moltitudine, la lunga durata e la gravità de'

travagli troppo superiori alla mia debolezza, mi avvertono di adempire

preventivamente i miei doveri, potendo facilmente accadere che la

qualità dell'ultima malattia m'impedisca di adempirli nell'articolo di

morte.

Pertanto, considerandomi sul punto di presentarmi al tribunale

d'infallibile verità e giustizia, qual è il solo tribunale divino,

dopo lunga e matura considerazione, dopo avere pregato umilmente il

mio misericordiosissimo Redentore e terribile giudice a non permettere

ch'io mi lasci condurre da passione, specialmente in una delle ultime

azioni della mia vita, non per veruna amarezza d'animo, nè per verun

altro affetto o fine vizioso, ma solo perchè giudico esser mio dovere

di rendere giustizia alla verità ed all'innocenza, faccio le due

seguenti dichiarazioni e proteste:

Prima. Dichiaro e protesto che l'estinta compagnia di Gesù non ha dato

motivo alcuno alla sua oppressione. Lo dichiaro e protesto con quella

certezza che può moralmente aversi da un superiore bene informato della

sua religione.

Seconda. Dichiaro e protesto ch'io non ho dato motivo alcuno, neppure

leggierissimo, alla mia carcerazione. Lo dichiaro e protesto con quella

somma certezza ed evidenza, che ha ciascuno delle proprie azioni.

Faccio questa seconda protesta solo perchè necessaria alla riputazione

dell'estinta compagnia di Gesù, della quale ero preposito generale.»

Esposto poi che non intendeva che, in vigore di queste sue proteste,

potesse giudicarsi colpevole avanti Dio veruno di quelli che avevano

recato danno alla compagnia di Gesù o a lui, continuò dicendo:

«E per soddisfare al dovere di cristiano, protesto di avere sempre col

divino aiuto perdonato e di perdonare sinceramente a tutti quelli che

mi hanno travagliato e danneggiato, prima cogli aggravii fatti alla

compagnia di Gesù e con le aspre maniere usate coi religiosi che la

componevano: poi colla estinzione della medesima e circostanze che

accompagnarono l'estinzione; e finalmente colla mia prigionia e con

le durezze che vi sono state aggiunte, e col pregiudizio annesso della

riputazione; fatti che sono pubblici e notorii a tutto il mondo. Prego

il Signore di perdonare prima a me per sua mera pietà e misericordia

e per i meriti di Gesù Cristo i miei moltissimi peccati, e poi di

perdonare agli autori e cooperatori dei sopraddetti mali e danni; ed

intendo di morire con questo sentimento e preghiera in cuore.»

Le quali cose scritte, Ricci terminò la sua scrittura pregando, e

scongiurando qualunque la vedrebbe, di renderla pubblica a tutto

il mondo per quanto potesse. Di ciò pregò e scongiurò per tutti i

titoli di umanità, di giustizia e di carità cristiana che possono a

ciascheduno persuadere l'adempimento di questo suo desiderio e volontà.

Anno di CRISTO MDCCLXXV. Indiz. VIII.

PIO VI papa 1.

GIUSEPPE II imperadore 11.

Geloso e importante negozio era il dare a Clemente un successore che a

Roma ed al mondo cattolico si convenisse. I sovrani stavano attenti,

acciò non fosse promosso alla cattedra pontificale un cardinale, di

cui si potesse sospettare che fosse per rimettere in vita l'estinta

compagnia. Ognuno prevedeva che, stante lo spirito del secolo, un

papa che sentisse del severo, non sarebbe piaciuto; e bene avea detto

il grande Lambertini, quando delle contingenze dei tempi parlando,

si lasciò uscir di bocca le seguenti parole: «Questo è tempo da

appiattarsi e da dar del buono. Fortunati noi, se, dopo di avere

tanto gridato contro i quattro articoli del clero di Francia del 1682,

vedremo che i popoli se ne contentano e si ristanno e non vanno più

oltre.»

Da' un altra parte la parsimonia del fraticello di Sant'Arcangelo

pareva fuori di proposito in un secolo in cui la vita interiore era

quasi ridotta al niente, e tutta esteriormente si mostrava. Parve ad

ognuno che nel cardinale Angelo Braschi si accoppiassero le qualità che

si desideravano. Molto splendore nella persona e nel procedere aveva, e

sebbene fosse debitore della sua esaltazione alla porpora cardinalizia

ai Gesuiti, essendovisi molto adoperato ai giorni della sua potenza

il generale Ricci, la natura sua ne l'allontanava. Aveva eziandio voce

di persona dabbene, avendo maneggiato parecchi anni con rettitudine le

faccende dalla camera, e siccome voce aveva, così era veramente persona

dabbene.

Queste considerazioni, oltre i voti fermi a sua voglia che aveva per

l'aderenza dei principi, gli procuravano tanto favore, che quasi con

tutti i voti fu in un non lungo conclave chiamato papa, il dì 14 del

mese di febbraio del presente anno.

Poche assunzioni di pontefici cagionarono tanta allegrezza nei popoli,

massime nel romano, di quella d'Angelo Braschi, il quale, come è

noto, elesse il nome di Pio VI. Auguravano, considerando l'indole sua

generosa, che pace per la religione, larghezza ed abbondanza per Roma

vi sarebbe. Felicissimi principii che ebbero funestissimo fine, non già

per colpa sua, ma dei tempi.

Dopo la creazione di Pio si parlava tuttavia con molto calore dei

Gesuiti. Erano gli uomini particolarmente attenti al vedere che fosse

per avvenire del generale Ricci, che sempre stava rinchiuso in castel

Sant'Angelo con molta diligenza. Il nuovo papa, piuttosto per timore

che i principi si lamentassero se Ricci liberasse, che per inclinazione

o sentenza propria, seguì a tenerlo in cattività, procurandogli però

tutte quelle agevolezze e comodi che in una prigione l'uomo carcerato

può sperare. I principi avevano gelosia che se l'antico capo della

società proscritta divenisse libero, la raggroppasse e integrasse, se

non in forma aperta, almeno in segreta.

Ma Ricci il 19 novembre riceveva il santo viatico in occasione della

sua ultima malattia, e, nell'atto di riceverlo, le medesime proteste

e dichiarazioni ripeteva che avea fatte l'anno innanzi, e che furono a

lor luogo riportate.

Preso il santo viatico, Ricci dopo due giorni passò da questa all'altra

vita. Pio VI volle onorare morto colui che non aveva potuto liberare

vivo. Per ordine suo gli furono fatte, il dì 26 di novembre, solenni

esequie, non già nella parrocchia del castello dove solitamente si

uffiziava pei morti in quelle carceri, ma nella chiesa di San Giovanni

de' Fiorentini, chiesa della sua patria.

Il vescovo di Comacchio celebrò le esequie e predicò Ricci come

martire. Il cadavere fu portato la sera alla casa professa, dove venne

sepolto fra le ossa dei suoi predecessori.

Un singolar ragionamento si è fatto intorno al Ricci dagli avversi

agl'Ignaziani che porta il pregio di qui riportare. «Chi attentamente,

dicevano, le proteste e dichiarazioni del Ricci, scritte del resto con

tanto maggiore forza quanto più spirano semplicità e mansuetudine,

considererà, giudicherà certamente, che siccome i fatti sui quali i

principi fondarono le loro querele contro la compagnia di Gesù ed il

papa la sentenza dell'estinzione, erano notorii a tutto il mondo, e

però a nissun modo si potevano o si possono recare in dubbio, così o

Ricci non gli stimava riprensibili o dannabili, il che dimostrerebbe

una larghezza di coscienza veramente maravigliosa e oltre ogni misura

temeraria; o, volendo farli tenere per falsi, mentiva agli uomini

e a Dio in quel momento stesso in cui era vicino di comparire alla

presenza di colui che non si lascia dalle bugie e dagl'inorpellamenti

ingannare.»

Anno di CRISTO MDCCLXXVI. Indiz. IX.

PIO VI papa 2.

GIUSEPPE II imperadore 12.

I lieti augurii del nuovo pontificato cominciarono in principio di

quest'anno a smentirsi per una contesa insorta colla corte di Napoli,

che presagire in vece fece a molti la procellosa condizione del

pontificato medesimo. Con suo speciale decreto fu dal re Ferdinando

IV abrogato il costume antico di quella corte di presentare ogni

anno con grande solennità una chinea al papa, il che come un omaggio

riguardavasi dovuto in ricognizione della corona di Sicilia. E colla

chinea presentavasi una cedola di dodici mila ducati, che parimenti

come tributo ricevevasi, e da quel re fu collo stesso decreto

ordinato che tale somma si offrirebbe come semplice limosina. Si

ristabilì tuttavia la concordia tra le due corti, e la ceremonia della

presentazione della chinea continuò ad adempirsi nella vigilia di

San Pietro dal contestabile Colonna, che nominato era ambasciatore

straordinario di Napoli per quella solennità. Se non che la

presentazione facevasi in un modo consentaneo soltanto agli artifizii

politici consueti, perchè, mentre l'ambasciatore offeriva il donativo

come limosina ai santi Apostoli Pietro e Paolo, il papa la riceveva

come tributo di vassallaggio per la corona di Sicilia.

Un'illustre cerimonia fu in quest'anno rinnovata sul Campidoglio

romano. Fin dall'anno 1341, Francesco Petrarca, pieno di meriti,

era stato dal favore del principe Stefano Colonna portato a vedersi

fregiata la fronte della poetica corona nel luogo stesso ove un tempo

incoronavansi colla stessa fronda gli sterminatori degli uomini.

Nel 1595, eguale onore, per mezzo e colla cooperazione del cardinale

Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, apparecchiavasi all'immortale

Torquato quando invida la morte il tolse al meritato trionfo. Il

cavaliere Bernardino Perfetti, celebre verseggiatore sanese, che con

impareggiabile facilità improvvisava versi italiani, e versi pieni di

sugo, e non di sole frasche, come si esprime il sommo Muratori (tom.

VII, col. 521), fu nel 1725 incoronato di alloro, per protezione di

Violante di Baviera, vedova gran principessa di Toscana. Quest'anno,

una donna di Pistoia, Maddalena Morelli Fernandez, in Italia conosciuta

sotto il nome di Corilla Olimpica, divenuta famosa pel dono dei versi

estemporanei, era stata coronata nel serbatorio dell'Accademia di

Roma con grande applauso di quei dotti accademici. Ma o che di ciò

non paga fosse la Toscana Saffo, o che i suoi ammiratori nol fossero,

alle istanti sollecitazioni del custode dell'Arcadia presso il governo

romano, ed ai maneggi del principe Gonzaga di Castiglione, conseguì

ella l'ambito onore di essere coronata solennemente nelle sale stesse

del Campidoglio. Dal che una grande scissura sorse tra i letterati, ed

in seno della stessa accademia, gli avversi alla donna, o i più severi,

o i più invidiosi, quell'atto chiamando una profanazione dell'alloro

al Petrarca ed al Perfetti donato, al Tasso destinato. Le satire e

le ingiurie fioccarono da varie parti, e produssero processi e rovine

dei meno prudenti; in mezzo al quale trambusto, la coronata poetessa,

uscendo del Campidoglio al suono dei fischi degli avversarii più sonori

degli applausi de' benevoli, dovette allontanarsi da Roma, scortata da

gente armata, per non trovarsi esposta a maggiori dileggi e ad oltraggi

ancora.

Altra mercede intanto dava la Superba Genova ad un suo cittadino.

Il doge Giambatista Cambiaso, decesso nel 1773, aveva a proprie

spese, che sommavano ad alcuni milioni di quella moneta, costrutta la

pubblica magnifica e spaziosa strada che al commercio apriva libera la

comunicazione tra quella capitale e la Lombardia austriaca. Fece dunque

la repubblica collocare nel salone del gran palazzo della signoria una

statua di marmo rappresentante questo suo cittadino e principe, che

fosse ad un tempo gloria di lui e monumento della civica riconoscenza.

Anno di CRISTO MDCCLXXVII. Indiz. X.

PIO VI papa 3.

GIUSEPPE II imperadore 13.

Già da circa quattro anni regnava sul Piemonte il re Carlo Emmanuele.

Dalle mutazioni al suo avvenimento succedute, e già al proprio luogo

riferite, i Piemontesi si auguravano miglior condizione, non tanto

perchè così suole avvenire in ogni cambiamento di signore, quanto

perchè il nuovo re aveva voce d'uomo generoso e molto lontano dal

procedere stretto e scarso del padre. Diede anche alcuna contentezza

ai popoli il vedere allontanato dai consigli della corte il cardinale

delle Lance di cui si conosceva l'eccessiva dipendenza da Roma;

onde sperarono che le ragioni della potestà laica sarebbero meglio

preservate, e si fosse per vivere con qualche maggiore larghezza

rispetto alle pratiche della esterior disciplina, le quali, quando

con soverchio rigore ristrette sono, fanno gli uomini più ipocriti che

religiosi.

Solamente dava noia il conoscersi l'umore guerreggevole, di cui

Vittorio era dominato, e l'usare prodigalità, come ei faceva,

principalmente verso i suoi soldati; prodigalità che ogni termine di

larghezza oltrapassava. Onde accadde che per lo spendio eccessivo si

fusero e scialacquarono le sostanze pubbliche, ed in breve tempo restò

esausto il tesoro lasciato pieno dal padre, che la fama affermava

sommare a dodici milioni di lire piemontesi. Il debito pubblico

s'accrebbe di tal maniera, che, quando vennero i tempi grossi, la

monarchia ne restò sobbissata ed oppressa.

Ma nel corso del suo vivere ed usare prodigalmente Vittorio, siccome

generoso era, molte opere degne di memoria lasciò, e di utilità non

poca; imperciocchè e l'accademia delle scienze, che per lo innanzi era

semplice e privata società fondata da quei tre sommi uomini Lagrange,

Saluzzo e Cigna, con decreto reale approvò; e fondò la specola e

l'accademia di pittura e di scoltura. Fra le opere utilissime da lui

promosse debbesi annoverare quella d'avere, acciocchè i cadaveri più

non si seppellissero nelle chiese, eretto fuori della città, in riva il

Po, il cenotafio. Da lui deve eziandio Torino riconoscere il beneficio

d'essere illuminata la notte.

Nè è da tacersi che, dando ascolto ad uomini chiari per dottrina e

gelosi della prosperità del paese, ei creò l'accademia agraria, da

cui non poco pro sorse per la coltivazione dei campi, principale

fonte di ricchezza per quella subalpina regione. Agli uomini dotti e

zelanti della buona coltivazione de' campi aggiunse mezzi insoliti di

fertilità, con condurre canali d'acque irrigatrici ne' luoghi che più

ne abbisognavano. Fra gli altri è da ricordare quello che da rimpetto a

Cuorgnè conduce l'acque limpidissime dell'Orco a Chivasso; per la qual

bisogna ei fu d'uopo cavare in molta lunghezza due monti, opera che non

senza maraviglia si vede in essere anche a' dì nostri nel territorio di

San Giorgio Cavanese.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 15 / 99 段