Decretando la soppressione della compagnia, il santo padre non omise

di statuire quanto agl'individui riguardasse: che coloro, sentenziò

adunque, i quali fossero solamente vincolati dai voti semplici, e

non entrati negli ordini sacri, si intendessero pienamente liberati

dal vincolo dei voti, e rientrassero nel secolo per fare quella vita

che alla loro vocazione, forze e cognizioni di sè medesimi meglio

convenisse; ma quelli che già fossero stati promossi agii ordini

sacri, o entrassero in qualche ordine approvato dalla santa Sede, o

nel secolo vivessero come semplici preti o cherici, ben inteso però che

tenuti fossero all'obbedienza e sottomessione intera e totale verso gli

ordinarii de' luoghi; quando poi alcuno di costoro non fosse provveduto

d'alcun benefizio, se gli assegnasse, sulle rendite della casa o

collegio che abitava, un onesto sostentamento. Quanto a quelli fra i

professi e promossi agli ordini sacri, i quali d'onesto sostentamento

non fossero provveduti, o niun luogo avessero che potessero eleggere

per domicilio, o per età, o per salute inferma, o per qualche altra

giusta e grave scusa, opportuno non istimassero lasciare la casa o

collegio della società, potessero restarvi, con ciò per altro che in

nissuna maniera potessero ingerirsi nell'amministrazione della casa o

collegio, vestissero l'abito dei cherici secolari, ed intieramente si

sottomettessero all'ordinario del luogo; con ciò però eziandio che non

mai in nissun caso confessare potessero e predicare a quei di fuori.

In ordine poi a quelli che come preti secolari vivessero nel mondo, i

vescovi, conosciuta la loro capacità e bontà di costumi, potessero o

investirli o privarli della facoltà di confessare e predicare. Se poi

alcuno fra i soppressi padri imprendesse ad insegnare la gioventù, o di

qualche collegio divenisse maestro o di qualche scuola, sì il potesse

fare purchè non s'ingerisse del governo ed amministrazione della casa,

ed alieno di dimostrasse da quelle dispute e dottrine, da cui solevano

nascere gli odii, le discordie e le turbazioni.

Annullati e cassi nel modo sopraddetto gli stati e privilegii della

società, Clemente dichiarò volere che quelli fra i socii che come preti

eletto avessero il vivere nel mondo, godessero di tutti i benefizii e

prerogative che appartenevano ai loro consimili, non mai stati astretti

a vita claustrale fra la società.

Comandò poscia a tutti ed a ciascuno dei Gesuiti soppressi, e così a'

cherici tanto regolari quanto secolari, che non mai senza licenza del

pontefice romano si ardissero parlare o scrivere nè della soppressione

nè delle forme, regole, costituzioni e governo dell'annullata società,

e nei medesimo tempo proibì a tutti ed a ciascuno di offendere, per

occasione della soppressione, sotto pena di scomunica o in voce o

in scritto, o nascostamente o palesemente, con ingiurie, soprusi,

villanie, beffe, scherni, o qualunque altra maniera di disprezzo qual

si volesse persona, molto meno gli antichi membri della compagnia.

Raccomandata in ultimo luogo la pace a tutti, e domandato a' principi

cristiani il braccio forte per l'esecuzione della sua volontà nella

bolla della soppressione espressa, il pontefice protestò volere che

essa sortisse il suo pieno ed intero effetto, non ostante tutte

le costituzioni ed ordinazioni apostoliche, anche quelle che dai

concilii generali emanate fossero, non ostante ancora la regola

dell'irrevocabilità del diritto acquistato e qualunque altro statuto,

pratica, privilegio e concessione fatta o data, alle quali tutte egli

derogava, e voleva che si avessero per nulle e di niun valore, e se

come mai state non fossero date o fatte. Per maggior cautela poi e

sicurezza che quel che ordinato avea puntualmente si eseguisse, diede

l'autorità dell'esecuzione alla congregazione dei cinque cardinali

e dei due prelati antecedentemente già nominati, volendo che in via

sommaria e senza contestazione o forma o giudizio, anche per mezzo

dell'inquisizione, procedessero contro le persone di qualsivoglia

stato, grado, qualità e dignità fossero, le quali ritenessero,

serbassero o celassero libri, scritture, mobili o suppellettili

qualunque che alla soppressa società si fossero appartenute. E

potessero anche obbligarle a svelare le nascoste cose colle censure

ecclesiastiche, e con tutt'altra pena, con cui piacesse alla

congregazione di castigarle.

Per tal modo l'edifizio innalzato da Paolo III fu demolito da Clemente

XIV. A queste deliberazioni seguitarono ferme esecuzioni. Ai 16

d'agosto, in sul far della notte, i prelati Macedonio e Alfani, membri

della congregazione più sopra accennata, andarono alla casa professa

del Gesù; il prelato Sersale al collegio romano di Sant'Ignazio;

il medesimo prelato Alfani al noviziato di Sant'Andrea; l'avvocato

Zacheri, prosegretario della congregazione dei vescovi e regolari, alla

penitenzieria di San Pietro; l'avvocato Dionigi, auditore del cardinale

Caraffa, all'ospizio dei Portoghesi in Trastevere; il prelato Archetti,

al Collegio germanico; il prelato Riganti al collegio greco; il prelato

Passionei al collegio scozzese; l'abbate Foggini, teologo del cardinal

Corsini, al collegio degl'Inglesi; finalmente il prelato Della Porta

al collegio maronita: gli accompagnavano compagnie di soldati corsi.

Occupatisi dai soldati tutti gli aditi, e postisi tanto dentro quanto

fuori delle nominate case, ciascun prelato deputato, assembrati e

chiamati in cospetto loro i religiosi della comunità, lessero loro per

bocca di notari, che seco loro avevano condotto per questa bisogna,

le lettere del mandato, di cui erano dal pontefice investiti, poscia

la bolla che l'istituto sopprimeva. Quindi procedettero a mettere

i sigilli su gli archivii, sulla ragioneria ed altri depositi o

d'argenterie o di provvisioni. Le quali cose fatte ed eseguite, i

deputati se ne andarono, lasciando sul luogo i soldati, affinchè i

sigilli si conservassero intatti e fermi, ed i religiosi guardassero.

Il giorno seguente i religiosi soppressi cessarono le loro scuole ed

ogni altra funzione. Le loro chiese furono chiuse, eccetto quelle del

Gesù, di Santo Apollinare, in cui furono posti ad ufficiare cappuccini,

minori osservanti e preti secolari, con proibizione di farlo essi

Gesuiti pubblicamente, e nemmeno di farsi vedere nelle sagrestie.

Il medesimo giorno essendosi adunata la congregazione dei cinque

cardinali negli appartamenti della Rota al Quirinale, mandò ordine

che il padre Ricci, superiore generale dei Gesuiti, fosse trasferito

dalla casa professa al collegio inglese: il quale ordine fu messo ad

esecuzione la sera, condotto e scortato il Ricci dai soldati al luogo

destinato in una carrozza del cardinale Corsini, il quale, siccome

persona di bontà, nè troppo avversa ai Gesuiti, il dimane gli mandò

offerendo cioccolato, caffè ed altri simili delicature di cibi. A tale

umile stato era ridotto un uomo che poc'anzi reggeva una compagnia

ricchissima e potentissima in tutte le provincie cristiane dei due

mondi, e che nato egli medesimo in una famiglia per antichità, per

dignità e per beni di fortuna risplendente, ogni altra cosa piuttosto

doveva augurarsi, che questa di dovere cibarsi dei cibi altrui. Dopo

tre mesi poi venne, per le imprudenze di alcun suo amico servato in

castel Santo Angelo. Gli assistenti del generale furono anch'essi dalla

forza soldatesca sostenuti chi in una casa, chi un'altra.

Ancorchè la bolla della soppressione de' Gesuiti fosse da tutti

aspettata, poichè non s'ignoravano nè le istanze de' principi, nè

che il papa già da lungo tempo biecamente li guardava, nè gli atti

rigorosi che erano stati usati contro di loro nelle principali città

dello Stato ecclesiastico, fu ciò, non ostante, con molta maraviglia e

quasi stupore in Roma ricevuta. Alcuni avevano creduto che il papa non

si sarebbe osato di dare un così gran passo, e di venire ad una tanta

deliberazione, che stimavano poter riuscire di grave pregiudizio alla

santa Sede. Altri si erano persuasi che si sarebbe trovato per ripiego,

siccome n'era corso voce, di riformare solamente la società, non di

estinguerla. Non si sa per quale proposito, ma certo è bene che il

ministro di Spagna aveva in ultimo scritto alla sua corte pregando che

della riformazione si contentasse. Ma era venuta risoluta risposta, che

attendesse pure alla soppressione, e d'altro non gli calesse, perchè

sapeva bene il re quel che si faceva.

Ora in quella Roma solita a fare ed udire tanti discorsi sulle

operazioni dei papi, si parlava diversamente, e secondo i diversi

umori della deliberazione di Ganganelli. Chi le era contrario e per

amore de' Gesuiti parlava, andava facendo varii commenti, ed aspre

parole a pensieri aspri annestava. Dall'altra parte i difensori del

papa non tacevano, nè i loro discorsi erano meno acerbi di quelli degli

avversarii. Lungo sarebbe il riportare il molto che fu detto, ridetto

e contraddetto in Roma, poi negli altri paesi intorno alla soppressione

dei Gesuiti. Intanto per ogni luogo si andava sfasciando l'edifizio da

papa Paolo eretto.

I principi cattolici accettarono la bolla di Clemente quanto alla

soppressione; ma rispetto ai beni della compagnia, che il papa aveva

desiderato che si applicassero ad opere pie ecclesiastiche, i sovrani

dichiararono che vi mettevano su la mano regia, e ne avrebbero fatto

quell'uso che più vantaggioso avrebbero stimato allo Stato ed alla

religione. Fecero anche qualche riserva in ordine a quelle clausole

della bolla che contrarie fossero ai diritti della sovranità ed alle

leggi ed usi del paese. Nominatamente la repubblica di Venezia aveva

bensì accettato la bolla, ma colla condizione che fosse salva in tutto

la condizione dei vescovi, salvi i diritti sovrani, le leggi ed il

costume della repubblica, ed esclusa intieramente la comminatoria della

scomunica. Il decreto del senato investì il patriarca della facoltà

di eseguire il breve, quanto alla parte spirituale, con ciò però che

nulla facesse senza l'assistenza di un senatore delegato. Volle altresì

che il senatore prendesse possesso dei beni gesuitici a nome della

repubblica, che si usasse ogni dolcezza coi religiosi soppressi, e che

agli altri ecclesiastici si anteponessero così per le messe quotidiane

come per gli altri esercizii spirituali.

Parimente i serenissimi collegi di Genova s'impadronirono per decreto

espresso di tutti i latifondi, di tutti i mobili ed immobili, di

tutte le rendite, di tutti i capitali in oro ed argento, vasellame,

libri, vasi sacri ed ornamenti che ai Gesuiti appartenevano, o di cui

godevano, e così pure delle loro case, collegi e chiese che esistevano

o fossero per esistere negli Stati della repubblica, ordinando ad una

deputazione composta di tre senatori e quattro nobili di prenderne

reale ed effettivo possesso, e di usare a questo fine tutti i mezzi che

sarebbero necessarii.

Allo stesso modo adoperarono gli altri sovrani d'Italia; il re

di Napoli specialmente con molta condiscendenza verso la volontà

del pontefice, il re di Sardegna con qualche amaro motto verso il

breve, non perchè della soppressione non si soddisfacesse, ma per la

disposizione del papa di voler dare una destinazione determinata ai

beni dei religiosi soppressi, parendogli, come a Venezia ed a Genova

era paruto, che ciò toccasse le prerogative della sovranità temporale.

Già regnava in quel momento sul Piemonte, in luogo di Carlo Emmanuele

III, morto ai 20 di febbraio del corrente anno, il suo successore e

figliuolo Amedeo III.

In ogni parte ebbe luogo l'umanità verso i vietati padri, nè

soggiacquero ad altri rigori, se non quelli che derivavano dal tenore

stesso della bolla. Solamente nella Valtellina, come prima vi si ebbe

notizia della bolla di soppressione, il popolo si sollevò a furore, e

li cacciò via con grida e minacce, mettendo anche a sacco i loro beni,

case, chiese e collegi.

Nella Germania cattolica il breve ebbe facile esecuzione, se si

eccettui la città di Augusta, di cui il principe vescovo scrisse a

Clemente, esservi i Gesuiti giudicati necessarii per utilità della

religione, e però il pregava di contentarsi che seguitassero a vivere

in comunità. Il papa non se ne soddisfece, e, maneggiando il negozio

con prudenza, ottenne finalmente quel che desiderava, ed Augusta

uniformossi al breve.

Ma la volontà del pontefice diede in intoppo nella Slesia per

l'opposizione del re di Prussia. Eranvi in quella provincia Gesuiti, a

cui era commessa l'educazione della gioventù cattolica. Il re non volle

che il breve vi fosse mandato ad effetto, e conservò que' padri nella

direzione delle scuole con salvezza de' loro beni, case e collegi.

Tra le ricerche fatte con estrema diligenza tanto da' commissarii

apostolici in Roma quanto da' deputati de' principi nelle varie

provincie d'Europa, e la minaccia della scomunica contro chi ritenesse

le proprietà de' Gesuiti, non poche ricchezze si rinvenirono in arnesi,

gioie, vasi così sacri come ad uso mondano, ed altre masserizie di gran

valore. Rinvennesi eziandio una certa quantità di denaro contante;

ma questa parte non riuscì all'aspettazione universale, essendosi

ritrovata di gran lunga minore delle enormi somme che nelle riposte

gesuitiche od in conservo presso i loro banchieri gli uomini si erano

dati a credere essere accumulati; conciossiacosachè fosse voce che

occultato avessero e messo in salvo più di ducentocinquanta milioni di

franchi.

Noi abbiamo di sopra accennato siccome al 20 di febbraio del presente

anno il re Carlo Emmanuele III di Sardegna aveva abbandonato la

vita, correndo l'anno settuagesimo secondo della sua età. Guerriero

abile, amministratore diligente, principe d'ottimo costume, sarebbe

per ogni parte da lodarsi, se in certe cose anche buone il volere

far troppo non si voltasse in vizio. Lasciò del suo regno memorie

notabili. Oltre ad altri benefizii, la Sardegna riconosce da lui la

fondazione delle due università di Cagliari e di Sassari; e se da

lodarsi era il pensiero di aprire que' fonti di utili sussidii in

una contrada che molto abbisognava, ugualmente da lodarsi fu il modo

con cui fu mandato ad effetto. Assegnaronsi ai professori emolumenti

ragguardevoli per que' tempi, e sotto un principe piuttosto scarso che

assegnato nello spendere, non furono certamente di poco momento. Fecesi

diligente ricerca de' migliori e più dotti uomini, tanto nazionali

quanto esteri per condurli ad insegnare nelle due novelle università.

Si ordinò una buona disciplina per gli studenti, un acconcio metodo

d'insegnamento per le scuole, una conveniente norma pegli studii. La

Sardegna a nuova vita scientifica e letteraria sorgeva, e si rendeva

manifesto che quell'antica terra era anch'essa feconda di felici

ingegni. Giambattista Simon arcivescovo Turriano, Giannantonio Cossù,

Giuseppe Cossù, Francesco Carboni, Francesco Maria Corongiù, Salvatore

Mameli, Giuseppe Valentino, ed i Cetti ed il Gemelli, con molti altri,

le scienze e le lettere nella famosa e per troppo lungo tempo dagli

Spagnuoli negletta isola nobilitarono.

Nè devesi defraudare della meritata lode il re per aver dato un

migliore ordinamento ai monti frumentarii, o granatici, come si

chiamavano in Sardegna, che per opera delle antiche corti, cioè

assemblee generali degli Stati, avevano avuto principio. Erano questi

monti frumentarii depositi destinati a sovvenire, accomodandoli per via

di prestanze gratuite o di modico interesse di denari, gli agricoltori

che da per sè non potevano, per mancanza di fondi, sementare le terre.

Ma siccome avviene nelle umane istituzioni, anche le migliori, o per

difettive ordinazioni sul principio o per abusi nel progresso, questi

repositorii non corrispondevano più alle intenzioni de' fondatori, e

si erano deviati dall'uso e dall'utile per cui stati erano istituiti.

Per ritirare verso il suo principio una instituzione utilissima in un

paese dov'erano ancora molte terre incolte, ordinò il re, cui erano

ministri o consiglieri un Bogino, un Lodovico Costa della Trinità, un

Vittorio Lodovico des Hayes, ordinò, a ciò movendolo principalmente la

sentenza del Costa, che in ciascun luogo, per ristringere le cose sotto

uniforme regola, vi fosse un magistrato d'uomini eletti così fra gli

ecclesiastici come fra i laici (pensiero accomodato, perchè gli uni e

gli altri avevano antichi diritti), i quali il locale monte avessero in

governo; e perchè l'amministrazione con norma certa ed ordine stabile

procedere potesse, per la ordinazione medesima furono statuiti i doveri

di ciascuno, e le forme del governare, ed il modo dello spartimento de'

frumenti, della riscossione de' crediti, del rendimento delle ragioni.

Di grado in grado, affinchè più occhi la medesima cosa guardassero,

salivano gli ufficii; in ogni diocesi fu creato un magistrato

diocesano, al medesimo modo composto di ecclesiastici e di laici, ma

dal vescovo presieduto, datagli la cura d'invigilare sui magistrati

locali. Si fece poi provvisione che gli uni e gli altri, cioè ed

i magistrati locali ed i diocesani, sopravvegliasse un magistrato

supremo, che in Cagliari sedeva, ed a cui furono chiamati i principali

uffiziali della corona, le prime voci d'ogni stamento ed altre persone

che per zelo dimostrassero avere graziosa volontà verso i monti, e

per pratica sapessero giovarli. Al buon pro loro usaronsi eziandio

le servitudini, e ad opportuni ordini corrisposero conformi effetti.

Diedesi con molto zelo opera ai lavori gratuiti comandati da chi

per feudalità di chiesa o di spada ne aveva il diritto, i magistrati

sopra i monti con ardore ed intelligenza li disponevano, accrebbersi i

capitali, diminuissi il merito delle prestanze, con maggiore agiatezza

vissero i coloni, molte terre, per lo innanzi sterili ed infeconde,

divennero fertili e fruttifere, e produssero in pro della meglio

amministrata isola copia d'ogni buona sostanza. Tanto potè una buona

volontà regolata da buon giudizio! Moltiplicossene la popolazione della

Sardegna, onde si può affermare che Carlo Emmanuele sia stato il più

provvido e benefico sovrano che da molti secoli indietro ella avuto

avesse.

Carlo Emanuele non era uomo da lasciarsi trasportare dal secolo,

posciachè i pensieri proprii non con istraniere forme, ma da sè

formava; e nemico era di qualunque novità che non gli fosse paruta

utile e buona per ogni parte. Ingegno molto riflessivo aveva, tanto

forse eccessivo nella prudenza, quanto lontano dalla temerità. Tardo

era nel determinare, tenacissimo nella cosa deliberata. Giusto era, e

delle feudali cose sanamente pensava; ma, lento nel toccarle per timore

di scrollare l'edifizio sociale di cui erano parte; pure si mosse.

Erano in Savoia le mani morte a guisa dell'antico reame di Borgogna,

di cui il primitivo dominio della casa di Savoia fu membro. Queste mani

morte, ch'erano di due sorti, o delle terre o delle persone, ei regolò

primieramente nel 1762, senza troppo conseguire il fine che desiderava,

e poi definitivamente nel 1771, con grandissimo utile degli uomini e

delle cose.

Lodano alcuni Carlo Emanuele per aver dato miglior sesto alle

costituzioni de' suoi Stati, opera già incominciata da suo padre.

Certamente egli è in ciò da lodarsi, perchè ne risultò maggiore

uniformità nell'amministrazione e nella giustizia, ma è da biasimarsi

di non aver cancellato da que' codici i vestigii dei tempi barbari che

non in picciol numero li contaminavano, massime circa lo stato delle

persone ed i processi e giudizii criminali. Per essi si vedeva che le

dolci dottrine che accennavano a miglioramenti nel governo dei principi

verso i popoli, principalmente negli ordini giudiziali, poco o nulla

avevano ancora penetrato, nè udite erano in piazza Castello della

nobile e generosa Torino.

Crudo non era punto Carlo Emmanuele, ma la tenacità della sua natura

il teneva ch'egli quelle riforme, anche salva l'autorità regia,

nelle leggi operasse che non che l'umanità, ma ricercavano ancora la

giustizia e la religione. Già nei vicini regni e nei lontani un più

benigno influsso andava consolando gli uomini, ed a migliori speranze

chiamandoli; il Piemonte, a guisa delle rocche che il circondano,

immobile durava, nè mostrava d'inchinarsi ai piacevoli venti. Già un

Luigi, due Ferdinandi, un Giuseppe, un Leopoldo le condizioni degli

uomini da loro governati ammollivano, ed a benefiche voci prestavano le

orecchie; ma Carlo Emmanuele ai generosi esempi poco si moveva, quasi

unicamente contento al travagliarsi intorno all'amministrazione, nella

quale certamente molto valeva.

Gli studii si fomentavano, purchè non uscissero da un disegnato e

stretto cerchio. Nissuna vita nuova, nissun impulso, nissuna scintilla

d'estro fecondatore; un aere grave pesava sul Piemonte, e i respiri

impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del principe faceva che la

consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nissuno dall'usato

sentiero uscisse, ancorchè più facili, più utili e più dilettevoli

strade di sè medesime facessero mostra in luoghi vicini.

Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Bethollet, Bodoni,

e fuggendo dimostravano che se quella era per natura una feconda terra,

aveva un gretto agricoltore. Carlo Emmanuele e Bogino si martorizzavano

sui conti, e le generose aquile, sdegnose di quel palustre limo, a più

alti e propizii luoghi s'innalzavano. Francia, Italia, Inghilterra,

Prussia i nobili rampolli accoglievano, ed essi sopra alieni campi

fruttificavano: Luigi Federico, Ferdinando, Leopoldo pagavano il debito

di Carlo Emmanuele e del suo successore.

Tuttavia è da terminarsi quanto di Carlo Emmanuele fu detto colle

parole che un valente scrittor franzese, il signor Mimaut, antico

console generale di Francia in Sardegna, lasciò in una Storia che

ai giorni nostri pubblicò di quell'isola, riportandole quali le ha,

nelle sue storie, tradotte il chiarissimo Botta: «Se mai tempo felice

e prospero fuvvi per la Sardegna, certo fu quello del regno di Carlo

Emmanuele III. Fu questo principe, succeduto a suo padre nel 1730, il

migliore ed il più grande re che la casa di Savoia illustrato abbia. Ei

godrà nella memoria degli uomini di una gloria tanto più pura, quanto

che per benefizii e per virtù se l'acquistò, e per le sue fatiche a

niun'altra cosa mirò che alla felicità de' suoi popoli. Non isfuggì

a quest'eccellente principe, cui guidavano i savii consigli del conte

Bogino, suo primo ministro, uno dei più abili statisti del tempo, suo

Sully e suo Colbert, di quanta importanza per lui fosse la possessione

di un'isola pur troppo dai suoi antichi signori avuta in non cale;

perciò egli con più particolare amore amolla e coltivò.»

Non così tosto il re Carlo Emmanuele era passato da questa vita

all'altra, che il re Vittorio Amedeo, suo successore, si era con

tutta la famiglia condotto alla Veneria, donde non ritornò a Torino

se non dopo alcuni giorni; ma prima che vi giungesse, aveva mandato

pel cavaliere di Morozzo, ministro degli affari interni, domandando

al Bogino che dismettesse la carica di ministro della guerra e di

Sardegna, conservatogli però lo stipendio e le pensioni di riposo;

della quale carica fu investito il conte Chiavarina, segretario del

gabinetto del re. Il marchese di Aigleblanche, della casa di san

Tommaso, fu chiamato ministro degli affari esteri con soprantendenza

degli archivii. Gli fu, dopo alcun tempo, surrogato il conte di Perone,

e il conte Corte fu chiamato ministro degli affari interni in cambio

del Morozzo. Il cardinale delle Lance, uomo di un fare generoso e

grande, ma delle prerogative di Roma zelantissimo, il quale grande

elemosiniere della corona era, domandò licenza, e l'ebbe, ed in suo

luogo fu sostituito il Rovà, arcivescovo di Torino.

Anno di CRISTO MDCCLXXIV. Indiz. VII.

CLEMENTE XIV papa 6.

GIUSEPPE II imperadore 10.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 14 / 99 段