Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte
varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella
dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi
e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca
Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti
dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia
civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini
nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio,
essere nelle carceri ordinarie condotti, ma stare e vivere per loro
l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo,
la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i
rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno
aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei
tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia
pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si
fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti
di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per
essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo
che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per
conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso
la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso
in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi
avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così
in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì
il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la
bolla _In Coena Domini_; vietò ai conventi d'avere carceri senza la
approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati
laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni
appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che
i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni;
che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che
pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che
si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che
i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi
addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli
ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle
monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei
conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divino i parrochi
ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle
povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.
Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in
Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di
torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime
per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed
altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti
traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e
contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle
cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de'
suoi abitatori.
E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento
lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo
tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro
ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica
città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le
fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti
di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che
stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato
castello già chiamato Sipar.
Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In
una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta
Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione,
schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone,
rimaste prima sepolte che morte.
Anno di CRISTO MDCCLXX. Indizione III.
CLEMENTE XIV papa 2.
GIUSEPPE II imperadore 6.
Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bolla _In Coena
Domini_, tanto dispiacente ai sovrani, Clemente XIV se ne astenne,
omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento
ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del
pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio,
accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono
le differenze.
Quanto a Venezia, col suo costume di andare a seconda, e bene persuaso
che in quell'età male con gli anatemi si conseguivano i fini della
Chiesa, lasciò portare la cosa al tempo. Quindi avvenne che i conventi
si andarono negli Stati della repubblica spopolando, per modo che
vicina se ne vedeva l'ultima fine. Passati tre lustri, il senato
permise le vestizioni a sedici anni e le professioni a ventuno.
Per prima risoluzione nelle cose di Parma, Ganganelli sospese l'effetto
del monitorio, e ribenedì il duca. Della quale benigna sentenza diede
subito notizia al re di Francia, con isperanza che Luigi il ritornasse
in possesso d'Avignone. Ma così questo sovrano come gli altri della
famiglia borbonica persistevano nel loro proposito, ancorchè il duca
di Parma si sforzasse con ogni buon uffizio e diligenza di muoverli
ad una intiera riconciliazione colla santa Sede. La cagione della loro
renitenza era, ch'essi volevano la soppressione dei Gesuiti.
Finalmente il papa avendo fatta nel 1773 questa gravissima
deliberazione, Roma restò del tutto riconciliata coi principi; onde
accadde (il che tutto vuol dirsi a compimento dell'incominciata
narrazione) che nel mese di marzo dell'anno susseguente 1774, a ciò
sempre confortando il duca di Parma, ella fu rimessa nella possessione
di Benevento e d'Avignone. Le quali cose avvenute, si fecero grandi
feste in Roma; cantossi solennemente l'inno delle grazie in presenza
di tutti i cardinali, e la sera vi si ordinò una luminaria assai bella
e magnifica, come sono tutte quelle che sogliono rallegrare una città
quale Roma è, che così nell'alta come nell'umile fortuna seppe sempre
tener grado e ritrarre di grandezza. Cotal fine ebbe il molesto litigio
tra Roma e Parma, il quale, incominciato da deboli principii, portò poi
con sè assai più gran soma che uomo credere avesse potuto.
Non un altro litigio, ma un trattato tra la santa Sede ed il re di
Sardegna, il cui fine era di tor via certi abusi, che avevano la loro
origine nell'asilo dato ai malfattori ne' luoghi sacri, fu pur questa
un'opera del buono e prudente Ganganelli, il quale era solito dire, nè
senza contentezza, che alla perfine la Chiesa conserverebbe ciò che per
diritto divino era suo, e perderebbe ciò che i potentati della terra
le avevano dato, e che cagione per lei era di tante querele, di tanti
risentimenti, di tante molestie, e così ancora di tanti scandali e
discordie tra i fedeli: memorande parole, memoranda la sentenza!
Benevola fu la volontà di Ganganelli verso il re Carlo Emmanuele, o
piuttosto verso i suoi popoli; ma da quanto ancora restò degli abusi
in materia di asilo, si potrà argomentare dell'enormità di quanto
esisteva e dell'assurdità del principio sul quale la facoltà dell'asilo
era fondata; imperocchè non solamente dannoso alla società, ma ancora
empio e ridicolo sia il dire, che sia rispetto e venerazione verso
la casa di Dio, ch'essa procuri sicurezza a chi meriti la galera o la
forca, e divenga tana, donde i malfattori, come da luogo d'insidia, si
avventino a rubare ed ammazzare gli onesti cittadini, ai quali lo Stato
è debitore di sicurezza e di salute.
Già sin dai tempi di Benedetto XIV si era aperta una pratica intorno
agli asili tra il pontefice e il re, desiderando il principe di
moderarne gli abusi, donde procedevano grandissimi sconcerti nel
paese nè essendo meno desideroso il capo della Chiesa di rimediarvi.
In fatti, Benedetto aveva già con sua istruzione mandata al cardinale
Merlini, arcivescovo d'Atene, nunzio e ministro apostolico a Torino,
moderato molte cose che all'uso di cui si tratta s'aspettavano. Ma,
malgrado di tale moderamento, nascendo ancora inconvenienti di non
poca importanza, di nuovo il re aveva richiesto la santa Sede, che a
più efficaci risoluzioni devenisse. Questa pratica maneggiava in Roma
il conte di Rivera quando, già morto essendo Benedetto, era Clemente
XIII in sua vece stato al seggio pontificale assunto. Andava Clemente
in questa faccenda assai più a rilento che il benevolo e facile suo
predecessore; perocchè delle cose di questo mondo più colla pietà
che colla prudenza giudicava. Ciò non ostante, il Rivera già l'aveva
indotto ad utili concessioni, e si speravano maggiori moderazioni per
viemmaggiormente facilitare il corso della giustizia, quando Clemente
da questa vita n'andò ad abitare fra i più. Ripresersi i negoziati
sotto Clemente XIV, i quali finalmente vennero a conclusione sul
principiare dell'anno presente.
Clemente decretò e pregò il re che fosse contento delle seguenti
risoluzioni:
Conciossiacosachè si veda che la principale cagione donde nascono gli
abusi sia quella che gli uomini di mala vita si ardiscono di rizzare
sulle antiporte, atrii e porticali delle chiese, tugurii, frascati,
capannucce, baracche ed altre simili casucce ad uso non solamente
di ricovero sicuro e stabile, ma ancora per serrarvi e nascondere
armi d'ogni sorte, riporvi i frutti dei loro latrocinii, introdurvi
femmine scandalose, uscirne ad assaltare i viandanti, ed impunemente
commettere altri eccessi, donde risultano, e un grave pregiudizio
della tranquillità pubblica, e la profanazione manifesta dei luoghi
santi; resta comandato ai vescovi ed ai rettori delle chiese di far
sgombrare incontanente dai detti antiporti e simili luoghi le baracche
e casucce, tanto nocive al ben pubblico, quanto indecenti per la maestà
dei templi; restando loro anche ingiunto d'impedire che nuove non vi
s'innalzino; e se nuove si innalzassero, tosto abbiano cura che si
demoliscano.
Per maggiormente facilitare la necessaria purgazione di quest'infame
genia, o diminuire almeno il numero delle loro nefandità, ordinò anche
il pontefice che fosse facoltà ai vescovi di trasferire i rifuggiti
da un asilo all'altro, e se i trasferiti abusassero una seconda volta
dell'asilo, perdessero la protezione della Chiesa, e fossero arrestati
dovunque si trovassero. E perchè i vescovi ciò fare potessero con
maggior facilità, volle che non fosse necessario un regolare processo,
ma solamente un atto di coscienza informata per trasferire un rifuggito
da un asilo all'altro, stando però sempre fermo che per privarlo, in
caso di recidiva, del beneficio dell'asilo, fosse richiesto il regolare
processo. Dichiarò altresì che le cause di privazione di asilo per
abuso fossero il rubar di nuovo, il nascondere i furti, il ricettare
femmine di mala vita, l'insultare ed offendere i viandanti, il celare
chiavi false, grimaldelli ed altri simili stromenti di ladri.
Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba
chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta
decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti
atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del
beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi
forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le
lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per
la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena
di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non
consenzienti.
Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato
l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii
atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano
per mano dei detti minori di età delitti di simil fatta, così il
pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno
fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto
si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che
per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio,
l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o
che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando
dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza
ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.
Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre
dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa
e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la
morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date
per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito
non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir
restituito alla chiesa.
Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto
con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente.
Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste
franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava
ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in
molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la
prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i
facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli
ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione
degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa
commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii
delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser
giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per
rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno
moderata una immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.
Anno di CRISTO MDCCLXXI. Indizione IV.
CLEMENTE XIV papa 3.
GIUSEPPE II imperadore 7.
Povero di avvenimenti si presenta quest'anno, e poche cose e di non
grave importanza ne porge da ricordare.
Giunto, alla metà d'ottobre, in Italia l'arciduca Ferdinando,
sposossi nella metropolitana di Milano a Maria Ricciarda Beatrice
d'Este: maritaggio che diede motivo a molte gioconde e liete feste.
Ma quella che vogliam notare si è il matrimonio di trecento garzoni
con altrettante donzelle per munificenza de' regi sposi celebrato
nella basilica di Santo Stefano maggiore della detta città, con doti
proporzionate al grado di chi le dava, e convitati tutti quanti a lauto
banchetto, rallegrato dal suono di musici strumenti, ed illustrato
dalla presenza de' benevoli arciduchi.
A Parma, alcuni moti popolari richiamarono la vigilanza del duca.
Arrestate molte persone di grado, ed anche ecclesiastiche, furono
esiliate; in pari tempo un ducal editto comandava un raddoppiamento
di forza armata a quiete della città, la dispersione de' gruppi
d'oltre a sei persone, la ricerca e la punizione degli autori d'atti
o discorsi sediziosi od insolenti. Intanto giunto in Parma, col
titolo di consigliere di Stato del re di Spagna, il marchese di Liano,
l'ottimo Dutillot, che da quasi vent'anni con altissimo senno regolava
le bisogna del ducato, partì per Madrid prima che il presente anno
cadesse, e di là poi recandosi in Francia, dov'era nato, poco tempo
dopo terminò la gloriosa vita.
Avviatesi in Corsica le cose alla franzese, non per questo sedaronsi
gli animi, e travolto il primo intendimento, criminose rendevansi le
fazioni, tanto contro i Franzesi occupatori del paese quanto contro
gli stessi compatriotti, cui i facinorosi percuotevano con omicidii,
saccheggi e disordini d'ogni fatta. Il governo franzese, che vedeva
la somma difficoltà di guadagnare a sè una nazione non punto concorsa
a prendersi in collo il giogo del suo dominio, nulla pretermise per
rendere men gravi le catene, e tutte le vie cercava di ridurre l'isola
ad uno stato di qualche calma. Trasportato in Corsica non picciol
numero di famiglie franzesi, principalmente ne' luoghi che per le
vicissitudini e pel lungo durar della guerra aveano ad un tempo perduto
gli abitatori ed i coltivatori delle terre; eretti nuovi villaggi;
accomodate le strade principali; aggiunte nuove fortificazioni a Corte,
all'isola Rossa, e migliorate quelle d'Aiaccio e di altre piazze forti,
sempre munendole di buoni e numerosi presidii; tra queste e altre
simili provvidenze, e più di tutto per mezzo di quella efficacissima
insinuazione che deriva dall'assoluta ed invincibile necessità,
cominciò a vedersi nell'isola quella quiete che da molti anni n'era
sbandita.
Anno di CRISTO MDCCLXXII. Indizione V.
CLEMENTE XIV papa 4.
GIUSEPPE II imperadore 8.
Si sono precedentemente vedute le diverse mosse che Clemente XIV dava
per corrispondere con opportuna condiscendenza ai desiderii d'una gran
parte de' principi cattolici. Ma il più duro scoglio che superare
si dovesse per metter pace tra il sacerdozio e il principato e far
tornare amici i rappresentanti della potestà secolare era severamente
la controversia intorno a' Gesuiti. Instavano acerbamente i principi
per la soppressione; e siccome diffidavano della corte romana, così
sospettavano, non già che Ganganelli li favorisse, che anzi sapevano
che li disfavoriva, ma che per qualche fine più nascosto amasse di
tirare il negozio in lungo, e forse di farlo dileguare per istanchezza.
Quando Monino di Spagna, Almada di Portogallo, Bernis di Francia,
Orsini di Napoli incalzavano, soleva rispondere che il lasciassero pur
fare; che il negozio era grave, e il volea considerare maturamente;
ch'egli era il padre comune de' fedeli, soprattutto dei religiosi; che
non poteva distruggere un ordine di tanta fama nel mondo senza avere
ragioni che appresso a tutti i fedeli, e massimamente appresso a Dio,
il giustificassero.
Debole conforto aveva la combattuta compagnia nel patrocinio del re di
Sardegna, già per mortale infermità vicino a lasciare questo mondo;
poichè intanto nello Stato romano a molti segni si conosceva che il
pontefice aveva la mente avversa da' Gesuiti, e come si approssimasse
la loro ultima fine. Ganganelli non amava di vederli, nemmeno di
salutarli, quando incontrati gli facevano riverenza. Erano loro negate
le udienze, e le decisioni favorevoli s'indugiavano, le contrarie
si affrettavano. Il seminario romano retto da' Gesuiti a Frascati,
conservatorio magnifico, ma allora indebitato, fatto prima esplorare
da tre visitatori, che aspramente ed alla traversa fecero l'ufficio,
restò poscia soppresso, tempo un mese per ritirarsene ai padri, e data
licenza ai pensionarii ed agli studenti di andarsene. Presesi anche
possesso a nome del papa del sontuoso palazzo ch'essi avevano a Tivoli,
e che si apparteneva al medesimo seminario. L'argenteria e gli altri
mobili preziosi dati in custodia ai monti di pietà, vendute intanto le
provvisioni.
Oltre il seminario, i Gesuiti possedevano in Frascati un collegio, al
quale, perseverando Clemente nel medesimo rigore, toccò la medesima
sorte che al seminario. Già presaghi di quanto doveva avvenire, non
accettavano più novizii, e non vestivano gli accettati. Si trattava di
tor loro a Loreto l'uffizio di penitenzieri che esercitavano; perchè
s'erano conceputi sospetti, e si temeva che volessero far sorgere umori
torbidi contra ciò che si andava preparando.
Rigide commissioni furono date al cardinale Malvezzi arcivescovo di
Bologna, e rigido esecutore trovarono. Visitò per ordine supremo del
papa i collegi della compagnia in tutta la diocesi; non ne fu contento
e non voleva essere. Biasimò gli studii, biasimò la disciplina, molte
cose trovò in disordine. Sospettò delle confessioni, sospettò degli
ammaestramenti, prese risoluzioni conformi ai sospetti. Sospese gli
esercizii de' Gesuiti nelle feste di Pasqua, chiuse le scuole, serrò,
portandone le chiavi, tutte le congregazioni che da loro prendevano
regola e norma. Nè ciò bastando, vennero da Roma nuovi ordini: che il
rettore della casa di Bologna mandasse incontanente alle loro famiglie
tutti i Gesuiti della diocesi, eccettuati solamente quelli che avevano
fatto il quarto voto, e che nissun convento li potesse ricevere
sotto pena di scomunica; che fosse proibito a' Gesuiti d'insegnare il
catechismo in pubblico, proibito d'addottrinare nelle chiese, proibita
l'assistenza ai prigionieri, proibiti il ministerio dell'ordine di San
Gabriele e gli esercizii di Sant'Ignazio. Nè qui ancora si terminarono
le tribolazioni di Bologna. I Gesuiti novizii, cacciati dalla città,
eransi riparati alla campagna nel seminario vescovile. Fu intimato a
quelli dello Stato veneto che svestissero l'abito gesuitico; la qual
cosa ricusando essi di fare, arrivarono soldati che gli sforzarono. Gli
altri, o maestri o allievi, mandati chi a Modena, chi altrove.
Compiti i rigori, vennero le angherie. Ciò con dannabile consiglio,
perchè vestiva la sembianza di persecuzione e di cupidità. Male in
queste cose si mescola la gola del fisco; ma la camera apostolica era
inesorabile quando di denaro si trattava. Malvezzi domandò al collegio
gesuitico di Santa Lucia mille scudi per le spese della visita. I
Gesuiti supplicarono al papa perchè giustizia facesse e temperasse
i rigori dell'arcivescovo. Ne venne aspra e minacciosa risposta. A
Ferrara le medesime cose successero per ordine di Roma e per opera del
Cardinal Borghese. La tempesta soffiava contro gl'Ignaziani in tutto lo
Stato romano. A Roma stessa continuavano a precipitare, rigidezza vi si
usava contro i pericolanti padri. Si vietò loro l'accesso al monastero
di Santa Maria dei Funari, a cui si trovava annesso un ospizio di
zitelle fondato da Sant'Ignazio: ne avevano la direzione spirituale; il
papa sospettoso ebbe per bene che fosse loro tolta.
Quantunque Clemente da lungo tempo si fosse prefisso nell'animo di far
fine alla compagnia, tuttavia, acciò non si credesse ch'egli facesse un
giudizio precipitoso, o venisse per filo e per timore dei principi ad
un atto tanto solenne, aveva ormai tre anni temporeggiato. Creò anzi,
per dimostrare di voler considerare la cosa con maggiore diligenza, una
congregazione di cinque cardinali, Zelada, Casali, Caraffa, Corsini
e Marefoschi, con ordine di bene pesare le cose e a lui fedelmente
riferirle.
Anno di CRISTO MDCCLXXIII. Indiz. VI.
CLEMENTE XIV papa 5.
GIUSEPPE II imperadore 9.
Finalmente il Vaticano fulminò. Il dì 21 di luglio del presente anno
vide distrutta l'opera di Paolo III, le radici di più di due secoli
svelte; tante magnifiche fonti d'istruzione e di educazione nei due
mondi chiuse; tante ricchezze in mani aliene mandate; la più forte
milizia di Roma annientata e dispersa; ma vide ancora, e il disse
un papa, la cui sentenza ognuno doveva e deve credere ed avere per
irrefragabile ed inappellabile, vide, si dicea, la cessazione di non
pochi disordini, e la pace del sacerdozio coll'impero.
In quel dì, 21 luglio, fatale pei figliuoli d'Ignazio, papa Clemente
XIV dalla suprema cattedra l'atta sentenza pronunziò, con acconce
parole al mondo favellando. Molte cose essendogli state addotte
ed avendo discusse, il santo padre, per aiuto, come disse, e per
ispirazione del divino Spirito, e spinto così dalla necessità del
proprio uffizio, come dal rispetto che aver dovea alla tranquillità e
quiete dalla cristiana repubblica, persuaso inoltre che, la società
di Gesù non poteva più partorire quei copiosi frutti pei quali
era instituita, convinto eziandio che finchè ella esistesse, pace
nella Chiesa nè vera nè lunga essere potrebbe, mosso finalmente ed
incalzato da cagioni che le leggi della prudenza all'ottimo governo
della Chiesa universale somministravano, e cui nel cuor sepolte
profondamente serbava, pronunziò che fosse estinta e soppressa la
sopraddetta società di Gesù; che fosse soppresso ed abrogato ogni suo
ufficio, ministerio ed amministrazione, ogni casa, ogni scuola, ogni
collegio, ogni ospizio e luogo qualunque, in qualunque provincia, reame
o dominio si trovassero; che fossero abrogati ed annullati i suoi
statuti, regole, pratiche, decreti, costituzioni, anche quelli che
per giuramento, autorità apostolica o altrimenti confermati fossero;
che fossero egualmente annullati e cassi tutti e ciascun privilegio e
indulto sì generale che speciale, e cassi ed annullati s'intendessero,
e come se nel presente suo breve a parola per parola fossero inseriti,
e qualunque fossero d'altronde le formole, la clausole, i decreti,
in cui si contenessero o come fossero concepiti. Per la qual cosa,
seguitò ordinando, volle e decretò che fosse estinta per sempre ogni
autorità del generale dei Gesuiti, dei provinciali, dei visitatori e
di qualsivoglia altro così nello spirituale come nel temporale; che
ogni loro giurisdizione ed autorità fosse intieramente negli ordinarii
trasmessa; che fosse alla società proibito il ricevere novizii e il
dare l'abito; che quelli che fossero accettati, ai voti nè semplici nè
solenni essere non potessero ammessi; che i presenti novizii fossero
incontanente e senza alcun indugio licenziati; che per nissun titolo o
privilegio o ragione coloro che già con voti semplici fossero astretti,
ed a niun sacro ordine iniziati, esser non potessero agli ordini
maggiori promossi.