In Toscana, in cui, sino dal 1751, per opera del reggente

Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte

varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella

dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi

e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca

Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti

dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia

civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini

nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio,

essere nelle carceri ordinarie condotti, ma stare e vivere per loro

l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo,

la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i

rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno

aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei

tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia

pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si

fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti

di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per

essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo

che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per

conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso

la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso

in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi

avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così

in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì

il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la

bolla _In Coena Domini_; vietò ai conventi d'avere carceri senza la

approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati

laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni

appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che

i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni;

che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che

pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che

si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che

i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi

addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli

ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle

monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei

conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divino i parrochi

ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle

povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.

Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in

Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di

torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime

per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed

altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti

traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e

contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle

cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de'

suoi abitatori.

E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento

lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo

tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro

ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica

città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le

fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti

di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che

stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato

castello già chiamato Sipar.

Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In

una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta

Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione,

schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone,

rimaste prima sepolte che morte.

Anno di CRISTO MDCCLXX. Indizione III.

CLEMENTE XIV papa 2.

GIUSEPPE II imperadore 6.

Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bolla _In Coena

Domini_, tanto dispiacente ai sovrani, Clemente XIV se ne astenne,

omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento

ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del

pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio,

accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono

le differenze.

Quanto a Venezia, col suo costume di andare a seconda, e bene persuaso

che in quell'età male con gli anatemi si conseguivano i fini della

Chiesa, lasciò portare la cosa al tempo. Quindi avvenne che i conventi

si andarono negli Stati della repubblica spopolando, per modo che

vicina se ne vedeva l'ultima fine. Passati tre lustri, il senato

permise le vestizioni a sedici anni e le professioni a ventuno.

Per prima risoluzione nelle cose di Parma, Ganganelli sospese l'effetto

del monitorio, e ribenedì il duca. Della quale benigna sentenza diede

subito notizia al re di Francia, con isperanza che Luigi il ritornasse

in possesso d'Avignone. Ma così questo sovrano come gli altri della

famiglia borbonica persistevano nel loro proposito, ancorchè il duca

di Parma si sforzasse con ogni buon uffizio e diligenza di muoverli

ad una intiera riconciliazione colla santa Sede. La cagione della loro

renitenza era, ch'essi volevano la soppressione dei Gesuiti.

Finalmente il papa avendo fatta nel 1773 questa gravissima

deliberazione, Roma restò del tutto riconciliata coi principi; onde

accadde (il che tutto vuol dirsi a compimento dell'incominciata

narrazione) che nel mese di marzo dell'anno susseguente 1774, a ciò

sempre confortando il duca di Parma, ella fu rimessa nella possessione

di Benevento e d'Avignone. Le quali cose avvenute, si fecero grandi

feste in Roma; cantossi solennemente l'inno delle grazie in presenza

di tutti i cardinali, e la sera vi si ordinò una luminaria assai bella

e magnifica, come sono tutte quelle che sogliono rallegrare una città

quale Roma è, che così nell'alta come nell'umile fortuna seppe sempre

tener grado e ritrarre di grandezza. Cotal fine ebbe il molesto litigio

tra Roma e Parma, il quale, incominciato da deboli principii, portò poi

con sè assai più gran soma che uomo credere avesse potuto.

Non un altro litigio, ma un trattato tra la santa Sede ed il re di

Sardegna, il cui fine era di tor via certi abusi, che avevano la loro

origine nell'asilo dato ai malfattori ne' luoghi sacri, fu pur questa

un'opera del buono e prudente Ganganelli, il quale era solito dire, nè

senza contentezza, che alla perfine la Chiesa conserverebbe ciò che per

diritto divino era suo, e perderebbe ciò che i potentati della terra

le avevano dato, e che cagione per lei era di tante querele, di tanti

risentimenti, di tante molestie, e così ancora di tanti scandali e

discordie tra i fedeli: memorande parole, memoranda la sentenza!

Benevola fu la volontà di Ganganelli verso il re Carlo Emmanuele, o

piuttosto verso i suoi popoli; ma da quanto ancora restò degli abusi

in materia di asilo, si potrà argomentare dell'enormità di quanto

esisteva e dell'assurdità del principio sul quale la facoltà dell'asilo

era fondata; imperocchè non solamente dannoso alla società, ma ancora

empio e ridicolo sia il dire, che sia rispetto e venerazione verso

la casa di Dio, ch'essa procuri sicurezza a chi meriti la galera o la

forca, e divenga tana, donde i malfattori, come da luogo d'insidia, si

avventino a rubare ed ammazzare gli onesti cittadini, ai quali lo Stato

è debitore di sicurezza e di salute.

Già sin dai tempi di Benedetto XIV si era aperta una pratica intorno

agli asili tra il pontefice e il re, desiderando il principe di

moderarne gli abusi, donde procedevano grandissimi sconcerti nel

paese nè essendo meno desideroso il capo della Chiesa di rimediarvi.

In fatti, Benedetto aveva già con sua istruzione mandata al cardinale

Merlini, arcivescovo d'Atene, nunzio e ministro apostolico a Torino,

moderato molte cose che all'uso di cui si tratta s'aspettavano. Ma,

malgrado di tale moderamento, nascendo ancora inconvenienti di non

poca importanza, di nuovo il re aveva richiesto la santa Sede, che a

più efficaci risoluzioni devenisse. Questa pratica maneggiava in Roma

il conte di Rivera quando, già morto essendo Benedetto, era Clemente

XIII in sua vece stato al seggio pontificale assunto. Andava Clemente

in questa faccenda assai più a rilento che il benevolo e facile suo

predecessore; perocchè delle cose di questo mondo più colla pietà

che colla prudenza giudicava. Ciò non ostante, il Rivera già l'aveva

indotto ad utili concessioni, e si speravano maggiori moderazioni per

viemmaggiormente facilitare il corso della giustizia, quando Clemente

da questa vita n'andò ad abitare fra i più. Ripresersi i negoziati

sotto Clemente XIV, i quali finalmente vennero a conclusione sul

principiare dell'anno presente.

Clemente decretò e pregò il re che fosse contento delle seguenti

risoluzioni:

Conciossiacosachè si veda che la principale cagione donde nascono gli

abusi sia quella che gli uomini di mala vita si ardiscono di rizzare

sulle antiporte, atrii e porticali delle chiese, tugurii, frascati,

capannucce, baracche ed altre simili casucce ad uso non solamente

di ricovero sicuro e stabile, ma ancora per serrarvi e nascondere

armi d'ogni sorte, riporvi i frutti dei loro latrocinii, introdurvi

femmine scandalose, uscirne ad assaltare i viandanti, ed impunemente

commettere altri eccessi, donde risultano, e un grave pregiudizio

della tranquillità pubblica, e la profanazione manifesta dei luoghi

santi; resta comandato ai vescovi ed ai rettori delle chiese di far

sgombrare incontanente dai detti antiporti e simili luoghi le baracche

e casucce, tanto nocive al ben pubblico, quanto indecenti per la maestà

dei templi; restando loro anche ingiunto d'impedire che nuove non vi

s'innalzino; e se nuove si innalzassero, tosto abbiano cura che si

demoliscano.

Per maggiormente facilitare la necessaria purgazione di quest'infame

genia, o diminuire almeno il numero delle loro nefandità, ordinò anche

il pontefice che fosse facoltà ai vescovi di trasferire i rifuggiti

da un asilo all'altro, e se i trasferiti abusassero una seconda volta

dell'asilo, perdessero la protezione della Chiesa, e fossero arrestati

dovunque si trovassero. E perchè i vescovi ciò fare potessero con

maggior facilità, volle che non fosse necessario un regolare processo,

ma solamente un atto di coscienza informata per trasferire un rifuggito

da un asilo all'altro, stando però sempre fermo che per privarlo, in

caso di recidiva, del beneficio dell'asilo, fosse richiesto il regolare

processo. Dichiarò altresì che le cause di privazione di asilo per

abuso fossero il rubar di nuovo, il nascondere i furti, il ricettare

femmine di mala vita, l'insultare ed offendere i viandanti, il celare

chiavi false, grimaldelli ed altri simili stromenti di ladri.

Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba

chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta

decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti

atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del

beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi

forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le

lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per

la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena

di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non

consenzienti.

Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato

l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii

atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano

per mano dei detti minori di età delitti di simil fatta, così il

pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno

fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto

si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che

per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio,

l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o

che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando

dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza

ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.

Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre

dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa

e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la

morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date

per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito

non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir

restituito alla chiesa.

Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto

con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente.

Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste

franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava

ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in

molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la

prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i

facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli

ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione

degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa

commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii

delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser

giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per

rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno

moderata una immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.

Anno di CRISTO MDCCLXXI. Indizione IV.

CLEMENTE XIV papa 3.

GIUSEPPE II imperadore 7.

Povero di avvenimenti si presenta quest'anno, e poche cose e di non

grave importanza ne porge da ricordare.

Giunto, alla metà d'ottobre, in Italia l'arciduca Ferdinando,

sposossi nella metropolitana di Milano a Maria Ricciarda Beatrice

d'Este: maritaggio che diede motivo a molte gioconde e liete feste.

Ma quella che vogliam notare si è il matrimonio di trecento garzoni

con altrettante donzelle per munificenza de' regi sposi celebrato

nella basilica di Santo Stefano maggiore della detta città, con doti

proporzionate al grado di chi le dava, e convitati tutti quanti a lauto

banchetto, rallegrato dal suono di musici strumenti, ed illustrato

dalla presenza de' benevoli arciduchi.

A Parma, alcuni moti popolari richiamarono la vigilanza del duca.

Arrestate molte persone di grado, ed anche ecclesiastiche, furono

esiliate; in pari tempo un ducal editto comandava un raddoppiamento

di forza armata a quiete della città, la dispersione de' gruppi

d'oltre a sei persone, la ricerca e la punizione degli autori d'atti

o discorsi sediziosi od insolenti. Intanto giunto in Parma, col

titolo di consigliere di Stato del re di Spagna, il marchese di Liano,

l'ottimo Dutillot, che da quasi vent'anni con altissimo senno regolava

le bisogna del ducato, partì per Madrid prima che il presente anno

cadesse, e di là poi recandosi in Francia, dov'era nato, poco tempo

dopo terminò la gloriosa vita.

Avviatesi in Corsica le cose alla franzese, non per questo sedaronsi

gli animi, e travolto il primo intendimento, criminose rendevansi le

fazioni, tanto contro i Franzesi occupatori del paese quanto contro

gli stessi compatriotti, cui i facinorosi percuotevano con omicidii,

saccheggi e disordini d'ogni fatta. Il governo franzese, che vedeva

la somma difficoltà di guadagnare a sè una nazione non punto concorsa

a prendersi in collo il giogo del suo dominio, nulla pretermise per

rendere men gravi le catene, e tutte le vie cercava di ridurre l'isola

ad uno stato di qualche calma. Trasportato in Corsica non picciol

numero di famiglie franzesi, principalmente ne' luoghi che per le

vicissitudini e pel lungo durar della guerra aveano ad un tempo perduto

gli abitatori ed i coltivatori delle terre; eretti nuovi villaggi;

accomodate le strade principali; aggiunte nuove fortificazioni a Corte,

all'isola Rossa, e migliorate quelle d'Aiaccio e di altre piazze forti,

sempre munendole di buoni e numerosi presidii; tra queste e altre

simili provvidenze, e più di tutto per mezzo di quella efficacissima

insinuazione che deriva dall'assoluta ed invincibile necessità,

cominciò a vedersi nell'isola quella quiete che da molti anni n'era

sbandita.

Anno di CRISTO MDCCLXXII. Indizione V.

CLEMENTE XIV papa 4.

GIUSEPPE II imperadore 8.

Si sono precedentemente vedute le diverse mosse che Clemente XIV dava

per corrispondere con opportuna condiscendenza ai desiderii d'una gran

parte de' principi cattolici. Ma il più duro scoglio che superare

si dovesse per metter pace tra il sacerdozio e il principato e far

tornare amici i rappresentanti della potestà secolare era severamente

la controversia intorno a' Gesuiti. Instavano acerbamente i principi

per la soppressione; e siccome diffidavano della corte romana, così

sospettavano, non già che Ganganelli li favorisse, che anzi sapevano

che li disfavoriva, ma che per qualche fine più nascosto amasse di

tirare il negozio in lungo, e forse di farlo dileguare per istanchezza.

Quando Monino di Spagna, Almada di Portogallo, Bernis di Francia,

Orsini di Napoli incalzavano, soleva rispondere che il lasciassero pur

fare; che il negozio era grave, e il volea considerare maturamente;

ch'egli era il padre comune de' fedeli, soprattutto dei religiosi; che

non poteva distruggere un ordine di tanta fama nel mondo senza avere

ragioni che appresso a tutti i fedeli, e massimamente appresso a Dio,

il giustificassero.

Debole conforto aveva la combattuta compagnia nel patrocinio del re di

Sardegna, già per mortale infermità vicino a lasciare questo mondo;

poichè intanto nello Stato romano a molti segni si conosceva che il

pontefice aveva la mente avversa da' Gesuiti, e come si approssimasse

la loro ultima fine. Ganganelli non amava di vederli, nemmeno di

salutarli, quando incontrati gli facevano riverenza. Erano loro negate

le udienze, e le decisioni favorevoli s'indugiavano, le contrarie

si affrettavano. Il seminario romano retto da' Gesuiti a Frascati,

conservatorio magnifico, ma allora indebitato, fatto prima esplorare

da tre visitatori, che aspramente ed alla traversa fecero l'ufficio,

restò poscia soppresso, tempo un mese per ritirarsene ai padri, e data

licenza ai pensionarii ed agli studenti di andarsene. Presesi anche

possesso a nome del papa del sontuoso palazzo ch'essi avevano a Tivoli,

e che si apparteneva al medesimo seminario. L'argenteria e gli altri

mobili preziosi dati in custodia ai monti di pietà, vendute intanto le

provvisioni.

Oltre il seminario, i Gesuiti possedevano in Frascati un collegio, al

quale, perseverando Clemente nel medesimo rigore, toccò la medesima

sorte che al seminario. Già presaghi di quanto doveva avvenire, non

accettavano più novizii, e non vestivano gli accettati. Si trattava di

tor loro a Loreto l'uffizio di penitenzieri che esercitavano; perchè

s'erano conceputi sospetti, e si temeva che volessero far sorgere umori

torbidi contra ciò che si andava preparando.

Rigide commissioni furono date al cardinale Malvezzi arcivescovo di

Bologna, e rigido esecutore trovarono. Visitò per ordine supremo del

papa i collegi della compagnia in tutta la diocesi; non ne fu contento

e non voleva essere. Biasimò gli studii, biasimò la disciplina, molte

cose trovò in disordine. Sospettò delle confessioni, sospettò degli

ammaestramenti, prese risoluzioni conformi ai sospetti. Sospese gli

esercizii de' Gesuiti nelle feste di Pasqua, chiuse le scuole, serrò,

portandone le chiavi, tutte le congregazioni che da loro prendevano

regola e norma. Nè ciò bastando, vennero da Roma nuovi ordini: che il

rettore della casa di Bologna mandasse incontanente alle loro famiglie

tutti i Gesuiti della diocesi, eccettuati solamente quelli che avevano

fatto il quarto voto, e che nissun convento li potesse ricevere

sotto pena di scomunica; che fosse proibito a' Gesuiti d'insegnare il

catechismo in pubblico, proibito d'addottrinare nelle chiese, proibita

l'assistenza ai prigionieri, proibiti il ministerio dell'ordine di San

Gabriele e gli esercizii di Sant'Ignazio. Nè qui ancora si terminarono

le tribolazioni di Bologna. I Gesuiti novizii, cacciati dalla città,

eransi riparati alla campagna nel seminario vescovile. Fu intimato a

quelli dello Stato veneto che svestissero l'abito gesuitico; la qual

cosa ricusando essi di fare, arrivarono soldati che gli sforzarono. Gli

altri, o maestri o allievi, mandati chi a Modena, chi altrove.

Compiti i rigori, vennero le angherie. Ciò con dannabile consiglio,

perchè vestiva la sembianza di persecuzione e di cupidità. Male in

queste cose si mescola la gola del fisco; ma la camera apostolica era

inesorabile quando di denaro si trattava. Malvezzi domandò al collegio

gesuitico di Santa Lucia mille scudi per le spese della visita. I

Gesuiti supplicarono al papa perchè giustizia facesse e temperasse

i rigori dell'arcivescovo. Ne venne aspra e minacciosa risposta. A

Ferrara le medesime cose successero per ordine di Roma e per opera del

Cardinal Borghese. La tempesta soffiava contro gl'Ignaziani in tutto lo

Stato romano. A Roma stessa continuavano a precipitare, rigidezza vi si

usava contro i pericolanti padri. Si vietò loro l'accesso al monastero

di Santa Maria dei Funari, a cui si trovava annesso un ospizio di

zitelle fondato da Sant'Ignazio: ne avevano la direzione spirituale; il

papa sospettoso ebbe per bene che fosse loro tolta.

Quantunque Clemente da lungo tempo si fosse prefisso nell'animo di far

fine alla compagnia, tuttavia, acciò non si credesse ch'egli facesse un

giudizio precipitoso, o venisse per filo e per timore dei principi ad

un atto tanto solenne, aveva ormai tre anni temporeggiato. Creò anzi,

per dimostrare di voler considerare la cosa con maggiore diligenza, una

congregazione di cinque cardinali, Zelada, Casali, Caraffa, Corsini

e Marefoschi, con ordine di bene pesare le cose e a lui fedelmente

riferirle.

Anno di CRISTO MDCCLXXIII. Indiz. VI.

CLEMENTE XIV papa 5.

GIUSEPPE II imperadore 9.

Finalmente il Vaticano fulminò. Il dì 21 di luglio del presente anno

vide distrutta l'opera di Paolo III, le radici di più di due secoli

svelte; tante magnifiche fonti d'istruzione e di educazione nei due

mondi chiuse; tante ricchezze in mani aliene mandate; la più forte

milizia di Roma annientata e dispersa; ma vide ancora, e il disse

un papa, la cui sentenza ognuno doveva e deve credere ed avere per

irrefragabile ed inappellabile, vide, si dicea, la cessazione di non

pochi disordini, e la pace del sacerdozio coll'impero.

In quel dì, 21 luglio, fatale pei figliuoli d'Ignazio, papa Clemente

XIV dalla suprema cattedra l'atta sentenza pronunziò, con acconce

parole al mondo favellando. Molte cose essendogli state addotte

ed avendo discusse, il santo padre, per aiuto, come disse, e per

ispirazione del divino Spirito, e spinto così dalla necessità del

proprio uffizio, come dal rispetto che aver dovea alla tranquillità e

quiete dalla cristiana repubblica, persuaso inoltre che, la società

di Gesù non poteva più partorire quei copiosi frutti pei quali

era instituita, convinto eziandio che finchè ella esistesse, pace

nella Chiesa nè vera nè lunga essere potrebbe, mosso finalmente ed

incalzato da cagioni che le leggi della prudenza all'ottimo governo

della Chiesa universale somministravano, e cui nel cuor sepolte

profondamente serbava, pronunziò che fosse estinta e soppressa la

sopraddetta società di Gesù; che fosse soppresso ed abrogato ogni suo

ufficio, ministerio ed amministrazione, ogni casa, ogni scuola, ogni

collegio, ogni ospizio e luogo qualunque, in qualunque provincia, reame

o dominio si trovassero; che fossero abrogati ed annullati i suoi

statuti, regole, pratiche, decreti, costituzioni, anche quelli che

per giuramento, autorità apostolica o altrimenti confermati fossero;

che fossero egualmente annullati e cassi tutti e ciascun privilegio e

indulto sì generale che speciale, e cassi ed annullati s'intendessero,

e come se nel presente suo breve a parola per parola fossero inseriti,

e qualunque fossero d'altronde le formole, la clausole, i decreti,

in cui si contenessero o come fossero concepiti. Per la qual cosa,

seguitò ordinando, volle e decretò che fosse estinta per sempre ogni

autorità del generale dei Gesuiti, dei provinciali, dei visitatori e

di qualsivoglia altro così nello spirituale come nel temporale; che

ogni loro giurisdizione ed autorità fosse intieramente negli ordinarii

trasmessa; che fosse alla società proibito il ricevere novizii e il

dare l'abito; che quelli che fossero accettati, ai voti nè semplici nè

solenni essere non potessero ammessi; che i presenti novizii fossero

incontanente e senza alcun indugio licenziati; che per nissun titolo o

privilegio o ragione coloro che già con voti semplici fossero astretti,

ed a niun sacro ordine iniziati, esser non potessero agli ordini

maggiori promossi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 13 / 99 段