Adunque, ai 20 di gennaio dell'anno scorso, il papa pubblicò la sua

sentenza, e contro i commettitori di quanto era contrario alla immunità

ecclesiastica ed ai diritti legittimi della sedia apostolica usò l'armi

pontificali. Toccate primieramente tutte le disposizioni del duca che

giudicava contro i diritti e le immunità della Chiesa, e reso conto

dei mezzi di pacificazione da lui inutilmente usati; investendosi

della sua pontificale autorità, scriveva che poichè speranza più non

v'era di stornare con la pazienza e la dolcezza i colpi terribili

intentati all'autorità della santa Sede e della Chiesa, credeva essere

giunto alla fine quel tempo, in cui egli vendicar doveva le libertà

ecclesiastiche così violentemente offese affinchè nissuno potesse

dargli la taccia d'aver tradito il suo dovere. Dichiarava pertanto

nulli, di niun valore, temerarii ed abusivi i sopraddetti atti,

decreti, editti, prammatiche, come usciti da mano di persone che non

avevano nissuna autorità di formarli. Dichiarava egualmente nulli e

di niun valore tutti quelli che dalle medesime persone in avvenire

uscire potessero; proibiva finalmente a' suoi venerabili fratelli ai

vescovi di quei ducati, ed a qualunque altro di conformarvisi. Oltre a

tutto questo, posciachè ad ognuno era notorio che tutti quelli i quali

avevano partecipato nella formazione, pubblicazione o esecuzione delle

ordinanze medesime, erano incorsi in tutte le censure ecclesiastiche,

così dichiarava che da queste censure non potessero essere liberati,

nè riceverne l'assoluzione, eccettuati i casi di pericolo di morte, se

non da lui stesso, o dal pontefice che dopo di lui sedesse. Dichiarava

altresì che, a volere che l'assoluzione data in pericolo di morte

fosse salutare e valida, era condizione indispensabile che, passato

il pericolo, gli assolti ritrattassero e disfacessero quanto avevano

fatto di attentatorio alle immunità ecclesiastiche; le quali cose non

facendo, rimarrebbero alle medesime pene sottoposti. Voleva finalmente

che, siccome era notorio che le sue presenti pontificali lettere

incontrerebbero pur troppo delle difficoltà, per essere pubblicate

ed affisse con sicurezza negli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla,

le pubblicazioni fatte nei luoghi soliti di Roma annodassero quelli

ai quali appartenevano, come se fossero loro state nominatamente e

personalmente intimate.

Parlossi altamente e fecesi un rumore grande pel mondo cattolico, così

delle risoluzioni del duca di Parma, come del monitorio del papa; ed in

mezzo ai molti discorsi, il duca Ferdinando, confortato dal Dutillot,

primieramente con suo editto del 13 di marzo 1768 proibì severamente

il monitorio in tutti i suoi Stati. Poi a dì 6 del seguente aprile

presentò, per mezzo dei ministri delle tre corone di Francia, Spagna

e Due Sicilie, al papa una rimostranza de' suoi ministri, in cui e

contro la pontificia decisione protestava, e, le sue ragioni adducendo,

dimostrava che le prammatiche e gli editti, di cui si trattava, avevano

fondamento nel diritto sovrano e nella incontrastabile utilità dello

Stato.

S'infiammarono dall'una parte e dall'altra gli spiriti. Uscirono

alla luce scritti moltiplici, alcuni in favore di Roma, molti in

favore di Parma. E siccome il papa, nel principio del suo monitorio,

aveva chiamato col nome di _suoi_ i ducati di Parma e Piacenza, si

riandarono le antiche cose, per conoscere quale fosse o non fosse la

sovranità della Sedia apostolica su di quella bella e doviziosa parte

d'Italia. Questi sostenevano che Parma e Piacenza fossero anticamente

parte dell'esarcato, e, per conseguenza, devolute con le altre città

di quell'antico Stato alla santa Sede; che i pontefici le avevano

senza contrasto possedute come vere e legittime possessioni della

Sede medesima; che i trattati posteriori, per cui s'erano variate le

sorti delle due città e date in mano di altri lignaggi principeschi

non avevano potuto cambiare la natura delle cose, nè aver la Sede

apostolica mai consentito alle mutazioni di signoria, ma anzi sempre

protestato contro le medesime. E venendo alle disposizioni del

duca Ferdinando contenute nelle prammatiche ed editti, dei quali si

contentava il merito, dicevano essere evidente ch'essi avevano posto

la falce nella messe altrui, ed intaccato enormemente i diritti della

potestà ecclesiastica. Se v'era abuso, esclamavano, non avere mai Roma

ricusato di darvi riparo coi principi secolari intendendosi, nè esser

ella per ricusare; ma essere nel tempo medesimo evidente che l'utilità

e nemmeno la necessità non danno il diritto, e che quando il mandato

non c'è, tutto quello che si fa è irrito, invalido e nullo, nè fare

si può senza ingiuria di colui al quale il fare si aspetta; se la

contraria dottrina prevalesse, si turberebbero tutte le giurisdizioni e

il mondo ritornerebbe nel caos, e la umana società si dissolverebbe.

I difensori di Parma non se ne stettero oziosi, e pubblicarono parecchi

scritti, fra i quali si notarono principalmente quelli di Giambattista

Riga, Piacentino, avvocato fiscale del duca. Del supremo dominio

parlando, asserirono che non mai la santa Sede l'aveva posseduto, e che

era favola di menti o non sane o ignoranti o bugiarde il pretendere che

Parma e Piacenza fossero anticamente membri dell'esercato di Ravenna,

perciocchè era notorio che furono sempre città soggette ai Lombardi,

o libere colle proprie leggi, o appartenenti al ducato di Milano.

Quanto alla immunità ecclesiastica, i difensori del duca allegavano

che quanto è vero che il governo della Chiesa in ciò che riguarda

le cose meramente spirituali è ed esser deve libero e independente

dall'autorità temporale; tanto da un'altra parte è certo che la potestà

che la Chiesa esercita sopra alcune cose temporali, come sono appunto

i beni della terra e le eredità e le successioni, è una concessione

de' principi, che essi possono o modificare o regolare, od anche

sopprimere, quando ciò per l'utilità dello Stato fosse richiesto; e

citando a sostegno dello loro opinioni santo Agostino, san Girolamo,

santo Ambrogio, continuavano a dire che nuova non era nella Chiesa la

prammatica del duca, e che esso non aveva fatto altro che imitare altri

principi, e queglino stessi dei quali la Chiesa sommamente si lodava.

A questo modo gareggiavano fra di loro e si davano l'un l'altro molte

brighe la corte Romana ed il duca di Parma; ma nissun di loro si

dipartì dalle prese risoluzioni, e tanta fu la prudenza del governo

del principe secolare, che nissun grave inconveniente nacque nel ducato

per l'interdetto messo sopra gli esecutori della sua volontà, nè pure

originandosi quelle turbazioni di alcuni ordini religiosi che parte

contristarono, parte sdegnarono Venezia ai tempi del suo interdetto.

Con tanta maggior franchezza il duca procedeva in questa bisogna che

le altre corti borboniche, le quali per un trattato del 1761, che

chiamarono il patto di famiglia, s'erano fra di loro collegate ad

ogni bene e ad ogni male, ed a conformità, anzi unità di consigli,

avevano preso focosamente a favorirlo. In fatti, non così tosto il

monitorio del papa era pervenuto a loro notizia, non si contentarono di

sopprimerlo ne' loro Stati, ma richiesero fortemente il papa della sua

rivocazione, la quale non avendo potuto ottenere, vennero finalmente

a determinazioni più rigorose e più efficaci. Il re di Francia, come

si è già detto al finire dell'anno precedente, fece occupare da' suoi

soldati, condotti dal marchese di Rochechouart, la città di Avignone

ed il contado Venosino; poi mandò commissarii del parlamento di

Provenza a prenderne possessione in suo nome, e ricevere il giuramento

di fedeltà, come di paese già annesso alla sua corona, dai consoli,

sindaci ed abitanti. Dal canto suo il re di Napoli pose le mani addosso

nel medesimo modo a Benevento, mandandovi soldatesche e commissarii, e

diceva che Benevento era suo, come il re Luigi d'Avignone e del contado

affermava.

Siccome poi ai Borboni non isfuggiva che la durezza del pontefice

procedeva principalmente dai consigli de' Gesuiti, che già avevano

cacciati da' loro Stati, e da quelli del cardinale Torrigiani, suo

ministro di Stato, prelato tutto dedito a que' padri, addomandarono

con molto calore ch'egli la compagnia di Gesù interamente sopprimesse.

Ma Clemente, che prestava molta fede alle loro parole, ed a cui

rincresceva di privare anche in Italia di quel sussidio la santa

Sede, giacchè negli altri regni della cristianità l'aveva perduto,

fermò l'animo e resse alle istanze, nè si lasciò volgere ai desiderii

de' principi. Dalla quale sua fermezza procedette che le cose

non si addomesticarono nè col duca di Parma, nè coi principi suoi

consanguinei, finchè Clemente XIII visse. Ei conservò il suo monitorio,

Parma i suoi ministri, Francia Avignone, Napoli Benevento, Spagna i

suoi risentimenti.

Oltre a questi disturbi di Parma, gravi e veramente pericolose erano

per altre parti le condizioni della Chiesa al momento dell'esaltazione

già detta del Ganganelli.

Non poco sdegno nudriva Giuseppe re di Portogallo contro di Roma,

per vedere ancora in piè gl'Ignaziani che tanto egli odiava. Vi era

anche in quel reame pericolo di scisma, cioè di separazione dalia

santa Sede, minacciando il re di creare un patriarca in Lisbona per

l'esercizio della suprema autorità pontificale, e di non avere più

altra comunicazione col pontefice romano che quella delle preghiere.

Non minori minaccie faceva la Spagna, la quale continuamente fulminava

contra i Gesuiti e con sinistre voci protestava che se di loro come

desiderava sentenziato non fosse, verrebbe a qualche risoluzione

funesta a Roma.

La Francia riteneva Avignone, come si disse di sopra, e grandi

risentimenti faceva sì per l'oltraggio fatto al duca di Parma colla

scomunica, e sì per le lunghezze che il papa andava framettendo per

conformarsi ai desiderii di Spagna ed a' suoi proprii per la domandata

soppressione.

Per le narrate cose il duca di Parma irritatissimo anch'egli si

dimostrava, e consigliato da ministri savii e fermi, faceva le viste di

non temere i fulmini del Vaticano.

Non riceveva la Sedia apostolica minori molestie dal re di Napoli, il

quale, oltrechè perseverava nello appropriarsi Benevento e Pontecorvo,

si spiegava eziandio di volere più avanti nello Stato ecclesiastico

allargarsi; e da riforma in riforma procedendo, dava a divedere che,

poichè il papa non voleva fare avrebbe fatto egli. In somma le immunità

ecclesiastiche continuavano ad andare in ruina nel regno. Il re,

considerati gli abusi che nascevano dalla riscossione delle decime

ecclesiastiche, le abolì intieramente, ordinando che l'erario regio

supplirebbe con una conveniente pensione in favore di que' curati, ai

quali, per la soppressione delle decime, restasse una congrua minore

di centotrenta ducati. Andava anche un giorno più che l'altro tarpando

l'ali alla nunziatura, con ridurre molte cause miste all'autorità

ordinaria dei tribunali regi. Queste mosse principalmente davano

Tanucci e Carlo di Marco.

Venezia, senza ricorrere all'autorità pontificia, di propria volontà

riformava le comunità religiose: lo spirito del Sarpi in lei sempre

viveva; nè valse a Clemente XIII che da Venezia sortito i natali

avesse per poter la novella tempesta schivare. Benchè in grazia di

lui avesse cassato il decreto, emanato già per risentimento delle

decisioni intorno ad Aquileia, che proibiva gli abusi di certe dispense

e delle indulgenze che per denaro si concedevano, non si rimase però

che qualche secreto rancore gli animi dei padri ancora non alterasse,

e non si manifestasse con rigori di dazii e di gabelle sui confini

contro i sudditi dello stato ecclesiastico. Ma più specialmente

nell'anno addietro il senato avvertì che le ricchezze del clero erano

divenute tanto esorbitanti che di grave scandalo riuscivano ai privati

e di molto danno al pubblico, però che le mani morte possedevano una

rendita quasi eguale a quella dello Stato. Quindi prese rigorose e

valide misure tanto sui beni de' cherici che sopra le persone loro;

ma noi potè fare senza che il papa gravemente se ne risentisse. Ed

in fatti con un suo breve dell'8 ottobre di quell'anno si lamentò

colla repubblica ch'ella avesse, oltrepassando i termini dei proprii

campi, posto i piedi in su quelli d'altrui, e sotto specie di regolare

interessi attinenti allo Stato, si fosse fatto lecito d'intaccare la

giurisdizione ecclesiastica; e dopo noverate ad una ad una le cose che

teneva illecite, «alzava la paternale voce, e la repubblica ammoniva

che da tali perniziose e scandalose determinazioni recedesse.» Rispose

il senato, e stette fermo nelle sue risoluzioni: il papa nuovamente

esclamava con altro suo breve del 17 dicembre sempre dello stesso anno,

ed, al senato le parole indrizzando, l'avvertiva che, recate dalle di

lui lettere nuove ferite al suo paterno cuore, dovea di nuovo parlare,

di nuovo ammonire, pregare, lamentarsi, biasimare. Ricevuto il breve

del papa, il senato non si rattenne in silenzio; ma non si rimosse

da quanto ordinato aveva, nè il pontefice venne al passo estremo

di pronunziare l'interdetto contro la repubblica; e come tal era la

condizione sua che il consentire gli pareva impossibile, il contrastare

senza frutto, le cose in quello stato si rimasero.

La Polonia stessa, che sempre era stata devotissima alla santa Sede,

mossa dall'universale consentimento e da quell'influsso contrario

che contro Roma si spandeva, cominciava a vacillare ed i privilegii

della nunziatura diminuiva, e poneva un freno alla volontà della curia

romana.

Alle quali cose se vogliamo aggiungere quello spirito filosofico

che d'ogni intorno spirava, e che metteva in dubbio non solamente le

prerogative della Sedia apostolica, ma ancora le verità stesse della

fede, si verrà conoscere a quale e quanta tempesta avesse ad ostare il

nuovo pontefice, ed in qual pericoloso frangente si avvolgesse.

Stava il mondo in grandissima aspettazione di vedere a quali consigli

si atterrebbe, e quali mezzi userebbe Clemente XIV per rivolgere in

meglio le disposizioni dei principi. Il cedere e il non cedere in tali

congiunture può essere ugualmente di danno, quello, perchè mette le

cose domandate per perdute, questo, perchè mette pericolo che se ne

perdano delle maggiori. Nè si ha nemmeno certezza che il concedere

faccia moderazione in chi domanda; imperciocchè il più delle volte

succede che più si dà e più si domanda. Contuttociò Ganganelli vedeva

evidente la necessità di contentare i principi, perchè, se di soverchio

si contrastasse loro, era da temersi che dessero della scure sulla

radice stessa dell'autorità pontificia, cosa alla quale gli scritti

dei filosofi e dei giansenisti stessi gagliardamente spingevano. Il che

ottimamente considerato, principiò a dare segni di quanto voleva fare.

Nominò suo segretario di Stato il cardinale Pallavicino, personaggio

grato alle potenze; scrisse ai monarchi lettere pacifiche ed amorevoli.

Lieti augurii eran questi, che già una causa speciale e viva

aveva fomentati, il viaggio, cioè, in Italia in quest'anno fatto

dall'imperatore Giuseppe. Vide Napoli, Roma e Firenze, vide la sua

Milano. Padre de' popoli più che re in ogni luogo si dimostrava,

il povero, più che il ricco in cale aveva, non abborriva dalle

tortuose scale ed anguste, nè aveva a schifo gli umili tugurii; il

più bell'ornamento di cui un possessore di regni possa far mostra,

portava seco; imperciocchè l'accompagnavano la semplicità del costume,

l'affabilità del discorso, la bontà dell'animo, e meglio amava sentirsi

chiamare benefico che augusto. La sua vivida mente in ogni occorrenza

appariva; figliuolo buono ed ingegnoso d'ingegnosa e buona madre.

Amava i dotti, e viaggiando gli accarezzava come stelle, fra la volgare

oscurità onorandoli. Pio ancora lo vedevano i popoli e religioso, dal

che argomentavano che non per tiepidezza di fede, ma per ardore del

ben fare richiamava a nuovi ordini le cose giurisdizionali e la vita

de' chierici. Le accoglienze che generalmente i popoli gli facevano,

e particolarmente gli ecclesiastici, erano segno manifesto del quanto

fossero cambiati i tempi da quelli di _Barbarossa_. Quando visitò

Roma, l'accompagnava il suo fratello Leopoldo, granduca di Toscana.

Nè l'uno nè l'altro si fecero, come il Medici, canonici di San Pietro.

Correva il tempo dell'interregno per la morte di Rezzonico, ed avanti

l'esaltazione del Ganganelli, il sacro collegio, che allora governava

la città, l'accolse con ogni più lieta e festevole dimostrazione,

deputando per complimentarlo ed accompagnarlo entro quelle festose

mura i principi Conti, Borghese, Aldobrandini, Doria, Barberini,

di Bracciano, di Piombino. Come prima in cospetto della città era

comparso, i principi deputati, avendo con esso loro il governatore di

Roma, con graziose parole l'avevano onorato; offrirongli la guardia

svizzera, che ricusò. Gli si diedero festini magnifici nelle case

di Bracciano, Corsini, Santacroce e Salviati: tutto era magnifico

e bello, ma il più magnifico e più bello era la semplicità del

fare e del favellare. Maravigliosa fra le altre fu la festa datagli

dall'ambasciatore di Venezia; ad onoranza e a disegno, imperocchè a

quel tempo Giuseppe vivesse con qualche amarezza verso la repubblica.

I due fratelli visitarono con divozione e maraviglia il famoso tempio

ben degno del principe degli apostoli, tempio d'una monarchia che

pensiero fu di un repubblicano. Desiderarono di vedere il conclave, che

a que' dì si teneva per l'elezione del nuovo papa; si apersero loro le

porte. Giuseppe domandò quando la elezione si farebbe, ed i cardinali

risposero aspettarsi i cardinali dall'estero; ed interrogando poscia

qual fosse il conclave che aveva durato più lungo tempo, gli venne

risposto, quello di Benedetto XIV, che più di sei mesi soprastette a

far l'elezione; al che soggiunse: «Or bene poco importa che il conclave

duri anche un anno, purchè nominiate un pontefice simile al Lambertini

che fu amico a tutti.»

«Mi vien voglia, dice uno storico illustre, di raccontare i presenti

che il sacro collegio ed il governatore di Roma fecero a Leopoldo,

simili a quelli di Giulio II, che mandò un carico di presciutti e

buoni vini al parlamento d'Inghilterra per renderselo benevolo; tre

piatti di vitella mongana adorni di fiori e nastri; di vini del paese

otto casse; di vini forastieri fruttati dalle Canarie, da Malaga, da

Cipro, sedici barili; di rosolii due; di pesci delicati, come storioni,

ombrine, tre; di zucchero, di zuccherini, di caffè, di cioccolata,

buona quantità, con frutti, confetti di ogni sorta prugnole, cedrati,

poponi, olive; e v'erano anche due statue di butirro alte ciascuna un

palmo: poi pavoni, fagiani, galline rare acconce in gabbia, presciutti,

mortadelle ed altri salumi preziosi. Questi pel gusto, i seguenti per

l'intelletto: dodici tomi in foglio di viste e prospettive di Roma con

parecchi quadri di mosaico e di tappeti istoriati oltremodo belli.

Vennero quindi i presenti più speciali di Roma, reliquie incassate

in oro del peso di sedici libbre con grande numero di pietre preziose

incastonatevi. Anche Giuseppe ebbe i suoi doni, e furono reliquie.»

Ai 17 di marzo i tre prelati deputati scrissero lettere all'imperatrice

madre, in nome del conclave, notificandole, avere il sacro collegio

esultato di tutta allegrezza, vedendo fra le mura di Roma e nel grembo

degli elettori del pontefice i suoi due figliuoli augusti. Narrarono

quanta fosse stata la pietà loro e la venerazione verso le cose sante;

dimostrarono quanto il sacro consesso desiderasse e quanto sperasse

ch'ella degnasse proteggere e crescere lo splendore e le prerogative

degli ordini religiosi, e conservare i diritti, le possessioni

e dominii della Chiesa. Testimoniarono infine, niuna cosa più

ardentemente desiderare che una pace inviolabile ed una perfetta unione

tra il clero ed i principi cattolici.

Partissi Giuseppe da Roma, poi dall'Italia, lodato e venerato anche da

coloro che di lui e delle sue intenzioni sospettavano. Ma i suoi detti

e fatti restarono nella memoria degli uomini, come segni e pegni di un

più felice avvenire.

Nello Stato di Milano regolaronsi le cose delle mani morte a foggia

di quanto erasi fatto in Parma ed a Venezia, ed istessamente quanto

riguardava agli ordini religiosi. Levata poi l'imperatrice Maria

Teresa di mano all'inquisizione ogni facoltà sui libri, avvocò a sè le

cause a questa materia relative, e statuì che la censura dei libri si

appartenesse ai magistrati da lei deputati.

Anche in Parma, oltre alle cose più sopra discorse, il duca,

lamentandosi, in sul limitare stesso d'un decreto, che una potestà

straniera esercitata da' claustrali sotto titolo d'Inquisizione del

santo Officio, si fosse ne' suoi Stati introdotta, volle ed ordinò che,

come morto fosse lo inquisitore di Parma, le cause dovessero giudicarsi

da' vescovi, e nissuno più si ardisse, altro che essi, ingerirvisi.

Poco appresso mori l'inquisitore, i vescovi assunsero il carico;

promessa loro dal principe, ove abbisognasse, l'assistenza del braccio

secolare. I detenuti nelle carceri del santo Officio furono dichiarati

tenersi prigioni a nome del duca sin che fossero le loro cause spedite,

dato anche ai vescovi il comandamento d'informare la potestà secolare

delle loro sentenze. E nel medesimo tempo il duca regolò i conventi,

espulse i religiosi forestieri, salvo chi per età o per merito o

per dottrina si meritasse di dimorare. Delle confraternite e luoghi

pii ordinò che, secondo l'utilità, fossero o soppressi o riformati o

incorporati.

Il marchese Tanucci e Carlo di Marco, ministri del re di Napoli, lo

movevano a statuire, come statuì, che i conventi che non potevano

mantenere dodici frati fossero soppressi, e i frati distribuiti in

altri conventi, con obbedienza di tutti verso gli ordinarii; che

nissuno prendesse l'abito claustrale prima di ventun anni, nissuno

professasse prima dei venticinque; che le rendite dei conventi fossero

depositate nel banco di Napoli a benefizio ed uso dei conventi

per quella rata che sarebbe creduta necessaria; che le cause loro

in prima istanza si giudicassero dui vescovi, e in appello da un

tribunale supremo instituito dal re; che i conventuali forastieri

tornassero nei loro paesi; che i benefizii e le dispense di affinità si

conferissero dai vescovi; delle rendite delle confraternite, cappelle,

congregazioni, una parte restasse assegnata al culto divino, e

dell'altra il re disponesse per opere pie; soprantendesse un magistrato

apposta creato dal re alle rendite dei vescovati, e se dei più ricchi

qualche cosa soprabbondasse, si ripartisse tra le chiese povere ed i

vescovi meno facoltosi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 12 / 99 段