mostrare il viso, facendosi forte nelle due streme provincie d'Istria e
della Rocca. Ma non trovando nelle popolazioni volontà conforme a' suoi
desiderii, e giunta essendo la piena franzese sino a Bonifazio, ultima
parte dell'isola che di poco spazio dalla Sardegna si disgiunge; la
Corsica fu di Luigi.
Paoli ed i suoi compagni, poichè si videro perduti e la patria
sommessa, nè sperando nè volendo i perdoni e le grazie, presero
consiglio di concorrere tutti a Portovecchio, dov'erano due navi
inglesi, una per disegno offerta a Paoli ad ogni futuro accidente da
un virtuoso inglese per nome Smith, l'altra a caso, che portato aveva
molti ufficiali corsi, i quali erano venuti offrendo ingegno e mano in
quell'ultimo bisogno alla patria cadente.
Queste due navi furono opportuno sussidio ai Corsi che all'esilio
andavano. Ma non era senza pericolo l'impresa dello scampare. Due
sciabecchi franzesi stanziavano alla bocca del porto, facendo le
viste di voler trattenere ogni nave o navicella che uscisse. Tutti
principalmente gelosi di salvare Paoli, l'Inglese generoso non aveva
pace se prima non lo salvava. La necessità ed i pii desiderii aguzzano
l'intelletto: gli amici dell'andantesi capitano trovarono modo di
adattarlo in una cassa, che collocarono in fondo della sentina, come se
merci contenesse. Paoli in sentina e in cassa fu un tremendo caso.
La mattina del 15 giugno questa nave salpò da Portovecchio, lo strano e
prezioso carico con sè portando, e quelle luttuose terre abbandonando.
Riconobbero i Franzesi il legno, e in ogni canto il frugarono. Qual
cuore fosse allora di Paoli e dell'Inglese che a sua salute intendeva,
ognuno il comprenderà; ma, non avendo avverato che vi fosse il
cercato Corso, nè trovatasi alcuna cosa sospetta, nol molestarono e lo
lasciarono andare.
L'altra nave, che non fu da' Franzesi investigata, portò via Clemente
Paoli, Giulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini,
conte Gentili, Carlofrancesco Giafferri, Carlo Raffaelli, Francesco
Petrignani, con molti altri uffiziali, preti, religiosi e pochi
soldati; in tutti sommavano al numero di trecento quaranta.
Esuli arrivarono a Livorno, ma ve gli accolse la pietà e l'ammirazione.
Guardavano principalmente Paoli, e vedutolo e trattatolo così benigno,
si maravigliavano come in lui annidasse così prode guerriero; e bene
ora comprendevano come egli avesse voluto e quasi potuto dirozzare una
nazione ancora rozza, e addottrinarla ignara.
Mancando per avverso destino a Paoli gli applausi de' suoi concittadini
in patria, gli abbondavano in Italia quelli dei Toscani, degl'Inglesi,
anzi de' Franzesi stessi. Andò dal cavaliere Dick, console
d'Inghilterra a Livorno, il quale a grande onore l'accolse, e l'aiutò
d'ogni più lieto ed utile servigio. Partitosi quindi e pervenuto a
Firenze, fece riverenza al granduca Pietro Leopoldo, da cui molto fu ed
accarezzato ed onorato, e gli promise ed accertollo, che la sua Toscana
gli sarebbe sempre amico e sicuro ricovero tanto a lui quanto a tutti
coloro che sopravvivendo all'eccidio della patria, sarebbero venuti a
cercarvi pace, riposo e sicurezza.
Paoli partissi, e se ne andò a Londra, non senza però aver prima
lasciato, sugli avanzi dell'andata fortuna e su altre rimesse che
aspettava da Inghilterra, un assegnamento sufficiente a favore dei
suoi compagni che in Toscana aveano fermato le stanze, facendone
soprantendente suo fratello Clemente.
Terminata la conquista, e ricomposta tutta l'isola all'obbedienza di
Francia, il generale de Vaux ne partì, lasciandovi Marbeuf, a cui il
re Luigi, dandogli il titolo di commissario regio, aveva commesso la
cura di quietare gli umori, comporre le faccende civili ed ordinare il
governo in quella nuova possessione.
La Francia, divenuta arbitra della isola, per conciliarsi gli animi
e tenere in fede quella nazione volubile, guerriera, e che malissimo
volentieri pativa la servitù, die' principio ad accarezzarla. Sapeva
che una delle principali cagioni per cui gli uomini di maggiori
qualità, che poi tirarono con sè i popoli, avevano concetto tanto mal
umore contro Genova, si era, ch'essa non aveva mai voluto riconoscere
in Corsica una nobiltà, se non al modo ch'essa l'intendeva, e non
come i magnati corsi la desideravano, essendo a questi paruto che
la repubblica volesse una nobiltà di grado troppo inferiore alla
sua. Per la qual cosa uno de' primi pensieri di Marbeuf, affinchè i
Corsi ricevessero più volentieri l'imperio di Francia, fu quello di
pubblicare un editto del re, per cui si statuiva che sarebbe in Corsica
una nobiltà, e si numeravano le pruove che occorreva di fare a ciascuno
che di lei voleva essere parte, e vago si dimostrava di essere donato
della gentilizia. Presentarono i titoli, e le principali famiglie
furono ascritte a nobiltà; soli esclusi i discendenti di Michelangelo,
Gianantonio e Francesco Ornano, che avevano a tradimento ucciso il
tanto amato Sampiero; esclusione richiesta da tutti gli altri che alla
nobiltà aspiravano, e che lor fece altissimo onore.
Murbeuf, a termini delle lettere regie, convocò in Bastia pel 25
settembre 1770 l'assemblea della nazione. Volle il re che tanto in
questa, quanto in quelle assemblee che in avvenire convocherebbe o
permetterebbe, intervenissero i deputati divisi in tre ordini o stati,
quello della Chiesa colla prima preminenza, quello della nobiltà colla
seconda, e quello del terzo stato nell'ultimo luogo. Volle eziandio
ed ordinò che i deputati ecclesiastici, oltre i vescovi, gli eletti
de' capitoli ed i provinciali degli ordini religiosi de' serviti,
degli osservanti, de' riformati, dei cappuccini, de' domenicani,
de' missionarii, fossero eletti da pievani raccolti in assemblea di
ciascuna provincia; que' della nobiltà in simili assemblee da' nobili,
e que' del terzo stato pure in simili assemblee da' podestà e padri de'
comuni.
Diremo qui, per non dirlo altrove, che i deputati congregati in
parlamento il giorno predestinato udirono primieramente gratissime
parole da Marbeuf, enumerando i benefizii che intendeva di fare, sì
che i Corsi, solo che il volessero, pervenire potevano a qualunque
maggiore grado di felicità e di dignità, di cui le più nobili nazioni
si vantano, e pregando ed ammonendo adunque che cessassero gli odi e le
divisioni, e pensassero e considerassero che non più piccoli isolani da
tutto il mondo segregati, ma erano parte d'un tutto, grande, possente,
glorioso: e terminava che assai si rallegrerebbe e nel cuor suo
godrebbe, se innanzi al re Luigi dire potesse: «I Corsi la corona di
Francia amano, ed al benigno loro signore grati e riconoscenti sono.»
Quando Marbeuf ebbe posto fine al suo discorso, i Corsi giurarono
in nome del re. Toccando gli Evangeli, giurarono di essere bene e
fedelmente sottomessi al re di Francia, di riconoscersi per suoi veri
e legittimi sudditi, di non mai portar l'armi contro il suo servizio,
di non ricevere nè doni nè pensioni di alcun altro principe e potenza
nemica del re, di rivelare quanto a cognizione loro venisse contro del
servizio regio, di obbedire a chi mandasse per reggere ed amministrare
l'isola.
Seguitarono gli statuti, regolaronsi prudentemente le faccende
economiche, giudiziali, militari, ecclesiastiche, queste ultime per
quanto riguardava la giurisdizione rispetto alla potestà temporale.
Nè fu posta in dimenticanza l'università di Corte, fondata da Paoli,
di cui la consulta domandò la conservazione. Si udirono poscia le
domande delle province, delle pievi, de' comuni, savie per la maggior
parte e tutte amorevolmente udite. Addomandarono specialmente che
fosse permesso di stendere gli atti in italiano, e di procedere avanti
i tribunali nella medesima lingua materna e naturale dell'isola. Fu
risposto che quanto al presente il facessero pure, ma desiderare il
re che la lingua franzese divenisse famigliare ai Corsi, com'era agli
altri sudditi, e la consulta ne prescrivesse il termine.
Intanto i nuovi signori munirono di nuove fortificazioni Calvi e
Bastia, acciocchè i Corsi, avendole come un freno in bocca, non si
rimutassero d'animo, e non potessero più ravvolgersi, come pel passato,
fra i tumulti e le rivoluzioni.
Le cose si avviarono in ogni luogo alla franzese; e in questa guisa
finì la iliade della Corsica.
In quest'anno, la notte tra il 2 e il 3 febbraio, passò da questa vita
agli eterni riposi Clemente XIII. Era questo pontefice fornito delle
doti più degne della tiara; intenzioni pure, una pietà sincera, una
carità ardente, i primi anni del suo pontificato non sono soggetti
a rimproveri nè indegni d'encomio; e se a questi non corrisposero
pienamente gli ultimi suoi anni, coloro che si fecero a biasimarlo
attribuiscono la variazione della sua condotta a' consiglieri
differenti che lo diressero.
Trattavasi di eleggere il successore di Rezzonico; il che non era di
facile esecuzione. Gli Spagnuoli davano l'esclusiva a tutti i cardinali
che avevano avuto parte nel breve contro Parma, di cui diremo in
appresso, ed erano sedici. Di più, la Spagna non voleva consentire
a nissun papa che non fosse per sopprimere la società de' Gesuiti.
Choiseul, ministro di Francia, appoggiava con tutta l'autorità del
re Luigi la volontà degli Spagnuoli, la qual cosa riduceva la scelta
tra cinque o sei, nel numero de' quali erano i cardinali Stopani e
Fantuzzi. Ma la partita de' cardinali zelanti, come li chiamavano,
che volevano la conservazione di quella società, non consentivamo
all'esaltazione nè di Stopani nè di Fantuzzi, perciocchè troppo
apertamente s'erano spiegati di volere l'estinzione dei Gesuiti. Il
cardinale Ganganelli, quantunque fosse stimato di setta giansenistica,
s'era però meno fervidamente dimostrato alieno di que' religiosi, ed
alcuni anzi credevano che gli avrebbe conservati. Dall'altra parte i
Borboni, che intieramente Ganganelli conoscevano, il portavano come
capace di venire alla risoluzione ch'essi tanto desideravano: fu
anzi affermato da alcuni, ch'egli avesse dato promessa formale, se
papa divenisse, di estinguere la compagnia. Adunque tra per queste
cose e pel timore che la noia di star serrati in conclave troppo si
prolungasse, cosa che si vedeva virisimile pe' grandi contrasti che
vi erano dentro, e perchè la chiusura già da più di due mesi durava,
aderendo i cardinali avversi a' Gesuiti, non ripugnando la maggior
parte de' zelanti, Ganganelli fu eletto papa il 18 maggio. Dalla quale
elezione tutta la cristianità fu eretta a nuova speranza. Amò chiamarsi
Clemente, XIV di questo nome.
Ma prima di narrare le condizioni della Chiesa, al momento
dell'esaltazioe del nuovo pontefice, n'è d'uopo riferire le cose di
Parma, delle quali abbiam toccato al chiudersi del precedente anno.
Filippo, duca di Parma, Piacenza e Guastalla, a cui consigliava
Guglielmo Dutillot, sendosi accorto che per gli acquisti fatti dalle
mani morte per quelli che ogni giorno andavano facendo, e per quelli
finalmente che, quantunque ancora pendenti, fossero in possessione
altrui, dovevano col tempo necessariamente in loro ricadere una
prodigiosa quantità dei migliori e più fertili terreni de' suoi Stati
era e sarebbe sempre più venuta in potestà di simili persone di mano
morta, aveva pubblicato, ai 25 d'ottobre del 1764, per provvedere a
così grave sconcerto, una prammatica:
Che fosse proibito, statuì egli, a qualunque persona di qualsivoglia
stato, grado e condizione il vendere, donare, cedere, o in qualsivoglia
altro modo trasferire o alienare, nè in proprietà, nè in usufrutto, sia
per atto fra vivi o per disposizione di ultima volontà, compresa altra
successione intestata, in mani morte beni sì mobili che stabili, luoghi
di monte, censi attivi, azioni e ragioni di qualunque somma o valore;
Che dal superiore decreto fossero però eccettuati i lasciti limitati
alla sola vigesima parte del patrimonio di chi donasse o testasse, con
ciò però che il lascito per una sola volta si facesse, e sorpassare
non dovesse il valore di scudi trecento di Parma, e fosse in denaro
contante, e non altrimenti.
Che i crediti appartenenti alle mani morte ed ipotecati su stabili in
nissuna altra maniera soddisfare si potessero che coll'obbligare il
creditore alla vendita degli effetti ipotecati, ed il ritratto per la
somma del credito, se il creditore impiegare lo volesse, si dovesse
investire in luoghi di monte delle comunità suddite del ducato;
Che fossero vietate le locazioni perpetue od a lungo tempo a favore
delle mani morte;
Che parimente fossero vietati alle mani morte tutti gli acquisti che
ad esse si devolvessero in virtù di livelli, enfiteusi, reversioni,
e simili altre cause, e quando ad esse devoluti fossero per antiche
disposizioni, si fossero obbligate ad investirgli in persona laica
con giusto prezzo di vendita, ed il prezzo investir si potesse in
luoghi di monte, restando il possesso del fondo totalmente devoluto
presso l'erede dell'ultimo investito col solo obbligo di corrispondere
l'antico canone;
Che tale legge reggesse non solo le disposizioni da farsi, ma eziandio
le già fatte, se non ancora verificate;
Che mani morte non fossero riputati gli ospedali degl'infermi e degli
esposti;
Che le rinunzie da farsi da qualunque persona che volesse professare
in qualunque religione, convento, monastero, conservatorio, ritiro o
congregazione, o fossero esplicitamente, o quando no, s'intendessero
per legge abdicative ed estintive, cosicchè la successione, come se la
persona rinunziante non esistesse più fra i viventi, potesse e dovesse
passare in chi di ragione si doveva;
Che, oltre a ciò, i residui dei livelli o vitalizii riservatisi
dai professi non si potessero esigere, e per virtù della legge si
riputassero condonati;
Che ogni qualunque atto contrario alle disposizioni precedenti
fosse irrito, nullo ed in niun modo da attendersi dai tribunali e
giudici, e proibito fosse ai notai di rogarlo; riservata però alla
suprema autorità del principe la facoltà di concedere esenzioni a
chi ricorresse, quando per circostanze particolari il giudicasse
conveniente.
La raccontata legge dispiacque grandemente alle comunità religiose,
e sorto un grave bisbiglio ne' conventi, mandarono le loro lagnanze e
ricorsi a Roma. Anche gli ecclesiastici secolari se ne rammaricarono,
parendo loro che siccome nel secolo fra i parenti viveano, e fra di
loro ed i laici non v'era altra differenza, se non quella ch'essi
esercitavano il ministero divino, così ingiusta troppo e dura cosa
fosse, ch'ei fossero privati di quei benefizii che la società procura a
chi vive nella società.
Il duca Ferdinando, che era a Filippo succeduto, pubblicò, rispetto
a questi ultimi, cioè agli ecclesiastici secolari, ai 15 di giugno
del 1767, una sua volontà, per cui essi furono abilitati a succedere
alle eredità dei loro ascendenti e collaterali sino al quarto grado,
ed a fare acquisti di beni stabili, di censi, di fitti perpetui e di
altri annui redditi, sì veramente che si obbligassero, pei beni di
nuovo acquisto, di soddisfare a tutti i carichi pubblici, di non farne
alienazione a favore di alcuna mano morta, e di non declinare pei detti
beni il foro laicale. Il principe volle altresì che le successioni
devolute ai detti ecclesiastici, per disposizione di qualche persona
estranea o ad essi congiunta oltre il quarto grado, fossero irrite,
e si avessero per nulle e di nessun effetto. La quale irritazione e
nullità si intendesse anche estesa agli atti meramente lucrativi ed
alle cessioni e donazioni, ancorchè rimuneratorie e corrispettive.
Un grave abuso s'era introdotto nell'assetto delle contribuzioni di
certi beni ecclesiastici nel ducato di Parma. Certi beni, i quali
al tempo della formazione del catasto, per appartenersi a persone
laiche, erano stati allibrati e gravati, essendo in progresso di
tempo passati in mano di persone e corpi che pretendevano esenzione od
immunità, avevano la detta esenzione ed immunità ottenuta. Dal che,
fra gli altri inconvenienti, era succeduto quello che la rata delle
pubbliche gravezze spettante a tali beni, era andata tutta a cadere
sopra i restanti beni accatastati con doppio ed intollerabile aggravio
dei possessori; abuso non solamente lesivo dell'equità e giustizia
naturale, ma anche contrario alle leggi fondamentali del ducato,
secondo le quali trovavasi espressamente prescritto che i beni una
volta accatastati passar dovessero col loro carico e colla qualità di
tributarii in qualunque persona o corpo, ancorchè immune ed esente per
qualsivoglia causa o titolo fosse; legge stata eziandio riconosciuta
e confermata dai sommi pontefici Adriano VI, Clemente VII e Paolo III,
quando furono signori di Parma e Piacenza.
Per ovviare ad un tanto disordine, il duca Filippo, a ciò movendolo
sempre il Dutillot, già aveva ordinato, per legge promulgata
espressamente ai 13 di gennaio 1765, che quei beni che nei citati
catasti, per essere descritti ed allibrati in testa di laici o di
persone o corpi sottoposti alla giurisdizione laicale, erano stati
obbligati ai carichi pubblici, e che, per passaggi di successione, di
donazione o d'altro titolo si ritrovavano allora o per l'avvenire si
troverebbero in mano di persone o corpi che pretendessero privilegii,
immunità ed esenzioni, dovessero aversi e si avessero per tributarii ed
alle gravezze pubbliche così ordinarie come straordinarie sottoposti,
come se tuttora si appartenessero ai rispettivi loro autori, in testa
dei quali stati erano descritti ed allibrati.
Nel medesimo tempo però il principe volle che restassero immuni
ed esenti i beni che negli ultimi catasti erano stati descritti ed
allibrati con privilegio di esenzione ed immunità in favore delle
chiese o di altre opere pie ecclesiastiche. Dichiarò inoltre immuni
ed esenti tutti i patrimonii semplici, non solo già costituiti, ma
anche da costituirsi in avvenire a favore degli ecclesiastici secolari
promossi e da promuoversi agli ordini sacri, purchè non eccedessero i
limiti della tassa sinodale da verificarsi innanzi i tribunali.
Perchè poi quanto aveva ordinato con maggiore esattezza sortisse il suo
effetto, il duca creò un'intendenza sovrana, sopra i luoghi pii e sopra
tutti i corpi cadenti sotto il nome di mani morte; uffizio del qual
magistrato era di sopravvedere e provvedere che la volontà del principe
fosse eseguita.
Nè alle narrate deliberazioni si rimasero i pensieri del Dutillot e
del duca di Parma. Avevano i popoli supplicato al duca, e pregatolo di
far considerazione quanto restassero offesi dalla soverchia libertà per
cui si traevano fuor del dominio, e specialmente nelle curie di Roma,
i litigii così dei secolari come degli ecclesiastici. Lamentavansi i
popoli parimenti, ed al duca supplicarono, perchè vi rimediasse, che i
benefizii e le pensioni ecclesiastiche dai diplomi romani si dessero
a persone straniere con esclusione degl'indigeni; dal qual abuso
segnatamente venivano a sentir danno moltissime chiese parrocchiali,
anche quelle che rendite sufficienti per sè medesime non avendo pel
decente esercizio del culto divino, erano sovvenute dalle liberalità
dell'erario pubblico.
Le quali cose e supplicazioni bene considerato dal duca Ferdinando,
ed avutovi riguardo, pubblicò, ai 13 di gennaio 1768, un editto, per
cui comandò che, senza averne prima ottenuto il sovrano beneplacito,
nissun suo suddito, o mediato o immediato, o secolare o ecclesiastico,
o collegio od università, compresi i conventi e le famiglie religiose
dell'uno e dell'altro sesso, senza la menoma eccettuazione, si ardisse
di trarre o di esser tratto a contestare e sostenere, in qualunque
grado d'istanza, liti giudiziali in alcun tribunale estero, compresi
anche quelli di Roma, per qual si fosse causa, anche ecclesiastica e
relativa a beni, ragioni, diritti e preminenze di qualunque sorte;
Che nissuno nemmeno si ardisse, senza il mentovato beneplacito, di
ricorrere a principi, governi e tribunali esteri, nè per ragione
di beni, azioni, preminenze e diritti di qualunque sorta, nè per
conseguire ne' suoi Stati benefizii, pensioni ecclesiastiche, commende,
dignità o cariche con annessa giurisdizione di qualunque grado o
prerogativa;
Che i benefizii ecclesiastici curati e non curati, compresi anche i
concistoriali, le pensioni, abbazie, commende, dignità e cariche di
annessa giurisdizione, qualunque fossero, non potessero conseguirsi che
da sudditi nazionali, e ciò ancora nemmeno senza il previo beneplacito
dell'autorità sovrana;
Che senza la regia permissione dell'esecuzione nissun giudice o
tribunale, tanto laico quanto ecclesiastico, s'ardisse di eseguire qual
si volessero scritti, ordini lettere, sentenze, decreti, bolle, brevi e
provvisioni di Roma, e di qual si fosse podestà o curia estera;
Che qualunque atto contrario alla presente sovrana disposizione che da
qualche disubbidiente venisse fatto, fosse irrito e nullo e da aversi
in nissuna considerazione, con ciò eziandio che i disubbidienti fossero
severamente puniti anche in via economica, per la loro disubbidienza
verso le principali massime di buon governo e le più rilevanti leggi
dello Stato.
Un complesso di tali leggi e provvisioni in un breve corso d'anni
accettate e promulgate nel ducato di Parma e Piacenza dimostravano
evidentemente quanto quel governo fosse risoluto a sradicare gli abusi
che in materie giurisdizionali e nelle disposizioni regolatrici dei
beni e delle persone ecclesiastiche erano trascorsi. Ma queste erano
percosse fatali all'autorità romana, e di tanto maggior rammarico
quanto che le medesime deliberazioni andavano prendendo piede, e già
l'avevano preso in altri Stati, non che dell'estero, dell'Italia, e
pareva che fosse una tempesta che si volesse allargare in ogni luogo.
In termini difficili il pontificato si trovava; la resistenza lo
metteva in necessità di usare mezzi che l'opinione di molti riprovava,
e niuna cosa reca più grande pregiudizio ad una podestà, qualunque ella
sia, che fare deliberazioni non obbedite. Dall'altro lato, il non fare
risentimento accennava che esso abbandonasse quelle massime che per
tanti secoli aveva seguitato. A tale estremo passo gli era mestieri di
fare scelta tra il procedere pieghevole e prudente di Benedetto ed il
fare rigido ed inflessibile di alcuni altri papi. Clemente XIII non
era di natura intrattabile, e sarebbesi forse inclinato od a qualche
concessione od almeno a qualche mezzo termine di conciliazione; ma
troppo fu e consigliato e sollecitato ad opporre il pontificale petto,
ed a farsi forte contro di questa nuova tempesta.