pei tempi avversi, e desiderando di distribuire in istanze invernali
più comode i soldati, s'ingegnava di allargarsi; nell'esecuzione del
quale proposito succedevano spesse ed aspre zuffe fra i due popoli
nemici, cotanto l'uno contro l'altro instizziti. E fra le altre una
ve ne fu tra i Franzesi comandati dal conte di Coigny, che voleva
impadronirsi di Murato, ed i Corsi che impedire ne lo volevano, nella
quale, colto il giovane Franzese in un'imboscata, benchè forte fosse
e valorosamente si difendesse, rimase morto per una palla d'archibuso
che lo colpì. Morto Coigny, i suoi compagni ritrassero i passi a tutta
fretta, seguitati senza posa dai Paolisti, che gl'incalzavano colle
sciabole, cogli stiletti e colle baionette, sì che in questa piuttosto
battaglia giusta, che piccola scaramuccia, perì la metà di loro,
diciassette uffiziali parte morti, parte feriti, e con essi moltissimi
gregarii.
In quest'anno furono i Gesuiti espulsi dallo Stato di Parma, tra il
quale e la corte di Roma allora più grave contestazione si accese,
che, per aver avuto termine nel seguente anno, a quello differiamo il
tenerne parola, anche per non interromperne il filo incominciato che
abbiasi una volta a tesserne l'istoria. Se non che gioverà fin d'ora
notare che, presa parte in quella contesa dalle case di Borbone, il
re di Francia fece, a danno della santa Sede, occupare il contado
avignonese, e quello di Napoli mandò le sue truppe ad impossessarsi, in
pregiudizio della medesima, dei ducati di Benevento e Pontecorvo.
Anno di CRISTO MDCCLXIX. Indizione II.
CLEMENTE XIV papa 1.
GIUSEPPE II imperadore 5.
In Corsica, la guerra dell'anno precedente con quel fatto che abbiam
riferito quasi finì, riposandosi i guerrieri ne' loro alloggiamenti
d'inverno. La prospera fortuna de' Corsi contro una Francia, e lo
estremo valore da loro mostrato in tanti bellicosi incontri tenevano
maravigliate le nazioni, le quali generalmente a quel forte popolo
fortunato destino desideravano. Paoli soprattutto era sulle lingue
e sulle penne di tutti, e il chiamavano forte, felice e generoso;
lui gli antichi esempi di Grecia e di Roma rinovellare predicavano,
ed i moderni d'Inghilterra e d'Olanda, e quegli stessi della recente
Genova; la Corsica appellavano bene avventurosa per averlo prodotto,
bene avventurosa per averlo a guida; ammiravano quelle inclite rocche
in mezzo alle acque del Mediterraneo sorgenti, e pubblicavano dare la
combattente isola felice augurio, felice esempio all'Italia e al mondo
tutto quanto.
Nuovi rumori, che da Tolone si udivano, tenevano i Corsi in qualche
ansietà delle cose future, e gli avvertivano che non erano ancora
pervenuti al fine delle loro fatiche. In fatti, già si sentiva che in
quel porto si travagliavano grandi apparati di guerra, si allestivano
e mettevano all'ordine buon numero di bastimenti, si raccoglievano
soldati destinati alla conquista, fanti per la maggior parte, non
essendo i campi dell'isola atti a ricevere cavalli ed a maneggiarvisi
guerra di cavalleria. Non isfuggiva a nissuno che la Francia, avendo
assunto l'impresa di sottomettere quell'isola ed al reame aggiugnerla,
non era per restare al di sotto, nè per tirarsi indietro per nissuna
difficoltà che sorgesse, poichè troppo abbietta cosa le sarebbe paruta,
a lei così grande, così forte e di tanto grido in guerra, di essere
sgarata e fatta stare da quattro isolani. Le pareva incomportabile,
che la piccola Corsica osasse d'alzarle la fronte contro, e quasi a
freno tenere la volesse. Perciò soldati a soldati aggiungeva, armi ad
armi; Tolone gli accoglieva, e da quel porto già stavano minacciosi
per partire e per rinforzare la guerra nella renitente isola. Chauvelin
aveva scritto che se non erano trenta mila di quella gioventù franzese,
sarebbero indarno, ed in pari tempo, per salute inferma, e forse per
l'infelicità de' suoi tentativi, aveva chiesto licenza. Gli venne
surrogato il conte di Vaux, del quale pel buon nome di cui godeva,
si sperava che avrebbe governata la guerra più virtuosamente e più
felicemente dei suoi antecessori.
A così potente apparecchio, che indicava l'estrema volontà di Francia,
l'estremo cimento della fortuna, molto si sollevarono gli animi in
Corsica. Alcuni temevano, credendo l'impresa loro perduta; altri, più
oltre procedendo, accusavano Paoli d'ambizione e dello scellerato
pensiero di voler vedere la ruina della sua patria, piuttosto
che scendere dal grado a cui era stato esaltato; altri finalmente
cominciavano in cuor loro ad interporre una servitù quieta ad una
libertà turbolenta e tempestosa. Tali erano le opinioni, tali i
dissidii: questi pensieri nascevano, quando pel silenzio dell'armi
si trovarono i sangui raffreddi nell'inverno. Ma i più di gran lunga
pertinacemente perseveravano nel loro proposito: gli sviscerati per
la libertà, per lei morire volevano, e in Paoli, come in suo sincero
e forte sostenitore, confidavano. Videro il pericolo, e cercando
con salute d'incontrarlo, tennero nel mese di aprile nel convento
di Casinca una generale consulta, e quell'assemblea di guerrieri, di
pastori, di pecorai, di cacciatori, di religiosi ancora decretò:
Ognuno dai sedici ai sessant'anni si armasse in guerra, e chiamato, vi
andasse con quaranta cariche da schioppo;
Un terzo stesse sui campi a fronte del nemico, sinchè gli venisse la
muta di un altro terzo; potendo però, se ne scadesse bisogno, gli altri
due terzi avviarsi insieme, e col primo andare alla guerra;
I bestiami si ritirassero da' piani ai monti alti e sicuri, col
privilegio di nissun pagamento pel pascolo;
Che i poveri ma valorosi, i quali colle loro famiglie dovessero per
cagion del nemico ritirarsi nell'interno del regno, avessero le spese
dal pubblico;
Che tutti gli ecclesiastici, non in cura d'anime, dovessero concorrere
alla comune difesa colle loro persone, e si ordinassero in corpo per
tenere certi posti, onde le schiere de' secolari potessero meglio ed in
maggior numero travagliarsi nelle fazioni alla campagna.
Viveva ancora nella nazione corsa, se non in tutti, certamente ne'
più, quando il suo supremo magistrato ordinò queste cose, quell'acceso
spirito, per cui per tanti anni aveva a Genova contrastato ed ora
la spingeva a resistere alla Francia. I fatti forse le divenivano
contrarii, ma con estremo ardore all'estremo cimento si andava
preparando. Per la qual cosa di buon grado accettò le sovrane
deliberazioni; nissuno si ristette; chi per l'età poteva, chi per
l'esempio, tutti davano l'opera loro prontissimamente. I guerrieri,
nel corso abito involti e dal corso valore spinti, calpestavano il
suolo verso le terre sopra di cui il nemico insisteva, e ferocemente
le armi brandivano. I vecchi, i decrepiti stessi, in quell'estremo
pericolo della Corsica, parevano rinvigorirsi, e le membra, che ormai
abbisognavano più di riposo che di travaglio, esercitavano alle opere
faticose da lungo tempo dismesse. Le donne ancora non isgomentatesi,
anzi incoraggitesi a quello aspetto terribile delle cose, quai novelle
Amazzoni, alcune in femminili vesti avvolte, altre accinte in abito
virile, qua e là armate correvano, e cogli uomini gareggiavano di
coraggio e di furore. I fanciulli stessi, che fin dalla culla aveano
succiato rabbia contro Genova, ora, voltandola contro la Francia,
davano a conoscere, negli esercizii militari travagliandosi coll'armi,
che i germi, non che le piante adulte, erano di quel vitale succo
imbevuti e pregni.
Mentre così la Corsica tutta si commoveva e si avventava coll'armi, e
in sè medesima forte strepitava in ogni parte di grida, giunsero nuove
che il conte di Vaux, generalissimo di Francia, era ai 2 di aprile
arrivato in San Fiorenzo, e che genti sopra genti, armi sopra armi, nel
medesimo porto ed in Bastia ed in Calvi, sbarcava sulla terra corsa,
sbarcava grandissimo apparecchio d'uomini valorosi e bene ordinati
contro uomini infiammati e cui muoveva piuttosto la volontà propria
che la regolata disciplina. La causa della famosa isola era urtata da
urto possente, e se non la salvavano le montagne, gli stretti passi e
la longanimità di gente povera e al poco contenta, sembrava impossibile
che a così grande sforzo reggere potesse.
Ai gravissimi avvisi che i Franzesi cotanto ingrossavano la guerra,
Paoli insorse, ed a quella estrema pruova gli animi dispose e le armi.
Già si vedeva che se una forza soprabbondante il chiamava a ruina, non
da vile, ma da forte perire voleva, e volta la mente alla posterità,
nella posterità si consolava.
Trasse Paoli fuori il terzo della nazione, ed ordinò che gli altri
due stessero pronti al muoversi; i volonterosi compagni schierando
e ponendo in ordine a Casinca ed in altri luoghi di frontiera, donde
sboccando i Franzesi potevano far impeto. Li raccolse alle insegne;
ne fece rassegna e mostra, ed aveano sembianza di soldati provati, non
fatti tumultuariamente. In quel momento istesso gli attillati e odorosi
vagheggioni delle famose città di Francia e d'Italia marciavano in
femminili e molli tresche, e forse dei pecorai di Corsica si burlavano;
ma i buoni europei guerrieri ammiravano quelle alte anime, e molti,
allettati dal portentoso grido, fra gli altri lord Pembroke, furono
presenti alla mostra solenne, ed a quei devoti uomini auguravano sorte
felice.
Dall'altra parte il capitano franzese che voleva essere mutatore di
quello stato, uscito ancor esso a campo fuori di Bastia, aveva raccolto
i suoi sulla spiaggia di San Nicola, e gli andava ordinando alle vicine
battaglie. Stupivano che rozzi paesani si fossero posto in animo di
resistere ad una Francia.
Grande arte, grande perizia mostrò de Vaux. Allievo di Maillebois,
e, come egli, esercitato nelle guerre di Corsica, i luoghi sapeva,
e conosceva le forti e le deboli parti del nemico. Reggeva meglio
di ventidue mila soldati, ben provveduti d'ogni cosa alle militari
fazioni confacente, e più ancora di coraggio. Accampossi col grosso
dell'esercito ad Oletta, colla sinistra appoggiata alla bassa Tuda,
e colla destra, distendendosi verso la regione più piana, accennando
a San Fiorenzo. Le due ali erano, l'una sotto il governo del marchese
di Arcambal, che teneva la destra, l'altra dal conte di Marbeuf, che
stava sulla sinistra, quella per ispazzare il paese verso le parti
superiori del Nebbio, questa per sottometterlo dalla parte di Borgo
e Mariana verso la costa marittima. Una schiera appartata, retta dal
signor di Narbona, aveva posto l'alloggiamento a Monte Nebbio, vicino a
Borgognano, per tenere in freno i Corsi dell'Oltremonte. Col medesimo
intento un altro corpo col marchese di Luker stava a sopraccapo di
Montemaggiore, Calenzano e Rapalle per fare che i Corsi della Balagna
accorrere non potessero in aiuto di Paoli.
I Corsi, disposti a mettersi alla stretta dei fatti d'armi, s'erano
ordinati a fronte dell'esercito franzese di maniera che sulla sinistra
loro, partendo da San Pietro, San Gavino e Sorio, terre del Nebbio, e
procedendo verso la destra, si distendevano, passando per Olmetta, fino
a Borgo in poca distanza da Mariana. Il principale loro sforzo era in
Olmetta, ed era creduta il più stabile fondamento della loro resistenza
una catena di monti, le cui sommità avevano con trincee ed artiglierie
fortificate, e che corrono da Val di Bervinco al monte Tenda. Paoli ed
il suo fratello Clemente alloggiavano in Murato, punto medio di tutta
la circonferenza, e che avevano voluto fortemente presidiare, perchè
di là potevano vedere, sopravvedere e provvedere subitamente quanto
occorresse. Saliceti, Cottoni, Serpentini ed altri valorosi capi li
secondavano chi sull'ala destra e chi sulla sinistra. E a questo modo i
due campi nemici stavano a petto l'uno dell'altro.
De Vaux conosceva che, per meglio dispensare l'ordine della guerra,
e più facilmente rompere il renitente nemico, fosse maggior profitto
salire sino a Corte, perchè essendo quella città metropoli del regno,
e situata verso i sommi gioghi, fra il Cismonti e l'Oltramonti,
l'acquistarla avrebbe dato, siccome giudicava, spavento ai Corsi, e nel
medesimo tempo procurato facilità per iscendere nell'Oltramonti sopra
Aiaccio. A questo aveva fermo l'animo ed indirizzava i suoi pensieri;
ma per condurgli ad effetto, aveva a fare con Corsi, con fiumi e con
montagne, se non che il confortavano l'animo suo forte, l'uso di guerra
che aveva ed il valore de' suoi soldati.
Andando il dì 5 di maggio, si moveva alla fazione, ed in cotal modo il
fece. Principale suo intendimento era di guadagnare le alture di San
Nicolao, donde, si accenna sulla sinistra a Bigorno, e quindi al basso
Golo sulla destra al monte Tenda, superato il quale acquistava l'adito
a Ponte Nuovo sul Golo, e più lungi, passato il fiume, a Corte. Credeva
che per questa via il nemico fosse più agevole ad essere fracassato.
Ordinò primieramente, per tenerlo in inganno di quanto ei volesse
fare, che Arcambal e Marbeuf, colla parte delle genti che avevano in
custodia, facessero un gran tempestare sulle due estremità. Stimando
poi che i Corsi accampati a Sorio, San Gavino e San Pietro potessero,
infestando l'ala destra, turbare i movimenti ed interrompere le strade
per San Fiorenzo, aveva dato ordine che sui luoghi più opportuni si
assettassero fortificazioni estemporanee e si munissero d'artiglierie.
Così fatto come pensato, De Vaux, parendogli ormai che il tempo
fosse da spenderlo in operare, ed esplorato bene l'inimico, andava
all'esecuzione del suo disegno. Ognuno fece il debito suo virilmente
e combattessi con molta gara. I Corsi, dato mano alla difesa,
contrastarono con sommo valore: i Franzesi con non minor valore gli
assaltarono. Stette alcun tempo dubbia la fortuna; ma finalmente
prevalse la disciplina al combattere incomposto, e l'onore delle
insegne all'amore della patria. De Vaux percosse finalmente con
tal impeto nel nemico che lo cacciò da Olmeta, lo cacciò ancora da
Vallecalde, ed in fine accostassi a Murato.
Mentre le cose in tal fortuna si governavano da Vaux, Marbeuf
combatteva felicemente anch'esso. Impadronitosi di Borgo e d'Ortale,
e passato co' suoi cavalli il fiume, quasi tutta occupava la Casinca.
Murato stesso non resse alla forza franzese, e i due Paoli, quantunque
con costanza quasi sovrumana contrastato avessero, erano rimasti
perdenti, e furono stretti a ritirarsi, pervenendo a Rostino non senza
disegno e speranza di poter ristaurare la fortuna cadente, poichè i
Corsi più dispersi che distrutti tendevano a raccozzarsi, ed i luoghi
erano ardui a passarsi pei Franzesi. I vincitori riuscirono, secondo il
desiderio loro, a San Nicolao, tutto il Nebbio e tutto il paese sino al
campo di San Nicolao restando sottomesso alle armi della Francia.
Non vi fu nè indugio nè quiete, volendo il Franzese usare l'impressione
prodotta dalla vittoria. Marciò sopra Leuto velocemente, e il prese non
ostante che i Paolisti acremente gliene contrastassero l'acquisto. I
soldati spediti e presti di de Vaux pervennero fino a Pontenuovo.
Non era compita la prosperità, se non isloggiava il nemico dalla foce
di san Giacomo, perciocchè questo passo situato fra mezzo le cime del
monte Tenda signoreggia dall'alto la Pietralba e la valle d'Ostriconi,
ed è stimato la chiave della provincia di Balagna. I Corsi, che
conoscevano l'importanza di quel sito, con ogni estremo sforzo il
difesero, nè cessero se non quando, ingrossati oltre misura i Franzesi
sopravanzarono talmente di forze, che non più coraggio, ma temerità,
anzi follia sarebbe stato il più lungamente contrapporsi.
I vincitori già si scagliavano correndo contro Sorio e San Pietro,
quando uno scoppiar d'archibusi ed un fischiar di palle, che d'ogni
intorno dalle rocce e dai boschi uscivano, li fece accorti che i Corsi
avevano ripreso animo e voleano ricuperare quella fatale bocca di
San Giacomo. Ma i Franzesi con tanta forza si spinsero innanzi, che,
rendendo vano lo sforzo del nemico, se la conservarono.
Non erano ancora al fine delle loro fatiche in questa parte, perchè i
tenaci isolani si raccozzarono novellamente in numero di tre mila, e
assaltarono, sempre a quell'importante sito accennando, con incredibile
vigoria i Franzesi, cui in quel luogo reggeva il signore Durand
d'Ogny. I fieri seguaci della testa di Moro si vedevano con mirabile
intrepidezza salire le ripide balze esposti al furioso bersaglio del
nemico, e noiati massimaniente dalle artiglierie che gl'imberciavano, e
ad ogni momento squarciavano e straziavano le membra loro. Non timore,
non esitazione mostrarono: superate le più ardue ripe, s'aggrappavano
alle radici delle trincee franzesi, e si affaticavano di salirvi
sopra: la rabbia loro era immensa; appiè delle trincee sorgevano
monti dei loro corpi estinti. D'Ogny ostava tuttavolta con tutto il
valore e tutta l'arte d'un ottimo guerriero, ma sarebbe in fine dalla
furia corsa rimasto sforzato, se Arcambal, e Viomenil, e Boufflers, e
Campenne non fossero accorsi a prestissimi passi da San Nicolao e da
altri luoghi circostanti per aiutarlo. Tanti rinforzi ed un furioso
urto dettero perduta la speranza ai Corsi di poter espugnare quel sito,
e gli sforzarono finalmente a dare indietro non senza maraviglia da'
Franzesi stessi concetta dell'estrema bravura degl'isolani.
Fu questo uno dei più grossi cimenti a cui vennero nimichevolmente fra
di loro l'armi franzesi e corse. Ma uno più feroce ancora si apprestava
da cui pendeva la terminazione del litigio ed il destino dell'isola.
Paoli, che ancora era potente in sui campi, s'era ritirato in Bostino,
dove col vivido pensiero andava immaginando modo di far risorgere
la fortuna che inclinava. Vennero chiamati di suo ordine sotto la
condotta del Saliceti ad unirsi con lui mille buoni soldati di quelli
che, non avendo potuto ostare in Casinca a Marbeuf, s'erano tirati
indietro verso il monte Sant'Angelo e Sant'Antonio della Casabianca;
e stimando che fosse meglio assalire che l'essere assalito, sboccò per
Ponte Nuovo, varcando alla sinistra del Golo, e con quante genti aveva
potuto congregare s'ingegnava di allargarsi a destra ed a sinistra. Suo
divisamento era di arrampicarsi su per le balze che ivi costeggiano
il fiume, e guadagnare le cime dei monti che, continuandosi ed
innalzandosi verso Lento, aggiungono più su a Costa ed a Canavaggia, e
sono attinenti al monte Tenda ed alla bocca di San Giacomo. Pericoloso
riusciva il pensiero pei Franzesi, attesochè, se Paoli avesse ottenuto
l'intento, gli avrebbe da quella bocca cacciati, ed acquistato facoltà
di tagliar fuori la loro ala destra, e, per conseguenza, di ferirli per
fianco.
Già era sulle alture pervenuto, già arditissimamente combattendo aveva
superato Lento, e battendo s'incamminava alla volta di San Nicolao
e di Murato superiore. Se altra colonna da lui mandata ad assalire
Canavaggia avesse incontrato il medesimo successo, il suo accorto
pensiero avrebbe avuto effetto; ma essendosi il nemico fatto forte in
Canavaggia, i Corsi da questa parte si sforzarono indarno.
Questo fatto di Canavaggia diede la guerra perduta ai Corsi. Là cadde
la fortuna di Corsica, là tutte le fatiche di Paoli diventarono vane, e
là franzese la Corsica divenne.
I Franzesi l'aura che spirava favorevole a piene vele ricevendo, si
calarono precipitosamente da Canavaggia, e occuparono Pontenuovo,
insigne scaltrimento di guerra. Caso fatale ai miseri Corsi fu questo,
perciocchè gli scesi da Canavaggia investirono sul sinistro fianco
coloro che con Paoli s'erano condotti a Lento, ed intieramente gli
sbaragliarono e sbarattarono. Tanto più grave fu lo scompiglio e la
fuga, che sparse fra di loro la spaventosa voce, ed era vera, che
Pontenuovo era in poter del nemico, e che più niuno scampo restava
a chi combatteva sulla sinistra del male avventuroso fiume. Paoli,
che aveva munito di qualche fortificazione la testa del ponte sulla
destra, arrivato fra mille e varii pericoli sul luogo, tentò bene di
racquistarlo, ma fu sbattuto da quel suo sforzo, e gli venne fallito il
pensiero. I Corsi assaliti inaspettatamente sul fianco ed alle spalle,
non sostenuta la impressione del nemico si precipitarono verso il ponte
per ripassarlo; ma, invece del varco aperto, il trovarono chiuso, ed
i Franzesi che con le baionette in canna li trafiggevano. Miserabile
fu quell'orrendo mescolamento, miserabile lo scempio fatto degli
scompigliati: i più furono morti, non pochi si annegarono nel fiume,
avendo tentato di scampare per questa via dall'empito della Francia
vincitrice; alcuni tra sani e feriti si nascosero fuggendo nei boschi,
fra le roccie e per le folte macchie. Quattro mesi dopo il ferale
evento si vedevano ancora le gocce del sangue rappreso sul funesto
ponte; scoprivansi qua e là per le campagne Corsi morti di ferite,
e che meglio avevano amato perire abbandonati dagli uomini e dalla
fortuna che ricorrere per salute ad un nemico che tanto detestavano.
Quattro specialmente di questi miseri e forti guerrieri furono sopra
una deserta roccia trovati tutti sanguinosi e morti in atto di tenersi
strettamente abbracciati, atto certamente preso a posta per dare
insieme l'ultimo sospiro e l'ultimo respiro alla perduta patria.
Nel tempo stesso che queste cose succedevano nel mezzo, Marbeuf,
varcato coll'ala sinistra il Golo, sottometteva tutta la Casinca, ed
Arcambal sulla destra conquistava la Balagna.
In mezzo a tanta ruina, Paoli, lasciato il fratello Clemente a
Morosaglia, perchè quanto potesse ritardasse l'impeto, si ridusse
vicino a Corte, dove tentava di raccorre e riordinare i pochi
avanzi delle sue sconfitte genti; nuovi aiuti eziandio per sua possa
convocando. Ma de Vaux, che non voleva temporeggiare quella fortuna, ma
piuttosto colla celerità del tutto domarla, venne avanti precipitoso,
ed, appressatosi a Clemente, il cacciò di Morosaglia, e cacciò eziandio
Pasquale da Corte; laonde questa famosa metropoli venuta in mano
altrui, il castello solo resistette, ma per pochi giorni, e quegli
aspri monti tutto all'intorno di forestieri suoni echeggiavano. Paoli,
più ancora doloroso che scoraggiato, si ritirò di Vivario.
De Vaux, che aveva saputo vincere, seppe ancora usare bene la vittoria.
Per tirare a sua voglia i renitenti, usò bene le parole, usò bene i
fatti. Con quelle, mandate fuora per un bando pubblico, minacciò con
castighi, allettò coi perdoni col fine di rompere qualche testa di
resistenti, se ancora alcuna ve ne rimanesse.
Queste minacce contro chi ancora alla fortuna di Francia resistere
volesse, le lusinghe a chi si arrendesse, giunte alla fatale rotta di
Pontenuovo, operarono sì che i popoli cominciarono a mancare della
prima caldezza; e vedendo di non poter più fare alcuna cosa buona,
si misero a fare tumultuazioni in ogni luogo, protestando di volere
conformarsi ai desiderii di chi più poteva, e di cercar ricovero
nel grembo della Francia. Molti correvano alle stanze dei generali
franzesi, certificandoli della loro sommissione ed obbedienza; altri,
più oltre procedendo, e combattendo coll'armi in mano i loro cittadini,
crescevano potenza a chi già tanta ne aveva e per sè medesimo e per
la vittoria acquistata. Così gli odii domestici si aggiungevano agli
esterni, e la civil guerra alla forestiera.
In mezzo a tanta desolazione, e ricevuta una così spaventevole
ruina, i Corsi fecero ancora qualche resistenza nell'Oltramonti,
principalmente nella provincia di Vico e nella Conarca; ma il conte di
Narbona, accorrendo con sufficienti forze, dissolvette quel gruppo,
e le provincie soprannominate, come anche quella di Aiaccio, ridusse
a devozione. Nel Cismonti de Vaux stesso personalmente si avanzava
vincendo. Fece sua la provincia d'Alesin, e già s'incamminava a
Portovecchio, non solamente per sottomettere il paese, ma ancora, e
principalmente, per intraprendere Paoli e gli altri Corsi fuggitivi,
essendogli pervenuto avviso, che fossero per imbarcarsi in quel porto
per far vela verso la Toscana.