A tal annunzio gl'isolani si commossero a gravissimo sdegno; la

padronanza di loro medesimi vedevano in grandissimo pericolo, la

libertà parimente, tanto sangue inutilmente sparso, spenti i lunghi

desiderii, gli antichi costumi, la nativa lingua stessa andava in

dileguo. Bene non isfuggiva loro che la potente mano della Francia

avrebbe procacciato la quiete nelle loro città e campagne, e protetto

le navigazioni per l'esercizio del commercio: ma i popoli che mirano

alla franchigia, non misurano la felicità dalla quiete nè dalla

ricchezza; ma stimano pazzamente felicità suprema il travagliarsi nelle

faccende pubbliche, il maneggiarsi come pare e piace.

Chiamata Paoli in fretta la nazione a parlamento, fecesi la consulta in

Corte a dì 22 di maggio; e quivi il generale favellò con temperatissime

parole non disgiunte da dignità e fermezza. Sdegno destossi nelle

anime feroci che altamente deliberarono. Fu quindi decretato che si

crescesse numero ai soldati regolari, che in ogni luogo uniformemente

si ordinasse la milizia, che in ogni pieve si annotassero le armi

da fuoco, e chi fosse atto a portarle, le pigliasse, e difendesse la

patria; che i beni sì mobili che stabili e le mercanzie ed ogni altro

fondo fruttifero pagassero una nuova tassa del quattro per migliaio,

e quanto la tassa gettasse, tutto s'impiegasse nella bisogna della

guerra; che il clero secolare la decima pagasse di tutti i benefizii,

ed i regolari cento lire per convento; che fossero vietate le tratte

delle biade; che si ordinassero più severe forme di giustizia; che

tutte le persone civili non impiegate in servizii pubblici dovessero

uscirne a campo per guardia del generale. E chiamavano sacro quel

denaro, sacri quei battaglioni, quell'impeto sacro.

Quindi parlarono alla gioventù di Corsica, e le infiammative parole

trovarono in tutti un'ottima volontà verso la patria. Udivansi pei

piani e pei monti grida commiste, un fracasso d'armi, un suonar di

corni: tutta la silvestre Corsica si moveva, e nel periglioso cimento

si avventava.

In questo aspetto ed in mezzo a tanta concitazione, i Franzesi, portati

sulle navi dalla Provenza pervennero sui lidi corsi, e sbarcarono

a Bastia, Calvi, Aiaccio, Bonifazio e San Fiorenzo. Consegnate loro

dai Genovesi le piazze, le artiglierie e le munizioni, fu levato da

Bastia lo stendardo della repubblica, e postolo sulle navi, non senza

solennità, il trasportarono col commissario generale a Genova. Fu

inalberata su tutte le cime la bandiera franzese.

Ora, prima dei lutti, vengono le feste. I Bastiesi, come se temessero

che gli altri Corsi abbastanza già non gli odiassero, ne fecero

delle belle e grandi, sì che al loro dire e fare parve che già

svisceratamente amassero il re di Francia. Cantossi con molta pompa

nella franzese Bastia l'inno delle grazie la mattina; la sera poi

rallegrò la città una splendida luminaria; il palazzo pretorio tutto

risplendette di doppieri all'uso veneziano; sul finestrone di mezzo si

leggeva la seguente iscrizione:

LVDOVICO XV

FRANCORVM, NAVARRAE ET CVRSORVM

REGI CHRISTIANISSIMO

AVCTIS IMPERII FINIBVS,

TRANQVILLITATE PVBLICA ASSERTA,

AVGVSTO, PACIFICO, FELICI

MAGISTRATVS POPVLVSQVE BASTIENSIS

FAVSTIS AVSPICIIS

PLAVDEBANT.

Poi sulla destra dello stemma reale, anch'esso circondato di lumi, si

vedeva un sole risplendente col motto: _Imbres et nubila vincit_. Sulla

sinistra, la Bastia col rimanente della Corsica e tre gigli col motto:

_Et Cyrno crescite flores_.

Che cosa pensassero i Corsi di queste dimostrazioni, non è punto

necessario che con parole si scriva.

Fermi poi questi primi bollori, dalle feste si fece passo alle

finzioni, dalle finzioni poscia alle battaglie. Il duca di Choiseul,

ministro del re, scrisse a Paoli, notificandogli che i soldati di

Francia non avrebbero dato veruna molestia allo nazione, che il

marchese di Chauvelin, tosto che fosse in Corsica pervenuto, si sarebbe

con esso lui accordato, affinchè con buona armonia passassero le cose,

che il re accoglieva l'isola sotto l'ombra sua, e prendeva cura della

sua felicità. Poi si mandò fuori voce che per certi rispetti si farebbe

un po' di guerra, ma senza danno della nazione, perchè le soldatesche

regie adoprerebbero di concerto con le corse.

I Corsi, che tenevano l'armi in mano, non sapevano che dirsi, ed

erano da varii pensieri agitati. Li tolse finalmente dal dubbio

un'intimazione fatta da Marbeuf a Paoli: tenere lui ordine dal re

di fare che tra Bastia e San Fiorenzo fossero e restassero liberi

i passi. Nello stesso tempo si lasciò intendere che voleva che gli

fossero cedute le scale dell'isola Rossa, Algaiola, Macinaio e Gornali.

Il Corso, che vedeva essere perciò fatto incominciamento di guerra,

rispose col sangue avere acquistato que' luoghi, col sangue volerli

conservare: bene accorgersi che si voleva privare la nazione della

libertà, frutto di tanta guerra.

Ora doveva il mondo giudicare se i Corsi, poichè al ferro si veniva,

nell'imprender guerra contro la potente Francia, più imprudenti o più

prudenti fossero, più temerarii o più coraggiosi. Ripromettevansi i

Franzesi di soggiogarli; i Corsi si ripromettevano di poter sostenere

quella libertà per cui combattevano fin già da otto lustri: Paoli e

Corsica uniti insieme si credevano invincibili.

Non così tosto Paoli si avvide, per l'intimazione fatta da Marbeuf

e da altri segni che la Francia alle cagioni di Genova e per suo

pro veniva a trovare la Corsica coll'armi, e sopra di sè pigliava

la guerra, fu reso capace ch'era venuto il tempo di fare gli ultimi

sperimenti; laonde applicò il pensiero a prender modo alle difese

e ad ordinare quanto per la conservazione della libertà in così

estremo caso abbisognasse. Pose in arme tutte le milizie, aggiunse

nuovi soldati ai reggimenti d'ordinanza; formò campi mobili, mise

in forte tutti i luoghi capaci di munizione, e stabilì in somma ogni

cosa a valida propugnazione e conservazione dello Stato. E la nazione

tutta consentiva con lui: correvano i Corsi ad offrirsi con volontà

prontissima. Quelli che militavano ai servigi di Francia, chiesta

licenza, si acconciarono volonterosamente a quelli della loro nazione.

Narrano che per tanta concitazione, Paoli avesse cinquanta mila uomini

tra pagati dallo Stato, o dalle provincie, o dalle pievi, o dai comuni,

o da sè medesimi.

Paoli aveva sua stanza a Murato con la sua eletta schiera dei mille,

aggiuntevi alcune altre: il suo fratello Clemente alloggiava ad Oletta

con cinque mila.

Stando le cose in questi termini, si venne al paragone dell'armi.

Correndo il dì 30 di luglio, i Franzesi andarono alla fazione dello

strigarsi le strade tra Bastia e San Fiorenzo. A questo fine, per

incontrarsi sul mezzo, partirono Marbeuf dalla prima di dette piazze,

ed il maresciallo di campo Grandmaison dalla seconda. Grandmaison

spinse i Corsi con molto sangue, poi fu respinto con molto sangue

anch'esso. Ingrossò i soldati, vinse in una trincea quarantadue Corsi,

che si lasciarono tagliare tutti a pezzi piuttosto che arrendersi, e

marciò verso le vie più strette. Combattuto e combattendo si avanzava,

volendo passare alla conquista di Olmetta e di Nonza.

Marbeuf nel medesimo tempo, partendo da Bastia, s'era avvicinato alle

montagne, cacciatosi davanti con uccisione e presura di molti tutte

le piccole squadre del nemico, che fecero pruova di contrastargli

il passo. Già era pervenuto verso Barbaggio, e già a Patrimonio

s'accostava: assalse le due terre, e da ambe fu ribattuto con molto

sangue. Volle impadronirsi della sommità di Montebello, e fu lo sforzo

indarno. Così successero i fatti di guerra all'ultimo di luglio ed al

primo di agosto. Ai 2, Marbeuf si avventò con più poderose forze contro

Barbaggio e Patrimonio. Fuvvi un caldissimo combattere alla seconda di

queste terre, che presa e ripresa più volte, dimostrò quanto valorosi

fossero ed assalitori e difenditori, ma finalmente cesse in potestà di

Francia. E i Franzesi ottennero più facilmente Barbaggio, loro restando

da superarsi la forte terra di Furiani, dove reggevano le milizie

Nicodemo Pasqualini e Gian Carlo Saliceti, e la torre di Biguglia.

Intanto, per la perdita di Patrimonio e di Barbaggio, quasi tutta

la provincia del Capo Corso venne in potere dei Franzesi, i quali,

possedendo anche la pieve di Sisco, s'impadronirono di Nonza, di Brando

e di Erbalunga. Solo ostavano Furiani e Biguglia, onde sicuramente non

possedessero il Capo Corso.

Giunse in questo mentre in Corsica il marchese di Chauvelin

soprattenuto fino allora in viaggio per infermità; nè giunse solo,

ma con nuovi soldati, specialmente colla legione reale. Volendo usare

l'impressione che credeva avere fatto nella nazione i primi conflitti

sull'istmo per cui si va nell'interno del Capo Corso, pubblicò patenti

regie, nelle quali parlava il re Luigi: avergli la repubblica di

Genova trasmesso la sovranità dell'isola; tanto più volentieri averla

accettata, quanto più bramava di procurare felicità a' suoi nuovi

sudditi, ai suoi cari popoli di Corsica: volere che si posassero i

tumulti che da tanti anni gli agitavano; voler mantenere le promesse

per la forma del governo della nazione; sperare che la nazione, godendo

i vantaggi della protezione sua, sarebbe per sottomettersi, e non lo

ridurrebbe alla necessità di trattarla come ribella; ammonirla che

se nell'isola continuassero qualche confusione torbida e mista o la

pertinace disobbedienza, ne risulterebbe la distruzione d'un popolo da

lui con tanta compiacenza nel numero de' suoi sudditi adottato.

Così parlò il re Luigi, nuovo sovrano, ai Corsi; e quindi parlò

Chauvelin, che siccome i Corsi Franzesi erano, così comandava che

nissun Corso con altra bandiera stesse a navigare fuorchè colla

Franzese, ed ogni comandante, padrone, capitano o maestro di nave

venisse a levare da lui le nuove patenti e la bandiera bianca.

Come ebbero parlato il re e Chauvelin, parlarono i Corsi; cioè per

loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca,

s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono

le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti

desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata

risoluzione.

In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al

combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito

valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma

le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i

Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli,

non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di

Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose

in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati

di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa,

poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.

Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia

di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con

chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la

sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli

che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che

vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo

uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di

queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la

desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: avere i Corsi fatta una giusta

presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro

animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma

per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti

della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.

In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur

troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che

il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli

temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai

capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in

esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso

presente.

«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto

morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo

sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto

la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e

tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo

come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che

siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano.

Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini,

vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al

giogo insopportabile dei Genovesi.»

Tale giuramento, fatto quattro anni innanzi contro Genova, ora il

voltavano contro la Francia.

Alle raccontate fazioni ed esortazioni s'infiammavano vieppiù da

ambe le parti gli spiriti, e con maggior calore si ricominciarono le

battaglie. I Franzesi, condotti dal marchese d'Arcambal, passato il

Golo ed entrati in Casinca, occupato avevano il Vescovato, Venzolasca,

Oreto e la Penta, passo di grande importanza, perchè apre l'adito ai

monti; ai quali progressi, cedendo alla forza sopravanzante, s'erano

sottomessi la pieve di Tavagna, alcuni paesi d'Orezza ed una parte

della Casinca. Non mai ebbero i Franzesi più fondata speranza di

terminare felicemente la loro impresa, come dopo l'acquisto della

Casinca e di Tavagna, paesi di gran momento, perchè da essi sono solite

a prendere esempio le altre popolazioni marittime delle parti orientali

dell'isola; e, ciò che più favoriva il loro proposito, era che i popoli

di quelle terre, spaventati dall'aspetto sinistro delle cose, da sè

medesimi si davano e correvano all'obbedienza.

I capi di Corsica videro il pericolo, e non se ne sgomentarono.

Per isturbare quegli acquisti a' Franzesi, adunaronsi in Rostino,

rassegnarono tutti gli uomini abili all'armi tanto delle pievi vicine

quanto di quelle prossime a Corte, e ragunatili, deliberarono di

scendere alla riconquista de' luoghi perduti. Uomini erano fortissimi

di cuore, infiammatissimi ne' desiderii; e per vieppiù accenderli,

Paoli loro parlò, conchiudendo il caldissimo discorso con queste

parole: «Di Sampiero ricordatevi, e me seguite; vittoria vi prometto,

ed avrete vittoria.»

Così detto, Paoli trasse una pistola, e, sguainata la spada, si mosse

il primo, verso la sottoposta Casinca avventandosi. Il seguitarono

avidissimi del nemico sangue, e: «Moriamo, moriamo per la Corsica

(gridavano), moriamo pel duce nostro, moriamo per la libertà.» E così

gridando e fremendo, calavano con le robuste piante da quegli aspri

gioghi.

Si fecero avanti per due strade, l'una più su per piombare sopra

Orezza, l'altra sotto, per a Sant'Antonio, onde accennare contro il

Vescovato. Mescolaronsi ferocemente Franzesi con Corsi; cedevano ora

questi ora quelli alternamente vincitori o vinti. Il fine fu che i

Corsi riacquistarono Penta superiormente, Venzolasca inferiormente.

L'acquisto della Penta diede loro più grande ardimento. Perciò, passato

il Golo, guadagnarono paese sulla sinistra del fiume, presero Murato

e ricuperarono buona parte del Nebbio superiore. Fecero in Murato

una ricca preda, togliendo a Grandmaison, posto in fuga, i bagagli,

le tende e due pezzi di cannone. Di tal maniera furono compressi i

Franzesi nel Nebbio, che già i loro nemici si approssimavano a San

Fiorenzo; tornati alla Corsica Barbaggio, Patrimonio e Furinole.

I Franzesi s'erano fatti forti a Loreto con animo di allargarsi

vieppiù. I Corsi, per turbar loro i disegni, andarono a sloggiarli, a

fine di spazzare tutta la Casinca. Per ben sette ore durò l'assalto

della terra, cui finalmente più non potendo i difensori sostenere,

perchè continuamente arrivava a Paoli nuova gente delle montagne,

cessero e fecer opera di ritirarsi, lasciando, non solamente Loreto

ma ancora Vescovato ed altri luoghi di quella provincia, per cercar

ricovero oltre il Golo contro la furia corsa, che li perseguitava.

Fuggivano i Franzesi inseguiti ed incalzati da' Corsi, i quali, siccome

abili imberciatori, ne facevano grande scempio. Molto anzi maggiore

danno avrebbero patito, se i loro persecutori, irritati contro di

que' popoli che di volontà si erano dati, non si fossero messi in sul

saccheggiare il paese, di maniera che la ruina de' Corsi che s'erano

sottomessi fu al tutto la loro salute; però lasciando in potere de'

vincitori quattro cannoni.

L'avveduto Clemente Paoli, prevedendo che i fuggitivi sarebbero

concorsi al ponte del lago Benedetto, per ivi passare il fiume,

corse avanti, e l'occupò; il che pose in quasi totale disperazione i

vinti. Arrivati al fiume, e vedutolo gonfio ed alto, si arrestarono.

Sopraggiungevano a torme i Corsi animati dal furore, dal numero, dalla

vittoria: fecero i Franzesi qualche testa, ma ormai vedevano l'ultimo

loro eccidio, se non passavano. Misersi all'acqua, le onde furiose

li trasportavano, i Corsi furibondi li saettavano con le archibugiate

giuste, molti perirono affogati, molti coi corpi trafitti dalle palle,

mescolando il loro sangue colle acque del fiume, e fiume funesto fu il

Golo pei Franzesi in quel terribile punto: seicento soli si ridussero

a salvamento sulla sinistra sponda, e drizzarono i passi verso il borgo

di Mariana.

Desideravano i Franzesi di conservare in loro potestà quel borgo come

terra che poteva facilitare di nuovo il passo del Golo, e per essere

quasi antibaluardo di Bastia. Ondechè non così tosto vi pervennero,

che si diedero a fortificarlo, cingendolo d'ogni intorno di terrapieni

e fossi, e chiamando da Bastia nuove provvisioni di artiglierie e di

munizioni così da guerra che da bocca.

Ma i Corsi quella terra ad ogni costo occupare volevano, sì perchè

credevano necessario, a maggiore fracassamento del nemico, di seguitare

l'impeto della vittoria, e sì ancora perchè la possessione di Mariana

dava loro facoltà di andar a romoreggiare sin sotto le mura di Furiani

e di far accorti i Bastiesi che ancora a loro spavento ondeggiavano in

aria le insegne del Moro.

Paoli s'infiammò, incalzò, corse; i compagni le sue pedate seguitavano

sonando. Quindi, per far maggiore l'oste sua vincitrice, comandò

a Mario Cottoni che venisse da Aleria, a Giannantonio Arrighi da

Corte, a Giulio Serpentini da terra del Comune; e in fatti giunsero

sull'imbrunire, verso notte, a Mariana, e ne occuparono le pendici

esteriori; poi fecero una circondazione, e scavarono ed ammontarono

la terra d'ogni intorno. L'assaltarono da presso, da lontano

l'assediarono; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli, Agostini da Ponente,

Gafforio, Gavini da Levante si posarono vicini alla terra e senza

tregua l'infestavano colle artiglierie. Gli altri si alloggiarono più

alla larga, per impedire le vettovaglie e gli aiuti; Clemente Paoli

alla strada che porta al Nebbio, Serpentini alla Serra, Pasqualini

presso a Luciana per guardare quelle alture, il generalissimo poi

in Luciana per essere in pronto di sopravvedere ogni cosa da quella

eminenza, e di soccorrere ove abbisognasse.

Chauvelin, avuto avviso del pericolo de' suoi che se ne stavano serrati

in Mariana, si deliberò immantinente di accorrere in aiuto, movendosi

da Bastia con tre mila uomini bene armati. Siccome poi era pratico

capitano, volendo dar favore al suo movimento anche da un'altra parte,

mandò comandando a Grandmaison che, da Oletta scendendo, venisse a

battere le strade verso Mariana, sperando per tal modo di mettere i

Corsi in mezzo. Mosse in fatti Grandmaison e affrettava verso Mariana

i passi; ma i nazionali, che avevano avuto avviso dell'intenzione e

del movimento, s'interposero di mezzo tra San Fiorenzo e il Borgo,

alloggiandosi alle strette delle alture di Rutali in così grosso

numero, che il Franzese stimò che non fosse bene di venire ad un

cimento di troppo eccessivo pericolo. Per la qual cosa, non che

tentasse di sloggiarli, se ne ritornò e rimase in Oletta, senza che

perciò Chauvelin, non ostante che perduto avesse la speranza della

sua cooperazione, volesse deporre il pensiero di dar l'assalto a chi

assaltava Mariana, credendosi da sè solo bastante a compir l'impresa, e

nel suo disegno secondato da Marbeuf, ch'era con lui.

Si aperse il dì 9 d'ottobre, che dovea vedere una grave contesa fra

due forti nazioni. Distribuite le vicende, i Franzesi andarono alla

fazione divisi in tre parti: Marbeuf assalì con un impeto incredibile

le trincee dei Corsi; il conte di Narbona si scagliò con non minor

valore contro la terra; e quelli stessi che la terra custodivano,

saltando fuori dal loro ripostiglio, urtarono dalla loro banda chi

gli assediava. In questi sanguinosi fatti e Franzesi e Corsi fecero

cose degne di guerrieri impavidi e valentissimi, bene gli uni e gli

altri sostenendo il nome che portavano, sì che l'asprissimo conflitto

durò per ben dieci ore. Marbeuf, contuttochè con tutte le forze si

travagliasse, non potè ottenere l'intento di cacciare l'inimico dalle

trincee; imperciocchè con quanto vigore urtava, con altrettanto era

riurtato, nè il corso volle cedere al valore franzese. Dal suo lato

Narbona avea giù fatto qualche progresso, perchè, assalite furiosamente

le sei case fortificate dai Corsi, tre ne avea recato in suo potere e

tempestava tuttavia contro le tre altre che restavano a superarsi. Ma

in quel fatale momento essendo stato obbligato a soprastare alquanto,

perchè gli mancavano le scuri per ispaccare ed i petardi per rompere,

si trovò esposto a così grave e fitto bersaglio, che, disperando del

fine, e ribattuto violentamente indietro da quei di dentro, lasciò

l'impresa e retrocesse verso il Marbeuf, il quale ancor esso si era

ritirato indietro dall'assalto. Quanto a quella colonna degli assediati

uscita del suo ricinto, con tanto furore e tale tempesta fu dai Corsi

investita che restò tagliata a pezzi tutta, salvo dodici o quindici,

che ebbero per bella fortuna il poter rinserrarsi nelle mura.

Ultimamente Chauvelin, veduto l'esito infelice de' suoi tentativi,

chiamò a raccolta, e viaggiando fra le tenebre della notte, in quel

mentre sopraggiunta, si ritirò al campo di Santa Maria dell'Orto ed

a Bastia. L'ebbero i nazionali seguitato, e come gli avevano ucciso

molta gente nella battaglia, così molta glie ne trafissero a morte

nella ritirata. Sommò il numero de' suoi morti intorno a cinquecento,

e in assai maggior numero furono i feriti. Lo stesso Marbeuf toccò una

ferita nella spalla, il colonnello del reggimento di Rouergue in una

gamba, il colonnello del reggimento sassone nel ventre. Gli assediati

in Mariana, ch'erano in numero più di cinquecento, perduta ogni

speranza di soccorso, si arresero, e furono condotti a Corte. A questo

modo Paoli vinse Chauvelin.

Ricevettero i Franzesi in questo fatto una gran percossa. In balìa dei

vincitori rimasero intorno a due mila archibusi, tre cannoni di bronzo,

dodici casse di polvere, diciassette mila cartocci ed altri militari

stromenti ed attrezzi.

La vittoria di Mariana diede maggior animo ai Corsi per modo che

vieppiù a loro medesimi persuasero che Paoli fosse il guerriero

nato per fondare la loro libertà. E veramente nei preparamenti e

nella condotta della battaglia il generale corso dimostrò un'arte

squisitissima; nè i suoi Corsi gli mancarono di assistenza, perchè con

un valore, anzi con una ostinazione estrema combatterono.

La stagione diveniva ormai sinistra, nè più si poteva campeggiare

all'aperto, condizione favorevole ai Corsi, contraria ai Franzesi, per

esser quelli avezzi a quel cielo e contentarsi di poco per vivere,

mentre l'insolito clima domava questi, nè potevano le provvisioni

abbondare alle squadre isolate, posciachè i Corsi, attentissimi ad

ogni mossa, velocissimi di natura e per esercizio, e conoscitori

perfettissimi d'ogni strada più nascosta, sopravvenivano agevolmente ed

improvvisamente e arraffavano le vettovaglie o le tenevano impedite.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 9 / 99 段