con tale mezzo di venire ad un aggiustamento che discreto e ragionevole
fosse. Questo era un ultimo sperimento ch'essa voleva fare, il quale,
se, secondo l'aspettazione, non succedesse, aveva in animo poi di
abbracciare un partito, per cui i Corsi, se non sarebbero più stati
di lei, di loro medesimi non sarebbero nemmeno. Amava meglio vedere la
Corsica in balia altrui, che signora di sè medesima.
A dì 7 di agosto fu sottoscritto in Compiegne tra la Francia e la
repubblica un trattato per cui si concluse che approderebbero in
Corsica sette battaglioni franzesi, e prenderebbero le stanze loro
in Bastia, Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non già verrebbero per far
guerra ai Corsi, che anzi da amici li tratterebbero, ma solamente per
difendere quelle piazze, ed impedire che di esse non s'insignorissero.
Verrebbero anche come portatori di pace, avendo il conte di Marbeuf,
che guidare li doveva, ordine di persuadere un accomodamento, e facoltà
di concluderlo. Arrivarono in fatti, e nelle destinate piazze si
posarono. Da quel momento in poi la Corsica non fu più di Genova che di
nome.
Gravissima carestia percosse in questo anno la parte meridionale
dell'Italia. Napoli si trovò più volte in necessità di combattere
sedizioni popolari dal caro del pane prodotte; Roma, più povvidente,
mandò suoi commessi in più parti, e quindi fe' sì che il popolo se non
abbondantemente, almeno sufficientemente fosse provveduto.
Anno di CRISTO MDCCLXV. Indizione XIII.
CLEMENTE XIII papa 8.
FRANCESCO I imperadore 21.
GIUSEPPE II imperadore 1.
Genova, che sola per molti anni sentiva in Italia il peso della guerra,
mentre il rimanente della penisola godeva d'una calma invidiabile,
Genova fu debitrice alla geografica sua situazione di vedersi scelta
ad accogliere nel suo seno due gran principesse, cioè la infante
Maria Luigia figliuola del re di Spagna, destinata sposa all'arciduca
Leopoldo d'Austria e l'infante Luigia di Parma, contemporaneamente
destinata al talamo del reale principe d'Austria, figlio dello stesso
re di Spagna. Ma la gioia di queste accoglienze fu presto conversa in
lutto per la morte in quel mentre accaduta in Alessandria dell'infante
don Filippo di Parma, padre dell'una e zio dell'altra delle dette
principesse, rapito dal vaiuolo nel suo quarantacinquesimo anno. A lui
succedette l'infante don Ferdinando, suo figliuolo, allora in età di
quattordici anni.
Dopo il tristo caso, la principessa spagnuola procedette ad Innspruck,
dove fu accolta dall'imperial corte, e quindi congiunta al suo sposo
colla nuzial benedizione loro impartita dal principe di Sassonia,
vescovo di Frisinga e Ratisbona. Ma anche colà la attendeva nuova
scena di dolore. In mezzo alle feste, agli spettacoli, alle luminarie,
ai plausi popolari, che per ogni canto annunziavano il giubilo comune
per sì lieto avvenimento, morte rapì nel suo cinquantesimosettimo anno
l'imperatore Francesco I. Era il 18 di agosto.
Tutti i paesi da Francesco governati piansero la sua morte, perchè
dotato di bontà, di affabilità, di clemenza, ebbe sempre in vista come
oggetto primario la felicità degli Stati suoi, la tranquillità de' suoi
popoli, la prosperità delle scienze, delle lettere, delle arti e del
traffico, ed a sua lode si disse altresì che in mezzo alle gravissime
cure dell'impero in tempi sovente turbati ed in mezzo alle politiche
agitazioni, degnossi talvolta egli stesso di occuparsi delle scienze
più utili, e particolarmente d'incoraggiare i progressi delle scienze
fisiche.
Già nel giorno 27 di marzo del precedente anno era stato eletto re dei
Romani il suo primogenito Giuseppe; questi adunque succedette al padre
nel trono germanico e negli Stati austriaci ereditarii, e nominato fu
tosto dalla madre correggente degli Stati austriaci. Di là a pochi
giorni, granduca di Toscana fu dichiarato il di lui fratello, il
quale dalla funesta Innspruck si pose, colla gran duchessa sua novella
consorte, in viaggio per Firenze, accompagnato sino a Sterginau dal
fratello, nuovo imperadore.
Così ambe le perdite sofferte dall'Italia venivano ad essere riparate;
ma Clemente XIII non trovava compenso alle sue, che specialmente
riguardavano ai Gesuiti.
Non appartiensi a questi Annali un minuto ragguaglio delle querele
e delle contestazioni che verso l'anno 1760 suscitaronsi in Francia
relativamente ai religiosi di questa compagnia. Promosse si erano varie
lagnanze contra que' regolari, che determinato avevano il parlamento
ad esaminare le loro costituzioni, non meno che i titoli del loro
stabilimento in Francia, disamina che il re stesso erasi riserbata.
Proposta s'era intanto da que' magistrati l'appellazione, detta _come
di abuso_, da molte bolle, molti brevi e molte costituzioni riguardanti
i Gesuiti, e condannati eransi ad essere abbruciati: vietato erasi
parimente all'ordine di ricevere alcun membro, ed anche di continuare
nel pubblico insegnamento. Il clero di Francia, chiamato ad esporre
il suo sentimento sull'utilità relativa di detti regolari, sul
loro insegnamento, sulla loro interna condotta, suggerito aveva di
modificare i suoi regolamenti. Il re Luigi XV, che amante mostravasi
della concordia, aveva quindi proposto un modello di riforma, che
presentato erasi al pontefice ed al generale de' Gesuiti medesimi. Ma
questi rispose che esistere doveano essi quali erano, o piuttosto non
esistere, _aut sint ut sunt, aut non sint_. Il pontefice prestossi alle
viste medesime di quel superiore; ed il re lasciò il corso libero alle
contestazioni, e cominciò egli stesso dall'ordinare che chiuse fossero
le scuole gesuitiche. Il parlamento quindi, rinnovando l'appellazione
dalle bolle, da' brevi e da qualunque regolamento concernente quella
società, vietò da prima ai Gesuiti di portare l'abito dell'ordine
e di vivere sotto l'obbedienza de' loro superiori, e poscia, nel
1764, ordinò che dentro otto giorni i Gesuiti uscissero del regno,
qualora non giurassero di rinunziare all'istituto loro. Sulla fine di
quell'anno stesso, il re, aderendo al voto di tutti i parlamenti del
regno, pronunciò l'abolizione totale de' Gesuiti in Francia.
A tal colpo Clemente XIII, che aveva a sè medesimo persuaso la
conservazione de' Gesuiti toccare la coscienza, perchè li teneva
utili alla religione ed alla Chiesa, rotto il silenzio, pubblicò, il 7
gennaio di quest'anno, la bolla _Apostolicum_, che confermava i Gesuiti
in tutti i loro privilegii, giustificandoli su tutte le accuse, e per
capacità, zelo e servigio con somme lodi innalzandoli.
Se mai altra bolla si sparse rapidamente nel mondo, questa fu presto
in mano di tutti, specialmente in Francia, dove levò altissimo
rumore. Denunziata quindi al parlamento, verso la metà di febbraio, il
parlamento stesso emanò un decreto, con cui rimase la bolla soppressa
e proibita, con espressa inibizione di accettarne per l'avvenire
verun'altra, se non fosse accompagnata del regio beneplacito. Ed
in Portogallo, fatta la bolla soggetto di molte discussioni, uscì
finalmente fuori un rescritto o decreto del re, col quale veniva
dichiarata di niun effetto rispetto a' suoi dominii e regni,
proibendone qualunque esemplare non solo riguardo al non poterne fare
uso alcuno, ma ordinando eziandio che tutte le copie si dovessero
consegnare al così detto tribunale dell'inconfidenza. Dichiarò inoltre
il re eguale intenzione e volontà riguardo a tutti gli altri brevi
e scritture della medesima natura che non avessero ottenuto prima la
reale approvazione; ordine sovrano che fu registrato in forma di legge
nella segreteria, indi pubblicato nella gran cancelleria della corte e
del regno.
In Corsica, Marbeuf cominciò ad usare il ministero di pace, promettendo
da parte del re Luigi fermezza e sicurtà ai patti di concordia
che con Genova fossero stipulati. Varii negoziati s'intavolarono
tanto in Corsica con Paoli e col colonnello Buttafuoco da parte del
Marbeuf, e dal conte della Tour du Pin, che per la Francia e per
Genova trattavano, quanto a Versaglies, dove per questo fine della
Tour du Pin e Buttafuoco si condussero. L'affare si maneggiò, come
già altre volte, senza effetto, perchè si diede in quel perpetuo
intoppo, che i Corsi volevano la loro independenza, e Genova non la
voleva consentire. In fatti gl'isolani domandavano lo Stato libero e
sovrano, e la possessione di tutte le piazze, che i Genovesi ancora
tenevano. Chiedevano inoltre che la Capraia e Bonifazio fossero loro
dati in feudo, obbligandosi di pagare a Genova, per ricognizione della
feudalità, un tributo annuale di quaranta mila lire, che era quanto i
Genovesi, siccome essi stessi affermavano, ricavavano ogni anno dalla
Corsica. Per maggior dimostrazione della dipendenza feudataria di que'
due luoghi, i Corsi offerivano di mandare ogni dieci anni uno de' loro
primarii personaggi a chiedere l'investitura. Promettevano altresì di
consentire ai Genovesi il libero commercio e senza pagamento di dazii
in tutte le terre e mari di Corsica.
Anno di CRISTO MDCCLXVI. Indiz. XIV.
CLEMENTE XIII papa 9.
GIUSEPPE II imperadore 2.
L'Italia, fatta dalla natura delizia dell'Europa, godea pur essa delle
delizie della pace, nè il rimbombo de' suoi bronzi guerrieri interruppe
in quest'anno i giulivi spettacoli che ne contrassegnarono quasi tutti
i giorni, se non fosse in sul mare presso le lontane coste dell'antica
Libia.
In questo silenzio di avvenimenti maggiori, crediamo di dover
consegnare in queste carte la memoria delle circostanze che
accompagnavano il pagamento dell'annuo tributo solito a contribuirsi
alla santa Sede dai sovrani delle Due Sicilie, e consistente in un
cavallo bardato, detto chinea, ed in sette mila ducati del regno.
Ogni anno, la vigilia de' Santi Apostoli, portavasi il ministro
plenipotenziario del re al portico della basilica vaticana, e
colà, presentando al pontefice la chinea, e pagando il denaro al
tesoriere della camera apostolica, proferiva in latino una formola
già stabilita, e che in lingua italiana così sonava: «N. (il nome
del re), mio clementissimo signore, manda a vostra santità questo
cavallo decentemente ornato, ch'io presento in nome di lui, e sette
mila ducati, per solito tributo del regno di Napoli, pregando Dio
Ottimo Massimo che vostra santità possa per molti anni riceverlo pel
bene e vantaggio della cristianità e per l'accrescimento della santa
nostra cattolica fede. Sono questi i voti di sua maestà ed i miei
proprii umili e ferventissimi.» Al che il papa rispondeva: «Riceviamo e
volontieri accettiamo questo censo dovuto a noi ed alla Sede apostolica
pel diretto dominio del nostro regno delle Due Sicilie di qua e di là
del Faro. Al nostro carissimo figlio nel Signore N. preghiamo da Dio
salute, ed a lui, ai popoli e vassalli diamo l'apostolica benedizione,
in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.»
La Toscana, che per quasi trenta anni era stata governata da un privato
delegatovi dal granduca Francesco, che faceva la sua residenza a
Vienna come imperator di Germania, prestò questo anno, nel dì ultimo
di marzo, con vera espansione d'animo, il giuramento di fedeltà ad
un sovrano proprio, all'arciduca Leopoldo, di cui presagiva il beato
reggimento. Ed in fatti il novello granduca tutte volse le sue cure a
render florido il proprio Stato, e fin da questi primordii die' opera
al miglioramento delle maremme di Siena, a quello della moneta, a
far prosperare la marineria, a sistemare le regole della giustizia. A
Livorno, dove fu splendidamente e giulivamente accolto, visitò tutto,
animò tutto, e pose la prima pietra alla fabbrica d'un gran quartiere
per la marineria. Finalmente fece aprire una strada che da Pistoia
arrivasse sino a' confini del Modonese, strada tante volte indarno
disegnata e che tornava a reciproco vantaggio degli abitanti de' due
Stati.
Nè men sollecito del nuovo sovrano di Toscana nel promuovere la
circolazione e libertà del commercio fu il giovinetto monarca delle
Due Sicilie. L'audacia dei corsari barbareschi infestava continuamente
le spiaggie della Calabria e delta Sicilia, non che il rimanente
dell'Italia. Per porre una volta freno alla loro insolenza, e
provvedere ad un tempo e tutelare la tranquillità del commercio, stimò
il re opportuno di conchiudere sull'importante oggetto un trattato con
la Francia, e fare che intanto rimanessero interrotte e sospese ne'
porti di quel regno le visite de' bastimenti napoletani e siciliani,
e lo stesso si osservasse nei porti delle Due Sicilie riguardo alle
navi franzesi. E scopo essendo della negoziazione il francare ed
assicurare il commercio in quelle parti principalmente dove sarebbe
stato più esposto agl'insulti dei Barbareschi, così, attendendo
che si concludesse, fece il re di Napoli gettare in acqua sei nuovi
sciabecchi, due galere e quattro galeotte, affinchè, mettendosi a
corseggiare, coprissero, e difendessero le costiere dei proprii Stati,
ed inseguissero i legni dei pirati, ordinando nel tempo stesso che nel
porto di Napoli stessero sempre parate una galera ed una galeotta,
quella a difesa del porto stesso, questa per recarsi ovunque la
chiamasse il bisogno.
Già la Francia aveva anch'essa nel Mediterraneo una squadra di vascelli
comandati dal principe Beauffremont. Con questa fece egli una visita
alle piazze di Barbaria, e prima a quella d'Algeri, che da alquanti
mesi avea perduto il vecchio suo beì, ed il cui successore, Mahomet
Effendi, ostinatissimamente ricusava qualsiasi componimento colla
Spagna e coi Napoletani. Ma ben lo persuase la comparsa della squadra
franzese, come si persuasero ancora gli altri beì di Tunisi e di
Tripoli; a tal che il principe Beauffremont ottenne quanto desiderava
ed avuta promessa solenne che sarebbero rispettati i legni delle due
nazioni, oltre a quelli che spiegavano bandiera franzese, se ne tornò a
Tolone, lieto della sua corsa e della felice riuscita.
Dopo la vista della squadra franzese, il beì di Tripoli n'ebbe
un'altra per parte de' Veneziani. Erano seguiti a danno di varii legni
mercantili di questa repubblica gravi e frequenti insulti in onta alla
fede dei trattati da circa due anni fermati tra la repubblica stessa
e le reggenze africane. Ora, risoluto il senato a non più sofferirne
la mala fede, ed a trarne solenne vendetta, fu messa alla vela una
squadra sotto gli ordini del cavaliere Giacomo Nani, il quale, non
sì tosto schierò nel porto di Tripoli le sue navi e fece sonare i
cannoni, vide a bordo della propria nave il beì, presto a dargli tutte
le convenevoli soddisfazioni ed a pattuirvi quelle condizioni che
fossero state di aggradimento del veneziano senato. Furono dunque dalla
reggenza sborsate rilevanti somme per salvarsi dal giusto risentimento
della repubblica, e, restituiti tutti i bastimenti stati predati, volle
in oltre il beì che fossero severamente gastigati i rais o capitani
che aveano insultata la bandiera di Venezia; e se non era il console
della repubblica che caldamente s'interpose per mitigare l'asprezza
ed il rigore dei minacciati gastighi, avrebbero avuta mozza la testa.
Fra' patti convenuti fu principalmente questo: che i limiti oltre i
quali passare non potessero i legni corsari si dovessero estendere
per l'avvenire dal capo di Santa Maria sino a quello della Sapienza;
dal che ne derivò un doppio vantaggio, perchè, rimovendosi dalle foci
dell'Adriatico le corse di que' Barbari, rimanevano nel tempo stesso
difese le coste del regno di Napoli, e meglio protetto il commercio
delle altre nazioni.
Anno di CRISTO MDCCLXVII. Indiz. XV.
CLEMENTE XIII papa 10.
GIUSEPPE II imperadore 3.
Essendosi rotte le pratiche a ragione di quello scoglio insuperabile
dell'indipendenza, i Corsi, condotti da Achille Murati, fecero una
fazione improvvisa sopra l'isola Capraia, antico membro del loro regno,
e se ne impadronirono, successo, che siccome molto afflisse i Genovesi,
così diede non poca allegrezza ai Corsi, che concepirono migliore
speranza, e più sicuramente augurarono dello stabilimento della loro
libertà.
L'incomoda ed oggimai troppo lunga tenzone ora pende al suo fine.
Era manifesto ad ognuno che Genova si trovava inabile a ritornare i
suoi antichi sudditi all'obbedienza. Quarant'anni di sforzi inutili,
oltre le antiche perturbazioni, che tanto travaglio le avevano dato,
bene dimostravano che la ribellante isola ero per lei perduta. Non
erano valse le tregue, non le paci, non le armi; Genovesi e Corsi
non potevano vivere insieme se non come esteri gli uni verso gli
altri e non più come nel medesimo ordine misti ed associati. Il valor
guerriero dei Corsi, il valore e la prudenza di Paoli si dimostravano
insuperabili ed invincibili dalla potenza genovese. E in ciò recava
eziandio un gran momento l'avere Paoli riunito in concordia tanti
animi discordi, cosa che sin allora non si era veduta. Oltre a questo,
quell'uomo aveva saputo ordinare una libertà più ancora fondata sulle
leggi che sulle forti inclinazioni d'una gente rozza e quasi ancora
selvaggia; e colla libertà introduceva la civiltà. Le quali cose tutte,
mentre somministravano più efficaci mezzi di resistenza, rendevano agli
uomini più cara la causa corsa. Il secolo stesso la favoriva, e Genova
vinta diveniva anche odiosa. Già i popoli cominciavano a maravigliarsi
che quella Genova stessa che nel 1746 con sì generoso e forte animo
si era rivendicata in libertà, ora tanto odio esercitasse contro una
nazione del pari forte e generosa, ed ostinatissimamente affettasse
l'assoluto dominio. L'opinione dava favore alla Corsica; ciò non era
nascosto a coloro che reggevano la repubblica, e già entravano nei
supremi magistrati nuovi pensieri.
Col medesimo passo nascevano le voglie forestiere. Vi era chi
voltava a suo profitto I'impotenza di Genova. La Corsica, piena
di abitatori forti e guerrieri, situata in opportuno luogo tra la
Francia e l'Italia, copiosa di generi preziosi, felice per foreste
stupende, sicura per porti spaziosi e comodi, molto piaceva a chi
coll'Inghilterra gareggiava di possanza marittima nel Mediterraneo.
Vecchio pensiero era questo: i soldati a parecchie fiate mandati
nell'isola, tante diligenze, tanti amorevoli consigli, il tante volte
interporsi a dolcezza tra i Corsi vinti e gli sdegnati signori, ciò
era per allettare i popoli, per assuefarli ai volti, alla favella,
all'imperio di Francia. Brevemente, la Francia agognava la Corsica.
Ciò non ostante, pareva poco generoso procedere il divenire da
ausiliario padrone, ma confidava nella necessità, che avrebbe sforzato
i Genovesi ad offerirsi. E un accidente impensato, mettendoli in
maggiore travaglio ed in qualche disgusto colla Francia, fece piegare
il contrasto a quel segno dov'ella mirava. Il re di Spagna aveva in
aprile di quest'anno espulsi i gesuiti da' suoi regni: e il papa, a
cui parevano in troppo grande numero, perciocchè sommavano a parecchie
migliaia, non avea permesso che si ricovrassero nello Stato pontificio.
La Spagna ricercò ed ottenne da Genova che avessero ricetto in Corsica,
e quivi furono destinate per loro seggio le piazze dove i Franzesi
tenevano presidii.
I Genovesi, in ciò compiacendo alla Spagna, avevano dispiaciuto alla
Francia, che anch'essa aveva pochi anni innanzi espulsi gl'Ignaziani
da' suoi dominii, sì che poco mancò che per questa cagione non si
partisse dall'amicizia di Genova. Con acerbissime parole se ne lagnò
col senato, protestando che ne avrebbe fatto giusti risentimenti; ed
in fatti il re mandò ordine a Marbeuf che tosto sgombrasse dalle piazze
dove entrati fossero i Gesuiti.
Non così tosto vide Marbeuf a comparire in Algaiola, Calvi ed Aiaccio
gli ospiti che la Spagna espelleva, che, uniformandosi alla volontà
del re, le lasciò, ritirando i passi verso Bastia e San Fiorenzo.
Subitamente Algaiola venne in potere dei nazionali; per poco anzi
stette che Calvi non vi venisse, come vennevi la città di Aiaccio, e la
cittadella stessa, la quale, battuta aspramente dai Corsi e ridotta in
grandissima necessità di viveri, già stava in sul punto di darsi. Così
i Genovesi, per aver dato ricovero agli esuli di Spagna, sdegnarono
la Francia, e perdettero parecchi forti ed importanti luoghi; chè i
soldati franzesi cessero il luogo ai monaci spagnuoli. Esuli erano
questi religiosi, e per tale titolo meritavano che alcuno cura ne
prendesse; ma quivi portavano un fatale pregiudizio. Veramente i Corsi
se ne prevalevano, nè mai furono così vicini al conseguimento totale
dei loro pensieri e di arrivare a quella franchigia che, fin allora
stata sanguinosa e torbida, speravano finalmente di vedere felice,
lieta e sicura.
Mentre la fortezza di Aiaccio stava in grave pericolo, e nelle altre
terre ancor tenute da' Genovesi si trepidava, pervenne avviso che tra
Marbeuf e Paoli era stata conchiusa una sospensione di offese da durare
insino a che, compiti i quattro anni di soggiorno stati stipulati, i
Franzesi dovessero fare la loro partenza dall'isola, il qual termine
era di pochi mesi lontano. La Francia minacciosamente affermava di non
voler acconsentire ad alcuna prolungazione: assai, diceva, essersi
travagliata per quella disordinata Corsica; facessero i Genovesi da
sè, e come potevano e come l'intendevano colle loro proprie forze
terminassero l'antica lite.
I Gesuiti intanto instavano perchè fosse loro permesso d'introdursi
nell'interno del regno per fabbricarvi a loro spese chiese e collegi
e adoperarsi allo ammaestramento della gioventù. Paoli ed il supremo
consiglio inclinavano a contentarli; ma i professori dell'università
con molta costanza si opposero, onde furono loro proibite non solamente
le fabbriche, ma ancora l'internarsi nella isola senza un passaporto di
Paoli.
Se non che, acconciatesi frattanto le cose tra Spagna e Roma, i Gesuiti
tornarono nello Stato pontificio, dove ebbero pur ricetto quelli del
regno delle Due Sicilie e dell'isola di Malta, in questo medesimo anno
espulsi, quivi alimentati della pensione dai rispettivi sovrani loro
assicurata.
Anno di CRISTO MDCCLXVIII. Indizione I.
CLEMENTE XIII papa 11.
GIUSEPPE II imperadore 4.
Genova si accorse finalmente che bisognava veder la fine di un tormento
che la teneva impedita e dolorosa già quasi da un mezzo secolo:
soggiogare quei forti e pertinaci isolani da sè non poteva, e colla
Francia più non lo sperava. Il mondo aspettava di vedere un'Olanda nel
mezzo del Mediterraneo; sorse in quella vece una nuova provincia di
Francia.
Ai 15 di maggio, dopo di essersi agitate molte pratiche, si fermò
finalmente a Versaglies tra la Francia e Genova un accordo appartato
da' Corsi, per cui si stipulò che la repubblica cedeva alla Francia
il regno di Corsica comprese le fortezze, le artiglierie ed ogni
attrezzo militare, con patto però che per le artiglierie e gli
attrezzi militari, secondo la stima che se ne farebbe dai periti, il re
corrispondesse in denaro l'equivalenza;
Che la sovranità del regno apparterrebbe sempre alla repubblica;
Che agli antichi proprietarii, mostratene le identità, si restituissero
tutti i beni confiscati;
Che i Corsi fossero veri sudditi della Francia tutto il tempo che
l'isola possederebbe;
Che la Francia fosse obbligata a mantenere in Corsica sedici
battaglioni;
Che guarentirebbe la repubblica dai corsari turchi e corsi, acciocchè
la bandiera genovese potesse liberamente trafficare ne' suoi mari.
Che il re desse libero possesso della Capraia a Genova.
Si sparse prima un certo rumore; poi si ebbe certo avviso del trattato.
Quindi si udirono novelle che nei porti della Provenza si allestiva
un armamento per portare i nuovi battaglioni nell'isola, cui doveva
condurre e governare il marchese di Chauvelin, tenente generale.
Arrivarono finalmente avvisi, siccome già nel porto d'Aiaccio erano
sbarcati due battaglioni del reggimento di Bretagna.