di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI,
avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno
i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare
perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che
richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e
rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente
deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica,
essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio
senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta
e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta
importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che
di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero
confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi
compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della
delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che
ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.
Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamente
procedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni,
Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse,
fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi,
presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi
decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa
che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo
arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e
finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato
o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine,
provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si
attentasse di fare.
Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il
commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa
perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni
genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla
torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran
numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad
una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini
d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità
che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati
dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due
rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di
gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole,
alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè
persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico
esperta.
Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per
cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria,
Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero
tutti i proventi e le rendite che spettavano alle mense vescovili
delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non
residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non
si possedessero in effetto.
Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito
col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica,
con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi
nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi
sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà
di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi
delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di
chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si
depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua
volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.
Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova.
Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato
portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo
della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del
vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità
del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò
e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle
fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita
nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa
di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.
Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il
visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale
per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito,
invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e
dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova,
avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente
risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere;
sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di
Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello
di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi
opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia,
la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che
il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti
della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi;
onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che
il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da
darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza
aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto
vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il
potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi
si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva
animo ed in Europa favore e riputazione.
Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla
repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme
politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il
console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che
la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli
nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe;
che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per
conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto
ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un
accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e
da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando
alla sua nunziatura di Spagna, il preteso visitatore era partito
di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per
condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova,
aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.
Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece
risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio
di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per
un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal
memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere,
rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima
da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla
Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico.
Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un
contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica
verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non
dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e
dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo,
cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo
sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti,
dichiarando a voi la nostra considerazione.»
Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha
quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.
La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a
badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per
adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a
quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare
per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la
Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.
Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella
velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole
della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando
l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla
Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione
dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le
due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima
di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.
Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della
repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita
una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i
popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre
sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col
supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono
tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo
lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la
repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità
i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere,
di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto
ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la
discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu
potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.
Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi
presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli
attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di
maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime
prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per
forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di
farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, a cui da Genova e
da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà
le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che
l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella
sommossa isola il suo imperio.
Anno di CRISTO MDCCLXI. Indizione IX.
CLEMENTE XIII papa 4.
FRANCESCO I imperadore 17.
Insorta nel cadere dell'anno scorso nuova differenza tra la corte
di Roma e quella del Portogallo, per certi riguardi che il nunzio
pontifizio intendeva gli dovessero essere usati e usati non gli furono,
in occasione del matrimonio tra l'infante Don Pietro, fratello del re,
e la principessa del Brasile, figlia dello stesso sovrano, differenza
portata tanto innanzi che il nunzio stesso fu cacciato da Lisbona, ed
il ministro portoghese, commendatore d'Almada, abbandonò Roma senza
prendere congedo; pareva che tra per questo, e per l'espulsione de'
gesuiti da tutti i dominii portoghesi, fosse la discordia per terminare
con un'intera rottura. Ma la corte di Lisbona conservava sempre una
tenera e rispettosa osservanza verso il successore del principe degli
apostoli, e la prima occasione che se ne offerse, fu avidamente accolta
per darne solenne dimostrazione.
Nato dal connubio di sopra accennato un successore alla corona del
Portogallo, il re, trasportato dalla gioia pel felice avvenimento,
scrisse di proprio pugno una lettera particolare al sommo pontefice
Clemente XIII, nella quale pregava Sua Santità di voler dare al neonato
la santa sua benedizione, affinchè, crescendo in virtù, si mostrasse
poi degno figlio della Chiesa, ed imitasse lo zelo dei progenitori
nel promuovere mai sempre l'ingrandimento della fede e della
religione cattolica romana. Riuscì gratissimo al papa cotale uffizio.
Rispose adunque ne' termini più obbliganti ed affettuosi, come potea
promettersi da chi sospirava il momento di una piena riconciliazione.
Ma le speranze per questa così concepite, svanirono senza frutto, e le
cose rimasero nello stato di prima.
Anno di CRISTO MDCCLXII. Indizione X.
CLEMENTE XIII papa 5.
FRANCESCO I imperadore 18.
Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro
sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della
Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della
dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per
pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di
tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi
sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova
con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come
prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con
dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava
dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando
alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene,
avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e
tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto
d'importanza.
Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e
governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di
dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza
con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di
vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione
di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà
onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano
quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezione
alcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica
loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per
l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della
repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità
col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto
valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora
a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia
civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere
invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che
tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era
questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia
loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai
beni dei Corsi.
Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica
si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed
affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare
quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente
rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla
concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione
volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse,
cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente
abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire
ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche
Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar
sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma
egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come
fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.
Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco
Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione
di Marco Foscarini. Eccellente natura, studii profondi, assidue
meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla
gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre,
seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica,
e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra'
più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente
poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta
giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza
nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la
vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in
lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora
l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma,
dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia
savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima
di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo
attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.
Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii
una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di
lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col
non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il
supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione
d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale
comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori,
fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e
modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci;
ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra
i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che
fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni
del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'alta
quistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto
e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente
nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava
all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione
della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno
accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là
dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o
cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che
ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate
già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per
aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio;
ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser
debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se
deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la
nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso
di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove
le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè
le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre,
e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo
nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso
slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità
degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo,
l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di
Venezia.
Anno di CRISTO MDCCLXIII. Indizione XI.
CLEMENTE XIII papa 6.
FRANCESCO I imperadore 19.
Nella scarsezza di materia che all'annalista offre il presente anno,
sarà da riferirsi la transazione seguita tra i re di Francia e di
Spagna e quello di Sardegna, perchè questo fosse compensato del non
asseguito regresso nel ducato di Piacenza.
Il quarto articolo preliminare del trattato d'Aquisgrana portava che
gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla fossero ceduti, come in fatti
furono, all'infante don Filippo, riservato però il diritto di regresso
agli attuali possessori, che in quel tempo erano l'imperadrice regina
degli Stati di Parma e Guastalla, ed il re di Sardegna per quello di
Piacenza; titolo di reversione principalmente fissato pel caso in cui
l'infante don Filippo fosse passato al trono di Napoli, o morto fosse
senza successione mascolina. Verificatosi il primo caso, per essere
il re di Napoli passato alla corona di Spagna, e quindi don Filippo a
quella delle Due Sicilie, il re sardo a questo si rivolse, per ottenere
ciò che considerava come suo. Don Filippo diresse cotali istanze prima
al fratello suo, re di Spagna, indi al re di Francia suo suocero;
e quest'ultimo, per distornare i torbidi che potessero insorgere,
scrisse di suo pugno al re di Sardegna, che se non si fosse trovato in
possesso della città di Piacenza e del suo territorio sino alla Nura
nella maniera divisata nel trattato d'Aquisgrana, avrebbe ottenuto un
equivalente.
Tale impegno fu dal re di Francia partecipato alla corte di Spagna
per concertare d'accordo le misure capaci di conservare all'infante
don Filippo tutti i suoi Stati e render paghe le giuste domande del
re sardo; ma possibil non essendo trovare un territorio che a questo
ultimo servisse di compenso senza pregiudizio d'altre potenze, si
obbligavano i re di Francia e di Spagna di far godere al re di Sardegna
quella stessa rendita annuale, di cui goduto avrebbe se fosse stato
attual possessore della città e del territorio di Piacenza. La rendita
netta fu per tanto di comune consenso ridotta a trecento ventotto mila
lire di Francia, ed il capitale relativo, in somma di otto milioni
duecento mila lire della stessa moneta, venne assentato sul palazzo
della città di Torino al quattro per cento. E volendo finalmente
il re Cristianissimo risarcire il re di Sardegna della privazione
delle rendite di quella parte del Piacentino che giace di qua della
Nura, dalla morte del re di Spagna Ferdinando VI sino ai 10 di marzo
del presente anno, si obbligò di far pagare al re sardo altre cento
settantantasei mila trecento trentatrè lire nello spazio di due anni;
così rimanendo definitivamente composta l'insorta vertenza.
Dopo la breve ducea di dieci mesi terminò di vivere a Venezia Marco
Foscarini; e di lì a pochi giorni gli fu dato a successore Alvise
Mocenigo, personaggio di somma dignità e prudenza, stato ambasciatore
a Parigi, a Roma ed a Napoli, intimo amico del cardinale Fleury, e
carissimo a Benedetto XIV.
Anno di CRISTO MDCCLXIV. Indiz. XII.
CLEMENTE XIII papa 7.
FRANCESCO I imperadore 20.
Continuavano sempre a travagliarsi in Corsica le cose a piccole
fazioni. In quasi tutte le parti dell'isola si guerreggiava, ma
principalmente in Furiani, assaltato da Matra e validamente difeso
da' Paolisti. Finalmente Matra, conoscendo di non potere far frutto,
tornò a Genova col commissario Sauli, che aveva ceduto il luogo al
vicereggente Speroni.
La repubblica ormai disperava della sottomessione de' Corsi. Nè le
forze, nè le lusinghe, nè i maneggi erano valsi. Paoli sormontava
d'ardire e di potenza, e quello che Genova non aveva potuto ottenere
su' principii del prode e provvido tenente corso, da Napoli venuto
con non altro che col suo nome e coll'ardente desiderio di servire la
patria, assai meno poteva sperar di conseguire presentemente che il
capitano generale dei sollevati aveva assuefatto al suo freno i suoi
paesani insofferenti di ogni altro, che aveva dato tante prove di
perizia di guerra e di prudenza di Stato, e che già per parecchi anni
aveva resistito contro le insidie de' partigiani e contro le forze
dell'antica signoria. Alla sua voce, la Corsica quasi tutta concorde
ed unanime si muoveva, e le armi minacciosa e fiera contro Genova
brandiva: di bocche da fuoco, di ferree punte erano tutti quei lidi
orridi ed ispidi.