Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori

di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI,

avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno

i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare

perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che

richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e

rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente

deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica,

essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio

senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta

e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta

importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che

di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero

confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi

compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della

delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che

ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.

Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamente

procedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni,

Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse,

fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi,

presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi

decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa

che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo

arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e

finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato

o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine,

provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si

attentasse di fare.

Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il

commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa

perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni

genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla

torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran

numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad

una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini

d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità

che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati

dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due

rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di

gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole,

alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè

persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico

esperta.

Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per

cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria,

Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero

tutti i proventi e le rendite che spettavano alle mense vescovili

delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non

residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non

si possedessero in effetto.

Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito

col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica,

con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi

nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi

sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà

di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi

delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di

chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si

depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua

volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.

Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova.

Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato

portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo

della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del

vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità

del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò

e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle

fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita

nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa

di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.

Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il

visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale

per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito,

invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e

dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova,

avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente

risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere;

sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di

Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello

di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi

opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia,

la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che

il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti

della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi;

onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che

il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da

darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza

aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto

vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il

potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi

si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva

animo ed in Europa favore e riputazione.

Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla

repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme

politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il

console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che

la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli

nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe;

che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per

conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto

ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un

accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e

da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando

alla sua nunziatura di Spagna, il preteso visitatore era partito

di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per

condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova,

aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.

Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece

risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio

di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per

un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal

memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere,

rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima

da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla

Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico.

Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un

contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica

verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non

dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e

dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo,

cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo

sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti,

dichiarando a voi la nostra considerazione.»

Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha

quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.

La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a

badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per

adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a

quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare

per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la

Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.

Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella

velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole

della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando

l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla

Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione

dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le

due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima

di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.

Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della

repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita

una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i

popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre

sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col

supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono

tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo

lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la

repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità

i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere,

di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto

ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la

discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu

potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.

Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi

presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli

attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di

maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime

prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per

forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di

farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, a cui da Genova e

da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà

le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che

l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella

sommossa isola il suo imperio.

Anno di CRISTO MDCCLXI. Indizione IX.

CLEMENTE XIII papa 4.

FRANCESCO I imperadore 17.

Insorta nel cadere dell'anno scorso nuova differenza tra la corte

di Roma e quella del Portogallo, per certi riguardi che il nunzio

pontifizio intendeva gli dovessero essere usati e usati non gli furono,

in occasione del matrimonio tra l'infante Don Pietro, fratello del re,

e la principessa del Brasile, figlia dello stesso sovrano, differenza

portata tanto innanzi che il nunzio stesso fu cacciato da Lisbona, ed

il ministro portoghese, commendatore d'Almada, abbandonò Roma senza

prendere congedo; pareva che tra per questo, e per l'espulsione de'

gesuiti da tutti i dominii portoghesi, fosse la discordia per terminare

con un'intera rottura. Ma la corte di Lisbona conservava sempre una

tenera e rispettosa osservanza verso il successore del principe degli

apostoli, e la prima occasione che se ne offerse, fu avidamente accolta

per darne solenne dimostrazione.

Nato dal connubio di sopra accennato un successore alla corona del

Portogallo, il re, trasportato dalla gioia pel felice avvenimento,

scrisse di proprio pugno una lettera particolare al sommo pontefice

Clemente XIII, nella quale pregava Sua Santità di voler dare al neonato

la santa sua benedizione, affinchè, crescendo in virtù, si mostrasse

poi degno figlio della Chiesa, ed imitasse lo zelo dei progenitori

nel promuovere mai sempre l'ingrandimento della fede e della

religione cattolica romana. Riuscì gratissimo al papa cotale uffizio.

Rispose adunque ne' termini più obbliganti ed affettuosi, come potea

promettersi da chi sospirava il momento di una piena riconciliazione.

Ma le speranze per questa così concepite, svanirono senza frutto, e le

cose rimasero nello stato di prima.

Anno di CRISTO MDCCLXII. Indizione X.

CLEMENTE XIII papa 5.

FRANCESCO I imperadore 18.

Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro

sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della

Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della

dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per

pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di

tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi

sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova

con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come

prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con

dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava

dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando

alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene,

avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e

tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto

d'importanza.

Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e

governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di

dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza

con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di

vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione

di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà

onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano

quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezione

alcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica

loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per

l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della

repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità

col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto

valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora

a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia

civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere

invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che

tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era

questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia

loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai

beni dei Corsi.

Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica

si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed

affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare

quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente

rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla

concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione

volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse,

cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente

abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire

ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche

Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar

sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma

egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come

fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.

Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco

Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione

di Marco Foscarini. Eccellente natura, studii profondi, assidue

meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla

gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre,

seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica,

e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra'

più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente

poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta

giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza

nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la

vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in

lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora

l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma,

dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia

savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima

di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo

attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.

Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii

una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di

lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col

non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il

supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione

d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale

comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori,

fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e

modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci;

ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra

i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che

fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni

del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'alta

quistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto

e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente

nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava

all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione

della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno

accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là

dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o

cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che

ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate

già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per

aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio;

ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser

debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se

deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la

nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso

di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove

le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè

le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre,

e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo

nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso

slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità

degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo,

l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di

Venezia.

Anno di CRISTO MDCCLXIII. Indizione XI.

CLEMENTE XIII papa 6.

FRANCESCO I imperadore 19.

Nella scarsezza di materia che all'annalista offre il presente anno,

sarà da riferirsi la transazione seguita tra i re di Francia e di

Spagna e quello di Sardegna, perchè questo fosse compensato del non

asseguito regresso nel ducato di Piacenza.

Il quarto articolo preliminare del trattato d'Aquisgrana portava che

gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla fossero ceduti, come in fatti

furono, all'infante don Filippo, riservato però il diritto di regresso

agli attuali possessori, che in quel tempo erano l'imperadrice regina

degli Stati di Parma e Guastalla, ed il re di Sardegna per quello di

Piacenza; titolo di reversione principalmente fissato pel caso in cui

l'infante don Filippo fosse passato al trono di Napoli, o morto fosse

senza successione mascolina. Verificatosi il primo caso, per essere

il re di Napoli passato alla corona di Spagna, e quindi don Filippo a

quella delle Due Sicilie, il re sardo a questo si rivolse, per ottenere

ciò che considerava come suo. Don Filippo diresse cotali istanze prima

al fratello suo, re di Spagna, indi al re di Francia suo suocero;

e quest'ultimo, per distornare i torbidi che potessero insorgere,

scrisse di suo pugno al re di Sardegna, che se non si fosse trovato in

possesso della città di Piacenza e del suo territorio sino alla Nura

nella maniera divisata nel trattato d'Aquisgrana, avrebbe ottenuto un

equivalente.

Tale impegno fu dal re di Francia partecipato alla corte di Spagna

per concertare d'accordo le misure capaci di conservare all'infante

don Filippo tutti i suoi Stati e render paghe le giuste domande del

re sardo; ma possibil non essendo trovare un territorio che a questo

ultimo servisse di compenso senza pregiudizio d'altre potenze, si

obbligavano i re di Francia e di Spagna di far godere al re di Sardegna

quella stessa rendita annuale, di cui goduto avrebbe se fosse stato

attual possessore della città e del territorio di Piacenza. La rendita

netta fu per tanto di comune consenso ridotta a trecento ventotto mila

lire di Francia, ed il capitale relativo, in somma di otto milioni

duecento mila lire della stessa moneta, venne assentato sul palazzo

della città di Torino al quattro per cento. E volendo finalmente

il re Cristianissimo risarcire il re di Sardegna della privazione

delle rendite di quella parte del Piacentino che giace di qua della

Nura, dalla morte del re di Spagna Ferdinando VI sino ai 10 di marzo

del presente anno, si obbligò di far pagare al re sardo altre cento

settantantasei mila trecento trentatrè lire nello spazio di due anni;

così rimanendo definitivamente composta l'insorta vertenza.

Dopo la breve ducea di dieci mesi terminò di vivere a Venezia Marco

Foscarini; e di lì a pochi giorni gli fu dato a successore Alvise

Mocenigo, personaggio di somma dignità e prudenza, stato ambasciatore

a Parigi, a Roma ed a Napoli, intimo amico del cardinale Fleury, e

carissimo a Benedetto XIV.

Anno di CRISTO MDCCLXIV. Indiz. XII.

CLEMENTE XIII papa 7.

FRANCESCO I imperadore 20.

Continuavano sempre a travagliarsi in Corsica le cose a piccole

fazioni. In quasi tutte le parti dell'isola si guerreggiava, ma

principalmente in Furiani, assaltato da Matra e validamente difeso

da' Paolisti. Finalmente Matra, conoscendo di non potere far frutto,

tornò a Genova col commissario Sauli, che aveva ceduto il luogo al

vicereggente Speroni.

La repubblica ormai disperava della sottomessione de' Corsi. Nè le

forze, nè le lusinghe, nè i maneggi erano valsi. Paoli sormontava

d'ardire e di potenza, e quello che Genova non aveva potuto ottenere

su' principii del prode e provvido tenente corso, da Napoli venuto

con non altro che col suo nome e coll'ardente desiderio di servire la

patria, assai meno poteva sperar di conseguire presentemente che il

capitano generale dei sollevati aveva assuefatto al suo freno i suoi

paesani insofferenti di ogni altro, che aveva dato tante prove di

perizia di guerra e di prudenza di Stato, e che già per parecchi anni

aveva resistito contro le insidie de' partigiani e contro le forze

dell'antica signoria. Alla sua voce, la Corsica quasi tutta concorde

ed unanime si muoveva, e le armi minacciosa e fiera contro Genova

brandiva: di bocche da fuoco, di ferree punte erano tutti quei lidi

orridi ed ispidi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 7 / 99 段