Molto opportunamente il fervore degli spiriti suppliva alle esigenze

dello Stato. In paese per sè non ricco, e fatto povero dai tumulti

e dalla guerra, le rendite pubbliche erano di poca importanza. Tutte

le gravezze insieme fra tasse e dazii non gettavano un mezzo milione

di lire. Le donne di Corsica somigliavano gli uomini; oltre la dura e

faticosa vita, a cui erano da mariti astrette, la patria amavano; gli

ornamenti loro, i figliuoli; i lor passatempi, le fatiche.

Nel rimanente d'Italia tutto in questo anno fu pace; ma se la guerra

non ne devastò le belle provincie, non andò per altro esente da

altre disgrazie e calamità, che appunto in questi giorni funestarono

una gran parte della superficie del globo. Senza dire di quelle due

bocche infernali che, a vomitare torrenti di fuoco, spalancaronsi

nell'estremità orientale d'Italia; un elemento affatto contrario portò

le sue devastazioni in un'altra parte quasi diametralmente opposta.

La città di Verona contò in ogni tempo l'Adige come il padre delle

sue ricchezze ed insieme quale istrumento delle sue miserie, per

le terribili innondazioni che glie ne derivarono. Paolo Diacono ne

descrive una, da lui creduta la maggiore di quante avvennero dopo il

diluvio. Dice che l'Adige crebbe cotanto che l'acque toccarono sino

alle finestre superiori della chiesa di San Zenone situata fuori

delle mura, e che queste restarono in gran parte dall'impeto delle

acque atterrate. Comunque sia di tale inondazione dell'ottavo secolo,

e di altre due avvenute nel 1567 e nel 1719, quella del primo dì di

settembre del corrente anno superò tutte le precedenti, poichè le acque

si alzarono sino a diciotto piedi e mezzo.

In tale disastro, il ponte detto delle Navi perdette i due archi di

mezzo, e scuotendosi nel tempo stesso la contigua torre, oltre al

rimanere isolata in mezzo a quel pelago nato improvvisamente, videsi

vicina a sfasciarsi interamente. Nel quale pericolo è da notarsi

la magnanimità ed intrepidezza del contadino Bartolommeo Rubele,

detto Leon, che con eroico ardire, toltosi dalla folla tremebonda

che sconfortata stava osservando il terribile spettacolo senza osar

di cimentarsi, osò salire in quella torre a prendere e salvare due

infelici donne che con due teneri fanciulli vi albergavano, ricusando

poi l'oro che a ricompensa del generoso fatto ciascuno gli proferiva.

Anno di CRISTO MDCCLVIII. Indizione VI.

CLEMENTE XIII papa 1.

FRANCESCO I imperadore 14.

La notte del secondo giorno di maggio dell'anno presente, vide l'ultima

sua ora Benedetto XIV. Dotto amico dei dotti, visse, e li protesse e li

sollevò, e sotto l'ombra sua li raccolse. Il seppero Cristoforo Maire e

Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematici celebratissimi, cui chiamò ed

a cui diede carico di misurare l'arco del meridiano in tutto lo Stato

ecclesiastico, e il fecero. Lo seppe Giovanni Poleni, professore di

matematica nell'università di Padova, cui chiamò per consigliarsi con

esso lui sul ristauro della basilica Vaticana, la cui volta minacciava

ruina. Lo seppe il Quadrio, cui col consiglio e con generose opere

soccorse. Lo seppero finalmente Muratori e Maffei, a cui per lettere

fece testimonio quanto le persone loro e gli studii onorasse. Nè alcun

celebre personaggio era dentro o fuori d'Italia, che da Benedetto

estimazione, onore e favore non ottenesse. Al mondo è nota la lettera

scrittagli da Voltaire quando gli mandò il suo Maometto. Il poeta, che

malizioso era, forse intendeva, secondo il suo costume, a malizia: ma

il papa gli rispose con tanta disinvoltura e spirito che il poeta non

ne rimase in capitale.

Nè solo ai particolari uomini aveva cura il generoso pontefice per

sollevarli o per onorarli, ma spandeva ancora i frutti della sua

munificenza sopra le scientifiche e letterarie compagnie. Fomentò,

accrebbe, arricchì l'istituto di Bologna, e l'accademia Benedettina

fondò, in cui gli allievi con accomodati premii si stimolavano ai buoni

studii.

Le opere sue Roma ancora con gratitudine rammenta. Riedificò di marmo,

ornò di statue, crebbe d'un doppio portico e di colonne la facciata

della basilica Liberiana, così chiamata per essere stata edificata nel

quarto secolo da san Liberio papa, nominata anche volgarmente Santa

Maria della Neve, a cagione di una neve caduta miracolosamente ai 5

d'agosto sul monte Esquilino, o Santa Maria _ad Praesepe_, a motivo

della culla di Gesù Cristo, che in lei, come dicono, si conserva, o

finalmente Santa Maria Maggiore, perchè tiene il primo luogo fra le

dedicate alla Vergine, ed è una delle quattro patriarcali, e delle più

belle di Roma. Per queste cagioni Benedetto vi aveva volto il pensiero

per instaurarla ed abbellirla. Instaurò il triclinio presso san

Giovanni in Laterano, rovinato sotto il pontificato di Clemente XII, e

vi ripose l'antico mosaico di papa Leone III. Per averla goduta essendo

cardinale, ornò di facciata, ne fece dipingere la volta, corredò di

tribuna e ridusse allo stato presente la basilica Sessoriana, ossia

chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette basiliche,

fondata da Costantino in memoria del ritrovamento della Santa Croce

fatto da sant'Elena madre in Gerusalemme. Abbellì di pitture e di

mosaico la magnifica basilica di San Paolo, e vi terminò sino a' suoi

tempi la serie de' ritratti dei papi che, incominciata da san Leone

il Grande insin da san Pietro, fu poi continuata da san Simmaco sino

al 498. Queste cose Benedetto faceva per pietà e munificenza, queste

altre a munificenza pure, ma eziandio ad utilità indirizzava: ampliò

l'ospedale di Santo Spirito e creò la scuola del disegno con investir

denaro pel mantenimento e pei premii. In somma tutto in Roma ancora

rammenta ed accenna i benefizii di Benedetto.

Nè il mondo taceva o tace delle virtù d'un tanto papa. Sommo pregio è

la tolleranza fra gli uomini, che tanto deboli sono, e questa intiera

e perfetta possedè il buon Lambertini. La sapeva in oltre condire con

ilari e cortesi modi, per forma che ad ognuno era manifesto che in

lui da natura procedeva, non da arte, e quantunque arte non fosse,

nè studiato pensiero, era finissimo sussidio, poichè niuna cosa più

alletta e vince chi dissente, che la sopportazione, niuna più li rende

contumaci ed ostinati che la rigidezza e la superbia altrui.

Il migliore mezzo di propagare il bene era il suo dolce procedere:

Benedetto era atto a conquistare il mondo, perchè colle sue rare virtù

conquistava i cuori.

Era allora in Francia un incomposto miscuglio di cose in materia di

religione, in conseguenza delle diverse sentenze e delle parti che vi

regnavano, e che dalle cattedre e cogli scritti, gli uni contro gli

altri contendevano e menavano un grandissimo romore; casisti, filosofi,

teologi morali e speculativi, increduli e credenti.

Se un papa di minore mansuetudine e prudenza avesse occupato la sede

di san Pietro, al certo sarebbe nata in quel discorde paese la guerra

civile. La tolleranza di Benedetto tolse legna al fuoco. Delle pazzie

franzesi di quel tempo ei non sapeva darsi pace e si stringeva nelle

spalle, e pregava Dio che facesse sano di spirito chi n'era infermo.

A questo proposito egli, che arguto e trattoso era nel favellare,

disse quel famoso motto: _La Francia è il regno meglio governato

che vi sia, posciachè è la Provvidenza che lo governa_. Con ciò

toccava principalmente la debolezza della corte, che maggiore impeto

pareva avere per precipitarsi nel vizio, che forza per reggere lo

Stato. Brevemente, tali erano le condizioni di quel regno, che si

può con verità affermare, andare i Franzesi obbligati a Benedetto di

molto sangue loro risparmiato. Certo è anzi che i protestanti della

Linguadoca, contro i quali prelati troppo fervidi volevano ricominciare

le persecuzioni coi roghi e colle forche, come ai tempi di Luigi XIV,

dalla benigna intercessione del pontefice riconobbero il quieto vivere.

Grande agevolezza ancor trovò in lui il re di Prussia pe' suoi

cattolici della Slesia, ed il papa nel re; si scrissero frequenti

lettere l'un l'altro: fra due sovrani d'alto ingegno tosto nacque la

concordia, nè niuna lode v'era, che Federico non desse a Benedetto. I

protestanti di Germania in somma venerazione il buon pontefice avevano,

e come pontefice venuto al mondo per cessare i loro risentimenti contro

la santa Sede.

Gli Inglesi medesimamente con non minor rispetto il riguardavano,

non come i Tedeschi pacatamente, ma mescolandovi, secondo il solito,

l'entusiasmo e il lasciarsi guidare dall'umore. Ed ecco il ministro

Walpole alzare, nel suo palazzo di Londra, una statua a Lambertini,

scolpitovi sotto il seguente elogio, composto dal figliuol suo:

«A Lambertini innocente nel principato, restitutore della tiara

pontificia, sommamente amato dai cattolici, sommamente stimato da'

protestanti, ecclesiastico non insolente, da ogni cupidità ed ambizione

alieno, principe senza studio di parte, pontefice senza nipote, autore

senza vanità, modesto uomo in tanta potenza, con tanto ingegno:

Il figliuol del ministro, che non mai alcun principe adulò, non mai

alcun ecclesiastico venerò, in libero protestante paese questo tributo

di laude all'ottimo pontefice de' Romani innalzò.»

La quale scappata inglese come fu raccontata a Lambertini, disse: «E

mi par di essere come le statue della piazza di San Pietro, che vedute

di lontano appariscono con acconcio e mirabile artificio fatte, ma da

vicino brutte e deformi le diresti.» Ma le lodi erano vere ed il gran

papa le meritava.

Tale fu Lambertini e tale al mondo si mostrò, nè mai altro papa diede

quanto egli così grande avviamento alla riunione delle religioni

cristiane dissidenti colla cattolica. Ciò col costume e col procedere

savio, prudente, e dolce piuttosto che coi sillogismi faceva. Sapeva

che i buoni costumi allettano e convertiscono gli uomini, le sottili

argomentazioni li fanno renitenti e caparbi. Il costume non offende,

perchè non comanda; il vincere per logica o per forza sì, perchè fra

due contendenti indica superiorità in chi vince, inferiorità in chi

perde, superbia da una parte, umiliazione dall'altra.

È qui da notare che poco tempo prima della sua morte, questo lodato

pontefice aveva dato, alle ripetute istanze del Portogallo contro i

Gesuiti, un breve diretto al cardinale Francesco Saldagna, a questo

oggetto da quel re destinato, nel quale gli commetteva di visitare le

case di detta compagnia per riconoscerne (se sussistessero) gli abusi e

le mancanze, e quindi riferire del risultamento delle sue pratiche, non

senza proporre le misure di riforma che stimasse necessarie per ridur

que' religiosi alla lor santa e primitiva osservanza, passando anche

alla riforma stessa ogni qual volta il bisogno lo richiedesse, giusta

la lettera istruttiva che in un col breve gli veniva trasmessa.

Dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV si raccolsero in conclave

i cardinali, e nel dì 6 di luglio gli elessero a successore il

cardinale Carlo Rezzonico, Veneziano, che assunse il nome di Clemente

XIII.

In meno di due giorni la nuova dell'elezione giunse in Venezia, dove

risvegliò generale esultanza, e fu festeggiata colla suntuosità a

quella repubblica consueta; scrivendo pure il nuovo papa direttamente

alla veneta signoria, e ricevendone risposta, nella quale veniagli

attestato il giubilo universale per la sua esaltazione.

La notte del 3 settembre, tornando il re di Portogallo da una visita

fatta alla marchesa di Tavera, fu assalito da tre uomini a cavallo,

due de' quali, sparando contro il calesse per di dietro, ferirono il

re malamente sì che per tre mesi dovette starne ritirato. Un tetro

silenzio per tutto quel tempo regnava alla corte, ed ognuno era ansioso

di vedere l'esito di un affare cotanto serio. Finalmente la mattina

del dì 13 dicembre, si videro circondati i palazzi di diversi dei

principali signori, e condotti pubblicamente nelle nuove carceri di

Belem il marchese Francesco di Tavora con due suoi figli, due fratelli,

due generi ed alcuni domestici; nel giorno seguente fu pure arrestato

il duca d'Aveiro nella sua casa di campagna: ed, oltre i suddetti

arrestati, anche la marchesa di Tavora, già stata vice-regina di Goa,

fu condotta in un convento di monache, come in altri conventi furono

trasportate la nuora, marchesa di Aveiro, della suddetta marchesa

di Tavora, e le due sue figliuole, contessa d'Atouguia, e marchesa

d'Alorna.

Nello stesso giorno in cui si vide lo imprigionamento di quelle

persone, furono da' soldati accerchiate tutte le case che i Gesuiti

tenevano in Lisbona, e successivamente le altre che nel resto del regno

possedevano, ed in tutte un regio ministro visitò minutamente le stanze

e le persone; vietata intanto qualunque comunicazione all'esterno.

Anno di CRISTO MDCCLIX. Indizione VII.

CLEMENTE XIII papa 2.

FRANCESCO I imperadore 15.

Alla mezza notte del dì 12 gennaio dell'anno presente furono condotti

nelle carceri della _inconfidenza_, tribunale per l'occasione eretto

per giudicare i delitti di fellonia e d'alto tradimento, dieci Gesuiti,

a cui in appresso unironsene altri due, tutti imputati di complicità

nel tentato regicidio.

Eseguitasi solennemente nella mattina del giorno 13 la sentenza di

morte contro i regicidi, il re chiedeva da Roma un breve, in virtù del

quale potessero in quel regno processarsi e meritamente castigarsi le

persone ecclesiastiche che fossero state complici di quell'attentato

contro il re non solo, ma ancora che in un modo o nell'altro potessero

immischiarsi in altro nequizie consimili per l'avvenire; e Clemente

XIII, dopo grandi difficoltà e varie lunghe consultazioni, il

concedeva. Se non che, giunto frattanto il giorno 3 di settembre,

anniversario del triste fatto, non volendo la corte di Lisbona più

oltre differire le misure che aveva stimate convenienti al caso, il re

sottoscrisse il decreto, col quale, dichiarandosi avere i religiosi

della compagnia di Gesù degenerato affatto dal santo loro istituto

e commesso scandalosi ed atrocissimi delitti (che non forse furono

giammai provati secondo le regole giudiziarie), per indispensabile

regia risoluzione, venivano _snaturalizzati_ ed esiliati per sempre dal

regno del Portogallo.

Adunque nel giorno 16 settembre imbarcaronsi sul Tago, sopra nave

ragusea, in numero di 133, i primi gesuiti condannati a quel perpetuo

esilio, e dentro il giro di non molti mesi furono seguitati da cinque

altri convogli, così venendo in numero d'oltre a mille e cento sotto

il cielo d'Italia, e propriamente negli Stati pontificii, sbarcando in

Civitavecchia. Del che avuto avviso il santo padre, comandò che fossero

alloggiati decentemente, e finchè vi si trattenessero, mantenuti a

spese della camera apostolica.

Morto era intanto nel dì 10 agosto il re di Spagna, Ferdinando VI, nè

lasciato avendo prole nissuna, era stato il re di Napoli dichiarato suo

successore sotto il nome di Carlo III. Tre figliuoli maschi aveva egli

giù ottenuti a quel tempo; ma il primo, per le conseguenze di grave

malattia, fu dichiarato giuridicamente imbecille avanti la partenza

del padre dalla Italia, e quindi riconosciuto re delle Due Sicilie il

terzo di lui figliuolo Ferdinando, poichè il secondo destinato era a

succedergli nel trono di Spagna, e doveva quindi con esso trasportarsi

a Madrid, vietato essendo negli ultimi trattati che alcun principe

di quella famiglia potesse sul suo capo riunire le due corone della

Spagna e di Napoli. Poco mancò che da tale avvenimento turbata non

fosse la tranquillità dell'Italia, perchè pattuito essendosi nel

trattato d'Aquisgrana che giugnendo l'infante don Filippo al trono

delle Due Sicilie, il ducato di Piacenza tornasse al re di Sardegna,

e quelli di Parma e di Guastalla si riunissero al ducato di Milano,

giunto sembrava il momento in cui, passando Ferdinando VI al trono

della Spagna, l'infante duca di Parma passar dovesse, coll'aiuto anche

de' sovrani che attendevano la reversione, ad occupare il regno delle

Due Sicilie dal fratello abbandonato. Erasi di fatto inserita una

clausula che questa disposizione portava nel trattato di Versaglies

del dì 30 dicembre dell'anno precedente ad istanza tanto del re di

Francia quanto dell'imperadrice regina; ma all'epoca della morte del

re di Spagna, la guerra ardeva nella Germania, sì che le operazioni di

quella non permisero alla corte di Vienna di muovere alcuna pretensione

sugli altri Stati d'Italia, tanto più che il re Carlo disposto era

a fermamente guarentire ai figliuoli suoi il possedimento delle Due

Sicilie. La corte cesarea rimase adunque tranquilla; il re di Sardegna

troppo debole era per reclamare egli solo l'esecuzione del patto di

reversione, ed il duca di Parma conservò pacificamente il possesso dei

suoi Stati.

Anno di CRISTO MDCCLX. Indizione VIII.

CLEMENTE XIII papa 3.

FRANCESCO I imperadore 16.

Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi,

siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano

nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire

all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli,

e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta

concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo

o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti

dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo, delegata la loro

autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei

casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi,

avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e

Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria

autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi

fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi

alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli

ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di

loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato

fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era

l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che

per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato

legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed

i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli

nel proposito della disubbidienza.

Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso

alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della

religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a

conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo

fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una

sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi

sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare.

Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma

non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era

messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi

diritti importasse.

Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun

conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno

aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnava nelle

cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano

pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi

pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire

alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle

sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato

l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare

dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella

pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed

al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai

tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso

pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere

alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di

madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma

giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi

dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si

pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si

mescolino le cose temporali con le spirituali.

Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime

cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non

poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi

che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza

del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della

repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato,

la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con

iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse

posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al

suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei

religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse

al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nel

Genovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii

pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata

al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica

di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la

gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.

La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni

di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse

espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il

padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo

il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù

gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla

ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla

signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non

che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè

rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo

protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i

mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi

religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non

avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano

ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della

repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino

si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui

rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi

di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la

qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono

il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle

terre di Genova.

Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e

la santa Sede a cagione degli affari di Corsica. Il papa, considerato

che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di

Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano

senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi

scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione

di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si

rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale

missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo

di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite

ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse

nelle temporali.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 6 / 99 段