dello Stato. In paese per sè non ricco, e fatto povero dai tumulti
e dalla guerra, le rendite pubbliche erano di poca importanza. Tutte
le gravezze insieme fra tasse e dazii non gettavano un mezzo milione
di lire. Le donne di Corsica somigliavano gli uomini; oltre la dura e
faticosa vita, a cui erano da mariti astrette, la patria amavano; gli
ornamenti loro, i figliuoli; i lor passatempi, le fatiche.
Nel rimanente d'Italia tutto in questo anno fu pace; ma se la guerra
non ne devastò le belle provincie, non andò per altro esente da
altre disgrazie e calamità, che appunto in questi giorni funestarono
una gran parte della superficie del globo. Senza dire di quelle due
bocche infernali che, a vomitare torrenti di fuoco, spalancaronsi
nell'estremità orientale d'Italia; un elemento affatto contrario portò
le sue devastazioni in un'altra parte quasi diametralmente opposta.
La città di Verona contò in ogni tempo l'Adige come il padre delle
sue ricchezze ed insieme quale istrumento delle sue miserie, per
le terribili innondazioni che glie ne derivarono. Paolo Diacono ne
descrive una, da lui creduta la maggiore di quante avvennero dopo il
diluvio. Dice che l'Adige crebbe cotanto che l'acque toccarono sino
alle finestre superiori della chiesa di San Zenone situata fuori
delle mura, e che queste restarono in gran parte dall'impeto delle
acque atterrate. Comunque sia di tale inondazione dell'ottavo secolo,
e di altre due avvenute nel 1567 e nel 1719, quella del primo dì di
settembre del corrente anno superò tutte le precedenti, poichè le acque
si alzarono sino a diciotto piedi e mezzo.
In tale disastro, il ponte detto delle Navi perdette i due archi di
mezzo, e scuotendosi nel tempo stesso la contigua torre, oltre al
rimanere isolata in mezzo a quel pelago nato improvvisamente, videsi
vicina a sfasciarsi interamente. Nel quale pericolo è da notarsi
la magnanimità ed intrepidezza del contadino Bartolommeo Rubele,
detto Leon, che con eroico ardire, toltosi dalla folla tremebonda
che sconfortata stava osservando il terribile spettacolo senza osar
di cimentarsi, osò salire in quella torre a prendere e salvare due
infelici donne che con due teneri fanciulli vi albergavano, ricusando
poi l'oro che a ricompensa del generoso fatto ciascuno gli proferiva.
Anno di CRISTO MDCCLVIII. Indizione VI.
CLEMENTE XIII papa 1.
FRANCESCO I imperadore 14.
La notte del secondo giorno di maggio dell'anno presente, vide l'ultima
sua ora Benedetto XIV. Dotto amico dei dotti, visse, e li protesse e li
sollevò, e sotto l'ombra sua li raccolse. Il seppero Cristoforo Maire e
Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematici celebratissimi, cui chiamò ed
a cui diede carico di misurare l'arco del meridiano in tutto lo Stato
ecclesiastico, e il fecero. Lo seppe Giovanni Poleni, professore di
matematica nell'università di Padova, cui chiamò per consigliarsi con
esso lui sul ristauro della basilica Vaticana, la cui volta minacciava
ruina. Lo seppe il Quadrio, cui col consiglio e con generose opere
soccorse. Lo seppero finalmente Muratori e Maffei, a cui per lettere
fece testimonio quanto le persone loro e gli studii onorasse. Nè alcun
celebre personaggio era dentro o fuori d'Italia, che da Benedetto
estimazione, onore e favore non ottenesse. Al mondo è nota la lettera
scrittagli da Voltaire quando gli mandò il suo Maometto. Il poeta, che
malizioso era, forse intendeva, secondo il suo costume, a malizia: ma
il papa gli rispose con tanta disinvoltura e spirito che il poeta non
ne rimase in capitale.
Nè solo ai particolari uomini aveva cura il generoso pontefice per
sollevarli o per onorarli, ma spandeva ancora i frutti della sua
munificenza sopra le scientifiche e letterarie compagnie. Fomentò,
accrebbe, arricchì l'istituto di Bologna, e l'accademia Benedettina
fondò, in cui gli allievi con accomodati premii si stimolavano ai buoni
studii.
Le opere sue Roma ancora con gratitudine rammenta. Riedificò di marmo,
ornò di statue, crebbe d'un doppio portico e di colonne la facciata
della basilica Liberiana, così chiamata per essere stata edificata nel
quarto secolo da san Liberio papa, nominata anche volgarmente Santa
Maria della Neve, a cagione di una neve caduta miracolosamente ai 5
d'agosto sul monte Esquilino, o Santa Maria _ad Praesepe_, a motivo
della culla di Gesù Cristo, che in lei, come dicono, si conserva, o
finalmente Santa Maria Maggiore, perchè tiene il primo luogo fra le
dedicate alla Vergine, ed è una delle quattro patriarcali, e delle più
belle di Roma. Per queste cagioni Benedetto vi aveva volto il pensiero
per instaurarla ed abbellirla. Instaurò il triclinio presso san
Giovanni in Laterano, rovinato sotto il pontificato di Clemente XII, e
vi ripose l'antico mosaico di papa Leone III. Per averla goduta essendo
cardinale, ornò di facciata, ne fece dipingere la volta, corredò di
tribuna e ridusse allo stato presente la basilica Sessoriana, ossia
chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette basiliche,
fondata da Costantino in memoria del ritrovamento della Santa Croce
fatto da sant'Elena madre in Gerusalemme. Abbellì di pitture e di
mosaico la magnifica basilica di San Paolo, e vi terminò sino a' suoi
tempi la serie de' ritratti dei papi che, incominciata da san Leone
il Grande insin da san Pietro, fu poi continuata da san Simmaco sino
al 498. Queste cose Benedetto faceva per pietà e munificenza, queste
altre a munificenza pure, ma eziandio ad utilità indirizzava: ampliò
l'ospedale di Santo Spirito e creò la scuola del disegno con investir
denaro pel mantenimento e pei premii. In somma tutto in Roma ancora
rammenta ed accenna i benefizii di Benedetto.
Nè il mondo taceva o tace delle virtù d'un tanto papa. Sommo pregio è
la tolleranza fra gli uomini, che tanto deboli sono, e questa intiera
e perfetta possedè il buon Lambertini. La sapeva in oltre condire con
ilari e cortesi modi, per forma che ad ognuno era manifesto che in
lui da natura procedeva, non da arte, e quantunque arte non fosse,
nè studiato pensiero, era finissimo sussidio, poichè niuna cosa più
alletta e vince chi dissente, che la sopportazione, niuna più li rende
contumaci ed ostinati che la rigidezza e la superbia altrui.
Il migliore mezzo di propagare il bene era il suo dolce procedere:
Benedetto era atto a conquistare il mondo, perchè colle sue rare virtù
conquistava i cuori.
Era allora in Francia un incomposto miscuglio di cose in materia di
religione, in conseguenza delle diverse sentenze e delle parti che vi
regnavano, e che dalle cattedre e cogli scritti, gli uni contro gli
altri contendevano e menavano un grandissimo romore; casisti, filosofi,
teologi morali e speculativi, increduli e credenti.
Se un papa di minore mansuetudine e prudenza avesse occupato la sede
di san Pietro, al certo sarebbe nata in quel discorde paese la guerra
civile. La tolleranza di Benedetto tolse legna al fuoco. Delle pazzie
franzesi di quel tempo ei non sapeva darsi pace e si stringeva nelle
spalle, e pregava Dio che facesse sano di spirito chi n'era infermo.
A questo proposito egli, che arguto e trattoso era nel favellare,
disse quel famoso motto: _La Francia è il regno meglio governato
che vi sia, posciachè è la Provvidenza che lo governa_. Con ciò
toccava principalmente la debolezza della corte, che maggiore impeto
pareva avere per precipitarsi nel vizio, che forza per reggere lo
Stato. Brevemente, tali erano le condizioni di quel regno, che si
può con verità affermare, andare i Franzesi obbligati a Benedetto di
molto sangue loro risparmiato. Certo è anzi che i protestanti della
Linguadoca, contro i quali prelati troppo fervidi volevano ricominciare
le persecuzioni coi roghi e colle forche, come ai tempi di Luigi XIV,
dalla benigna intercessione del pontefice riconobbero il quieto vivere.
Grande agevolezza ancor trovò in lui il re di Prussia pe' suoi
cattolici della Slesia, ed il papa nel re; si scrissero frequenti
lettere l'un l'altro: fra due sovrani d'alto ingegno tosto nacque la
concordia, nè niuna lode v'era, che Federico non desse a Benedetto. I
protestanti di Germania in somma venerazione il buon pontefice avevano,
e come pontefice venuto al mondo per cessare i loro risentimenti contro
la santa Sede.
Gli Inglesi medesimamente con non minor rispetto il riguardavano,
non come i Tedeschi pacatamente, ma mescolandovi, secondo il solito,
l'entusiasmo e il lasciarsi guidare dall'umore. Ed ecco il ministro
Walpole alzare, nel suo palazzo di Londra, una statua a Lambertini,
scolpitovi sotto il seguente elogio, composto dal figliuol suo:
«A Lambertini innocente nel principato, restitutore della tiara
pontificia, sommamente amato dai cattolici, sommamente stimato da'
protestanti, ecclesiastico non insolente, da ogni cupidità ed ambizione
alieno, principe senza studio di parte, pontefice senza nipote, autore
senza vanità, modesto uomo in tanta potenza, con tanto ingegno:
Il figliuol del ministro, che non mai alcun principe adulò, non mai
alcun ecclesiastico venerò, in libero protestante paese questo tributo
di laude all'ottimo pontefice de' Romani innalzò.»
La quale scappata inglese come fu raccontata a Lambertini, disse: «E
mi par di essere come le statue della piazza di San Pietro, che vedute
di lontano appariscono con acconcio e mirabile artificio fatte, ma da
vicino brutte e deformi le diresti.» Ma le lodi erano vere ed il gran
papa le meritava.
Tale fu Lambertini e tale al mondo si mostrò, nè mai altro papa diede
quanto egli così grande avviamento alla riunione delle religioni
cristiane dissidenti colla cattolica. Ciò col costume e col procedere
savio, prudente, e dolce piuttosto che coi sillogismi faceva. Sapeva
che i buoni costumi allettano e convertiscono gli uomini, le sottili
argomentazioni li fanno renitenti e caparbi. Il costume non offende,
perchè non comanda; il vincere per logica o per forza sì, perchè fra
due contendenti indica superiorità in chi vince, inferiorità in chi
perde, superbia da una parte, umiliazione dall'altra.
È qui da notare che poco tempo prima della sua morte, questo lodato
pontefice aveva dato, alle ripetute istanze del Portogallo contro i
Gesuiti, un breve diretto al cardinale Francesco Saldagna, a questo
oggetto da quel re destinato, nel quale gli commetteva di visitare le
case di detta compagnia per riconoscerne (se sussistessero) gli abusi e
le mancanze, e quindi riferire del risultamento delle sue pratiche, non
senza proporre le misure di riforma che stimasse necessarie per ridur
que' religiosi alla lor santa e primitiva osservanza, passando anche
alla riforma stessa ogni qual volta il bisogno lo richiedesse, giusta
la lettera istruttiva che in un col breve gli veniva trasmessa.
Dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV si raccolsero in conclave
i cardinali, e nel dì 6 di luglio gli elessero a successore il
cardinale Carlo Rezzonico, Veneziano, che assunse il nome di Clemente
XIII.
In meno di due giorni la nuova dell'elezione giunse in Venezia, dove
risvegliò generale esultanza, e fu festeggiata colla suntuosità a
quella repubblica consueta; scrivendo pure il nuovo papa direttamente
alla veneta signoria, e ricevendone risposta, nella quale veniagli
attestato il giubilo universale per la sua esaltazione.
La notte del 3 settembre, tornando il re di Portogallo da una visita
fatta alla marchesa di Tavera, fu assalito da tre uomini a cavallo,
due de' quali, sparando contro il calesse per di dietro, ferirono il
re malamente sì che per tre mesi dovette starne ritirato. Un tetro
silenzio per tutto quel tempo regnava alla corte, ed ognuno era ansioso
di vedere l'esito di un affare cotanto serio. Finalmente la mattina
del dì 13 dicembre, si videro circondati i palazzi di diversi dei
principali signori, e condotti pubblicamente nelle nuove carceri di
Belem il marchese Francesco di Tavora con due suoi figli, due fratelli,
due generi ed alcuni domestici; nel giorno seguente fu pure arrestato
il duca d'Aveiro nella sua casa di campagna: ed, oltre i suddetti
arrestati, anche la marchesa di Tavora, già stata vice-regina di Goa,
fu condotta in un convento di monache, come in altri conventi furono
trasportate la nuora, marchesa di Aveiro, della suddetta marchesa
di Tavora, e le due sue figliuole, contessa d'Atouguia, e marchesa
d'Alorna.
Nello stesso giorno in cui si vide lo imprigionamento di quelle
persone, furono da' soldati accerchiate tutte le case che i Gesuiti
tenevano in Lisbona, e successivamente le altre che nel resto del regno
possedevano, ed in tutte un regio ministro visitò minutamente le stanze
e le persone; vietata intanto qualunque comunicazione all'esterno.
Anno di CRISTO MDCCLIX. Indizione VII.
CLEMENTE XIII papa 2.
FRANCESCO I imperadore 15.
Alla mezza notte del dì 12 gennaio dell'anno presente furono condotti
nelle carceri della _inconfidenza_, tribunale per l'occasione eretto
per giudicare i delitti di fellonia e d'alto tradimento, dieci Gesuiti,
a cui in appresso unironsene altri due, tutti imputati di complicità
nel tentato regicidio.
Eseguitasi solennemente nella mattina del giorno 13 la sentenza di
morte contro i regicidi, il re chiedeva da Roma un breve, in virtù del
quale potessero in quel regno processarsi e meritamente castigarsi le
persone ecclesiastiche che fossero state complici di quell'attentato
contro il re non solo, ma ancora che in un modo o nell'altro potessero
immischiarsi in altro nequizie consimili per l'avvenire; e Clemente
XIII, dopo grandi difficoltà e varie lunghe consultazioni, il
concedeva. Se non che, giunto frattanto il giorno 3 di settembre,
anniversario del triste fatto, non volendo la corte di Lisbona più
oltre differire le misure che aveva stimate convenienti al caso, il re
sottoscrisse il decreto, col quale, dichiarandosi avere i religiosi
della compagnia di Gesù degenerato affatto dal santo loro istituto
e commesso scandalosi ed atrocissimi delitti (che non forse furono
giammai provati secondo le regole giudiziarie), per indispensabile
regia risoluzione, venivano _snaturalizzati_ ed esiliati per sempre dal
regno del Portogallo.
Adunque nel giorno 16 settembre imbarcaronsi sul Tago, sopra nave
ragusea, in numero di 133, i primi gesuiti condannati a quel perpetuo
esilio, e dentro il giro di non molti mesi furono seguitati da cinque
altri convogli, così venendo in numero d'oltre a mille e cento sotto
il cielo d'Italia, e propriamente negli Stati pontificii, sbarcando in
Civitavecchia. Del che avuto avviso il santo padre, comandò che fossero
alloggiati decentemente, e finchè vi si trattenessero, mantenuti a
spese della camera apostolica.
Morto era intanto nel dì 10 agosto il re di Spagna, Ferdinando VI, nè
lasciato avendo prole nissuna, era stato il re di Napoli dichiarato suo
successore sotto il nome di Carlo III. Tre figliuoli maschi aveva egli
giù ottenuti a quel tempo; ma il primo, per le conseguenze di grave
malattia, fu dichiarato giuridicamente imbecille avanti la partenza
del padre dalla Italia, e quindi riconosciuto re delle Due Sicilie il
terzo di lui figliuolo Ferdinando, poichè il secondo destinato era a
succedergli nel trono di Spagna, e doveva quindi con esso trasportarsi
a Madrid, vietato essendo negli ultimi trattati che alcun principe
di quella famiglia potesse sul suo capo riunire le due corone della
Spagna e di Napoli. Poco mancò che da tale avvenimento turbata non
fosse la tranquillità dell'Italia, perchè pattuito essendosi nel
trattato d'Aquisgrana che giugnendo l'infante don Filippo al trono
delle Due Sicilie, il ducato di Piacenza tornasse al re di Sardegna,
e quelli di Parma e di Guastalla si riunissero al ducato di Milano,
giunto sembrava il momento in cui, passando Ferdinando VI al trono
della Spagna, l'infante duca di Parma passar dovesse, coll'aiuto anche
de' sovrani che attendevano la reversione, ad occupare il regno delle
Due Sicilie dal fratello abbandonato. Erasi di fatto inserita una
clausula che questa disposizione portava nel trattato di Versaglies
del dì 30 dicembre dell'anno precedente ad istanza tanto del re di
Francia quanto dell'imperadrice regina; ma all'epoca della morte del
re di Spagna, la guerra ardeva nella Germania, sì che le operazioni di
quella non permisero alla corte di Vienna di muovere alcuna pretensione
sugli altri Stati d'Italia, tanto più che il re Carlo disposto era
a fermamente guarentire ai figliuoli suoi il possedimento delle Due
Sicilie. La corte cesarea rimase adunque tranquilla; il re di Sardegna
troppo debole era per reclamare egli solo l'esecuzione del patto di
reversione, ed il duca di Parma conservò pacificamente il possesso dei
suoi Stati.
Anno di CRISTO MDCCLX. Indizione VIII.
CLEMENTE XIII papa 3.
FRANCESCO I imperadore 16.
Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi,
siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano
nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire
all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli,
e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta
concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo
o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti
dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo, delegata la loro
autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei
casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi,
avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e
Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria
autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi
fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi
alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli
ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di
loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato
fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era
l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che
per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato
legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed
i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli
nel proposito della disubbidienza.
Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso
alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della
religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a
conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo
fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una
sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi
sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare.
Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma
non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era
messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi
diritti importasse.
Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun
conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno
aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnava nelle
cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano
pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi
pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire
alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle
sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato
l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare
dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella
pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed
al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai
tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso
pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere
alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di
madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma
giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi
dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si
pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si
mescolino le cose temporali con le spirituali.
Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime
cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non
poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi
che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza
del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della
repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato,
la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con
iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse
posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al
suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei
religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse
al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nel
Genovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii
pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata
al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica
di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la
gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.
La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni
di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse
espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il
padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo
il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù
gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla
ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla
signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non
che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè
rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo
protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i
mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi
religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non
avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano
ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della
repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino
si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui
rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi
di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la
qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono
il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle
terre di Genova.
Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e
la santa Sede a cagione degli affari di Corsica. Il papa, considerato
che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di
Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano
senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi
scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione
di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si
rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale
missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo
di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite
ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse
nelle temporali.