Nell'anno nuovo Matra corse per la seconda volta le campagne di

Corsica, piuttosto nemico di Paoli che amico della patria, contuttochè

mostrasse sempre un gran zelo per la libertà. Veniva con armi e

munizioni e denaro genovese; la fama portava grandi cose di lui,

e magnificava gli aiuti concedutigli. Quei della sua parte ed ogni

torbido fante accozzavasi con esso lui per guisa che facevano un alto

rumore per quelle montagne. Con tutti questi ordigni del gridare e del

promettere e del vantarsi e del sonare i zecchini aveva congregato una

seguenza di molti giovani, sì che pareva vicino il sobbisso di Paoli.

Il novello Mario uscì in campo, sperando di sorprendere il nemico

alloggiato nella pieve di Verde; ma non potè asseguire l'intento,

perchè il capitano tanto odiato da lui, avuto presto avviso del fatto,

aveva dato indietro, in sembianza di fugato più che di ritirantesi,

sino al convento di Bozio, dove si fermò ed attese a fortificarsi.

Mandò intanto ordinando a Clemente suo fratello ed al presidente

Venturini che prestamente accorressero, se amavano la sua salvezza.

Matra in questo mentre passò a quella volta, credendosi al certo di

avere la guerra vinta, anzi l'avversario stesso in mano. Giunse,

e cinto il convento d'armati, male si poteva Paoli difendere, non

avendo con sè che sessanta compagni. Già Mario squassava la porta del

convento, già la bruciava, già l'atterrava, già pareva giunto l'estremo

termine della vita di Paoli, quando a corsa ed a furia arrivarono

Venturini ed altri capi accompagnati da molta gente desiderosissima di

salvare colui cui la Corsica aveva chiamato salvatore e padre. Successe

fra le due parti una molto accanita zuffa, in cui i matreschi, non

sostenendo l'impressione del nemico, rimasero vinti e sbaragliati, ed

il loro condottiere ferito in un ginocchio. Ridotto in grande povertà

di consiglio, pensò di ritirarsi ma nol potè, perchè, sopraggiunto

dai paolisti infuriati, restò crudelmente trucidato, quantunque Paoli

ad alta voce gridasse, che dall'atroce pensiero si ritraessero e

in vita il serbassero. Tutti i partigiani del vinto rimasero preda

del vincitore, eccetto pochi, che si ricoverarono fra i Genovesi a

Paludella e San Pellegrino. Fra i prigioni, tre furono passati per

l'armi, gli altri obbligati a spianare il forte d'Aleria con gettarne

i sassi in mare, affinchè nissun vestigio restasse di quel nido, donde

a danno comune s'era partito il ribelle Matra. A tale andò la bisogna,

che a tutti furono tolte l'armi, di più di cinquecento si arsero le

case, dagli altri si ricercarono ostaggi per sicurezza di obbedienza.

Oltre modo lacerarono e dannificarono il paese dei disubbidienti.

Mentre Paoli comprimeva il nemico, e, lieto d'una vittoria che tanto

gli cresceva credito presso la nazione, castigava i partigiani di

Genova, fece pensiero di premiare, affinchè senza il debito onore non

rimanessero, coloro che secondo l'animo suo procedevano e fedelmente

si conformavano agli ordini suoi. A questo fine istituì un ordine

di cavalieri, che chiamò _compagnia volontaria_. Costoro portavano

una sottogiubba di panno corso rotonda e senza alcun ornamento, con

berretta verde e mostre di velluto pur verde; sulle maniche e sul petto

una croce coll'imagine della immacolata Concezione, i semplici compagni

d'argento, i graduati d'oro, coperta prima d'alcun fatto illustre, e

scoperta dopo. Obbligavansi ai servigi della patria a proprie spese,

andavano alle fazioni a piedi, solo a cavallo il gran maestro, che

eleggevano per sei mesi; ed il primo fu Giovanni Rocca, segretario di

Stato.

In questo tempo (per certe risse sanguinose accadute tra Franzesi ed

Inglesi nell'America settentrionale, e per contenzione di confini,

sulle frontiere del Canadà, o piuttosto per superbia e cupidigia

dell'Inghilterra da una parte, per debolezza del governo della Francia

dall'altra, poichè immerso il re nei piaceri, pareva che all'emulo

impero volesse comportare ogni cosa) s'era accesa fra le due potenze

una crudel guerra, sul principio della quale, ed in fin già prima

che fosse dichiarata, l'Inghilterra aveva tolto sui mari i vascelli

e le sostanze di Francia. Ora, correndo gli Inglesi il Mediterraneo,

la Francia concepì timore, ch'essi dei casi della Corsica volessero

tramettersi, e, levandola dall'obbedienza di Genova, s'impadronissero

di qualche sua parte, e vi facessero una stanza ferma con danno

manifesto de' proprii interessi. Della qual cosa tanto più sospettò

ch'erano andate attorno voci che Paoli avesse con l'Inghilterra qualche

segreta corrispondenza, e con esso lei seguitasse qualche domestichezza

d'amicizia e di fede.

A ciò pensando, le parve che non fosse più da differire di stringersi

maggiormente co' Genovesi; perlochè fece con Genova sue pratiche

col fine di conseguire da lei l'intento suo, che era di introdurre

soldati franzesi nelle piazze di presidio. La signoria, cui il

medesimo sospetto angustiava, massime nel caso che gl'Inglesi perduto

avessero Porto Maone per l'espugnazione del forte di San Filippo a

quei dì fortemente battuto dai Franzesi, s'inclinò facilmente alla

volontà della Francia; laonde nei primi giorni di novembre, condotti

dal marchese di Castries, al quale era stato dal re dato il grado

di comandarli, sbarcarono in Corsica tre mila Franzesi, prendendo le

stanze in Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non venivano come nemici ai

Corsi sollevati, nè a favore di nessuno, come pubblicavano, nè i Corsi

gli trattarono da nemici; solamente si appostavano gli uni e gli altri

con somma diligenza, e con grande gelosia osservavano ciò che l'altro

facesse.

Se la repubblica di Genova era rimasta contenta d'aver ottenuto

l'intento suo di vedere in Corsica un corpo di truppe franzesi,

ebbe pur motivo d'esserlo pel buon avviamento che presero le di lei

vertenze colle comunità di San Remo e di Campofreddo. Nel mese di

gennaio l'imperadore diede ordine al consiglio aulico di riassumere la

causa di quelle comunità a lui ricorse come feudi imperiali. Appena

ne giunse a Genova la notizia, la signoria, che avea già posto a San

Remo il morso d'una specie di cittadella, fece immantinente presentare

al detto consiglio aulico due scritture valevoli a far sospendere un

procedimento, di cui ad ogni modo poteasi temere l'esito incerto. Era

l'una di queste scritture una supplica presentata al senato genovese

da tre deputati delle comunità di San Remo residenti a Genova, con cui

la comunità stessa si metteva a' piedi della signoria, e riponea la sua

fiducia nella sovrana clemenza del senato per essere tornata in grazia

del suo principe; e l'altro un atto passato a Vienna dal procuratore

della comunità di Campofreddo, con cui ampiamente rinunziava ai ricorsi

sino a quel giorno fatti all'imperadore presentare.

Altissimi commovimenti produsse ne' popoli di quelle due comunità la

notizia di tali fatti de' loro commessi; si pubblicarono e divulgarono

da per tutto le loro solenni proteste, pregando e richiedendo i

ministri de' sovrani e delle potenze d'Europa a voler considerare

quelle scritture come estorte, nulle e riprovate dalle comunità. Le

quali proteste, pur presentate al consiglio aulico, fecero sì che per

quell'anno rimanesse l'affare sospeso, nè se ne udisse parola.

La guerra dei sette anni, in questo anno dal re di Prussia rotta

all'imperadrice regina, condusse l'Italia a vedere nudarne per la

Germania, e quindi per la Boemia, alcuni reggimenti de' suoi figli,

bella e fiorita gente, che dal granducato di Toscana l'imperadore

chiamò a far parte degli eserciti imperiali. Nè maggior peso le recò

l'altra guerra insorta nel nuovo mondo tra Spagna e Portogallo da una

parte, e gl'Indiani del Brasile dall'altra, che volevano mantenersi

indipendenti; ma vinti e disfatti, dovettero porre giù le pretese, e

sottomettersi. Se non che merita forse d'esser ricordato che gli oziosi

novellisti avevano fatto alla Italia gratuitamente il dono d'un Nicolò

Rubini del Friuli, che sotto il nome di Nicolao I menasse alle pugne

gli abitanti del Paraguai, da lui mossi e suscitati nella sua qualità

di gesuita; ma presto venne sopra la verità, e l'Italia perdette quel

non ambito onore d'aver dato un suo figlio per sovrano del nuovo mondo.

Ma mentre svaniva dalla mente dei creduli e dalle pagine della storia

questo re immaginario, la Corsica perdeva quello che aveva realmente

sopra di lei regnato. Partito Teodoro tre volte da quel regnò che

avealo nel 1736 solennemente riconosciuto per suo signore; divenuto

in seguito vero trastullo della fortuna, oppresso continuamente da

debiti, lottando col bisogno, perseguitato da' creditori, chiuso in una

prigione di Londra, come era stato prima in quelle di Amsterdam, trovò

in Orazio Valpole chi prese cura di lui, e raccolti sussidii volontarii

da uomini benevoli, col provento li cavò del carcere. Teodoro staggì

il suo regno di Corsica pel pagamento a favore dei prestatori. «Non so

come l'intendessero, dice uno storico esimio, ma in somma il fatto è

certo: vi sono di queste ubbie in Inghilterra, quando la vena dà.» Morì

poi in quest'anno a Londra, e fu sepolto nella chiesa di Santa Anna di

Westminster con la seguente iscrizione in lingua inglese, che vien a

dire in italiano:

«Qui giace Teodoro, re di Corsica, morto in questa parrocchia a

dì 11 dicembre del 1756 subito dopo d'essere uscito, pel benefizio

dell'atto sui falliti, dalle carceri del banco del re: lasciò il suo

regno di Corsica per sicurtà ai creditori.» Crederei che la chiusa

dell'iscrizione fosse scherzo, se si scherzasse sulle tombe, riflette

il poc'anzi citato storico illustre.

Anno di CRISTO MDCCLVII. Indizione V.

BENEDETTO XIV papa 18.

FRANCESCO I imperadore 13.

La compagnia volontaria da Pasquale Paoli novellamente istituita in

Corsica a premio de' più meritevoli non ebbe ad aspettare molto per

mettere alla prova il suo valore, e, giustificando la scelta fatta

dei membri, accrescere la speranza del capitan generale; imperocchè si

pose egli tantosto con essa all'impresa di espugnare la torre di San

Pellegrino custodita da' Genovesi, posto d'importanza e vantaggioso

a chi ne fosse signore. Un ingegnere svizzero diresse le operazioni

dell'assedio, le quali riducevansi a far salire chetamente un soldato

alla porta della torre per farvi un'apertura tale che vi potesse

passare un uomo armato, e quindi sorprendere d'improvviso il custode

dell'armi e della munizione. La cosa o male intesa o male eseguita

non riuscì, quantunque i Corsi con tanto silenzio e precauzione si

fossero appropinquati alla torre che i difensori non se ne erano

accorti per niente. Il soldato, che dovea far l'apertura nella porta,

cadde. I Corsi, invece di rifarsi da capo allo esperimento, o di dare

un improvviso assalto, perdettero inutilmente molto tempo, che diede

campo al presidio di dare all'armi e far piovere sopra gli assalitori

le palle. Costretti quelli a ritirarsi, determinaronsi ad un assedio

formale e ad obbligare i difensori ad arrendersi almeno per la fame.

Nè tardando questa molto a farsi sentire, fu proposta la resa mediante

un'onesta capitolazione. Ma Venturini, un capo corso, si fece a

gridare non voler capitolazioni, ma o che il presidio si rendesse

a discrezione, o altrimenti sarebbe presa per assalto e colla forza

dell'armi. Questa ostinazione fu salute degli assediati. Concorse in

questi momenti due galee genovesi con altri legni minori, obbligarono

i Corsi alla ritirata, colla perdita di molti di loro, tra i quali uno

de' nuovi cavalieri.

Intanto il marchese Doria, commissario alla Bastia, ordinò in nome

della repubblica che nissun paesano si avvicinasse a quella città,

ordine che fece ripetere dagli altri commissarii e comandanti genovesi

che si trovavano nell'isola, e ad esecuzione del quale formò un

campo volante, che dovea arrestare tutti i Corsi trasgressori. Ed

all'opposto, Paoli ed il supremo consiglio di Stato corso proibirono

a tutti i nazionali di avere alcuna corrispondenza colle città e coi

luoghi governati dai Genovesi, e molto più di trasportarvi vettovaglie

di qualunque sorta, al campo volante del commissario, contrapponendo

un altro campo consimile, per tener in dovere chiunque avesse ardito

d'infrangere le loro prescrizioni. La quale rigorosa misura sortì

l'inevitabile suo effetto; cominciò a farsi sentire la carestia così

vivamente alla Bastia, che il marchese Doria alle calde istanze degli

abitanti dovette rivocare i suoi divieti, e lasciar che la città si

provvedesse di viveri come meglio potesse.

Siccome la fama così altamente parlò di Pasquale Paoli, uomo che tanto

fece per la libertà della sua patria e che, se una forza sopravanzante

non si opponeva, avrebbe fondato nella natia isola una repubblica a

guisa di quella d'Olanda, pensiero che girava a quei tempi nella mente

degli uomini, non sarebbe fatica perduta lo spaziare alquanto sulla

sua vita, costumi, desiderii ed opere. In picciole scene, sono non di

rado grandi esempii. Se non cito ci stringono i limiti a queste carte

imposti e ne fanno la legge di toccare sol di volo e per sommi capi

l'alto subbietto.

Oppressi gli emuli e date di sè medesimo felici speranze, Paoli, se

avuto avesse la smania di tanti che abusano della confidenza che in

loro collocano i popoli, avrebbe potuto fare i Corsi servi e porre

sè in cima di tutti. Ma prevalse in lui un pio desiderio e si diè a

battere altra strada.

A' tempi del generoso uomo, i Corsi distinsero per suo consiglio

l'autorità pubblica in tre potestà; la legislativa, la esecutiva e la

giudiziale. Sedeva la prima nel parlamento, o, come la chiamavano, la

_consulta generale_, che rappresentava l'intero corpo della nazione,

e la componevano circa cinquecento membri, denominati _procuratori_,

ed eletti parte dal popolo, parte dal clero sì secolare che regolare.

I procuratori in consulta adunati avevano la facoltà di fare e di

annullare leggi e di stanziare la somma annua da potersi spendere per

lo Stato. Ed oltre alle leggi facevano certi magistrati, di due ordini,

uno giudiziale, l'altro esecutivo, cioè un ministro di giustizia per

ciascuna delle nove provincie della Corsica, e nove membri del supremo

governo esecutivo, uno pure per ciascuna provincia.

Il supremo governo esecutivo, cui chiamavano eziandio supremo

magistrato, o supremo consiglio, composto, come abbiam veduto, di

nove membri o consiglieri, aveva per presidente il generale Paoli,

dalla consulta a quella maggioranza eletto. Avevano questi consiglieri

diritto d'intervenire alla consulta, e di proporre per bocca del

presidente di lei quanto loro paresse giusto, o necessario, o

conveniente.

Paoli aveva titolo di _generale del regno e capo del magistrato

supremo di Corsica_. Nelle sessioni, sedeva sotto un baldacchino

coi consiglieri in qualche distanza da lui. La sua tavola ed il

mantenimento dalla casa erano a spese della nazione, senza limitazione

alcuna di somma, lasciandosi interamente, perchè potesse tener grado,

lo spendere a sua discrezione. Poteva disporre del denaro pubblico come

gli pareva più spediente, purchè non oltrepassasse la somma fissata

dalla consulta. Grande era la sua autorità, e forse eccessiva, se

le contingenze del tempo, e le turbate e incerte cose della Corsica

non la scusassero; imperciocchè per la milizia e pel mare godeva di

una potestà assoluta, e per tali faccende non era nemmeno obbligato

di domandar il parere dei consiglieri; e quando spontaneamente il

domandava, la loro voce si aveva solamente per consultiva, non per

giudicativa. Poteva trattare con qualunque potenza di pace, di guerra,

o di alleanza, ma non concludere senza l'assenso dei consiglieri,

avendo in tutti questi casi un solo voto come gli altri, con questa

eccezione però che nei casi di vita o di morte, se si trattasse di

condannare, avesse un voto solo, se di assolvere, due.

Aveva intorno per la guardia del suo corpo circa ottanta soldati, i

quali per ordine espresso della consulta il dovevano accompagnare ogni

qualvolta che in cospetto del pubblico o per ufficio o per altra causa

comparisse. I funesti casi di Sampiero e Giampiero, ed altri tentativi

di assassinio fatti contro di Paoli stesso, a tale deliberazione

avevano sforzato la consulta. Ma ciò egli detestava come segno di

tirannide, affermando e protestando volerne veder la fine tosto che

la Corsica un volto genovese più non vedesse. Nella sua anticamera,

nè nella camera, nemmeno di notte, nessuna guardia di uomo voleva; ma

era meglio e più fedelmente custodito che da uomini. Sei grossi cani

corsi stavano sempre, terribili custodi, alla porta dell'anticamera,

e nella camera stessa. Con lui dormivano, con lui vegliavano, e se

alcuno di notte a lui accostato si fosse, in mal punto venuto vi

sarebbe; perciocchè sarebbe stato incontanente da quelle orrende bocche

lacerato a pezzi. Molto Paoli gli accarezzava, ed essi il conoscevano e

l'amavano, e ad ogni suo cenno pronti l'obbedivano: dolcezza e ferità

in loro si accoppiavano. Trovo scritto, seguita a dire uno storico

famoso, che per tal costume Paoli ritraesse dell'antico; così, al dir

d'Omero e di Virgilio, Patroclo, Telemaco ed Evandro avevano i loro

cani; al dire degli storici, Siface i suoi.

Era stabilito per legge della consulta sotto pene gravissime che

nessuno parlasse o scrivesse contro il supremo consiglio, meno ancora

contro il generale, credendo quegli uomini gelosissimi la libertà delle

lingue e delle penne un veleno pestifero.

Quanto alla potestà giudiziale, abbiamo veduto come i procuratori

delle province eleggessero un ministro per provincia, al quale si

dovea ricorrere nei casi di maggiore importanza, quelli di poco

momento essendo giudicati da' giudici o podestà di ciascuna città o

aggregazione di villaggi. Questi ministri potevano condannare a multe

ed anche a pene corporali; e fu loro eziandio data autorità sopra il

sangue; ma quando ne usavano, erano in obbligo di mandare il processo

al supremo governo che confermava o annullava la sentenza.

Crearono poi pei giudizii delle cause civili, il cui importare

oltrepassasse cinquanta lire, imperciocchè sotto di questa somma

le sentenze de' ministri sopraddetti erano terminative, una ruota

composta di tre legisti, la quale sempre doveva fare la sua residenza

nella città di Corte. Da questa ruota vi era appellazione al supremo

consiglio, ma solamente quando constava che alcuno fosse stato molto

aggravato.

Questi ordini giudiziali non erano certamente perfetti, ed ancora li

bruttava l'infame uso della tortura. Ma intenzione del generale era di

perfezionarli col tempo.

I comuni si regolavano per gli uffiziali municipali, e li chiamavano

padri del comune. Erano eletti dai padri o capi di famiglia.

Le cause ecclesiastiche si agitavano nel tribunale del vicario

apostolico mandato dal papa, con autorità universale, e dalle sue

sentenze si appellava alla corte di Roma.

Paoli sentiva dell'ignoranza de' suoi compatrioti dolore acerbissimo:

nissun mezzo più acconcio vedeva per dirozzare, ingentilire ed

appiacevolire la nazione, di quello d'illuminare gl'intelletti ed

informare gli animi co' buoni esempii. In ciò non concordava con

Rousseau, cui aveva chiamato per dar leggi all'isola; imperocchè, come

ad ognuno è noto, il filosofo di Ginevra credeva che il ben essere

non potesse consistere che con una certa ruvidezza di costumi, e di

ciò in Corsica ne era dovizia. Perciò giva predicando che fra tutti i

popoli Europei i soli Corsi erano capaci di buone leggi. «Ma qui cade

in acconcio, dice il più volte lodato storico, l'antico proverbio,

che se l'ignoranza è vizio, il troppo sapere è parimente vizio, ed in

questo, come in ogni altra cosa, ogni bene sta nel mezzo. Non dico già

che il gran sapere sia vizio, in un individuo, poichè anzi è un pregio

eccelso e sommamente da lodarsi, ma solamente dico, che il sapere più

che al popolo si appartiene, sparso generalmente in una nazione, è

vizio e cosa da fuggirsi, perchè non può essere compiuto in ognuno, e

il ciel liberi gli Stati dall'essere in mano dei semidotti! Il perfetto

sapere dà la modestia e la ritiratezza, l'imperfetto la superbia,

l'impertinenza e l'ambizione.»

Paoli mosse, ed i supremi magistrati consentirono, che nella città

di Corte si fondasse una università degli studii, a cui concorrendo

i giovani Corsi, s'imbevessero di quanto più dirozza ed imbuonisce

l'uomo. Ciò successe nel 1764. Ottima disciplina ordinossi pel nascente

studio, esami settimanali, esami annuali; lodi e premi e corone, forti

stimoli a giovani intelletti. I professori, stipendiati dalla nazione,

insegnavano gratuitamente. La novità del caso, quel cibo tanto gradito,

quanto per la prima volta offerto e gustato, la naturale attitudine

per le scienze e per le lettere degl'ingegni corsi, i conforti e

gl'incoraggiamenti del Paoli, uomo tenuto in tanta venerazione dalla

gioventù, partorivano effetti mirabili.

Queste cose faceva il benevolo reggitore della Corsica fra mezzo i

furori della guerra e l'incertezza del destino futuro della sua patria.

Importava massimamente a Paoli la cura della guerra e degli esercizii

militari. Contuttociò egli andava pensando come avvezzar potesse i suoi

compatriotti alle opere di agricoltura, cui per lungo uso ripugnavano.

Gli andava dunque invitando alle rurali fatiche, accarezzava chi vi si

dava, premiava chi vi profittava, a poco a poco altro aspetto vestiva

la Corsica infelice, la smossa terra rendeva l'odore delle fortunate

radici, vedevasi sui campi, cosa insolita per lo innanzi, le marre

mescolatamente colle spade.

Giovine e, per così dire, fanciulla era a quei dì la Corsica per la

capacità del governare le faccende dello Stato: bisogno ancora aveva di

tutela. Ad ogni ora domandavano a Paoli consiglio di quanto avessero

a farsi e per le cose e per le persone: rispondeva: _Fate voi altri,

nominate voi altri_. Così gli avvezzava.

Squallida l'isola per la guerra, squallida per la povertà. «La patria,

il generale diceva, è il corpo della Sunamitide, noi e i magistrati

il profeta Eliseo, che, occhi ad occhi, bocca a bocca sopra di lui

distesi, opera facciamo di rianimarlo: già comincia a muoversi, già

riprende calore e vita, e se il tempo e Iddio ci aiutano, presto

vedremo non solo la quiete e l'ordine, ma ancora le scienze e le arti.

La Corsica accomodatamente consuonerà colla civile Sicilia, nè indarno

la natura ci avrà sotto di questo propizio cielo posti.»

Fiera e grande anima aveva; l'indipendenza della patria svisceratamente

amava. La più gradita lettura che avesse era quella del libro de'

Maccabei: Antioco ed i Romani gli passavano per la mente. Niuna

parola più odiava che quella di ribelli applicata ai Corsi. Paoli

aveva il volto per l'ordinario assai placido e dolce, e così pure

il costume, ma quando udiva dar del ribello ai Corsi, di tali feroci

forme le sue fattezze si vestivano, che la corsa natura pienamente in

lui si disvelava. Più amava Temistocle che Demostene, perchè questi

parlava, quegli faceva. Di gran lunga anteponeva Penn, legislatore

della Pensilvania, ad Alessandro Magno, conquistatore dell'Asia,

quello per aver fondato uno stato felice e tranquillo, questo per

aver martirizzato mezzo un mondo. La voce di Paoli era potentissima

sui cuori di Corsica, nè di altro egli aveva bisogno che di lei per

disporgli a seguitare la sua volontà e a spingergli ai più pericolosi

fatti. Alla guerra, da lui chiamati, andavano spontaneamente. Servivano

senza paga, salvo le guardie del generale e quei che erano di presidio

nelle fortezze.

Paoli poteva congregare ad un bisogno trenta mila armati, vale a dire,

quasi la quinta parte di tutta la popolazione. E non avea bisogno di

far magazzini per somministrare le vettovaglie all'esercito, posciachè

in ogni luogo erano preste o portate dai guerrieri andati in campo.

Ogni cosa portava all'entusiasmo: l'odio, l'amore; gli usi antichi,

il rispetto verso il generale. «L'esser ferito, scrive un anonimo, è

stimato onor grande, onor maggiore perdere i propri figli al servigio

del pubblico.... il pensiere dello arrendersi è peggiore della morte.

Pochi anni fa, un Corso stava guardando dalla sua finestra e vide

alcuni suoi paesani arrendersi ai Genovesi. Questo fece in lui una

impressione tale, che risolvette di non uscire mai più di casa; ed alla

sua morte che succedette quattro anni dopo, lasciò ordini positivi, che

il suo cadavere fosse sepolto fuori della vista della città.»

Tali erano gli uomini di Corsica.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 5 / 99 段