Nel mezzo tempo molto più gravi erano le cure e più decisive le

operazioni della repubblica di Genova per la ribellione della Corsica,

ch'era già presso il terzo lustro. Abbiamo già veduto a svanire i

bei disegni e le lusinghiere speranze del marchese di Cursay, che

di tanti pensieri e tanti maneggi si ebbe a guiderdone la prigionia

in Antibo, benchè poi si purgasse dalle accuse che la repubblica gli

avea poste addosso, e così fosse liberato. Il colonnello di Curcì, che

gli succedette nel comando dell'armi franzesi nell'isola, scorgendo

l'insuperabile avversione dei Corsi al già divisato regolamento,

formava nuovi progetti; ma, ignaro della mente del suo sovrano

riguardo i Corsi, si affaticava indarno. I Corsi bensì che non solo

prevedevano, ma erano quasi certi della vicina partenza delle milizie

franzesi, dimentichi affatto di tutta quella buona armonia ch'era con

esse passata, e non riguardandole se non come gli strumenti de' quali

erasi la repubblica servita per soggiogarli, non ebbero ribrezzo ad

attaccarle in modi crudelissimi, giungendo a spogliar nudi affatto

quelli che cadevano loro in mano e in quello stato rimandandoli ai loro

compagni, fra gli orrori del verno, per mezzo alle nevi; crudeltà che

crebbero a dismisura allorchè nel mese di febbraio giunse in Corsica

un uffiziale franzese cogli ordini della corte di far tosto ritirare

dall'isola le truppe. Gravi furono i pensieri del comandante per

preservarsi dagl'insulti e dal danno nella ritirata, e sagge le misure

da lui prese all'importantissimo fine; ma tutte le sue precauzioni non

riuscivano felicemente.

I Corsi vegliavano sopra tutti i movimenti ed accorrevano da per

tutto. Divisi in piccioli manipoli, bloccavano i Franzesi nelle torri e

negli altri posti, impedivano loro le munizioni da guerra e da bocca,

finalmente protestavano che avrebbero strozzati tutti i Franzesi, se

nell'abbandonare le piazze ed i luoghi da essi occupati, a loro non

li consegnassero; ed erano tali da tener la parola. Nè le attenzioni

vere o simulate del principale capo Gian Pietro Gaffori avevan forza di

trattenere i Corsi, sì che da ogni parte continuassero ad attaccare i

Franzesi che erano in cammino per unirsi al loro capo: e guai a quelli

che per istanchezza o cagione altra qualunque rimanevano indietro o

si scostavano alcun poco dai compagni! Soli i distaccamenti di là dei

monti furono meno inquietati, e si ridussero tutti sani e salvi in

Aiaccio.

Intanto ogni cosa era ormai disposta per la partenza, nè altro mancava

che di ottenere da Gaffori e dagli altri Corsi la restituzione de'

soldati da essi tenuti prigionieri. Ma fu impossibile indurgli a tanto,

finchè con una specie di capitolazione il comandante franzese non si

obbligò di consegnar loro la piazza di San Fiorenzo; promessa che però

ei non fu in poter di mantenere per la costante opposizione che vi fece

la repubblica. Nel qual fatto delusi i Corsi, tennero immediatamente

un congresso nel convento di Oletta, in cui unanimi determinarono di

non voler più sentire a parlare di soggezione verso qualsiasi potenza,

ma sì bene governarsi da sè medesimi coi magistrati proprii e colle

proprie leggi.

Sul principio di primavera, giunte le navi che trasportare doveano

le truppe franzesi, abbandonarono esse finalmente, dopo cinque anni

di soggiorno la Corsica, seco non portando altro frutto delle loro

fatiche, fuorchè un'idea giusta del valore e dell'entusiasmo de' Corsi,

i quali, pratici dei siti, fieri per carattere, ostinati per impegno,

avrebbero disputato a chiunque il possesso della loro isola, e se si

fossero formata di sè la giusta idea che la Francia in quella occasione

e la maggior parte de' sovrani ne avevano concepita, forse si sarebbero

formata una sorte migliore; ma allora badavano più alle private

passioni che al ben comune.

Appena partiti i Franzesi, si vide una manifesta prova di questo loro

modo di pensare. Imperciocchè, essendosi di bel nuovo adunati per

consultare intorno al modo del governarsi ed ai mezzi di mettersi

del tutto in libertà, insorsero fiere dissensioni fra loro, e dalla

discordia dei capi provennero amarissime conseguenze. Gaffori, capo

principale de' malcontenti, di severità eccessiva, non avea difficoltà

alcuna, per lievi motivi, o per sospetti, di far arrestare le persone

più cospicue e qualificate, come appunto, fece in questo tempo di

un Giuliano, il primo certo fra i Corsi dopo di lui; ed a quattro

pievi ch'erano entrate in negoziazioni col commissario Grimaldi per

sottomettersi di bel nuovo alla repubblica, fece patire una esecuzione

militare, che, invece di atterrire, irritò gli animi di tutti.

Il Grimaldi era a giorno di tutto, e d'ogni cosa cercava destramente

d'approfittare. Dopo di avere accolto favorevolmente i deputati

delle dette quattro pievi, e fatto ad essi sperare sommi favori, per

invogliare così altre comunità ad imitarne l'esempio, e dopo fomentate

le discordie dei malcontenti, di tutto informò la repubblica. Allora

non differì essa di far pubblicare un editto di perdono generale e di

obblio del passato per quelli che, deponendo l'armi, fossero ritornati

all'antica ubbidienza; ed a questo passo ne tenne dietro un altro

dello stesso commissario, in cui dimostrava ai Corsi non rimaner loro

altro partito che di attendere gli effetti della clemenza di Genova;

poichè e un grosso rinforzo militare che dovea fra poco essergli

spedito, e gli ordini dati dai re di Spagna, Francia, Inghilterra,

Napoli e Sardegna per vietare rigorosamente alle navi de' loro

sudditi di poter trasportare nell'isola nessuna sorte di munizioni,

da guerra specialmente, e il cattivo stato della Corsica, ed il vicino

cambiamento di sentimenti nella repubblica verso di essi, gli avrebbe

poi ridotti a pentirsi invano di non aver saputo approfittare di

circostanze sì favorevoli per essi.

Convien dire che qualche impressione facessero sull'animo de' Corsi

le parole del Grimaldi, poichè essendosi i capi radunati insieme più

volte, fu stesa una scrittura in ventidue articoli, ne' quali stavano

le condizioni, colle quali si sarebbero rimessi nella soggezione della

repubblica; e sebbene non fosse espressa in termini convenienti, come

lo stesso Grimaldi, cui fu presentata, fece ai deputati vedere, la

spedì egli a Genova, e si trattò fra' Corsi di eleggere persona saggia

e prudente, cui affidare la cura di quel dilicato maneggio.

I voti comuni raccoglievansi nella persona del cavaliere Gian Francesco

Brerio, illustre Corso, degno per le sue qualità della confidenza della

sua nazione, e abilissimo all'uopo, per l'esperienza acquistata nel

trattar gli affari di molte potenze, presso le quali era estimato e

lodato; quando, giunti da Balagna due deputati del canonico Orticoni,

famoso raggiratore, di fresco ripatriato dopo luogo esilio, chiedendo

in nome di lui che gli fosse affidata l'importante commissione,

mandarono a vuoto il partito presso a conchiudersi.

Se non che un avvenimento molto più grave terminò di rovinare ogni

cosa: l'assassinio di Gaffori. Lasciate dall'un de' lati le molte cose

immaginate e dette intorno ai motivi ed a' segreti autori del misfatto,

basterà dire che quel capo erasi fra' suoi fatti molti nemici, e che il

commissario genovese vedeva in lui il più potente ostacolo ai desiderii

della repubblica. Uscito per tanto un giorno il Gaffori a passeggiare

o in un giardino alla campagna o sulla pubblica strada, fu d'improvviso

colto da più colpi di moschetto sparati contro di lui, e che lo stesero

morto a terra con un suo parente che stavagli a lato e che spirò pochi

momenti dopo di lui.

Tal fine ebbe questo capo de' Corsi, che ne avea titolo di governatore

e capitano generale. Uomo pieno di coraggio e di zelo per la patria,

ma violento e vendicativo, e forse dominato troppo dalla passione di

comandare. Ma quello che destar deve maggior orrore si è che un suo

fratello medesimo venia fra' congiurati alla sua morte. Arrestato

costui con molti altri complici, fu con trentasette voti contro

tredici condannato ad esser rotto vivo in prigione, e prima di

morire confessò tutta la congiura. Altri complici furono giustiziati,

altri alla pena si sottrassero colla fuga. Fatti all'estinto Gaffori

solenni funerali, ne' quali offiziò il canonico Orticoni, gli fu pur

recitata funebre orazione. Terminate le quali lugubri funzioni, si

radunò di bel nuovo la nazione, e quivi pronunziò la pena della morte,

dell'infamia e della devastazione dei beni contro qualunque Corso

avesse osato parlare di riconciliazione con Genova. Quasi universale

intanto prevaleva in Corsica la persuasione che l'assassinio di Gaffori

fosse seguito per seduzione e ad istigazione della medesima e del

suo commissario Grimaldi, tanto più che fu divulgato come cosa certa

essersi all'arrestato fratello trovate due lettere, nelle quali se gli

prometteva il premio di due mila lire per l'esecrabile fratricidio.

Anno di CRISTO MDCCLV. Indizione III.

BENEDETTO XIV papa 16.

FRANCESCO I imperadore 11.

Mentre la guerra continuava a travagliarsi con varii ma deboli

accidenti, in Corsica, venne surrogato dalla signoria genovese al

commissario Grimaldi il marchese Giuseppe Doria, il quale, come giunse

in Bastia, mise innanzi ragionamenti di concordia, e procurò di indurre

i popoli all'obbedienza colla dolcezza; ma la dolcezza del Doria non

valse più dell'acerbità del Grimaldi.

La sperienza ammoniva i Corsi che dopo la morte del Gaffori niuno

restava a cui con animi concordi la nazione concorresse, e che potesse

stagliare quei gruppi di tante fazioni. Pure sapevano che la discordia

mena a servitù. Di Matra poco si fidavano, che anzi un fiero sospetto

era venuto loro in cuore, ed era, che avesse partecipato nella congiura

per dar morte a Gaffori. Degli altri capi, nessuno avea tanto credito

che riunire potesse in un sol volere ed in un solo sforzo e chi

dissentiva e chi tiepido se ne stava. Volsero gli occhi in Corsica, li

volsero fuori, per iscoprire se uomo al mondo vivesse, il quale fosse e

sicuro per desiderio di libertà, e capace per ingegno, ed ammaestrato

per esperienza di cose militari, onde di lui tanto promettere si

potessero che divenisse liberatore e salvatore della patria. Sovvenne

loro che vivea in Napoli, ai servigi militari di quella corona col

grado di colonnello, Giacinto Paoli, antico loro capitano, che,

disperate le cose dell'isola nel 1739 pei successi guerrieri di

Maillebois, si era in quel regno ritirato. Aveva con sè allora il suo

figliuolo Pasquale, che nella milizia napolitana occupava il grado

di tenente, e nel quale, sebbene ancora nella giovane età di ventidue

anni, risplendevano segni di animo libero ed invitto.

Qual fosse questo Pasquale, lo dice un autore anonimo, che scrisse

con verità e senza adulazione ed odio per nissuna delle parti le cose

di Corsica. Avuta il padre di lui favorevole accoglienza alla corte

di Napoli, si pose in grado di dare al figlio la migliore educazione

di cui potesse far copia quella città. Quivi fatti adunque Pasquale i

suoi studii, tra' quali quelli di etica sotto Antonio Genovesi, senza

dubbio uno de' principali ornamenti d'Italia, a ciò non si stette; ma

risoluto di portare più oltre i passi nel sapere, quantunque entrasse

al servizio militare assai per tempo, la sua grande ambizione fu

d'informarsi a fondo degli antichi Stati di Grecia e Roma. Così ei si

pose perfettamente in possesso Tucidide, Polibio, Livio e Tacito; nè

per ostentazione, ma per uso, imperciocchè si studiasse di far sue

proprie le loro cognizioni, ed ei medesimo confessasse essere sua

speranza di formare sè stesso sui modelli d'uomini tali quali furono

Cimone ed Epaminonda. E, a vero dire, egli si era loro avvicinato

quant'è mai possibile nell'eleganza della condotta e nell'amore delle

lettere, egualmente che in un appassionato desiderio di servire la sua

patria. Trovossi in procinto di avere un reggimento, e lo tenne sempre

come la più grande sventura che gli potesse accadere, come quella che

gli dovea impedire di andar a liberare la sua patria dai Genovesi, come

ebbe sempre in pensiero.

Ad una nazione incolta stava apprestando la provvidenza un uomo colto,

ad uomini furibondi un uomo di pacato ingegno, a guerrieri, che meglio

sapevano combattere le battaglie che non prepararle, un guerriero,

in cui l'arte eguagliava il valore. E per frenare un'incomposta e

disordinata furia, Paoli era molto accomodato; poichè, sebbene da Corso

odiasse i Genovesi, d'indole sedata era, ed in lui l'operare procedeva

piuttosto da fortezza abituale che da impeto passeggiero e facile

a svanire. In somma, vero e sincero parto del secolo decimottavo fu

Paoli, ma però prima che il secolo dagli abbaiatori e dagli ambiziosi

si guastasse. A Pasquale Paoli pertanto pensarono i Corsi, e lui

delle necessità della patria ammonirono, e a lei il pregarono che

soccorresse.

Il dabbene e forte giovane vide qual difficile impresa gli si

apprestava. La ferocia e l'ostinazione delle parti erano malagevoli,

e forse impossibili, a domarsi; Genova ricca e forte in paragone

della Corsica, per peggiore sua sorte notata di ribelle; le ambizioni

degli antichi capi, massimamente quella del giovane Mario Matra, più

ambizioso di tutti; nè ignorava che i capi de' Corsi, se infelici

nell'amministrare la guerra, perdeano con essi la causa; se felici,

erano a tradimento ammazzati: i casi di Sampiero e di Gaffori erano

tali da spaventare qualunque più intrepido amatore della sua patria.

Ma vinse in Paoli il desiderio della gloria, vinse il desiderio della

libertà: rispose adunque essere parato, accingersi volentieri all'alto

proposito, tutto dare sè stesso alla salute della patria.

Navigato felicemente, prese Pasquale Paoli terra a foce di Golo a dì 29

aprile; e soffermatosi alquanto d'ora al vescovato, volse poi i passi a

Rostino, dove era nato. Come prima si sparse il grido essere arrivato

il figliuolo di Giacinto, figliuolo degno di degno padre, concorsero

i popoli bramosamente a vederlo, sperando che, se la somma delle cose

loro reggesse, conservare potrebbero il nome e la libertà corsa.

Nel mese di luglio fecesi, per mezzo de' capi eletti, un parlamento

di tutta la nazione a Sant'Antonio di Casabianca, paese della pieve

d'Ampugnani. Paoli, trovato ne' cittadini riscontro ai suoi desiderii,

v'intervenne. Fu con consentimento unanime chiamato generale delle armi

e capo della parte economica e politica del regno, con autorità piena

e libera, fuorchè nei casi ne' quali si trattasse di materie di Stato,

sopra cui deliberare non potesse senza l'intervento di due consiglieri

di Stato e dei rispettivi rappresentanti di ciascuna provincia. Legossi

per fede, e giurò, in cospetto della nazione a parlamento adunata, che

fedelmente ed in benefizio della libertà le potestà userebbe che la

patria gli dava.

In sul limitare stesso del preso magistrato poco mancò che Paoli non

perisse. L'invidia degli emuli gli fu subito addosso. Mario Matra,

sopra tutti, giovane, siccome si è osservato più sopra, ambizioso

e feroce, e per nascita nobile e per sostanze dovizioso, con grave

sdegno aveva sentita l'esaltazione del capitano generale, ed ogni

mezzo andava macchinando ed ogni via cercando per torgli quella

superiorità, cui cotanto egli odiava. Immenso odio in sè medesimo

annidando, dovunque vedeva un uomo odiatore di Paoli; od in qualunque

modo amatore di risse e di scandali, tosto a lui ricorreva, il tentava,

e contro l'emulo lo spingeva. E pretesseva anche parole di libertà,

accusando il capitano generale del volersi servirò dell'autorità

datagli per istabilire la tirannide. Sommovitrici parole sono sempre

queste pe' popoli, più sospettosi di perdere la libertà, che savii per

conservarla. Ma i popoli corrono dietro, come pecore, agli ambiziosi

che gridano tirannide, quando c'è libertà. Matra gridava e chiamava

Paoli tiranno; non pochi si lasciavano sollevare dagli umori torbidi

di questo commovitore, intorno a cui si faceva concorso. Ai sospetti,

alle maldicenze si aggiunsero alcuni privati sdegni. Il vecchio vizio,

vogliam dire l'amore della vendetta, tuttavia predominava, e per quanto

avessero fatto i governi precedenti per estirpare questa velenosa

pianta, nuovi rampolli ella sempre mandava fuori, se non peggiori,

almeno altrettanto maligni dei primi. Solo aveva tregua il feroce

talento quando i popoli andavano alle battaglie contro i Genovesi; ma

finite le battaglie, i Corsi si ammazzavano partigianamente fra loro.

Paoli, che intendeva non solamente a libertà, ma ancora a civiltà,

applicò tosto l'animo a sanare questa peste. Cominciò colle

persuasioni, cui davano peso il suo nome, l'amore dei popoli, la

fresca autorità; che non mai dal collo si leverebbero Genova, se con le

proprie mani continuassero a distruggersi; fare loro, insanguinandosi

nel sangue corso, ciò appunto che i loro nemici desideravano; non le

mani raffreddate dalla morte, ma le vive alcuna cosa potere contro

gli oppressori, nè mai esservi di mani vive troppa copia contro di

chi tanto può. Quindi, dalle parole venendo ai fatti, stabilì in

ciascuna provincia, ed in altri luoghi che gli parvero opportuni,

certi magistrati con facoltà di giustizia pronta e sommaria a terrore

de' feritori e degli omicidi. La giustizia sempre è più rispettata

quando ella è più imparziale, e si esercita egualmente senza eccezione

di persone, quali esse sieno e di qual nome si chiamino. Ora accadde

che un parente di Paoli, trovato reo di omicidio, fu sentenziato a

morte; i parenti pregavano per la grazia; i popoli stavano a vedere

che si facesse. Comandò che si facesse giustizia, il reo fu passato

per l'armi: fruttifero esempio. Da allora in poi divennero rari gli

omicidii, benefizio immenso del giovane capitano chiamato a sanazione

della Corsica, il quale maggiormente poscia il confermò con andar esso

stesso girando per l'isola, principalmente col fine di vedere se si

ministrasse buona e retta giustizia.

Ma un altro caso avvenne che fu cagione di atroci sdegni, e, destando

molti a nemici pensieri, accrebbe forza alla fazione del Matra.

Trovandosi Paoli a Campoloro, bandì dell'isola e castigò colla confisca

de' beni un Ferdinando Agostini, reo di tentato omicidio. Era parente

di costui Tommaso Santucci di Alessani, stato poc'anzi uno de' quattro

membri del consiglio segreto di Stato. Sendo personaggio d'importanza,

credettesi di ottenere facilmente la remissione della pena, ed a tal

fine pregò il capitano generale. Ma Paoli, che al pro di tutti non di

alcuno solamente mirava, e che già un suo parente stesso aveva lasciato

al corso della giustizia, la preghiera inflessibilmente sostenne, e per

quanta pressa gli si facesse intorno, non volle consentire. Santucci

sdegnato, e segnatasi altamente nell'animo l'ingiuria che si credeva

di avere ricevuto, andò ad unirsi a Matra, a cui già erano venuti, per

odii occulti o palesi o per mera ambizione, altri principali Corsi, per

modo che già formavano un'intera intelligenza considerabile. Vi vennero

un secondo Santucci, un Angelo Colombani, un Cotani, un Paganelli con

molti seguaci, ed adunatisi nel convento dei Francescani, chiamarono

loro capo contro Paoli il Matra. Questo moto si andava ingrossando per

la giunta di nuovi settarii e di ogni facinoroso avido di fare il suo

pro nelle turbate cose.

Non sì tosto Paoli, che stava in orecchi e vegliava questi moti,

ebbe avviso della sollevazione di questi uomini scandalosi e ribelli

alle voglie della patria, prevedendo quanto fatale potesse essere

quell'incendio sul principio del suo magistrato, chiamò gente delle

pievi meglio affette; e divenuto grosso e potente sui campi, avviossi

verso Alessani, per porre il piede su quelle prime faville. Ma l'emulo

suo, che s'era imboscato in quella pieve con duemila de' suoi, l'assalì

così all'improvviso, mentre passava, che fu rotto e quasi del tutto

abbandonato da' compagni, ed alle maggiori fatiche del mondo potè

salvarsi nel convento di Campoloro. Se Matra fosse stato presto a

seguitare l'impeto della fortuna favorevole, avrebbe ottenuto piena

vittoria dell'avversario. Ma stimando di avere vinto quando l'altro

poteva ancora risorgere, temporeggiò, se ne stette a bada, ed, in

cambio di correre a Campoloro, s'incamminò verso Corte, vincitore sè

medesimo predicando.

In questo mezzo tempo Paoli non mancò a sè stesso, e non che il suo

coraggio si abbattesse, più vivido anzi risorse. Fece quivi veramente

grande sperimento della sua virtù, discorse bene le condizioni del

tempo, chiamò di nuovo i suoi Rostinchi, levò a rumore tutte le terre

del comune, che sono appunto Rostino con le pievi di Orezza, Ampugnani,

Casacconi e Vallerustie. Le novelle genti di Paoli arrivarono in suo

aiuto unite in una schiera di tre mila furiosi paesani, che assaltati

i Matreschi, li misero in fuga per Alessani. Il fugato Mario Matra

ritirossi primieramente in Serra, poi in Aleria, dove aveva le sue

possessioni; ma tornò in campo con nuovi seguaci raccolti nelle pievi

di Castello, Rogna ed Aleria. Novellamente restò vinto e costretto

a rifuggirsi in quel suo nido di Aleria, dove girava gli abitanti

in ogni sua voglia; ma accortosi che con le proprie forze non poteva

ostare all'avversario, si diede in braccio a Genova, non abborrendo dal

vincere quello con la servitù de' suoi, purchè vincesse. Tali sono gli

ambiziosi. Andò a Bastia, corse a Genova, tornò con promesse ed aiuti;

il commissario Doria molto il favoriva. Fece un'intelligenza ed un

ristretto de' suoi confidenti, per servirsene al caso che meditava.

Era questo il sesto anno che la bella quanto sfortunata Italia godeasi

la pace procuratale dal trattato d'Aquisgrana; ma poco mancò che

uno strano accidente non venisse a turbarla. Un Luigi Mandrin, capo

di contrabbandieri, annidatosi da qualche anno tra i confini della

Francia, verso gli Svizzeri e la Savoia, rese la sua squadra talmente

celebre e terribile insieme, mettendo a contribuzione e spavento

città e provincie, che il governo franzese, volendo tor di dosso a'

suoi sudditi questa peste, avea spedito due grossi corpi di milizie

con ordine di farne ad ogni costo l'arresto. Madrin, che trovavasi in

Savoia, dove pure il tenevano di vista, ritirossi con quattro compagni

nel castello di Roccafort, dove non poteva dalle milizie franzesi esser

preso senza violazione del diritto delle genti. Ma lo uffiziale che

quelle milizie comandava, senza tante considerazioni, ed avanzandosi

con gran segretezza sino alla torre di San Genis d'Aosta, dove uccise

dieci o dodici contadini, altri ferì, e misse tutti in fuga quelli

che, sorpresi dalla novità della fazione, gli si erano voluti opporre,

inoltrò quindi prestamente sino a Roccafort, sorprese il famoso

contrabbandiere e lo tradusse a Grenoble, poi a Valenza, in cui finì

sulla ruota i suoi giorni.

Intanto il re di Sardegna, informato dell'accaduto, si fece a chiedere

al re di Francia pronta e solenne soddisfazione dell'ingiuria recatagli

con un'insigne violenza che ne offendeva la sovranità. E la corte

di Francia volea dargliela; ma non convenendosi ne' modi, il re di

Sardegna ordinò al suo ambasciatore di lasciar Parigi senza prendere

comiato, e distribuì in proposito una ragionata memoria a tutti i

ministri stranieri residenti a Torino. Non cessarono intanto i maneggi,

i quali condussero al felice risultato d'un accomodamento, che, con

reciproca soddisfazione di quelle due potenze, spiantò quel seme che

la discordia aveva apprestato a distruggere la buona armonia con tanta

difficoltà ristabilita.

Anno di CRISTO MDCCLVI. Indizione IV.

BENEDETTO XIV papa 17.

FRANCESCO I imperadore 12.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 4 / 99 段