operazioni della repubblica di Genova per la ribellione della Corsica,
ch'era già presso il terzo lustro. Abbiamo già veduto a svanire i
bei disegni e le lusinghiere speranze del marchese di Cursay, che
di tanti pensieri e tanti maneggi si ebbe a guiderdone la prigionia
in Antibo, benchè poi si purgasse dalle accuse che la repubblica gli
avea poste addosso, e così fosse liberato. Il colonnello di Curcì, che
gli succedette nel comando dell'armi franzesi nell'isola, scorgendo
l'insuperabile avversione dei Corsi al già divisato regolamento,
formava nuovi progetti; ma, ignaro della mente del suo sovrano
riguardo i Corsi, si affaticava indarno. I Corsi bensì che non solo
prevedevano, ma erano quasi certi della vicina partenza delle milizie
franzesi, dimentichi affatto di tutta quella buona armonia ch'era con
esse passata, e non riguardandole se non come gli strumenti de' quali
erasi la repubblica servita per soggiogarli, non ebbero ribrezzo ad
attaccarle in modi crudelissimi, giungendo a spogliar nudi affatto
quelli che cadevano loro in mano e in quello stato rimandandoli ai loro
compagni, fra gli orrori del verno, per mezzo alle nevi; crudeltà che
crebbero a dismisura allorchè nel mese di febbraio giunse in Corsica
un uffiziale franzese cogli ordini della corte di far tosto ritirare
dall'isola le truppe. Gravi furono i pensieri del comandante per
preservarsi dagl'insulti e dal danno nella ritirata, e sagge le misure
da lui prese all'importantissimo fine; ma tutte le sue precauzioni non
riuscivano felicemente.
I Corsi vegliavano sopra tutti i movimenti ed accorrevano da per
tutto. Divisi in piccioli manipoli, bloccavano i Franzesi nelle torri e
negli altri posti, impedivano loro le munizioni da guerra e da bocca,
finalmente protestavano che avrebbero strozzati tutti i Franzesi, se
nell'abbandonare le piazze ed i luoghi da essi occupati, a loro non
li consegnassero; ed erano tali da tener la parola. Nè le attenzioni
vere o simulate del principale capo Gian Pietro Gaffori avevan forza di
trattenere i Corsi, sì che da ogni parte continuassero ad attaccare i
Franzesi che erano in cammino per unirsi al loro capo: e guai a quelli
che per istanchezza o cagione altra qualunque rimanevano indietro o
si scostavano alcun poco dai compagni! Soli i distaccamenti di là dei
monti furono meno inquietati, e si ridussero tutti sani e salvi in
Aiaccio.
Intanto ogni cosa era ormai disposta per la partenza, nè altro mancava
che di ottenere da Gaffori e dagli altri Corsi la restituzione de'
soldati da essi tenuti prigionieri. Ma fu impossibile indurgli a tanto,
finchè con una specie di capitolazione il comandante franzese non si
obbligò di consegnar loro la piazza di San Fiorenzo; promessa che però
ei non fu in poter di mantenere per la costante opposizione che vi fece
la repubblica. Nel qual fatto delusi i Corsi, tennero immediatamente
un congresso nel convento di Oletta, in cui unanimi determinarono di
non voler più sentire a parlare di soggezione verso qualsiasi potenza,
ma sì bene governarsi da sè medesimi coi magistrati proprii e colle
proprie leggi.
Sul principio di primavera, giunte le navi che trasportare doveano
le truppe franzesi, abbandonarono esse finalmente, dopo cinque anni
di soggiorno la Corsica, seco non portando altro frutto delle loro
fatiche, fuorchè un'idea giusta del valore e dell'entusiasmo de' Corsi,
i quali, pratici dei siti, fieri per carattere, ostinati per impegno,
avrebbero disputato a chiunque il possesso della loro isola, e se si
fossero formata di sè la giusta idea che la Francia in quella occasione
e la maggior parte de' sovrani ne avevano concepita, forse si sarebbero
formata una sorte migliore; ma allora badavano più alle private
passioni che al ben comune.
Appena partiti i Franzesi, si vide una manifesta prova di questo loro
modo di pensare. Imperciocchè, essendosi di bel nuovo adunati per
consultare intorno al modo del governarsi ed ai mezzi di mettersi
del tutto in libertà, insorsero fiere dissensioni fra loro, e dalla
discordia dei capi provennero amarissime conseguenze. Gaffori, capo
principale de' malcontenti, di severità eccessiva, non avea difficoltà
alcuna, per lievi motivi, o per sospetti, di far arrestare le persone
più cospicue e qualificate, come appunto, fece in questo tempo di
un Giuliano, il primo certo fra i Corsi dopo di lui; ed a quattro
pievi ch'erano entrate in negoziazioni col commissario Grimaldi per
sottomettersi di bel nuovo alla repubblica, fece patire una esecuzione
militare, che, invece di atterrire, irritò gli animi di tutti.
Il Grimaldi era a giorno di tutto, e d'ogni cosa cercava destramente
d'approfittare. Dopo di avere accolto favorevolmente i deputati
delle dette quattro pievi, e fatto ad essi sperare sommi favori, per
invogliare così altre comunità ad imitarne l'esempio, e dopo fomentate
le discordie dei malcontenti, di tutto informò la repubblica. Allora
non differì essa di far pubblicare un editto di perdono generale e di
obblio del passato per quelli che, deponendo l'armi, fossero ritornati
all'antica ubbidienza; ed a questo passo ne tenne dietro un altro
dello stesso commissario, in cui dimostrava ai Corsi non rimaner loro
altro partito che di attendere gli effetti della clemenza di Genova;
poichè e un grosso rinforzo militare che dovea fra poco essergli
spedito, e gli ordini dati dai re di Spagna, Francia, Inghilterra,
Napoli e Sardegna per vietare rigorosamente alle navi de' loro
sudditi di poter trasportare nell'isola nessuna sorte di munizioni,
da guerra specialmente, e il cattivo stato della Corsica, ed il vicino
cambiamento di sentimenti nella repubblica verso di essi, gli avrebbe
poi ridotti a pentirsi invano di non aver saputo approfittare di
circostanze sì favorevoli per essi.
Convien dire che qualche impressione facessero sull'animo de' Corsi
le parole del Grimaldi, poichè essendosi i capi radunati insieme più
volte, fu stesa una scrittura in ventidue articoli, ne' quali stavano
le condizioni, colle quali si sarebbero rimessi nella soggezione della
repubblica; e sebbene non fosse espressa in termini convenienti, come
lo stesso Grimaldi, cui fu presentata, fece ai deputati vedere, la
spedì egli a Genova, e si trattò fra' Corsi di eleggere persona saggia
e prudente, cui affidare la cura di quel dilicato maneggio.
I voti comuni raccoglievansi nella persona del cavaliere Gian Francesco
Brerio, illustre Corso, degno per le sue qualità della confidenza della
sua nazione, e abilissimo all'uopo, per l'esperienza acquistata nel
trattar gli affari di molte potenze, presso le quali era estimato e
lodato; quando, giunti da Balagna due deputati del canonico Orticoni,
famoso raggiratore, di fresco ripatriato dopo luogo esilio, chiedendo
in nome di lui che gli fosse affidata l'importante commissione,
mandarono a vuoto il partito presso a conchiudersi.
Se non che un avvenimento molto più grave terminò di rovinare ogni
cosa: l'assassinio di Gaffori. Lasciate dall'un de' lati le molte cose
immaginate e dette intorno ai motivi ed a' segreti autori del misfatto,
basterà dire che quel capo erasi fra' suoi fatti molti nemici, e che il
commissario genovese vedeva in lui il più potente ostacolo ai desiderii
della repubblica. Uscito per tanto un giorno il Gaffori a passeggiare
o in un giardino alla campagna o sulla pubblica strada, fu d'improvviso
colto da più colpi di moschetto sparati contro di lui, e che lo stesero
morto a terra con un suo parente che stavagli a lato e che spirò pochi
momenti dopo di lui.
Tal fine ebbe questo capo de' Corsi, che ne avea titolo di governatore
e capitano generale. Uomo pieno di coraggio e di zelo per la patria,
ma violento e vendicativo, e forse dominato troppo dalla passione di
comandare. Ma quello che destar deve maggior orrore si è che un suo
fratello medesimo venia fra' congiurati alla sua morte. Arrestato
costui con molti altri complici, fu con trentasette voti contro
tredici condannato ad esser rotto vivo in prigione, e prima di
morire confessò tutta la congiura. Altri complici furono giustiziati,
altri alla pena si sottrassero colla fuga. Fatti all'estinto Gaffori
solenni funerali, ne' quali offiziò il canonico Orticoni, gli fu pur
recitata funebre orazione. Terminate le quali lugubri funzioni, si
radunò di bel nuovo la nazione, e quivi pronunziò la pena della morte,
dell'infamia e della devastazione dei beni contro qualunque Corso
avesse osato parlare di riconciliazione con Genova. Quasi universale
intanto prevaleva in Corsica la persuasione che l'assassinio di Gaffori
fosse seguito per seduzione e ad istigazione della medesima e del
suo commissario Grimaldi, tanto più che fu divulgato come cosa certa
essersi all'arrestato fratello trovate due lettere, nelle quali se gli
prometteva il premio di due mila lire per l'esecrabile fratricidio.
Anno di CRISTO MDCCLV. Indizione III.
BENEDETTO XIV papa 16.
FRANCESCO I imperadore 11.
Mentre la guerra continuava a travagliarsi con varii ma deboli
accidenti, in Corsica, venne surrogato dalla signoria genovese al
commissario Grimaldi il marchese Giuseppe Doria, il quale, come giunse
in Bastia, mise innanzi ragionamenti di concordia, e procurò di indurre
i popoli all'obbedienza colla dolcezza; ma la dolcezza del Doria non
valse più dell'acerbità del Grimaldi.
La sperienza ammoniva i Corsi che dopo la morte del Gaffori niuno
restava a cui con animi concordi la nazione concorresse, e che potesse
stagliare quei gruppi di tante fazioni. Pure sapevano che la discordia
mena a servitù. Di Matra poco si fidavano, che anzi un fiero sospetto
era venuto loro in cuore, ed era, che avesse partecipato nella congiura
per dar morte a Gaffori. Degli altri capi, nessuno avea tanto credito
che riunire potesse in un sol volere ed in un solo sforzo e chi
dissentiva e chi tiepido se ne stava. Volsero gli occhi in Corsica, li
volsero fuori, per iscoprire se uomo al mondo vivesse, il quale fosse e
sicuro per desiderio di libertà, e capace per ingegno, ed ammaestrato
per esperienza di cose militari, onde di lui tanto promettere si
potessero che divenisse liberatore e salvatore della patria. Sovvenne
loro che vivea in Napoli, ai servigi militari di quella corona col
grado di colonnello, Giacinto Paoli, antico loro capitano, che,
disperate le cose dell'isola nel 1739 pei successi guerrieri di
Maillebois, si era in quel regno ritirato. Aveva con sè allora il suo
figliuolo Pasquale, che nella milizia napolitana occupava il grado
di tenente, e nel quale, sebbene ancora nella giovane età di ventidue
anni, risplendevano segni di animo libero ed invitto.
Qual fosse questo Pasquale, lo dice un autore anonimo, che scrisse
con verità e senza adulazione ed odio per nissuna delle parti le cose
di Corsica. Avuta il padre di lui favorevole accoglienza alla corte
di Napoli, si pose in grado di dare al figlio la migliore educazione
di cui potesse far copia quella città. Quivi fatti adunque Pasquale i
suoi studii, tra' quali quelli di etica sotto Antonio Genovesi, senza
dubbio uno de' principali ornamenti d'Italia, a ciò non si stette; ma
risoluto di portare più oltre i passi nel sapere, quantunque entrasse
al servizio militare assai per tempo, la sua grande ambizione fu
d'informarsi a fondo degli antichi Stati di Grecia e Roma. Così ei si
pose perfettamente in possesso Tucidide, Polibio, Livio e Tacito; nè
per ostentazione, ma per uso, imperciocchè si studiasse di far sue
proprie le loro cognizioni, ed ei medesimo confessasse essere sua
speranza di formare sè stesso sui modelli d'uomini tali quali furono
Cimone ed Epaminonda. E, a vero dire, egli si era loro avvicinato
quant'è mai possibile nell'eleganza della condotta e nell'amore delle
lettere, egualmente che in un appassionato desiderio di servire la sua
patria. Trovossi in procinto di avere un reggimento, e lo tenne sempre
come la più grande sventura che gli potesse accadere, come quella che
gli dovea impedire di andar a liberare la sua patria dai Genovesi, come
ebbe sempre in pensiero.
Ad una nazione incolta stava apprestando la provvidenza un uomo colto,
ad uomini furibondi un uomo di pacato ingegno, a guerrieri, che meglio
sapevano combattere le battaglie che non prepararle, un guerriero,
in cui l'arte eguagliava il valore. E per frenare un'incomposta e
disordinata furia, Paoli era molto accomodato; poichè, sebbene da Corso
odiasse i Genovesi, d'indole sedata era, ed in lui l'operare procedeva
piuttosto da fortezza abituale che da impeto passeggiero e facile
a svanire. In somma, vero e sincero parto del secolo decimottavo fu
Paoli, ma però prima che il secolo dagli abbaiatori e dagli ambiziosi
si guastasse. A Pasquale Paoli pertanto pensarono i Corsi, e lui
delle necessità della patria ammonirono, e a lei il pregarono che
soccorresse.
Il dabbene e forte giovane vide qual difficile impresa gli si
apprestava. La ferocia e l'ostinazione delle parti erano malagevoli,
e forse impossibili, a domarsi; Genova ricca e forte in paragone
della Corsica, per peggiore sua sorte notata di ribelle; le ambizioni
degli antichi capi, massimamente quella del giovane Mario Matra, più
ambizioso di tutti; nè ignorava che i capi de' Corsi, se infelici
nell'amministrare la guerra, perdeano con essi la causa; se felici,
erano a tradimento ammazzati: i casi di Sampiero e di Gaffori erano
tali da spaventare qualunque più intrepido amatore della sua patria.
Ma vinse in Paoli il desiderio della gloria, vinse il desiderio della
libertà: rispose adunque essere parato, accingersi volentieri all'alto
proposito, tutto dare sè stesso alla salute della patria.
Navigato felicemente, prese Pasquale Paoli terra a foce di Golo a dì 29
aprile; e soffermatosi alquanto d'ora al vescovato, volse poi i passi a
Rostino, dove era nato. Come prima si sparse il grido essere arrivato
il figliuolo di Giacinto, figliuolo degno di degno padre, concorsero
i popoli bramosamente a vederlo, sperando che, se la somma delle cose
loro reggesse, conservare potrebbero il nome e la libertà corsa.
Nel mese di luglio fecesi, per mezzo de' capi eletti, un parlamento
di tutta la nazione a Sant'Antonio di Casabianca, paese della pieve
d'Ampugnani. Paoli, trovato ne' cittadini riscontro ai suoi desiderii,
v'intervenne. Fu con consentimento unanime chiamato generale delle armi
e capo della parte economica e politica del regno, con autorità piena
e libera, fuorchè nei casi ne' quali si trattasse di materie di Stato,
sopra cui deliberare non potesse senza l'intervento di due consiglieri
di Stato e dei rispettivi rappresentanti di ciascuna provincia. Legossi
per fede, e giurò, in cospetto della nazione a parlamento adunata, che
fedelmente ed in benefizio della libertà le potestà userebbe che la
patria gli dava.
In sul limitare stesso del preso magistrato poco mancò che Paoli non
perisse. L'invidia degli emuli gli fu subito addosso. Mario Matra,
sopra tutti, giovane, siccome si è osservato più sopra, ambizioso
e feroce, e per nascita nobile e per sostanze dovizioso, con grave
sdegno aveva sentita l'esaltazione del capitano generale, ed ogni
mezzo andava macchinando ed ogni via cercando per torgli quella
superiorità, cui cotanto egli odiava. Immenso odio in sè medesimo
annidando, dovunque vedeva un uomo odiatore di Paoli; od in qualunque
modo amatore di risse e di scandali, tosto a lui ricorreva, il tentava,
e contro l'emulo lo spingeva. E pretesseva anche parole di libertà,
accusando il capitano generale del volersi servirò dell'autorità
datagli per istabilire la tirannide. Sommovitrici parole sono sempre
queste pe' popoli, più sospettosi di perdere la libertà, che savii per
conservarla. Ma i popoli corrono dietro, come pecore, agli ambiziosi
che gridano tirannide, quando c'è libertà. Matra gridava e chiamava
Paoli tiranno; non pochi si lasciavano sollevare dagli umori torbidi
di questo commovitore, intorno a cui si faceva concorso. Ai sospetti,
alle maldicenze si aggiunsero alcuni privati sdegni. Il vecchio vizio,
vogliam dire l'amore della vendetta, tuttavia predominava, e per quanto
avessero fatto i governi precedenti per estirpare questa velenosa
pianta, nuovi rampolli ella sempre mandava fuori, se non peggiori,
almeno altrettanto maligni dei primi. Solo aveva tregua il feroce
talento quando i popoli andavano alle battaglie contro i Genovesi; ma
finite le battaglie, i Corsi si ammazzavano partigianamente fra loro.
Paoli, che intendeva non solamente a libertà, ma ancora a civiltà,
applicò tosto l'animo a sanare questa peste. Cominciò colle
persuasioni, cui davano peso il suo nome, l'amore dei popoli, la
fresca autorità; che non mai dal collo si leverebbero Genova, se con le
proprie mani continuassero a distruggersi; fare loro, insanguinandosi
nel sangue corso, ciò appunto che i loro nemici desideravano; non le
mani raffreddate dalla morte, ma le vive alcuna cosa potere contro
gli oppressori, nè mai esservi di mani vive troppa copia contro di
chi tanto può. Quindi, dalle parole venendo ai fatti, stabilì in
ciascuna provincia, ed in altri luoghi che gli parvero opportuni,
certi magistrati con facoltà di giustizia pronta e sommaria a terrore
de' feritori e degli omicidi. La giustizia sempre è più rispettata
quando ella è più imparziale, e si esercita egualmente senza eccezione
di persone, quali esse sieno e di qual nome si chiamino. Ora accadde
che un parente di Paoli, trovato reo di omicidio, fu sentenziato a
morte; i parenti pregavano per la grazia; i popoli stavano a vedere
che si facesse. Comandò che si facesse giustizia, il reo fu passato
per l'armi: fruttifero esempio. Da allora in poi divennero rari gli
omicidii, benefizio immenso del giovane capitano chiamato a sanazione
della Corsica, il quale maggiormente poscia il confermò con andar esso
stesso girando per l'isola, principalmente col fine di vedere se si
ministrasse buona e retta giustizia.
Ma un altro caso avvenne che fu cagione di atroci sdegni, e, destando
molti a nemici pensieri, accrebbe forza alla fazione del Matra.
Trovandosi Paoli a Campoloro, bandì dell'isola e castigò colla confisca
de' beni un Ferdinando Agostini, reo di tentato omicidio. Era parente
di costui Tommaso Santucci di Alessani, stato poc'anzi uno de' quattro
membri del consiglio segreto di Stato. Sendo personaggio d'importanza,
credettesi di ottenere facilmente la remissione della pena, ed a tal
fine pregò il capitano generale. Ma Paoli, che al pro di tutti non di
alcuno solamente mirava, e che già un suo parente stesso aveva lasciato
al corso della giustizia, la preghiera inflessibilmente sostenne, e per
quanta pressa gli si facesse intorno, non volle consentire. Santucci
sdegnato, e segnatasi altamente nell'animo l'ingiuria che si credeva
di avere ricevuto, andò ad unirsi a Matra, a cui già erano venuti, per
odii occulti o palesi o per mera ambizione, altri principali Corsi, per
modo che già formavano un'intera intelligenza considerabile. Vi vennero
un secondo Santucci, un Angelo Colombani, un Cotani, un Paganelli con
molti seguaci, ed adunatisi nel convento dei Francescani, chiamarono
loro capo contro Paoli il Matra. Questo moto si andava ingrossando per
la giunta di nuovi settarii e di ogni facinoroso avido di fare il suo
pro nelle turbate cose.
Non sì tosto Paoli, che stava in orecchi e vegliava questi moti,
ebbe avviso della sollevazione di questi uomini scandalosi e ribelli
alle voglie della patria, prevedendo quanto fatale potesse essere
quell'incendio sul principio del suo magistrato, chiamò gente delle
pievi meglio affette; e divenuto grosso e potente sui campi, avviossi
verso Alessani, per porre il piede su quelle prime faville. Ma l'emulo
suo, che s'era imboscato in quella pieve con duemila de' suoi, l'assalì
così all'improvviso, mentre passava, che fu rotto e quasi del tutto
abbandonato da' compagni, ed alle maggiori fatiche del mondo potè
salvarsi nel convento di Campoloro. Se Matra fosse stato presto a
seguitare l'impeto della fortuna favorevole, avrebbe ottenuto piena
vittoria dell'avversario. Ma stimando di avere vinto quando l'altro
poteva ancora risorgere, temporeggiò, se ne stette a bada, ed, in
cambio di correre a Campoloro, s'incamminò verso Corte, vincitore sè
medesimo predicando.
In questo mezzo tempo Paoli non mancò a sè stesso, e non che il suo
coraggio si abbattesse, più vivido anzi risorse. Fece quivi veramente
grande sperimento della sua virtù, discorse bene le condizioni del
tempo, chiamò di nuovo i suoi Rostinchi, levò a rumore tutte le terre
del comune, che sono appunto Rostino con le pievi di Orezza, Ampugnani,
Casacconi e Vallerustie. Le novelle genti di Paoli arrivarono in suo
aiuto unite in una schiera di tre mila furiosi paesani, che assaltati
i Matreschi, li misero in fuga per Alessani. Il fugato Mario Matra
ritirossi primieramente in Serra, poi in Aleria, dove aveva le sue
possessioni; ma tornò in campo con nuovi seguaci raccolti nelle pievi
di Castello, Rogna ed Aleria. Novellamente restò vinto e costretto
a rifuggirsi in quel suo nido di Aleria, dove girava gli abitanti
in ogni sua voglia; ma accortosi che con le proprie forze non poteva
ostare all'avversario, si diede in braccio a Genova, non abborrendo dal
vincere quello con la servitù de' suoi, purchè vincesse. Tali sono gli
ambiziosi. Andò a Bastia, corse a Genova, tornò con promesse ed aiuti;
il commissario Doria molto il favoriva. Fece un'intelligenza ed un
ristretto de' suoi confidenti, per servirsene al caso che meditava.
Era questo il sesto anno che la bella quanto sfortunata Italia godeasi
la pace procuratale dal trattato d'Aquisgrana; ma poco mancò che
uno strano accidente non venisse a turbarla. Un Luigi Mandrin, capo
di contrabbandieri, annidatosi da qualche anno tra i confini della
Francia, verso gli Svizzeri e la Savoia, rese la sua squadra talmente
celebre e terribile insieme, mettendo a contribuzione e spavento
città e provincie, che il governo franzese, volendo tor di dosso a'
suoi sudditi questa peste, avea spedito due grossi corpi di milizie
con ordine di farne ad ogni costo l'arresto. Madrin, che trovavasi in
Savoia, dove pure il tenevano di vista, ritirossi con quattro compagni
nel castello di Roccafort, dove non poteva dalle milizie franzesi esser
preso senza violazione del diritto delle genti. Ma lo uffiziale che
quelle milizie comandava, senza tante considerazioni, ed avanzandosi
con gran segretezza sino alla torre di San Genis d'Aosta, dove uccise
dieci o dodici contadini, altri ferì, e misse tutti in fuga quelli
che, sorpresi dalla novità della fazione, gli si erano voluti opporre,
inoltrò quindi prestamente sino a Roccafort, sorprese il famoso
contrabbandiere e lo tradusse a Grenoble, poi a Valenza, in cui finì
sulla ruota i suoi giorni.
Intanto il re di Sardegna, informato dell'accaduto, si fece a chiedere
al re di Francia pronta e solenne soddisfazione dell'ingiuria recatagli
con un'insigne violenza che ne offendeva la sovranità. E la corte
di Francia volea dargliela; ma non convenendosi ne' modi, il re di
Sardegna ordinò al suo ambasciatore di lasciar Parigi senza prendere
comiato, e distribuì in proposito una ragionata memoria a tutti i
ministri stranieri residenti a Torino. Non cessarono intanto i maneggi,
i quali condussero al felice risultato d'un accomodamento, che, con
reciproca soddisfazione di quelle due potenze, spiantò quel seme che
la discordia aveva apprestato a distruggere la buona armonia con tanta
difficoltà ristabilita.
Anno di CRISTO MDCCLVI. Indizione IV.
BENEDETTO XIV papa 17.
FRANCESCO I imperadore 12.