Tuttavia non perciò vollero i politici del giorno mutar opinione o

linguaggio; pretendevano che fosse destinato a circolare nel commercio

sul nuovo banco eretto dal monarca Cattolico in Roma stessa, ed

ostinaronsi a sostenere che si avesse poscia ad impiegarlo in acquisti

ed usi militari, collocato intanto in sì cospicua fortezza per maggior

cautela. Ma la destinazione vera del denaro fu poco stante saputa:

passato dal Messico a Cadice, da Cadice a Napoli, e di colà a Roma,

apparteneva alla santa Sede, e le fu spedito in forza di un trattato

conchiuso tra le due corti, ampliativo del giuspadronato regio sopra i

benefizii ecclesiastici della Spagna, e segretissimamente maneggiato.

Importava il trattato, diviso in otto articoli: che il re di Spagna

ed i suoi successori, oltre la nomina agli arcivescovadi, vescovadi,

monasteri e benefizii concistoriali tanto in Europa come nelle Indie,

avessero perpetuo il diritto universale di nominare e di presentare

indistintamente in tutte le chiese metropolitane, cattedrali,

collegiate e diocesi alle dignità maggiori _post pontificalem_;

che i sommi pontefici avessero in perpetuo la libera collazione di

cinquantadue benefizii, acciò non mancassero del modo di provvedere e

premiare quegli ecclesiastici spagnuoli che meritevoli se ne rendessero

per probità e illibatezza di costumi, per letteratura, o per servigii

prestati alla santa Sede. E siccome pel padronato e pei diritti ai re

di Spagna dalla santa Sede ceduti, e per l'abolizione delle pensioni,

la dateria e la cancelleria apostolica restavano prive degli utili

provenienti dalle annate, con grave danno dell'erario pontificio,

così il re di Spagna fece depositare in Roma un capitale di un milione

cento trentatrè mille trecento trenta scudi a libera disposizione del

papa, e nel tempo stesso assegnaronsi in Madrid, pur a disposizione di

lui e sopra il prodotto della crociata, scudi cinque mila annui per

mantenimento e sussistenza de' nunzii apostolici. Con tali esborsi

il re di Spagna assodava molto più la sua autorità sopra il clero

rendendolo dependente da lui solo nel conseguimento dei benefizii, e

poteva quindi sopra i beni ecclesiastici, liberati dalle pensioni e

dalle annate, imporre quei pesi che le circostanze dalla sua saviezza

esigessero. E la camera apostolica, coi frutti della sopraddetta

somma in Roma depositata e coi cinque mila scudi assegnati a Madrid,

veniva ad essere risarcita dalle perdite, cui per le fatte concessioni

soggiaceva.

Altro accidente di quest'anno merita di essere notato.

L'infante di Spagna don Luigi, ultimo figlio di Filippo V e di

Elisabetta Farnese, era stato, in età di 8 anni, creato da Clemente

XII cardinale, e poscia fatto anche amministratore delle chiese di

Toledo e Siviglia. Ora, giunto ch'ei fu all'età virile, sentì una

assoluta ripugnanza a rimanere nello stato ecclesiastico, fattogli

abbracciare mentre non era in istato di esaminare e di conoscere

la sua vocazione, e comunicata al re Ferdinando VI suo fratello la

risoluta sua determinazione di abbandonare cotale istituto di vita, ed

approvò questi la risoluzione dell'infante, e spedironsi al cardinale

Portocarrero, incaricato degli affari di Spagna alla corte di Roma,

istruzioni e plenipotenza per trattarsi la rinuncia di don Luigi al

cappello cardinalizio, con una lettera di lui, nella quale spiegava i

motivi che a tornarne allo stato secolare lo determinavano.

Impreso dal cardinale Portocarrero il maneggio, fu l'affare discusso

in una congregazione particolare, tenuta in presenza del pontefice,

e si conchiuse che le domande del cardinale infante poteano essere

esaudite quanto sia alla rinunzia, ma non riguardo alla pensione di

cento cinquanta mila scudi che volea riservarsi sopra le rendite delle

due chiese di Toledo e di Siviglia, all'amministrazione delle quali

rinunziava. Nullaostante, avendo fatto tacere le ragioni in contrario

le fortissime ragioni di Stato e di convenienza nella condizione

corrente delle cose che vennero allegate, appoggiato eziandio da

esempli precedenti di concessioni consimili, fu risoluto di compiacere

in tutto e per tutto la corte di Madrid, ed, unita alla favorevole

risposta, le fu spedita la formola, secondo la quale seguir doveva

la rinunzia del cardinalato, praticando ciò che stato era osservato

nel 1709 col cardinale de Medici. Un concistoro segreto, intimato

dal pontefice, approvò poi, lui esponente, quanto era stato fatto,

ed il cappello cardinalizio così rinunziato venne, ad istanza del re

di Spagna, concesso a don Luigi Ferdinando di Cordova, decano della

metropolitana di Toledo, indi arcivescovo.

Tutta l'Europa parve allora disposta a considerare questo passaggio

dell'infante dallo stato ecclesiastico al secolare, come prodotto da

motivo politico. Alle quali supposizioni aggiugneva gran peso il vedere

che il re aveva assegnato al principe suo fratello, oltre i cento mila

scudi come infante di Spagna ed i cento cinquanta mila di riserva sopra

le chiese di Toledo e di Siviglia, altri cinquecento mila come grande

ammiraglio di Castiglia. Parlavasi adunque da per tutto, e da per

tutto davasi per conchiuso un trattato di matrimonio tra il principe

secolarizzato e la principessa Marianna infanta di Portogallo. Ma

tale matrimonio, ancorchè allora stato maneggiato, non ebbe effetto, e

l'infante più di venti anni dopo sposossi con una dama privata, da cui

ebbe prole di ambi i sessi.

Altro serio affare, però di natura diversa, ebbe subito dopo a trattare

il papa col re delle Due Sicilie, fratello dell'infante sopraddetto.

Insorta rissa nel porto di Civitavecchia tra i marinari di un

bastimento genovese e le ciurme di alcune tartane di Gaeta, si accesero

per tal modo gli animi, che, dalle parole venendo ai fatti, rimasero da

ambe le parti uccisi alcuni e moltissimi feriti, nonostante che accorso

fosse immantinente il presidio della città a fermare il disordine,

che potea divenir generale per la parte che mostrava di prendere la

plebe a favore dei Genovesi. Ma avendo la piccola artiglieria ceduto il

luogo alla più grossa, fecero le tartane di Gaeta così bene giuocare

i cannoni che, presto affondarono il genovese bastimento, e poi,

salpate l'ancore, uscirono in alto mare, sebbene, costrette dal tempo

burrascoso a tornarne in porto, non ne partissero poi che alquanti

giorni dopo.

Furono immediatamente chiamati a Roma il governatore della città ed il

comandante dell'armi a render conto del fatto e delle direzioni da essi

tenute. Niuno domandi però se la repubblica di Genova tardasse molto a

chieder giustizia e soddisfazione del torto e dell'insulto fatto alla

sua bandiera in un porto amico, ed in pregiudizio della pubblica fede

e sicurezza. Quantunque sospesi dalle loro funzioni i due uffiziali

superiori di Civitavecchia ed aspramente ripresi in Roma, dov'erano

stati richiamati; avendo la repubblica insistito sopra le sue prime

rimostranze, fu da Roma stessa espressamente comandato al luogotenente

di quella marittima piazza di far levare il timone a qualunque

bastimento napolitano entrasse nel suo porto. Ed infatti, essendone

comparsi tre da lì a non molto, il luogotenente eseguì appuntino gli

ordini che avea dal suo principe ricevuti.

Ma la corte di Napoli, la quale al primo avviso dell'accaduto a

Civitavecchia avea fatto arrestare i padroni delle tartane rissose, ed

ordinatone il processo, sentendo adesso che, per dare soddisfazione a'

Genovesi, quella di Roma avea sospeso dall'impiego il governatore della

città e fatti pure arrestare i tre navigli napolitani che si è detto,

diede suoi ordini perchè si fermassero tutti i bastimenti di bandiera

pontifizia nei porti delle Due Sicilie, facendo dal suo ministro in

Roma chieder soddisfazione del torto fatto ai legni de' suoi sudditi.

Se non che, postosi in trattative l'affare, rimase amichevolmente

composto, e dopo reciproche spiegazioni delle tre corti, rimesso, con

comune soddisfazione delle medesime, il governatore di Civitavecchia

nel suo uffizio.

Benedetto XIV fu un pontefice che, mostrando sempre animo veramente

sacerdotale, conosceva però egregiamente le differenze dei tempi, e

come fosse da concedere alle domande o alle preghiere dei principi

tutto ciò che al dogma ed alla sostanza della religione non si

appartenesse. Così accomodò egli amichevolmente la vertenza in

quest'anno insorta col re di Napoli per la pensione di sei mila

scudi concessa al terzogenito di lui sopra il vacante ricchissimo

arcivescovato di Montereale in Sicilia; così con fermezza diè termine

all'altra sopravvenuta col re stesso, e con quelli di Sardegna e di

Polonia riguardo alla promozione al cardinalato dei nunzii pontifizii

appo quelle tre corti.

Altra occasione ebbe il Lambertini in questo anno di esercitare l'animo

suo conciliativo calmando le differenze insorte fra il gran maestro di

Malta ed il re delle Due Sicilie. La discordia avea già sparso il suo

veleno: i due principi erano in piena rottura, ed il più debole de' due

contendenti già ne sentiva i funesti effetti. Ma per ben intendere le

cagioni della contesa è giuoco forza farsi dall'origine.

Quando l'imperadore Carlo V donò l'isola di Malta a' cavalieri

gerosolimitani, da Solimano re de' Turchi stati nel 1323 scacciati

dall'isola di Rodi, che aveano per più di due secoli posseduta, vi pose

egli la condizione che la tenessero in qualità di feudo dipendente da

lui come sovrano delle Due Sicilie; che dovessero pagargli annualmente

il giorno di tutti i Santi un falcone; che il vescovato di Malta

restasse, qual era, giuspadronato suo e de' suoi successori, sì che,

in caso di vacanza della sedia vescovile, il gran maestro avesse

a presentargli tre soggetti idonei, tra' quali scegliere il nuovo

vescovo.

Trascorsi più di due secoli, ne' quali il regno delle Due Sicilie era

stato provincia della Spagna, e per un tratto parimente provincia

della casa d'Austria, senza che si fosse pensato a far valere

quest'ultimo diritto principalmente, stimò il re don Carlo di avere

ragioni sufficienti per esercitarlo; quindi ordinando al vescovo di

Siracusa, come metropolitano, di passare a Malta e farvi una visita

pastorale. Ubbidì il vescovo e mandò innanzi i suoi visitatori; i quali

presentatisi sopra un bastimento napolitano a vista dell'isola, non

osarono poi di mettervi il piede, per l'opposizione che ragionevolmente

previdero di dover incontrare per parte degli abitanti, che, avvisati

del motivo della loro comparsa, eransi affollati alla spiaggia,

dichiarando sè non soffrire in verun modo che si facesse mai tra di

loro una simile visita. Appigliaronsi dunque i visitatori al prudente

partito di abbandonar l'isola e tornarne in Sicilia.

Il gran maestro della religione stimò bene di dar parte dell'attentato

al pontefice non meno che a tutte le altre potenze d'Europa, e nel

tempo stesso spedì a Napoli il balì Duegos per esporre a quella

corte non contrastarsele il diritto nella sua origine, ma doversi

assolutamente riputare, se non estinto e nullo, almeno inefficace

e invalido per lungo tratto di tempo in cui rimase disusato.

Il pontefice, al primo avviso di cotale differenza, tenne una

congregazione di cardinali e prelati, e scrisse al re di Napoli per

persuaderlo a desistere da un'impresa ch'egli giudicava inopportuna

e senza fondamento. Ma il re, non avendo creduto di condiscendere

all'opinione del papa, fece sapere che se continuavasi a ricusare

i visitatori che sarebbero mandati a Malta, farebbe sequestrare le

rendite delle commende che i cavalieri Gerosolimitani ne' suoi Stati

possedevano. Ed il gran maestro dal canto suo dichiarò che, qualora le

cose giungessero a tale estremo, egli terrebbesi giustificato di far

sequestrare le rendite che godevano in altri Stati i commendatori nati

sudditi del re delle Due Sicilie, e richiamò da Napoli il balì Duegos.

Sciolto per tal modo ogni trattato, la corte di Napoli, in conseguenza

della risoluzione presa di mantenere il vescovo di Siracusa nel gius

di far la visita nel vescovato di Malta, colà mandò lo stesso prelato

in persona: ma nè il suo viaggio fu più felice di quello dei suoi

deputati, avendo dovuto tornarsene addietro senza aver posto piede in

terra. Presentatovisi poi una seconda volta, il gran maestro mandogli

incontro una barca per avvisarlo, che, persistendo nell'intenzione

di scendere a Malta, si sarebbe fatto fuoco sopra il suo vascello per

costringerlo ad allontanarsi; laonde il vescovo, voltato bordo, tornò

alla sua chiesa.

Avvisata la corte di Napoli del nuovo rifiuto, mandò ad effetto le sue

minaccie: interdisse ogni commercio fra i porti delle Due Sicilie e

l'isola di Malta; proibì a' suoi sudditi di colà trasportare derrate o

provvisioni di qualunque altro genere; e sequestrò tutte le commende

dell'ordine che trovavansi ne' suoi dominii. Il gran maestro, in

rappresaglia, dopo ordinato a' sudditi suoi di rivolgersi alla Sardegna

ed alle reggenze di Barbaria per le provvisioni che prima traevano

dalle Due Sicilie, sequestrò anch'egli le commende che i cavalieri

napolitani godevano in altri paesi. Inasprivano gli animi; il commercio

s'interrompeva: ed i popoli, vittime innocenti di una discordia che

non potea interessarli, ne gemevano al peso. Il Mediterraneo coperto

di legni barbareschi; le coste meridionali dell'Italia e le pontifizie

in ispezialità, esposte alle piraterie africane, più non vedevano in

loro difesa le galee maltesi, ridotte a convertire l'oggetto primario

della loro istituzione in quello di procacciar alimenti agli abitatori

dell'isola loro.

Vero è che il gran maestro erasi rivolto alle corti di Vienna, di

Francia, di Spagna e di Portogallo, pregandole d'interporre i loro

buoni ufficii in questo affare; ma preoccupate da alcuni riguardi,

e specialmente da quello di non pregiudicare alla gloria del re

Carlo, intaccando i diritti e le prerogative della sua corona,

ristrinsero le sollecitazioni principalmente a far rivocare da Sua

Maestà siciliana ii suo decreto, lasciando le cose nello stato in cui

erano precedentemente. Non condiscese la corte di Napoli al proposto

temperamento; ma, insistendo il pontefice nelle paterne sue istanze

presso la medesima, ambe le parti accordaronsi in questo, di rimettere

ogni cosa nelle mani del Lambertini. Il quale, come vicario di Gesù

Cristo, scrisse di proprio pugno una lettera al re don Carlo, in

cui con l'eloquenza che gli era propria, lo pregava di ridonare la

sua buona grazia alla sacra religione di Malta, ed a non negargli il

contento di una favorevole risposta.

Don Carlo, che sul trono delle Due Sicilie, come poi su quello di

Madrid, presentò alle genti nella sua persona il modello di tutte le

virtù, che fu sul soglio reale quale, se nato suddito, avrebbe bramato

il proprio sovrano; pieno di umanità e di religione; avverso alle

guerre e persuaso che la felicità de' popoli al suo governo affidati

non dall'arte dipendesse di sterminare i suoi simili, ma dalla probità,

dalla buona fede e dalla purità dei costumi in chi governa; affezionato

in particolar modo a Benedetto XIV; don Carlo, ricevuta ch'ebbe la

lettera, gli rispose, essersi commosso dalle vivissime istanze di Sua

Santità in proposito delle differenze con l'ordine di Malta, sentito

disposto ad avere ogni riguardo ad una intercessione cui doveva per

tanti titoli riverire; avere perciò dato ordine perchè fosse riaperto

il commercio dei suoi Stati coll'isola di Malta, e levato il sequestro

de' beni della stessa religione; confidarsi però che, come Sua

Santità nella sua lettera lo assicurava, la risoluzione così presa non

produrrebbe la benchè minima ombra di pregiudizio a' suoi diritti, ma

anzi, all'incontro, quelli che possedea nell'isola e sopra la chiesa

di Malta, qualunque fossero, rimarrebbero in tutta la loro forza e in

pieno vigore.

Anno di CRISTO MDCCLIV. Indizione II.

BENEDETTO XIV papa 15.

FRANCESCO I imperadore 10.

All'inaspettata alleanza, anzi alla futura parentela nell'anno

precedente convenuta tra la casa d'Este e quella d'Austria, che invece

di consolidare parea ad alcuni che metter dovesse in pericolo la quiete

dell'Italia; al pacifico concordato della corte di Spagna con quella

di Roma; alle moleste sì, ma non sanguinose differenze insorte tra

Roma, Genova e Napoli, e tra questa corte e la religione di Malta,

che peraltro avrebbero potuto turbare l'italiana tranquillità appena

nata; successe quest'anno sulla riviera occidentale di Genova un caso

che parea dover produrre un grave incendio. Sollevaronsi i popoli

di S. Remo e di Campofreddo. O sia che la piccola comunità di Cola,

dipendente da S. Remo, si fosse richiamata alla repubblica di Genova

per la gravezza delle taglie che le si faceano portare, o sia che

insorgesse la discordia per qualche novità intorno a' confini voluti

stabilire, oppure per entrambi cotali motivi; fatto è che il popolo di

S. Remo, facendo risuonare voci di libertà, di cui credeva di dover

godere a fronte del sovrano dominio della repubblica, dato di piglio

alle armi, si mostrò disposto a scuoterne intieramente il giogo.

Informato il governo di Genova che quegli abitanti eransi assicurati

della persona del commissario Doria e delle truppe state colà spedite

per metter fine alle dissensioni tra S. Remo e la comunità di Cola,

mandò tre galee, una bombarda e vari bastimenti da trasporto carichi

di truppe sotto il comando del generale Agostino Pinelli. Ora, avendo

il generale fatto incontanente avanzare una scialuppa con tamburo

che intimasse agli abitanti di consegnare fra due ore la persona del

commissario Doria e la sua famiglia alle truppe della repubblica,

in pena del ferro e del fuoco e di essere passati a fil di spada; la

scialuppa stette due ore alla spiaggia, e poscia condusse due deputati,

i quali dissero al generale che, dipendendo quanto egli domandava dalla

volontà del popolo, non era possibile dargli soddisfazione dentro il

poco tempo prescritto.

A tale dichiarazione il generale ordinò le ostilità contro i ribelli;

quindi le galee e la bombarda fecero un fuoco che durò tutta la notte;

i ribelli dal canto loro rispondendo con alcuni cannoni da campagna che

trovavansi a loro disposizione. Sul far del giorno le truppe sbarcarono

in una spiaggia distante due miglia dalla città, senza incontrare

opposizione di sorta; ma di mano in mano che i granatieri verso la

città avanzavano, i contadini, dalle case, dalle muraglie, dagli ulivi,

facevan loro fuoco addosso, sostenuti da altri che eransi in varii siti

appostati. A fronte di tale resistenza, i granatieri, fatti forti da

alcuni corpi di milizia alamanni, procedettero arditamente contro i

ribelli e si impadronirono de' posti più importanti delle vicinanze di

S. Remo.

Mentre il generale Pinelli dava le disposizioni necessarie per compire

l'impresa, vennero a lui da parte del popolo due nuovi deputati per

sottomettersi a patto d'aver salva la vita, l'onore ed i beni. Rispose

il generale che bisognava subito consegnargli il commissario Doria,

come avea precedentemente domandato, e ritenendo i messi, permise loro

di far sapere in iscritto le sue intenzioni ai ribelli. Si prevalsero

questi adunque della accordata permissione, ed in fatti poco stante

capitò il commissario Doria, e con esso altri quattro deputati per

supplicare il generale di annuire alla grazia già prima implorata.

Rimandolli egli con isdegno, soggiungendo che dovessero consegnare

tutte le armi, ed appartener poi alla repubblica, alla cui clemenza si

avevano a rimettere, il conceder quello di che pregavano; nè valsero

preghi o lagrime dei deputati a commuovere quel capitano dell'armi

genovesi. Ebbesi però un armistizio, ed il giorno appresso la città si

arrese a discrezione.

La prima notte ed il giorno appresso stettero le cose in calma; ma

la seconda notte il generale fece arrestare nel proprio letto molte

persone, e chiamati il consiglio di reggenza ed il parlamento, ingiunse

loro di pagare in termine di due ore ottanta mila lire; e come nel

prefinito spazio non avea potuto essere consegnato il denaro, fece

arrestare e il parlamento e la reggenza, guardandoli i soldati colla

baionetta in canna. Pagata poi la somma, ciascun credette di tornare

a casa sua; ma il capitano, prima di lasciar libero il parlamento,

esigette lo sborso di una somma eguale; e contata anche questa due

giorni dopo, intimò che dentro otto giorni si dovessero pagare altre

cento mila lire. E procedette più innanzi: fatti imprigionare molti

ecclesiastici e secolari, fu il priore di consiglio di reggenza, con

altri personaggi graduati, rinchiuso nel palazzo del generale, il cui

proprietario non potè trattenersi dal dirgli: _V. E. non mantiene la

parola data ai deputati, che i cittadini avrebbero salve la vita e la

roba; _rimprovero che il punse tanto nel vivo che minacciò delle forche

chi glielo faceva.

Siffatte asprezze e molte altre ancora spaventarono ed irritarono

talmente i Sanremani, che la maggior parte ritiraronsi nelle vicine

montagne dette delle Langhe, feudi imperiali sotto il dominio del re

di Sardegna, quivi, in numero di due mille cinquecento, campeggiando

alla meglio sotto tende e baracche, non rimasti quasi in città se

non i vecchi, le femmine ed i fanciulli. Corse allora opinione che

un pugno di gente ridotta a tanto estremo, non avrebbe tardato molto

a sottomettersi a qualunque legge volesse imporgli la repubblica di

Genova; ma assai male conosceva gli uomini e le storie chi in tal modo

pensava. I Sanremani spedirono lor deputati a Vienna a chieder contro

la repubblica giustizia dall'imperadore Francesco, qual da signore

diretto di quel feudo, e segretamente implorarono la protezione del

re di Sardegna. O che la repubblica ignorasse quei maneggi, oppure,

cosa più verisimile, fingesse d'ignorarli, per finire le cose senza

ulteriori strepiti e disturbi, fece pubblicare un editto nel quale,

dopo avere esposto con tutta l'enfasi il peso e l'enormità del delitto,

di cui erasi resa colpevole quella popolazione, tuttavia, per effetto

di somma clemenza, prometteva un perdono generale a tutti, prefiggendo

un termine discreto al ritorno di coloro ch'eransene fuggiti, soli

eccettuati quattordici dei principali sediziosi.

Ma i fuorusciti delusero le aspettative comuni, che, invece di tornarne

alle case loro sottomessi ed umiliati, cercarono ricovero in Oneglia,

terra del re di Sardegna, e l'ottennero da quel principe, che senza

punto ingerirsi nelle querele loro colla repubblica, credette di non

poter negare ad essi un asilo che il diritto di natura e quel delle

genti non consentono che a verun rifugiato si nieghi. Genova si scosse

alla novella, ma viemmaggiormente fu commossa allorchè intese che i

deputati di San Remo avevano a Vienna ottenuto che fossero ricevuti

dal consiglio aulico i loro ricorsi e fattane poi la relazione

all'imperadore. Nè basta; venne altresì la repubblica assicurata che

l'imperadore aveva fatto spedire un rescritto, in cui ordinava alla

medesima di dovere intorno a fatti esposti dai Sanremani informare nel

termine di due mesi; rescritto di cui si sparsero molte copie negli

Stati della repubblica, in S. Remo e nella stessa Genova.

Quanto moto si desse la repubblica contro queste imperiali

disposizioni, ciascuno se l'immagina, e basterà dire che per altro

tornarono tutti i suoi passi infruttuosi. Ma non si poteva che lo

stabilimento dei Sanremani sulle terre del re di Sardegna, e molto più

il favore da essi trovato presso la corte di Vienna, non accrescessero

le male disposizioni d'animo dei Genovesi contro di loro. Laonde il

commissario che a San Remo per la repubblica dimorava, si credette

giustificato di trattarli con modi poco cortesi, spingendo anche le

parole e le vie di fatto contro il vescovo di Albenga, il quale in

questi commovimenti si trovò troppo propenso ai sollevati, e fu poi

costretto a ritirarsi cogli altri ad Oneglia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 3 / 99 段