Vienna, Madrid e Torino, fu nell'anno presente ridotta a solenne
trattato, reso poi celebre sotto il nome di trattato di Madrid, o
di Aranjuez, dal luogo in cui fu stipulato, ed il quale in sostanza
non era che una pura rinnovazione della convenzione sopraccennata,
le sole mutazioni fatte consistendo negli aiuti scambievoli promessi
da' tre sovrani in caso di aggressione ai loro Stati in Italia, e
nell'alternativa di dare in vece di soldati uno stabilito sussidio in
denaro contante. Alla diffinitiva conclusione di siffatto accordo molto
cooperò il re d'Inghilterra, siccome quegli a cui stava molto a cuore
la perfetta esecuzione del trattato di Aquisgrana e della convenzione
di Nizza, che ne furono come la base ed il principal fondamento. Ed
al totale ristabilimento della pubblica tranquillità concorsero quasi
tutte le italiane potenze, con sì buona intelligenza e concordia,
che in brevissimo tempo, per mezzi del tutto amichevoli e pacifici,
congressi, maneggi, concordati, furono accomodate tutte le questioni
e vertenze insorte necessariamente per le perturbazioni delle guerre,
intorno ai confini ed alle giurisdizioni tra il regno di Napoli e lo
Stato pontificio, tra questo e la Toscana, tra esso granducato ed il
duca di Modena, tra il Milanese e gli Stati del re di Sardegna, tra
questi e la repubblica di Genova, tra il Mantovano ed il Tirolo colla
repubblica di Venezia.
Le sollecitudini de' principi contraenti nel detto trattato ebbero
per quaranta e più anni un effetto salutare. E forse anche più durato
avrebbe il suo beneficio, senza quel turbine che dalla Francia proruppe
a disordinare ogni meglio connesso edifizio, verso la fine del secolo,
come a suo luogo verremo a mano a mano descrivendo. Ma intanto ci è
d'uopo ripigliare il filo delle cose di Corsica, che tenevano allora
desta l'attenzione generale dell'Italia non solo, ma di tutta l'Europa.
Guardavansi di mal occhio i due primarii personaggi che allora
reggevano la isola, il commissario genovese marchese Grimaldi ed il
marchese di Corsay comandante franzese, e tanto innanzi procedute
erano le cose, che quel primo dalla Bastia erasi ritirato in Aiaccio,
per isfuggire le contese quotidianamente insorgenti per l'autorità
che questi arrogavasi, in gran parte contraria alla sovranità della
repubblica. Ora ad accrescere le discordie accadde che una squadra
franzese, tornando da' lidi dell'Africa, dov'erasi portata a minacciare
i Tripolini, bombardandone il porto, comparve sulle coste della Corsica
e diede fondo nel porto d'Aiaccio, senza che i Genovesi sapessero
che pensarsi di quella comparsa, e con grave scontentezza de' Corsi,
tra' quali corse come sicura la voce che fosse venuta per opporsi ad
altra squadra inglese, che dovea liberar l'isola dalla schiavitù e
dall'oppressione. Come il senato di Genova avea già significato al
suo commissario che gli chiedea il modo del contenersi, la squadra,
dopo rinfrescato, veleggiò per Tolone; ma in quell'occasione il senato
stesso avea pur fatto intendere al Grimaldi come stata fosse ottima
cosa che se la passasse con miglior accordo col comandante franzese,
in pari tempo lagnandosi alla corte di Francia delle costui procedure.
E a tali insinuazioni del senato il Grimaldi replicò con sentimenti
di buono e zelante repubblicano, lui chiedere piuttosto di essere
richiamato, di quello che rimanere in un impiego in cui fosse obbligato
a riconoscere autorità altra qualunque fuor di quella della repubblica.
Ma l'impossibilità di trovare suggetto capace da sostituire al Grimaldi
nel posto di commissario generale in Corsica, il non poterglisi
rimproverare altro che un troppo vivo zelo nel sostenere il decoro e
gl'interessi della sua patria, determinarono il senato a non aderire
alle domande del suo cittadino.
Nè solamente le gelosie e le reciproche diffidenze de' due generali
in Corsica tenevano molto occupati i Genovesi ed inquietavano la corte
di Francia; ma il regolamento stesso comunicato l'anno scorso ai capi
dei sollevati dal marchese di Cursay per parte del re di Francia,
di cui quei popoli non eransi mostrati troppo contenti, non appagava
neppure interamente i Genovesi; sì che si rese necessario concertare
col cavaliere di Chauvelin, ministro franzese, che di Francia venisse
una riforma, la quale e questi e quelli appagasse. Ma nè anche giovò
la riforma creduta opportuna dal gabinetto di Versaglies, poichè, per
lo contrario, non appena fu comunicata ai capi delle pievi, che destò
uno straordinario ed universale impeto di furore, tutti protestando di
non accettare quel regolamento, benchè modificato, nè sottomettervisi
in verun modo, altro scopo esso non avendo che rimettere loro sul collo
l'abborrito giogo della repubblica. Indarno furono chiamati a nuovo
congresso. Ripigliate l'armi, obbligaronsi con fortissimo giuramento
di trattare da nemico chiunque ardisse di parlare d'accomodarvisi.
Scriveva il marchese di Cursay al cavaliere Chauvelin, non esservi in
quello stato di cose che due soli partiti da prendere: o abbandonare la
Corsica al suo destino, o far uso della forza contro la medesima. Ma,
invece di risposta, si vide il marchese posto in arresto, guardato a
vista, indi trasportato in Antibo, e colà custodito come prigioniero di
Stato.
Tra le accuse che allora si sparsero contro il detto comandante,
la principal era quella di un'eccessiva ambizione, per appagare la
quale avea voluto rendersi come necessario ad ambe le parti. In fatti
un'autorità quasi illimitata erasi egli acquistata, specialmente
facendo con una saggia amministrazione godere a quei popoli una
vera felicità; temperato per lui il furore dei partiti, le leggi
erano rispettate, divenuti rarissimi i delitti, e tutta la nazione
tornata per un pezzo in dolce concordia. Fondata egli aveva perfino
un'accademia in Bastia, la quale, sebbene lungo tempo non durasse,
aveva tuttavia risvegliato tra' Corsi il gusto delle lettere.
Arrestato il Cursay, le truppe franzesi rimasero sotto il comando
d'un signor di Curci, il quale, facendo suo pro dell'esempio del
predecessore, fu dal Grimaldi, e tutto si proferse a' suoi desiderii.
Ma intanto le fazioni, le risse, le discordie, le diffidenze
continuavano, accompagnate da incendii, violenze e spargimento di
sangue; ed i Corsi di là dai monti, a segnalare di bel nuovo l'odio
loro contro la repubblica, si elessero de' capi, e questi pubblicarono
un editto rigorosissimo contro chiunque avesse avuto l'ardimento
di fare qualsiasi proposizione a nome di Genova, e facevano inoltre
arrestare ed impiccare senza formalità di processi coloro che erano, o
si parea, sospetti di segrete intelligenze co' Genovesi.
In mezzo alla universal pace, ogni lieve commovimento diventava
osservabile, e tal fu l'attentato sedizioso di quei di Subiaco, grossa
terra della Campagna di Roma, che tanto nel temporale come nello
spirituale dipendeva dall'abbate commendatario di Santa Scolastica.
Questi pastori, che tali sono per la maggior parte, irritati per aver
perduto nella Rota di Roma una lite co' Benedettini di quella badia
circa i pascoli di certa montagna, invece di rispettare il giudizio,
o prevalersi contro d'esso de' rimedii legali, dato di mano all'armi,
investirono il convento, costrinsero priore e frati a fuggirsene per
le finestre, fugarono quanti accorsero in aiuto de' monaci, ed ucciso
uno sbirro, trassero dalle carceri dell'abbadia diversi loro compagni.
Giunto l'avviso del caso a Roma, furono mandate truppe, il cui solo
aspetto sedò immantinenti il tumulto; parte dei principali autori
fuggiti, parte arrestati, e tornati i Benedettini al loro convento. Ma,
per non lasciare impunito un fatto di tanta conseguenza, fu comandato a
quella popolazione di portare l'armi a Roma, il che fu subito eseguito.
Formato intanto il processo ai capi della sedizione, dieci, che erano
stati trasferiti nelle carceri di Roma, furono esiliati per sempre
dalle terre dello Stato ecclesiastico; ed altri undici, già fuggiti,
si sentirono fulminati in contumacia dalla condanna di morte. Quindi in
poi il pontefice colse ogni occasione, per isfuggire simili disordini,
di separare dalla spirituale la giurisdizione temporale in tutte quelle
badie e governi, nei quali erano prima congiunte, assoggettandoli tutti
all'immediata direzione della sacra consulta.
Accadde in quest'anno in Piacenza la morte del celeberrimo cardinale
Giulio Alberoni, che tanta parte ebbe nelle bisogna della Spagna e
dell'Europa tutta. Ne era stata la vita in forse qualche tempo prima;
ma colto avendolo, nel 24 giugno, fieri dolori seguiti da deliquio,
tornarono vani tutti i soccorsi dell'arte, e due giorni dopo spirò,
conservando sino all'ultimo una somma presenza di spirito; potendosi
dire che fu tanto singolare in quest'uomo la morte, come disse
Benedetto XIV, quanto erano state la fortuna, l'ingegno, l'età e la
fama. Di tutti i suoi beni, che faceansi ascendere ad un milione
di scudi romani, lasciò erede il seminario di San Lazzaro, da lui
eretto e fondato con ispesa gravissima fuori di Piacenza; fondazione
che sola avrebbe bastato ad immortalare un altro nome. Di quest'uomo
molto e variamente fu parlato e scritto, e nel corso della rapida
sua elevazione e poi della sua caduta, dopo la quale, quantunque
paresse interamente staccato dogli affari politici, pur non lasciava
di avere molta influenza in quelli che trattavansi in Europa. Tenendo
corrispondenze in tutte le corti ed in tutti gli Stati, i più celebrati
ministri lo hanno consultato; e siccome possedeva in grado eminente
l'arte delle combinazioni politiche unita a penetrazione profonda ed a
sano giudizio, così prevedeva quasi sempre l'esito de' grandi affari, e
raro fu che il successo non corrispondesse alle sue conghietture.
Tre mesi circa prima dell'Alberoni, passò di questa vita il doge
di Venezia Pietro Grimani. Già ambasciatore della patria a Londra
ed a Vienna, se colà guadagnossi la stima dell'inglese nazione e
fu ascritto alla reale società, legato ancora d'amicizia col primo
uomo che allora fosse al mondo, con Isacco Newton, quivi destramente
maneggiò gl'interessi del veneto senato, concertando coll'imperadore
Carlo VI la sacra lega a danni del comun nemico del nome cristiano.
Tornato da sì splendide legazioni in patria, fu insignito della dignità
di procuratore di San Marco, e poi, nel 1741, collocato sul trono
ducale. Culto letterato e filosofo sublime, gloriosamente regnò dieci
anni ed otto mesi, ferma tenendo la repubblica nella saggezza del suo
divisamento di starne lontana da straniere guerre. Ma se di grave
cordoglio fu per questo conto la sua perdita a tutta la città, che
conosceva il pregio d'un tal principe, gli uomini di lettere rimasero
altamente contristati, in lui perdendo, più che il mecenate, un amico
ed un compagno. Gli fu sostituito Francesco Loredano, cittadino di rara
pietà e fornito di virtù morali e civili, tra le quali risplendeano
egregie la liberalità e la beneficenza; consumato sino dalla gioventù
ne' politici maneggi, ed occupato lungo tempo nel posto di savio
grande, che val come chi dicesse nella carica di ministro di Stato.
Nel mezzo tempo i corsari africani tenevano, secondo il solito, in
apprensione le potenze europee colle continue loro scorrerie sul
Mediterraneo, danneggiandone principalmente il commercio. Mentre
pertanto alcune con esorbitanti tributi, sotto lo specioso titolo di
regali, compravano la mal sicura amicizia delle africane reggenze,
due squadre, di Napoli una, l'altra di Malta, segnalaronsi in due
diversi incontri. In quella prima, i prodi capitani di due sciabecchi,
Martinez e Gratto, andando in traccia di quattro sciabecchi algerini
che infestavano le coste della Calabria presso il mare Adriatico,
ne trovarono uno, chiamato il Gran Leone, tra l'isole di Zante e
di Cefalonia. Era il maggiore di tutti, e montato dal comandante.
Lo investirono con sommo coraggio; si difese l'algerino con non
minore intrepidezza per due interi giorni, ma vedendosi oltramodo
maltrattato dal cannone degli assalitori, fece forza di vele per
salvarsi. Il capitano Martinez, temendo non forse potesse ripararsi
in qualche spiaggia o porto del dominio ottomano, ove non gli fosse
dato d'assalirlo, determinossi ad andarne all'arrambaggio, ed eseguì
con tanta energia il suo disegno, pur secondato dal capitano Gratto,
che gli riuscì d'impadronirsene e di fare cento ventiquattro prigioni,
dalle catene liberando molti cristiani. Era intenzione de' comandanti
napoletani di togliere quanto in quella nave era; ma scorgendola
tutta forata dalle cannonate, e sì che faceva acqua da ogni lato,
si appigliarono al partito di affondarla, senza che si prevalesse a
salvarne se non le ancore e qualche sartiame. I regi sciabecchi non
ebbero che dodici uomini uccisi e da venticinque feriti, tra' quali i
due capitani Martinez e Grotto, che furono, come gli altri uffiziali,
proporzionatamente ai meriti, rimunerati. Giusta le deposizioni degli
Algerini presi, il numero loro era di ducento e trenta, ed il loro
bastimento bene armato portava sedici cannoni e dodici petriere,
allestito a spese del re d'Algeri, che ne avea dato il comando al rais
Ismachid Nalif, nativo di Candia.
Ma più fiero e sanguinoso fu il combattimento tra le galee di Malta
ed altri due sciabecchi algerini; conflitto seguito alle alture di
Gallizia, dov'è una torre difesa da cannoni e da presidio tunisino, a
poca distanza dal capo Bon, tra Tunisi e Maometta. Affinchè non potesse
loro fuggire di mano, le galee maltesi si posero tra la torre e i
due bastimenti nemici. Menando quindi le mani, se fu straordinario il
valore de' cristiani nel combattere, non minore si rimase la resistenza
degl'infedeli nel difendersi. Nel famoso combattimento segnalossi il
coraggio di tre soldati maltesi, i quali, nell'atto che una galea tentò
d'impadronirsi d'uno dei legni turchi, e andolle fallito il colpo,
v'erano saltati dentro. Tagliato a pezzi il primo, l'altro, quantunque
ferito, troncò il capo all'Algerino che gli stava a fronte, ed indi,
gettandosi in mare, ebbe la ventura di salvarsi ad una delle galee; ed
il terzo, parimente slanciatosi in acqua, in mezzo al fuoco ed a' remi
dei barbari, ebbe una sorte eguale. Due ore durò la pugna, ma infine
ambi i sciabecchi rimasero presi, ad onta della disperata foga del
rais comandante del più grosso, che, coperto di sangue che uscivagli
da diciotto ferite, tra le quali quattro gravissime, non apparia modo
di costringerlo. Tra i cavalieri di Malta che spiegarono in queste
pruove estremo valore, contaronsi il cavaliere di Valenza, colonnello
del reggimento di Bearn al servigio della Francia, il cavaliere
Aldobrandini, il cavaliere di Pennes, il cavaliere di Elvemont; ma
ben direbbe chi nominasse per tal conto tutti gli uffiziali e soldati
maltesi, la perdita de' quali fu di tredici morti e quarantasette
feriti, compresi i sopraddetti cavalieri Pennes ed Elvemont.
Il ritorno de' vincitori coi vinti legni e coi prigionieri a Malta
fu una specie di trionfo. Nè il solo gran maestro ed i cavalieri, ma
tutti in Italia fecer plauso al valor loro, ed il giubilo fu tanto
maggiore, in quanto che quei due sciabecchi erano i primi bastimenti
algerini che fossero caduti in potere dell'ordine gerosolimitano da
che i Turchi aveano incominciato a far uso di legni di tal sorta. In
uno si trovarono mille ottocento zecchini, prezzo d'una tartana da quei
corsari pochi giorni prima venduta.
Anno di CRISTO MDCCLIII. Indizione I.
BENEDETTO XIV papa 14.
FRANCESCO I imperadore 9.
Per la stabilità e felice esito del trattato di Madrid, o d'Aranjuez
che vogliam dirlo, stipulato nell'anno precedente, occuparonsi
seriamente nel principio di quest'anno i ministri delle potenze
contraenti onde comporre e terminare le differenze che sussistevano
tuttavia intorno alla successione de' beni della famiglia de Medici,
de' quali era attualmente in possesso l'imperadore Francesco, come
granduca di Toscana. Venne perciò proposto che la Spagna rinunziasse
alle sue pretese su questo punto, purchè l'imperadrice regina facesse
anch'essa dal canto suo eguale rinunzia per tutte le ragioni che
pretendeva di avere sopra i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla,
dei quali erasi quella sovrana riservato il regresso nel trattato
d'Aquisgrana. Due difficoltà però rimanevano a superarsi, l'una col
re di Sardegna, con quello di Napoli l'altra; non potendo quel primo,
che nel trattato d'Aquisgrana erasi riservato il regresso sulla città
e territorio di Piacenza, risolversi a farne la cessione, prima che si
fosse trovato il modo di compensarnelo; ed il re di Napoli, facendo
tuttavia valere i suoi diritti sui beni allodiali della famiglia de
Medici, ai quali non intendeva di avere in alcun modo rinunziato a
favore del duca di Lorena, allora imperadore e granduca di Toscana.
Non sembrava difficile trovar qualche temperamento onde appianare le
difficoltà promosse dal re di Sardegna; ma così non era riguardo a
don Carlo re di Napoli, che spedì a Parigi il marchese Caraccioli per
impegnare quel gabinetto a sostenere le sue ragioni.
Teneva allora quel gabinetto gli occhi aperti sopra un oggetto di
maggiore importanza riguardo alle sorti dell'Italia, cioè sui maneggi
alla corte di Vienna impresi dai ministri del duca di Modena. Il
conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere del ducato di Milano,
vedeva, e forse da gran tempo aveva tra sè e sè meditato, un gran
colpo, moltissimo vantaggioso all'imperadrice regina sua sovrana ed
alla casa d'Austria, se fosse riuscito a legarla a quella d'Este con
vincoli tali, che gli Stati di questa si fossero uniti al milanese
ducato. Sortendo buon fine il divisamento del conte Cristiani, la casa
d'Austria avrebbe in Italia dominato all'incirca sovra la maggior parte
de' paesi che formavano un tempo lo Stato degli antichi re d'Italia,
cioè la Toscana, il ducato di Milano, il Modenese, il Mantovano
ed una porzione del Monferrato. E la fortuna secondò i disegni del
gran cancelliere. Era, ne' primi giorni dell'anno, nato al principe
ereditario di Modena un figlio, il quale, assicurando la posterità
mascolina dell'estense famiglia, potea, se vissuto fosse, far prendere
misure ben diverse da quelle cui miravano gl'impresi maneggi; ma quel
figlio, pochi mesi dopo il suo nascimento, morì, e colpo tale conchiuse
alla corte di Vienna il negozio giusta l'intendimento de' ministri
modenesi.
Fatto pubblico il trattato in cui stipulossi il matrimonio
dell'arciduca Leopoldo, allora terzogenito, colla figlia del principe
ereditario di Modena, e si dichiararono lo stesso arciduca governatore
dello Stato di Milano, ed il duca di Modena amministratore e capitano
generale del medesimo Stato, insieme stabilendo che i presidii delle
piazze modenesi dovessero essere formati di truppe austriache, e
vicendevolmente le milizie del duca di Modena prendessero posto nelle
piazze milanesi; non solo i gabinetti di Francia e di Spagna, ma
tutti universalmente rimasero oltremodo maravigliati. Non si lasciò
quindi di pubblicare, che il duca di Modena, in questo fatto, oltre
all'allontanarsi dai noti principii de' suoi maggiori, unendosi
all'Austria in confronto della Francia, aveva operato contro le
massime della buona politica, dando mano ad un tanto ragguardevole
ingrandimento di Stati e di potenza in Italia alla detta casa
d'Austria, il che avrebbe col tempo potuto recare gravissimi
pregiudizii alla quiete della penisola.
Procurò il duca di Modena di giustificare il nuovo partito da lui
preso, facendo da' suoi ministri dichiarare alle corti straniere,
averlo gl'interessi del suo ducale casato costretto a trattare colla
corte di Vienna; essere scopo principale cui proponevasi quello di
provvedere alla tranquillità de' suoi Stati, in caso che venisse
ad estinguersi la sua linea mascolina; aver parimente in mira il
mantenimento della pace d'Italia, e la necessità di prevenire le
turbolenze che potessero insorgere in proposito della successione
agli Stati della casa d'Este; lusingarsi lui finalmente che siccome
gl'impegni per esso incontrati non recavano danno ad alcuno, nissuna
potenza volesse adombrarne, e quelle che considerassero la cosa
imparzialmente, convenissero nulla esservi che conforme non fosse
all'interesse d'Italia in generale e alle ragioni di convenienza che
tenere doveano i principi di questa parte dell'Europa svegliati per
allontanare dagli Stati loro ogni occasione di turbolenze.
Qualunque interpretazione dar si volesse a cotali dichiarazioni del
duca di Modena, il colpo era fatto con somma soddisfazione delle
due corti; e furono in conseguenza mandati ordini da Vienna a tutti
i comandanti e governatori delle piazze di Toscana e Lombardia,
di trattare i sudditi di Modena e Massa-Carrara con ogni sorta di
riguardi e di prestar loro tutta l'assistenza possibile sì riguardo
al commercio, sì in tutte le altre vertenze od atti giuridici che aver
potessero da regolare co' sudditi imperiali d'Italia.
Ad onta del trattato d'Aranjuez conchiuso col laudevol motivo di
conservare la tranquillità nell'Italia, ad onta delle proteste del duca
di Modena di non aver avuto in mira che questo prezioso oggetto nella
parentela ed unione contratte con la casa d'Austria, da molti credevasi
che totalmente contrarii alle parole potessero seguire gli effetti; le
quali speculazioni derivavano originariamente dalla condizione attuale
della Spagna e da un avvenimento semplicissimo seguito in Napoli ed in
Roma.
È noto che dopo la pace di Aquisgrana, la corte di Spagna, a principal
cura del marchese dell'Ensenada, andava incarnando alcuni suoi disegni:
gli arsenali tutti in continuo movimento poneano la marineria spagnuola
in grado di mandar navi in America, altre tenerne in corso contro i
barbareschi, ed unire a un bisogno una flotta capace di misurarsi
colle potenze d'Europa; cominciavano a prosperare le fabbriche e
manifatture nazionali, malgrado i rigori in Olanda ed in Inghilterra
usati per vietare ai sudditi loro che, allettati da privilegii e
vantaggi singolari, in Ispagna non passassero coll'industria loro e
cogl'istrumenti relativi; la nazione, naturalmente proclive all'inerzia
ed all'infingardaggine, già destavasi; terre, che da secoli non aveano
sentito zappa nè aratro, aprivano il seno alle benefiche ferite, e
largamente premiavano gl'insoliti sudori dell'agricoltore novello: si
fortificavano le piazze frontiere, ingrandivansi i porti principali,
dentro e fuori d'Europa moltiplicavansi i cantieri; introdotti nelle
truppe gli esercizii all'uso franzese o al prussiano; impiegata buona
parte de' tesori, dopo la pace del nuovo mondo, a comprar merci da
rimandarvi; istituiti grossi banchi nelle principali città commercianti
del regno, e sino in Italia, a nome e profitto del regio erario.
Cotali vigorose e non mai interrotte operazioni e sollecitudini della
corte di Madrid facevano universalmente conghietturare che nudrisse
l'idea di turbare la calma d'Europa e dell'Italia in particolare;
conghiettura che prese maggior piede quando si seppe che, partita da
Cadice una nave, era approdata a Napoli scaricandovi un milione e mezzo
di scudi, non mancando chi affermasse, essere la somma destinata a
porre il re delle Due Sicilie in istato di aumentare le proprie truppe
secondo il disegno tra le due corti fermato. Però gli autori di queste
novelle guerriere trovaronsi non poco sconcertati; chè il picciol
tesoro americano sbarcato a Napoli, quivi non si fermò, ma sopra
cinquanta muli, coperti coll'arme e cogli stemmi della corona di Spagna
entrò in Roma, e, depositato nel palazzo Farnese, pochi giorni dopo da
quella casa, appartenente al re di Napoli, fu trasportato nel castel
Sant'Angelo.