di Albino — al quale Augusto avea conceduto quel luogo come _mansio_,
cioè stazione di posta per aver subito le novelle di ciò che avveniva
nelle provincie ed Albino medesimo con tre soldati, coi forestieri
che aveva in casa, corsero affannosamente verso la porta vicina
ad Herculanum, malgrado la pioggia di acqua bollente. Lo astato è
nell’edicola, appoggiato al pilo e respirando a mala pena. Col gladio
ha rotto il muro nel fondo per aver aria più pura. Uno dei soldati gli
dice correndo:
— Bithinico, salvati. Il mondo finisce.
— Eh! Il mondo finisce. Ma l’Urbe rimane. —
Passa una donna che ha un bambino lattante nelle braccia ed uno per la
mano. Corre dissennata, urlando, fuori di sè. Si ferma, asciuga colle
mani convulse il volto al figliuolo e lo bacia, lo ribacia e lo bacia
ancora. Oh! le parole di conforto, dette cogli occhi, ma non espresse
dal labbro! La sua vita è concentrata, è tutta là. — Il soldato
s’impietosisce e dice:
— Donna, ripara qui dentro, al sicuro. Riposata, partirai quando
cesserà questa pioggia di Averno.
— La mia vita non curo. — I figli! I figli! Oh! non me li uccidete, o
dei spietati!... Tulliolo, non lamentare i tuoi piedini piagati. Altri
pochi passi e sarem giunti.
— _Miserere, mater._ — La gola mi si stringe. — Soccorrimi. —
La infelice donna lo imbraccia in furia e corre, cogli occhi ch’escono
dall’orbita. Corre a sbalzi. Corre. Giunta presso l’_ustrinum_, non può
più ire innanzi. La mefite invadeva la strada. Aveva ucciso i fuggenti
che la precedevano. Si assise sui lapilli. Appressò la bocca alle
bocche dei suoi bambini..... Avevano vissuto! Bithinico non tardò molto
a raggiungerli sulle rive di Lete.
Nella casa di Vibio i servi partirono a precipizio dopo la fuga dei
padroni, ognuno portando seco ciò che potette. Morirono qua e là nelle
vie suburbane. Una donna greca, che la chiamavano Milphidippa per le
sue lunghe ciglia, va presso il forziere di legno, guarnito di fasce
di rame e di maschere di bronzo, lo apre e vede dentro quarantacinque
nummi d’oro, cinque denari, un piccolo busto della Fortuna.... ma
il respiro le manca.... sente sulle tempia lo stringimento di una
tenaglia, corre nel vicino cubicolo, cade supina sul letto e muore.
Danista è già sulla soglia del _posticum_. Avara per istinto, non ha
perduto il suo tempo. Un aruspice le aveva predetto pochi dì innanzi
che una grande fortuna attendevala.
— Egli mi disse: «Escirai grave da una piccola porta ed entrerai in una
maestosa con seguito di molta gente.» Convien prepararsi. —
E girando per le stanze vuote di abitatori, cacciò in un sacco di tela
ciò che trovava, cinque anelli d’oro, cinque pietre incise, molte
monete di argento e di bronzo, la _bombilia_ di cristallo di roccia
che Melissæa avea dato allo sposo il giorno in cui egli le die’ la
sua fede, e due orecchini in forma di bilancia. Va per escire col
piede diritto, il sinistro essendo di cattivo augurio. E la Parca si
rammenta in quello istante di lei ed appressa le forbice allo stame
della sua vita. Si appoggia illanguidita alla spalletta dell’usciolo.
Le gambe flettono. Il lume degli occhi si oscura e sviene. Nel 1829
gli scavatori trovarono dispersi attorno al suo scheletro gli oggetti
della ghiotta vanità che occuparono gli ultimi istanti di quella misera
schiava.
E la pioggia continova sempre ruinosa e scottante.
Nella estremità della viuzza dei _Dii majorum gentium_ che il poeta
Ennio racchiuse, nominandoli, in due versi,
_Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,_
_Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo,_
colà, dove presso la fontana del Vitello si andava allo _Ecatonstylon_
e ai teatri, odonsi gridi, singhiozzi e parole imperiose. Nella
casa è un correre, un disordine, una confusione grande. Alcune donne
coi bambini sono in fondo al vastissimo giardino e s’inginocchiano,
piangono sotto la volta del _lararium_, sostenuta da due colonne di
stucco. Un’altra donna bellissima si è riparata in una stanzuccia
presso il tablino, illuminata da una lampada posta in una nicchia di
marmo bianco. Il suolo traballa. Sembra si sollevi e ricada. — Jucunda
corre ad una larga finestra che dava nel giardino. Ma lo sportello
è chiuso e nell’orgasmo da cui è presa non le riesce di aprirla.
Allora si volge affannosa ad un occhio di marmo bianco che è a lato
sull’angolo. Con un pugno ne rompe disperatamente il vetro e grida con
quanta voce lo spavento pur le risparmia:
— Suilimea! Hilaria! Mima! Sema! E tu, Thalamo!... Qua i miei bambini!
A me! A me!... Ah! gli dei son pure spietati!
L’atrio corintio, sostenuto da pilastri adorni da elegante meandri, e
posante sur un _pluteus_ di appoggio, è crollato a metà sulle pomici
piovute. Nel pericolo della vita, essa esce coi capelli disciolti
e colla _palla_ trascinata. Muove verso il giardino. Tra la fitta
oscurità urta, cade sui lapilli, si solleva furiosa, chiama i figli
per nome, gli afferra convulsa, prende nelle braccia il piccolo Licinio
e per la mano Animula. — Iphygenia e Nymphio, coperti da Calepio e da
Euporo, la seguono. — L. Saginio Valga ha in fretta adunato nella toga
una quantità di nummi di oro, di anelli, di orecchini, di perle, di
cucchiai d’argento con altri oggetti preziosi. Vien loro incontro e
grida che è tempo di salvarsi.
Salgono nella casa addetta ai forestieri — ogni ricco pompeiano ne
aveva una attigua, comunicante, da ciò. — Saginio fa sforzi rabbiosi
per aprir l’uscio dal quale si scende nella strada che mena colla
rivolta al Foro, presso il fonte della Gorgone. Urta, spinge e l’apre.
Ma nell’atto, un pezzo di muro crolla e ruina sopra Euporo e Calepio,
i quali vengono schiacciati sul _sigma_, triclinio semicircolare di
estate, ch’era nel mezzo dell’atrio. La madre si volge, gitta un urlo
straziante, mira i nati dalle sue viscere sepolti sotto le macerie e
sviene. — Sema e Thalamo fuggono verso il Foro, spinti dal desio della
vita. — Il marito raccoglie di peso la moglie fuori dei sensi e collo
aiuto di Mima, di Hilaria e di Suilimea trae i dolci pegni dello amor
suo verso l’abitazione deserta di povera gente ch’era di contro. Sotto
la cucina aprivasi un sotterraneo con un pozzo profondo. Un largo
_clathrus_ abbarrato da steli incrociati di ferro, all’altezza del
petto dava luce all’antrone dal margine soprastante. Colà riposarono
gl’infelici. — Si abbracciavano. Si chiamavano a nome disperatamente.
E baciavano piangendo i due bambini ancor vivi, pallidi, esterrefatti.
Miseri!...... Anche pochi istanti.... e raggiunsero Nymphio ed
Iphygenia sulla via dolorosa che quelli prima avevano percorso.
Intanto da una casa presso le mura scendono correndo per la via dalla
fontana di Mercurio cinque persone. Thylliano Januario sorregge nei
passi incerti Sogellia Fausta che, dentro impietrita, non piange, non
grida, e si fa guidare come inerte cosa. Gallione e Stallio camminano
innanzi colle faci accese. Gli segue Philonio Casto, il fratello
di lei. Giunti in faccia alla _popina_, quelli che precedono sono
arrestati da due cavalli e da un mulo, esciti alla impazzata dai
_carceres_, forse poco lungi di là. Gli animali attratti dal lume
s’imbrogliano con essi. Ad evitarli, entrano in una piccola abitazione
contigua alla taverna. Si rannicchiano in una camera vuota ed attendono
che il flagello mai sospettato finisca. Ma le soffitte delle stanze,
sopracariche di basalti e di pomici, si piegano e cadono. Thylliano
si curva in arco sulla moglie diletta per salvarla dalle offese dei
sassi. Nella fuga aveva raccolto braccialetti, anelli d’oro e monete di
diversi metalli. E gl’infelici tutto perdettero insiem colla vita.
Poco discosto, nella via che in quei giorni selciavasi sotto le mura,
un uomo e un cavallo avevano trovato rifugio in un largo stanzone.
L’uomo erasi provveduto di pane. La terra si scuote. I muri si fendono.
Un pezzo perde lo equilibrio e si rovescia sopra quell’infelice.
Cavallo e cavaliere, sepolti dalle macerie.
In una casa presso il Foro — poco lungi dalla scuola ove il successore
di Verna pubblicamente istruiva i fanciulli di ambedue i sessi — si
ode un fracasso di tetti e di mura che cadono. Le macerie impediscono
la via della uscita. Il fuoco si è appigliato alle travi nella cucina
e i turbini del fumo rotondeggiano nell’aria. Le case allo intorno
ruinano del pari. — Una donna, scampata già, corre verso le Curie
disperatamente ed accenna coi passi al porto vicino. — Dentro è rimasto
un uomo più che quarantenne. I suoi pensieri erano elevati. I suoi
sentimenti generosi. Dentro il suo cranio volgevasi uno strano dramma
che lo faceva serio, grave, pensoso. Il mistero ei lo vedeva per tutto,
sugli occhi della donna, sui rami fronzuti degli alberi, sui riflessi
delle acque, sulle stelle scintillanti, sulle molecole che formano
i macigni. E giammai aveva potuto assidersi lungo la sponda del mare
senza sentir nel profondo uno incanto che lo attirava e lo riteneva
forzatamente a contemplare il succedersi dei marosi che spumavano
all’urto e si spandevano in laminette e in meandri bianchi, ricamati
sullo azzurro. Non fu mai lo sperato, nè il marito di una donna. Non
aveva parenti. Non liberti nè schiavi. Una sola donna — quella cui lo
spavento avea posto ai piedi le ali — gli forniva i sobri alimenti che
Pythagora, lo illustre filosofo di Croton, aveva prescritto coi saggi
consigli e coll’uso.
Crasso Frugi era in piedi presso un trapezoide nel _cavædium_ e con
una mano si velava la fronte. L’altra la posava sul marmo ov’erano
sparsi venzette nummi d’oro, cinquantuno denari e due maniglie d’oro
di femminile ornamento. Ai suoi piedi è una giovanetta vestita di
bianco. Era quella la sola creatura che con lui vivesse in una certa
dimestichezza e con ricambio di affetti. Avevala un dì raccattata
fanciulla e piangente sulla soglia di una stanza isolata, nella via di
Dafne — lurido albergo di prezzolati amori — entro cui era distesa sur
un letto di muro una povera donna morta.... Era la figliuola di quella
estinta? Lo aveva supposto; ma non mai domandato.
Vasto lo edificio ch’egli abitava, di fresco ricostruito e con bei
musaici signini. Solo in tanto fastigio? Gli è che sin dalla prima età
erasi palesemente ammogliato con una divina che chiede grande spazio
a chi l’ama e con lei si congiunge. I poeti la chiamano fantasia. I
filosofi, idea. Gl’imbecilli, follia. Ed io, la saviezza della mente e
del cuore. Era la scienza della giustizia, della verità, della luce.
La fanciulla raccolta erasi fatta col prendere persona l’armonia della
sua vita e irradiava sopra di lui uno splendore particolare. I di lei
occhi neri, aprendo sotto fini ed eleganti sopracigli le loro arcane
profondità, erano pieni di quello incanto che sgorga dallo sguardo
umido della donna. L’avevano chiamata Sapho nascendo.... Eh!... Pari
alla donna illustre così nomata aveva nel cuore tracce di amaritudini e
di dolori in germe che la sua mente scrutatrice non sapeva deciferare.
La sua origine scrupolosamente celata era rimasta un’enimma.
— Cosa è lo universo?... L’ordine. Cosa la morte?... La eguaglianza.
Uniti nel mondo da un sentimento purissimo, punto egoista, quello
dell’amicizia, come un solo essere ci presenteremo alla Divinità...
Sapho... creatura innocente offertami dal cuore sui miei passi vaganti,
noi dormiremo insieme in questo sepolcro che il Vesbio ricolma colle
sue pomici.
La giovanetta sollevò gli sguardi paurosi e pur soavi sull’uomo tutto
di bianco vestito, che a lei parlava come in un’estasi; gli afferrò la
mano che allor pendeva lungo la tunica e febbrilmente la baciò. E la
desolata a lui:
— Oh! Gli Dei!... Pietosi, perchè non mi lasciano morir sola!... Ma
il nostro avello non sarà guarnito di foglie di mirto, di ulivo e di
pioppo, come Pythagora, il taumaturgo, il divino, prescrive.
— Rari gli uomini! il loro numero appena eguale a quello delle porte di
Thebes, o delle bocche del fiume che feconda l’Egitto. Qui crescevano
uomini non più utili al mondo, e gli Dei affogano gli animali dai quali
ricevevano offesa. In verità, i giorni furono contati e l’ora fatale
appressa. Apparecchiamoci da forti all’ultimo istante.
— Sei tu che lo dici, o padre. Son pronta.
— Lo dico e lo sento. Rientriamo in noi stessi e rimproveriamoci i
falli di commessione e di ommessione. E cantiamo tacitamente un inno in
onor degli Dei..... Nè lacrime, nè singhiozzi nella sventura!
— Sì, nè tema, nè debolezza nel supremo pericolo. Come i discepoli
di lui perirono in Croton, noi pure saremo divorati dalle fiamme
medesime.... Ma... la mia gioventù è grande, o padre!
— Sorgi, diletta figliuola del cuore. Prendi forza a ben morire dal
calor del mio sangue.... Le leggi della vita sono violate... Il bacio
estremo.... e il segno che ci distingue e ci unisce...
E l’una nelle braccia dell’altro, tenendosi per la mano, entrarono nel
sonno eterno. Ed il Vesbio coi suoi candidi lapilli compose il sudario
sui loro cadaveri.
Pythagora avea concepito un grande disegno — quello di una vasta
congrega di uomini, esistente sempre, e sempre depositaria di scienze
e di costumi, la quale sarebbe l’organo di verità e di virtù, quando la
umanità fosse in istato di sentir l’una e di comprendere l’altra.
Gli urli disperati avvicendano il mugghio ripetuto della natura che
freme. Quelli che ripararono nei primi piani e non furono macellati
dalle pietre, dalle travi e dalle tegole cadute, nè arsi dal fuoco, nè
schiacciati dalle soffitte, nè asfissiati dalle mefite, corrono nella
oscurità per ogni verso. Una fanciulla piange, si dispera, scambia i
passi, si arresta, non sa dove dirigersi. Viene dalla via di Stabia.
Quivi perdette di vista la sua fuggente famiglia. Entra nell’atrio
di Cornelio Rufo. La casa arde. Il ferro si torceva masticato dalle
fiamme. Sprofonda il tetto. Essa si salva. La Palestra nelle Terme è
chiusa. Le botteghe più in su sono chiuse. Urta nella fontana dalla
testa di Pallade. Avanza ancora e trova un uscio aperto.
La casa era in riparazione. Mura squallide e non dipinte. In fondo
i lampi frequenti le mostrano uno xysto. A manca è un _aecus_ che i
_tignarii_ avevano poche ore fa disertato. Solida è la volta. La misera
fanciulla si asside sur un mucchio di sabbia e piange lacrime dirotte.
— I fulmini di Giove si spengono nel nostro sangue. _Heu me!_ La città
in fiamme. Il popolo che spira sotto i rottami e nel fuoco. E i miei
cari?... Morti!... Ed io sola qui! Che sarà di me! Venere aiutami. Oh!
La iddia a me soccorre.... Polla ti raggiunge, o Siliginio, se pure
anche tu sei tra gli estinti. Ah!... —
La misera era caduta distesa sulla sabbia col capo penzolone, riverso.
Aveva le mani incrociate e parea che dormisse. Forse la morte le
fu propizia. Che avrebbe fatto nel mondo, povera e sola? Nata da
gente _lare incerto_; la quale, obbligata a prendere in fitto le
camerucce che abitava, tenuta nella categoria — che, pur numerosa
era e dispregiata — degl’_inquilini_ e vivente giorno per giorno e di
pensieri vagabondi e mal fidi, unico sollievo per Polla era la vita del
cuore. Grazie alle illusioni dei primi affetti, Siliginio, fullone,
era per lei, tredicenne, quella tenerezza senza limite con cui essa
desiderava essere amata. Sotto un albero di ulivo ei le rivelò il suo
pensiero. Ed essa sentì come un filtro soave le addolcisse il sangue
e le invadesse la ragione. Uniti, popolavano una solitudine, ove i
loro occhi vedevano sorgere di terra fiori incantevoli e profumati....
Povere anime, pure, tranquille, serene, divine nelle loro speranze!
Povere anime, dove ne andaste?...
E la pioggia cadeva ruinosa e bollente.
Un uomo pareva non la curasse. Discesi dalle _hibernacula_, camere
poste al di sopra del forno, dove il misero aveva per sette mesi
lavorato _præferratus ad molas_, esciva dal _pistrinum_ della via
che menava alla porta di Nola, nudo, trascinante una catena col piede
sinistro e coi capelli rasi da un solo lato. Nè grande, nè piccolo;
quantunque la mobilità della persona impedisse di definirlo. I suoi
pensieri ondulavano. E così egli ondulava. Brandiva colla destra
un tridente insanguinato e tratto tratto lo piegava per terra e lo
pigiava, lo pigiava ancora cogli occhi stralunati e feroci. Quindi,
ridendo sgangheratamente, procedeva innanzi. Incurante le scottature
della dermide, si fermò, si drizzò sulla punta dei piedi come per
seguire il volo della sua povera mente e poi pianse a dirotto.
— Gylo! Misero. Sei vendicato! Ma Nea è morta.... Lo infame Numisio
mi schiantò il cuore dal petto rubandola ai miei amplessi. O mio
sospiro! Avevi un termopolio nel cuore.... Ma l’ho cacciato ben io nel
_pistrinum usque ad necem_ e l’ho strigliato d’importanza con questa
_scutica de pene taurino_.... La sua donna, Eitixia, voleva difenderlo.
Dovetti persuadere anche lei. E se mai li libererò dal penoso lavoro,
_ego pro eis molam_!... O Nea! Ora ch’essi girano le macine, tu sei
libera e infiorerai la mia vita di polline. Eccola...: Viene.... Ha i
capelli annodati in spessi ricci che le coronano il capo leggiadro.
Oh! i grandi occhi neri.... quasi dardi spuntati dalla mansuetudine
dell’anima sua!... La terra balla. Ballano le case. — Il Vesbio fa
boati ed illumina con faci la mia festa nuziale. Gli amici — quelli che
soffrirono finqui — verranno a posare il gomito nel mio triclinio. Ah!
Sono innanzi la mia magione. ...... Entriamo! —
Ed il misero penetrò in una bottega della via Jovia e cadde rifinito
sulle pomici che la ingombravano. Era rosso, tumefatto, scottato dal
capo ai piedi. — Nel respiro affannoso borbottava male articolate
parole e tra esse spesso mentovava Nea, il farnetico della sua mente
smarrita, l’unico lume di quel povero cuore.... Ecco, ei ride, dà in un
tremito convulso, si rotola sulla china che avevano formato i lapilli,
e le ondate di pioggia lo spingono, lo affogano, lo stracciano e lo
cuoprono. Gli uomini erano stati crudeli con Gylo. La natura pietosa
spense il tarlo della memoria che a lento morso rodeva la sua ragione
fuorviata e malsana.
La famiglia gladiatoria non fugge. Nel momento del flagello inatteso
molti erano nel vasto parallelogrammo, specie di chiostro circondato
da portici, sostenuti da ventidue colonne in un senso e da diecisette
nell’altro. Facevano gli esercizi nell’area. Il lanista nel mezzo.
Gli allievi, dirozzati dai più provetti, _doctores tyronum_, armati di
una spada di legno, si schermivano vivamente contro piuoli profondati
sul terreno. La _gladiatoria sagina_ bolliva nel vasto caldaio per
rendere con quel cibo sostanzioso più forti e più sanguigni quei poveri
giovani. Le armi sono chiuse nel piano superiore e le chiavi le tengono
i magistrati. I littori sono di guardia per tenere nell’obbedienza
quella gente degradata che spende il suo coraggio avvilito al trastullo
del popolo, e — passata la fuggevole ebbrezza — a molto mal loro grado.
Seneca narra come un condannato a quel brutto mestiere, privo ancor
d’armi e pur bramando meglio morire che discendere nell’arena, si
cacciasse un bastone nella gola sino ad esserne soffocato. Così salvava
l’onore.
Sessantatrè ripararono dalla grandine infuocata nelle camere soprane.
E quivi morirono. Quattro erano nella prigione a terreno, cui nessuno
pensò ad aiutare. I loro piedi, chiusi nei ceppi di ferro, gli
obbligava di stare assisi sulla nuda terra, o supini. Destino terribile
e ben più triste che la morte dello anfiteatro.
Nella parte commerciale della casa di Pansa — il cittadino illustre
incaricato da Vespasiano a presiedere ai pubblici ludi ed a far
rispettata la legge Petronia, impedire cioè ai cavalieri ed ai senatori
di degradarsi nell’arena, o di farvi discendere di arbitrio schiavi
non condannati da un formale giudizio — infamia posta in uso da Giulio
Cesare nel 708 di Roma, epoca del suo quadruplo trionfo e continuata
più tardi nei funerali della sua figliuola — in quella parte che
aprivasi sulla via Domizia e nel chiassuolo dinanzi la osteria di
Fortunata, era un _pistrinum_ colla bottega di spaccio e colle camere
addette all’abitazione del _siliginarius_. Quivi un liberto facea
macinare il grano del padrone, impastare la _siligo_ e cuocere il
pane. Egli, il _pistor_, ne dava conto al _dispensator_, specie di
tesoriere contabile che registrava in alcuni libri, detti _ephemerides_
le entrate e le spese, minorando la cifra delle prime ed accrescendo
quella delle seconde; rispettando però la _merces insularis_, perchè
quel prodotto degli affitti delle case potea agevolmente rivelare il
larcinio. Cuspio Tubero, liberto di Pansa, aveva sulla parete della
bottega, ove vendeva le varietà del pane e della farina, una pittura
che rappresentava il serpente simbolico — la divinità custode contro il
mal occhio — e sotto, un mattone sul quale ardeva sempre la lampada.
Di contro al serpe sporgeva dallo intonaco una croce nera, il segno
riverito dai nuovi affrancatori dello spirito umano, perchè su quella
forca dei ladri e degli schiavi era stato inchiodato il Galileo,
apostolo della redenzione, rivelatore del grande secreto, di quella
parola che è suprema e definitiva iniziazione umana e consolatrice
delle anime oppresse. Nel forno, i miseri schiavi incensavano ad altro
simbolo dei materiali godimenti. Era una immagine phallica, in rilievo,
colorata in rosso e sotto vi avevano scritto la leggenda — _Hic habitat
felicitas_ — Stranezze dei tempi!
Gl’idolatri erano fuggiti. La superstizione — cioè, il vuoto — avea
messo le ali ai piedi di tutti. Nello istante del pericolo il culto
religioso diveniva dannosa ipocrisia, di cui ognun si affrancava. Grato
Arrio, Messio Inventus, Menophilo Ancario, L. Celio Doripo, Hyalisso
Eppio Primo, Amphio Serapa, Agatho, Perennio Merulino, N. Paccio
Chilo, Quinto Pompeo, sacerdoti di Giove, di Venere, di Mercurio, di
Esculapio, di Cerere, di Quirino, di Giunone, erano fuggiti dalle
botteghe oscene dei loro mendacii profanatori. Il monte ardeva. La
terra traballava commossa. Il mare ritiravasi dalle sponde. Il sole
non luceva più. E i mercanti di una fede ipocrita e ladra, i quali
avevano la impudenza per principio, il sangue e le lacrime per mezzo,
i godimenti e l’alterigia per fine, disertarono gli altari pericolosi,
portando con sè i preziosi redditi che le coscienze sedotte avevano
cumulato nei templi. Ma, non uno potè riparare in loco sicuro. Quale
per via fu derubato ed ucciso; quale ebbe il cranio infranto; quale
fu sepolto per metà dai lapilli che lo scottavano, e nessuno volle
arrestarsi per aiutarlo ad escir dalle pomici che il propaginavano.
Quale fu garrito con disumano dileggio:
— Chiama i tuoi numi, o _scelerum artifex_, che vengano ad aiutarti. O
che? Sono muti o sordi per te? —
Ed un altro:
— Chiama la donna che tu mi hai profanata, non me. Ora soffri
la sete di Tantalo, gli sforzi rabbiosi di Sisipho, e la ruota
d’Issione. —
Ed un altro,
— Ti baciai una volta la mano sanguinosa, o impudico. Espia ora i tuoi
falli, o furfante, ministro di Giove, parricida ed infame. —
E la pioggia cadeva ruinosa e bollente.
Così morirono tutti nel penoso viaggio che lo istinto della
conservazione loro imponeva
Ma Tubero non si mosse per escire. Chiuse colle tavole sovrapposte la
bottega, accese la lampada e si prostrò dinanzi la croce. Potea farlo
senza pericolo, senza sospetto, senza taccia di ridicolo in quell’ora
estrema. Quel segno, conforto segreto del suo cuore, non diceva
alla mente misteriosi ed impossibili natali, spropositi aritmetici,
resurrezioni favolose, abbrutimento della umanità, signoria di arbitrio
sulle cose del mondo. Quel simbolo della croce parlava una grande
parola alle anime offese viventi e nasciture nei secoli.
— Bevvi il sangue rappreso di un giusto. Sentii le scosse convulse dei
suoi tendini lacerati. Udii l’ultimo grido del suo gran cuore: _Eli,
Eli, lamma sabacthani!_ Maledissi alle zolle che alimentarono le mie
radici. —
Non era adunque un pugno di cemento allineato sulla parete. Era il
ricordo delle torture patite dall’uomo che in nome del Dio unico aveva
annunciato ai popoli la Libertà, l’aveva professata colla voce e cogli
atti, e colle gocciole escite dalle sue vene avea scritto: